I’m unstoppable.
I’m a Porsche with no brakes. I’m invincible
Yeah, I win every single game
I’m so powerful. I don’t need batteries to play I’m so confident, yeah, I’m unstoppable today
- Sia -
Esco in fretta da Central Park sorridendo come un ragazzino.
Oh, sexy dea dai capelli corvini…
Era da un po’ che non mi capitava, le donne conosciute negli ultimi tempi sono state solo piacevoli distrazioni, ma Kimberly mi è sembrata diversa. La sua ingenuità, la sua bizzarria e la sensualità emanata da ogni
fibra del suo corpo l’hanno resa il frutto proibito che non
vedo l’ora di assaggiare.
Lo so, sono un vizioso e non me ne vergogno. Come ho detto prima a lei mi piace divertirmi e niente e nessuno m’impedirà di farlo.
Certo, esiste una persona che prova costantemente a rovinare i miei piani ed è la stessa che ha interrotto il mio tempo libero obbligandomi a raggiungerlo in questo momento: mio padre.
Alexander Cohen è la mia spina nel fianco da ventotto anni, in pratica da quando sono nato. Per fortuna non ho ereditato niente da lui, se non il mio caratteraccio.
È uno dei più famosi produttori della città. A Broadway pendono tutti dalle sue labbra, non vola nemmeno una mosca senza il suo permesso. Sono costretto a eseguire i suoi ordini solo perché mi piace vivere nel lusso, adoro spendere soldi e non sono disposto a rinunciarci. È lui che paga le mie spese, la mia auto, l’affitto del mio appartamento a Manhattan. In cambio devo solo fingere d’interessarmi al suo lavoro e seguire le direttive che m’impone, proprio come se fossi
uno degli attori che assolda per i suoi innumerevoli spettacoli.
Recito sempre lo stesso copione: lui ordina, io obbedisco da bravo cagnolino. È convinto che mi piaccia lavorare per lui, che fare il produttore sia anche la mia vocazione e che quando un giorno non ci sarà più continuerò a mettere su rappresentazioni spettacolari che attireranno il pubblico di tutto il mondo. Dio, quanto si sbaglia. Non dovrei nemmeno pensarlo perché è pur sempre mio padre, ma una parte di me – quella più perfida ed egoista – non vede l’ora che lui lasci questa terra.
Sarei finalmente libero.
Libero di vivere la mia vita. Libero di sbagliare. Libero di mandare al diavolo Broadway, New York e magari anche questa dannata America.
Vorrei poterlo fare subito, ma c’è una cosa che mi tiene legato a questa esistenza e per il momento devo continuare così.
Raggiungo in fretta la mia auto, una Porsche 718 Cayman di colore bianco. Appena premo il pulsante di apertura noto gli sguardi dei passanti che si posano prima
sulla macchina e poi su di me. Un paio di ragazze ammiccano, una addirittura mi fa l’occhiolino mentre si passa la lingua sul labbro superiore, invitandomi a fare la mossa successiva. Le ignoro e salgo in auto. Non ho tempo per questo, anche se ho una voglia incredibile di scopare ma di certo non con loro.
Sono le ciocche scure dei capelli di Kimberly che devono essere intrecciate alle mie dita, mentre la osservo inginocchiata ai miei piedi, nuda, bellissima, con i seni pieni e la sua bocca spalancata nella quale sparisce ripetutamente la mia erezione.
Interrompo questi pensieri e m’impongo di ragionare su altro, anche per evitare di arrivare eccitato e nervoso dal grande capo.
Metto in moto e guido verso Times Square,
accelerando un po’ appena il traffico me lo permette.
Mezz’ora dopo arrivo nel Theatre District, il distretto dei teatri. Mio padre mi sta aspettando nel suo ufficio che si trova al teatro Majestic. Sono in ritardo e così recupero il mio cellulare, scendo subito dall’auto e consegno le chiavi al parcheggiatore.
«Buonasera, signor Cohen».
«Ciao Raul. Stai attento alla piccola Heaven».
«Come sempre, signore» replica lui con un sorriso, sfiorando la carrozzeria bianca della mia Porsche.
L’ho chiamata Heaven perché è il mio piccolo angolo di paradiso, candido, perfetto e che mi rende felice come un bambino.
Entro nel teatro, faccio un cenno con la mano alle persone presenti e salgo le scale raggiungendo il primo piano. Mio padre è nel corridoio, proprio di fronte alla porta del suo ufficio. Mi fissa per qualche istante e poi scuote la testa.
«Sei in ritardo».
Mi avvicino e lo sorpasso, ignorando le sue occhiatacce.
«Se vogliamo essere precisi, non dovrei nemmeno essere qui» replico, accomodandomi sulla sedia posta di fronte alla sua tirannica scrivania di legno antico.
«Stronzate. Se ti ho chiamato c’è un motivo».
«E quale sarebbe questo motivo impellente?»
Mi gira intorno e va a sedersi al suo posto, sul trono prestigioso dal quale dirige il regno dello spettacolo newyorkese.
«La settimana prossima ci saranno dei provini e tu dovrai supervisionare».
«No, te lo puoi scordare. Non ho intenzione di sopportare gente stonata e priva di talento solo per il tuo divertimento. Hai molte persone che lavorano sotto di te, chiedilo a loro».
Mio padre si alza dalla sedia e sbatte i pugni sulla scrivania. La cornice che contiene una foto di famiglia per un attimo vibra e alcuni fogli finiscono sul pavimento.
«Forse non ci siamo capiti. La settimana prossima ci saranno dei provini e tu parteciperai». Mette un po’ troppa enfasi nel tu utilizzato nella frase e da questo capisco che non ho altra scelta.
Devo sottostare alla sua ennesima decisione.
«Ora, visto che abbiamo chiarito questo concetto, permettimi di mostrarti i dettagli del musical che presenteremo al Majestic in primavera».
Mi porge un plico che io afferro controvoglia. Sulla prima pagina leggo un nome che conosco e che mi fa alzare subito lo sguardo verso mio padre.
«Ma che…»
«Hai letto bene, figliolo. Non è uno scherzo».
«Chicago, dici sul serio?»
«Perché ti sorprendi tanto?»
«Non sono sorpreso, solo confuso. Metteremo in scena il musical Chicago che è sempre stato del teatro Ambassador».
«Esatto! Non è grandioso? Finalmente sono riuscito a toglierlo dalle grinfie di Victor Teller».
Ecco quello che nascondeva la mia sorpresa non troppo velata, era lì che volevo arrivare. Alexander Cohen e il suo egocentrismo. Lo sguardo trionfante che leggo nei suoi occhi mi fa sorridere ma solo per un istante. È questa sua fissazione sul voler primeggiare sugli altri produttori che l’ha allontanato dalla famiglia. Per lui non esisteva nient’altro che il lavoro, gli spettacoli, la concorrenza da battere e gli incassi da far aumentare. È sempre stato così, ed è quello che ha distaccato mia madre Margaret da noi.
Avevo tredici anni quando ha deciso di prendersi una pausa chiudendo tutto e tutti fuori dalla sua mente. L’esaurimento nervoso che le ha provocato mio padre l’ha resa ancora più fragile e ha rovinato per sempre la
meravigliosa donna che mi ha messo al mondo. I medici la chiamano “amnesia dissociativa”, ma io ho sempre preferito chiamarla “la bastarda”. Abbiamo provato di tutto: ipnosi, psicoterapia, farmaci blandi e anche bombe che abbatterebbero il pugile più forte del mondo. Niente ha funzionato. Il baratro in cui è sprofondata si è fatto sempre più largo e mamma si è annidata in quell’oscurità usandola come coperta.
Non l’ho più recuperata, anche se ho fatto – e continuo a fare – ogni cosa possibile.
Rientro a casa dopo gli allenamenti di atletica.
Correre mi fa bene. Correre mi fa dimenticare i problemi. Correre allontana anche se per poco la rabbia.
Non faccio in tempo a raggiungere il soggiorno che noto subito qualcosa che non va.
I mobili sono disposti diversamente, i cuscini sono sul pavimento e formano un sentiero che ho deciso di seguire. Arrivo ai piedi della scala che conduce al piano superiore ed è lì che trovo mia madre.
«Mamma…»
È seduta su un gradino e sta giocando con i lacci delle scarpe. M’inginocchio davanti a lei ma è inutile perché non mi degna nemmeno di uno sguardo.
«Vieni, ti accompagno in camera. Devi riposare».
«Voglio stare qui. Tra poco arriverà».
Non so di chi parla, di certo non di quello stronzo di mio padre. A lui non importa di noi. Il lavoro è la sua priorità. Ecco perché si trova a Parigi invece di essere accanto alla moglie. Ecco perché sono costretto a prendermi cura di mia madre, anche se ho solo quindici anni. Lui è sempre in viaggio e anche quando rientra, preferisce passare il tempo fuori di casa. E chissà con quale compagnia.
«Ci sono solo io, mamma. Non deve arrivare nessuno».
Finalmente il suo volto si solleva ma lo sguardo terrorizzato che leggo nei suoi occhi mi spaventa.
«Nemmeno Richard? No, aveva detto che sarebbe venuto, che non mi avrebbe lasciato da sola».
Inizia a piangere e il mio cuore si stringe in una morsa.
«Non doveva lasciarmi…» le sue lacrime sono incontrollabili e io mi sento inerme davanti a questa scena. Non è la prima volta che capita, ma ora è sempre più difficile gestire questo suo incomprensibile dolore. Chi diavolo è Richard? L’ha nominato spesso in questi mesi. L’unica persona che mi viene in mente con questo nome è quel vecchio amico di mio padre che è morto qualche anno fa. Ma perché dovrebbe aspettarlo? Si conoscevano appena.
«Sono sola. Sono di nuovo sola…»
La stringo tra le braccia e provo a consolarla.
«Shh, va tutto bene. Hai me, mamma. Non è vero che sei sola».
Esco con forza dal flashback che la mia mente ha creato. Devo smetterla di pensare al passato, mi faccio solo del male.
Dico a tutti che mia madre non c’è più, anche se non è la verità. Non mi basteranno mai quei pochi brandelli rimasti dentro di lei e non solo perché non riconosco più il suo sguardo. Mi manca, dannazione! Sento la sua mancanza ogni giorno e maledico me stesso ogni volta
che m’impongo d’ignorare la sua presenza. Tutto
sommato è viva, anche se non come vorrei.
Mio padre si pulisce la coscienza pagando infermiere e medici che se ne prendono cura, ma la realtà è un’altra. Non gliene frega un cazzo. Il lavoro è sempre stato più importante e nessuno mi toglierà mai dalla testa che è solo colpa sua se è successo tutto questo. Ha abbandonato la moglie, rinchiudendola in una struttura dove la sua malattia è peggiorata. Una malattia innescata da chissà quale trauma e ingigantita dalla solitudine provata negli anni. Ho imparato a conoscere mio padre e il suo menefreghismo. Di certo ha ignorato la moglie per scoparsi delle insulse attricette di Broadway che hanno aperto le gambe solo per diventare famose.
Ecco perché lo odio e vorrei vederlo morto. Non si merita di vivere in questo mondo, non dopo quello che ha fatto a mia madre, non dopo come ha ridotto in pezzi la nostra famiglia.
«Congratulazioni» dico a denti stretti. «Ma non ho ancora capito perché dovrei decidere io il cast».
«Perché è arrivato il momento che tu prenda le redini
di quello che chiamo “l’impero Cohen”».
Non credo alle mie orecchie. Vuole davvero darmi più
potere, mettendomi al suo stesso livello?
«Ti occuperai della maggior parte dell’organizzazione. Io sarò a Londra per più di un mese e al mio ritorno le prove dovranno essere già iniziate».
«Che cosa vai a fare a Londra?»
«Marcanthonee, da quando devo darti tutte queste spiegazioni? Ti basti sapere che sarò a Londra per le prossime settimane. Il musical è in mano tua, non mi deludere. E mi raccomando, seleziona dei sostituti per gli attori principali».
Digrigno con forza i denti, rischiando di danneggiare lo smalto dei molari. Abbasso lo sguardo sul plico che ho tra le mani e, se solo avessi la vista infuocata, lo avrei già ridotto in cenere.
«Lo so, ti sei forse dimenticato che sono cresciuto tra queste mura? So come muovermi e non solo perché sono un Cohen, ma perché mi hai insegnato tutto, anche a essere stronzo con le donne».
Non coglie la frecciatina che gli ho lanciato, chiaramente riferita al suo comportamento con mia
madre. Scoppia a ridere e mi dà alcune pacche sulla spalla sinistra. Lo sa che detesto essere toccato in questo modo, mi urta il sistema nervoso.
«Bravo, figlio mio. Scopatele tutte, ma stai lontano dalle attrici del prossimo musical. Le voglio concentrate e professionali. New York è piena di femmine, evitiamo drammi e problemi che potrebbero rovinare lo spettacolo».
Mi alzo dalla sedia senza dire più nulla e gli volto le spalle. Sono pronto ad andarmene quando lui me lo impedisce.
«Guarda che partirò domani mattina, quindi non farò in tempo a passare da tua madre. Dovrai parlare tu con il suo medico per capire se conviene davvero cambiare ancora la cura di farmaci».
Ecco, ora vorrei gridare. Vorrei annientare la distanza che ci separa e prenderlo a pugni. Vorrei sputargli in faccia il mio disprezzo. Invece, rimango immobile, con le dita strette intorno alla maniglia della porta.
«Va bene» replico come un idiota. «Penso a tutto io» e finalmente me ne vado, lasciandolo lì, con addosso il suo completo perfetto, appoggiato alla scrivania, sul volto
tatuato un sorriso compiaciuto che tormenterà i miei incubi.
Esco dal Majestic con la nausea che attanaglia il mio stomaco. Ho bisogno di divertirmi, ho bisogno di non pensare a niente per alcune ore.
Come vorrei tornare a Central Park a cercare Kimberly, la dea dai capelli corvini. Lei, le sue dannate iridi profonde come due pozzi di petrolio e le sue curve provocanti sarebbero un’ottima distrazione.
Raggiungo la mia auto e salgo sul sedile del conducente. Su quello di fianco appoggio quel dannato plico del musical che dovrò studiare con cura. Mi ha davvero affidato l’organizzazione, ancora non mi sembra possibile. È la prima volta che capita e, conoscendomi, sa già che farò un grande lavoro. Per nessuna ragione deluderò le sue aspettative.
Appoggio la testa sul sedile e chiudo gli occhi mentre allungo la mano destra verso la radio. La voce di Sia riempie subito l’abitacolo e per un attimo aspetto a mettere in moto e partire. Riconosco la canzone, è “Unstoppable” e mi piace. Più la ascolto, più la sento mia. Perché, anche se non sembra visto il mio
comportamento asservito, io sono una fottuta Porsche senza freni, sono inarrestabile, sono invincibile. Questa è solo la maschera che indosso ogni giorno e lo faccio per convenienza.
Nessuno sa qual è il vero Marchantonee e non credo che questa condizione cambierà.
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