QUALCUNO PER CUI CANTARE
Capitolo 24 di 31

Scritto il 26/08/2026
da GIOVANNA MAZZILLI


I don’t wanna be an island

I just wanna feel alive and get to see your face again

But ‘til then just my echo, my shadow You’re my only friend

- Jason Walker -

 


 

L’ultima settimana di prove giunge al termine.

Fra tre giorni c’è il debutto e io non vedo l’ora di essere sul palcoscenico davanti a un pubblico. So già che le emozioni che proverò saranno irripetibili soprattutto perché le persone a me care avranno un posto in prima fila.

Cammino avanti e indietro da una parte all’altra del mio appartamento, macinando chilometri carichi di agitazione. È così, sono agitata. Stasera dovrò partecipare

al party dove festeggeremo la fine delle prove. Mi hanno assicurato che sarà una cosa semplice, ci saranno solo i membri del cast e i produttori. Niente di eclatante, al contrario della enorme festa fissata per la sera del debutto. In quel caso ci saranno giornalisti del settore, persone facoltose e anche qualche VIP. Si terrà all’ultimo piano di un grattacielo di Manhattan, ho sentito le altre ragazze parlare di vestiti glamour e trucco da star, cose che sono lontano anni luce dal tipo di persona che sono.

Ma non è tutto questo che mi rende nervosa, è il dover stare nello stesso posto con Marcanthonee e fare finta che tra noi non ci sia nulla al di fuori del lavoro. Fare finta di non provare quello che in realtà sta esplodendo nel mio dannato cuore.

E se qualcuno dovesse notare i miei occhi sognanti che lo guardano da lontano?

Oddio, non ci voglio neanche pensare!

Finisco di prepararmi arricciando alcune ciocche di capelli. Trucco con un po’ di ombretto le palpebre, sfumando i colori e creando così uno smokey eyes dai toni scuri. Poi mi metto davanti all’armadio per scegliere il vestito da indossare. Non c’è niente che attiri la mia

attenzione, forse perché non mi è mai servito un abito che mi facesse pensare: “Wow, questo lo metto per andare alla festa”. Un sospiro affranto esce dalla mia gola mentre opto per una gonna longuette blu che abbino a un top a fiori rosso che lascia le spalle scoperte. Ai piedi metto un paio di décolleté nere di pelle con il tacco basso che in realtà non sono mie ma di Zoe. Mi ha costretto a portarle perché secondo lei sono scarpe che si abbinano alla perfezione con vari outfit e che sarebbero stati utili in occasioni tipo quella di stasera.

E la mia anima gemella non sbaglia un colpo anche a distanza.

Do un’ultima occhiata al mio look prima di uscire da casa. Sono carina, comoda e vestita così non attiro di certo l’attenzione, proprio quello che volevo.

Metto la giacca ed esco, andando subito verso la fermata della metropolitana. Non posso permettermi di pagare un altro Uber, ho dovuto dare i soldi per un altro mese di affitto al signor Liang e sono rimasta quasi al verde. Devo risparmiare fino a quando non verrò pagata per il ruolo nello spettacolo. Marcanthonee non sa di

questa situazione, conoscendolo mi aiuterebbe e io non voglio la sua carità.

Cammino in fretta, oltrepassando la via in cui abito e dirigendomi all’incrocio successivo dove potrò prendere la metro.

«Ehi, bella! Dove te ne vai con tutti questi fiorellini?

La primavera è lontana».

Ignoro l’idiota appoggiato al muro ad angolo e tiro dritto, guardando l’asfalto. Odio quando succedono queste cose. Perché devono disturbare – e a volte terrorizzare – sempre le ragazze sole?

«Non correre… Ti va di fare un giro?»

«Non posso, mi dispiace» decido di replicare, provando a tenere un tono gentile. Il tizio, però, viene di fronte a me, bloccandomi il passaggio. È alto, molto robusto e mi guarda come se fosse davanti a una braciola di maiale da divorare. La puzza di alcol che emana mi fa rivoltare lo stomaco.

«Cinque minuti, giusto il tempo per farmi offrire qualcosa da bere, okay?»

Le mie gambe tremano. Il cuore inizia a scalpitare nel mio petto, tanto da confonderlo con il rumore di un tuono

in lontananza. Infilo la mano nella borsa che ho a tracolla ed estraggo una banconota da dieci dollari, una delle poche rimaste.

«Tieni, vai pure a bere. Io non posso davvero, mi stanno aspettando».

Deglutisco mentre gli porgo i soldi che prende con due dita mentre l’altra mano mi afferra il polso. Mi guardo intorno ma non vedo nessuno nei paraggi. Indietreggio, provando a divincolarmi ma la stretta è forte, nonostante sia palesemente ubriaco.

«Ho detto cinque minuti. Non fare la preziosa. Il bar è giusto qui dietro».

Gli occhi si riempiono di lacrime che provo a trattenere invano. Quello che accade dopo, però, è talmente assurdo che fatico persino a seguire la scena. Un’auto inchioda, finendo con due ruote sopra il marciapiede a un passo dal tizio che, per evitare di essere investito, molla la presa sul mio polso. La portiera si apre e le mie iridi s’incontrano con quelle della persona che esce.

Oddio, ma è Vivian.

«Sei pazza! Mi stavi per mettere sotto!»

«Vedi di sparire, se non vuoi che ti riduca in briciole le palle» grida Vivian, impugnando una mazza da baseball. Lo schifoso impreca contro di noi e poi si allontana in fretta, guardando ogni due secondi alle sue spalle per paura di essere seguito.

«Che diavolo ci fai qui?»

«A- Abito in fondo alla strada. Tu, piuttosto, come mai sei qui?»

«Vivo in un loft non lontano da qui nella zona di

Clinton Hill» replica. «Stavi andando alla festa?» Annuisco.

«Dovevo prendere la metro».

«Perché non hai chiamato un Uber? È molto più comodo e sicuro».

«E anche più costoso».

Appoggia sulla spalla la mazza e scuote la testa, ignorando i clacson delle altre auto che, vista la posizione in cui ha lasciato la macchina, fanno fatica a passare.

«Dai sali, altrimenti arriviamo in ritardo».

Sorrido e obbedisco volentieri sedendomi subito sul sedile del passeggero. Sono ancora scossa, vorrei tornare

a casa per fare una doccia visto il ribrezzo che provo verso l’uomo viscido che mi ha toccato con quelle mani schifose. Mentre Vivian si rimette sulla strada, rovisto un po’ nella borsa in cerca di non so bene cosa.

«Apri il cassetto davanti a te».

«Cosa?»

«C’è il gel antibatterico, sempre meglio di niente» dice, abbozzando un sorriso. Seguo le sue indicazioni e appena trovo il flacone premo un bel po’ di prodotto sulle mani.

«Non te l’ho mai chiesto… mi dici da dove vieni?»

«Kenton, un paesino in Delaware».

«Ah… ecco spiegato tutto».

«A cosa ti riferisci?»

«Be’, alla tua ingenuità, Kimberly. Senza offesa».

«Okay, se dici che non è un’offesa, non mi offendo.

Ma mi spieghi cosa intendi?»

«Non siamo in un piccolo paesino, qui bisogna stare sempre all’erta. E un bel corso di autodifesa non ti farebbe male».

Vivian sfreccia tra le vie, cambiando più volte strada per evitare il traffico. Si vede che conosce bene la città e

la invidio tanto per questo. In confronto a lei sembro davvero un’ingenua ragazza di provincia che con New York c’entra ben poco.

«Kim, purtroppo a New York ci sono anche bastardi che non vedono l’ora d’infastidire le ragazze. Non devi permettergli di farti spaventare. E saperti difendere potrebbe evitare l’aggravarsi di situazioni come quella che ti è appena capitata».

«Oddio, se non fossi intervenuta, io…» le parole mi si bloccano in gola, immaginando anche il più orribile scenario. Un paio di lacrime rigano le mie guance rovinando un po’ il mio trucco. «Sono una stupida».

«No! Ehi, guardami. Non è colpa tua, okay? Questa volta hai reagito così, ti sei spaventata e non hai capito più niente. Ma se mai ricapiterà, saprai come comportarti».

Annuisco, inspirando a fondo.

«Grazie, Vivian».

«Di nulla, bellezza. È stato un piacere, e non solo perché mi servi per lo spettacolo».

Scoppia a ridere e io le vado dietro, riuscendo a stemperare il turbamento che questa piccola parentesi mi ha fatto provare.

Un’ora dopo arriviamo al Majestic.

Siamo in ritardo di venti minuti e il nostro ingresso nel salone al piano terra, dove si terrà la festa, attira le attenzioni di tutti. La luce è soffusa, la musica è in sottofondo e gli addobbi sono incantevoli. Il catering ha preparato delle lunghe tavolate imbandite e alcuni camerieri girano tra la gente con calici di champagne.

Vivian si toglie la giacca di pelle nera e finalmente vedo meglio cosa indossa: un vestito scuro con la gonna corta abbinato a un paio di stivaletti rock con le fibbie. Le sue lunghe gambe sono coperte da dei collant neri velati che la rendono ancora più sexy.

Forse è lei che ha attirato l’attenzione.

«Finalmente! Il signor Cohen vi cercava».

«C’era traffico, Ana. Ora siamo qui» replico stizzita. Ana è simpatica, ma ha il vizio di parlare con la voce troppo alta e la cosa mi irrita. Levo anch’io il soprabito e

lo consegno a Will che nel frattempo si è avvicinato a noi proprio per farci la gentilezza di riporlo nel guardaroba.

«Grazie, Will».

«È un piacere. Sei molto elegante stasera».

Sfioro la mia gonna blu e scrollo le spalle, arrossendo. Il garbo di quest’uomo mi ricorda quello di papà. Non ho il tempo di rispondere che Vivian mi trascina verso il produttore che sta parlando con Clary e Ben.

«Buonasera a tutti».

«Eccole qui, Roxie e Velma. Dobbiamo brindare e…

un momento, dove sono i vostri bicchieri?»

Alexander Cohen sembra euforico. Non l’ho mai visto

così di buon umore. O forse è solo brillo?

«Eccoli, papà».

Mi volto di scatto e i miei occhi incontrano quelli di Marcanthonee. Mi porge un calice e poi consegna l’altro a Vivian che subito brinda con il produttore.

«Ciao», gli dico.

«Va tutto bene?» mi chiede subito, sfiorando il mio braccio. Mi discosto e poi mi guardo intorno.

«Sì, sì» mento, bevendo un sorso di champagne che mi fa storcere il naso.

«È forte. Mangia qualcosa prima di bere, altrimenti farai la mia stessa fine. Ti ricordi l’altra sera, no?»

Mi sta davvero chiedendo se mi ricordo di quella sera? E come potrei dimenticare, visto che ho capito di essermi innamorata di lui?

«Okay» replico facendo un mezzo sorriso prima di dirigermi verso il tavolo del buffet. Marcanthonee rimane accanto al padre ma non smette di fissarmi. Afferro una tartina con il salmone e la metto tutta in bocca, mandandola giù con il resto dello champagne.

«Cosa c’è di buono?» mi domanda Clary affiancandomi.

«Quella non è male» indico ciò che ho appena mangiato e lei segue il suggerimento. Blocco un cameriere e sostituisco il bicchiere vuoto con un altro pieno. Bevo un lungo sorso mentre sento il suo sguardo sulla pelle che brucia più dell’alcol nel mio stomaco.

«Oddio…» pronuncia Clary all’improvviso.

«Che c’è?»

«Hai visto che Marcanthonee non fa altro che guardarti?»

Cazzo!

«Ma figurati, si sta guardando in giro» replico con noncuranza sperando di saper fingere bene. Alzo, però, lo sguardo e vedo che è la dannata verità. Sta parlando con Ben ma non smette di fissarmi.

Dio, quegli occhi…

«Dammi retta, queste cose si notano subito, soprattutto quando non sei propensa a ricevere questo tipo di attenzioni».

«Ti sbagli, Clary. Abbiamo passato gli ultimi giorni a stretto contatto che per lui sono diventata un’abitudine. Lo siamo diventati tutti. Forse è soddisfatto del lavoro svolto, dopotutto mi ha voluto lui nello spettacolo».

«Marcanthonee Cohen non guarda allo stesso modo tutte le ragazze».

Mi allontano con la scusa del bagno e quello che di certo non mi aspetto è lui che mi viene dietro.

«Posso sapere cos’hai? Perché mi stai evitando?»

«Non è così. Sto solo evitando che tutto il cast capisca

quello che c’è tra noi».

Mi spinge di lato, poi allunga un braccio e mi circonda la vita. Mi stringe forte, senza lasciarmi via di scampo.

«E cosa c’è tra noi?»

«Non lo so…» mormoro chiudendo per un attimo gli occhi.

«Guardami, piccola Kim. Fammi perdere dentro quei pozzi scuri».

La sua voce risuona nella mia mente, creando una melodia di cui non posso più fare a meno. Per anni l’unica voce che riusciva a creare questa specie di eco era la mia. Nemmeno quella della mia famiglia era riuscita a penetrare così nel profondo.

«Marcanthonee, io…»

«Shh. Lo so, ma ora non dire nulla».

Annuisco. Le sue labbra sfiorano le mie e in questo gesto non c’è niente di lussurioso, solo la dolcezza racchiusa in quest’attimo. La canzone “Echo” di Jason Walker occupa quella parte del mio cervello invasa ventiquattro ore su ventiquattro dalla musica.

È così che mi sento: non voglio più essere triste, voglio sentirmi viva e soprattutto non voglio più avere nella mente solo l’eco della mia voce.

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