«Buongiorno, Selene.» Annabeth salutò la nipote prima di portarsi la tazza alle labbra. Sorbì un sorso del delizioso tè, poi riprese a parlare. «Stamani ho ricevuto una lettera dalla mia cara sorella, mi ha informato del suo imminente arrivo.»
Selene sollevò lo sguardo sull’anziana zia. «Dite davvero? I miei genitori intendono venire in visita?»
Quel fatto la lasciava esterrefatta. L’avevano spedita in quel posto sperduto per punizione, ma erano passati solo quindici giorni dal suo arrivo. Era poco probabile che la stessero venendo a prendere per riportarla a casa, quindi, per quale motivo avevano deciso di intraprendere quel lungo viaggio?
Una nuova proposta di matrimonio!
Solo quello poteva spingerli ad affrontare quattro lunghi giorni in carrozza. Forse pensavano che quel breve lasso di tempo fosse abbastanza per piegare la sua volontà.
Illusi!
Lei non aveva cambiato idea, anzi. Non si sarebbe piegata a un matrimonio di convenienza nemmeno se a chiederla in sposa fosse stato il figlio del reggente.
«Sì, mia cara, e visto che il biglietto recapitatomi questa mattina da un messo porta la data di cinque giorni fa, immagino arriveranno prima di sera, a quanto pare anche tua madre ha bisogno di un po’ di tranquillità e cosa c’è di più rilassante che passare qualche giorno nel piccolo e quieto villaggio di Colloden?»
«Arriveranno oggi, dite?» le viscere le si contrassero in modo violento.
«Al più tardi domani, ho già dato disposizione alla servitù di preparare le loro stanze, immagino non vedrai l’ora di rivederli.»
Selene sbatté le palpebre. Non era proprio vero, non si erano lasciati in modo molto gentile. La sera prima della sua improvvisa partenza aveva litigato con il padre dopo avergli ribadito, per l’ennesima volta, che non avrebbe contratto un matrimonio con un uomo a lei non gradito, qualunque fosse la punizione a cui sarebbe andata incontro. E lui aveva sbattuto in modo brusco e repentino un pugno sul piano della scrivania. Un atteggiamento del tutto inusuale per suo padre, che era di animo buono e l’adorava. E finora questa sua adorazione nei suoi confronti le aveva evitato di maritarsi con nobiluomini a lei non beneaccetti. Però immaginava che più il tempo passasse e meno lui sarebbe stato accondiscendente, nei suoi confronti. Prima o poi avrebbe dovuto cedere e sposarsi.
Sono certa che l’uomo giusto arriverà, anche se non so quando accadrà, si era detta anche quella sera. Magari lo conoscerò in una delle prossime serate danzanti, si era ripetuta davanti allo specchio mentre la cameriera la pettinava, e invece la mattina dopo la madre le aveva fatto trovare i bagagli pronti e la carrozza già parcheggiata davanti all’entrata e l’aveva spedita lì, a Colloden, dalla zia.
«Oh, in effetti sì, avete ragione, non vedo davvero l’ora di rivederli» mormorò, poi però cambiò discorso, non voleva pensare a quel che sarebbe accaduto quando fossero giunti. «E, ditemi, quante anime abitano in questo piccolo e tranquillo villaggio?»
«Oh, contando anche il parroco, siamo in un centinaio.»
Selene rabbrividì. «E vi conoscete tutti, immagino.»
«Ovviamente, mia cara.» Annabeth scrutò la fanciulla da sopra l’orlo della tazza. «Potrei organizzare una cena con i vicini, per accogliere i tuoi genitori.»
Selene riprese a spalmare la fetta di pane. Una riunione di campagnoli, sua madre ne sarebbe rimasta inorridita e forse avrebbe trovato una scusa per non scendere a cena e magari, dovendo destreggiarsi tra quei bifolchi, si sarebbe dimenticata il motivo per cui arrivava così in fretta.
O forse no, non era poi molto smemorata, sua madre. Lei e la sorella erano molto diverse. La zia Annabeth amava la vita tranquilla di Colloden e mal si sarebbe adattata a quella rumorosa e irrequieta di Londra. Sua madre Aurelia era l’esatto opposto: odiava il silenzio e la quiete e adorava le feste, i pomeriggi passati nei salotti più in vista della città a spettegolare e ogni tipo di mondanità.
Se fosse rimasta anche solo due giorni lì, a Roses Manor, sarebbe uscita di senno. Su questo punto non aveva dubbi, perciò il motivo che la spingeva ad avventurarsi fino a lì doveva essere molto valido. E nulla era più valido di un possibile matrimonio con un nobile di alto rango, ci avrebbe scommesso.
Scacciò quei pensieri. «Come desiderate, cara zia» rispose portandosi alla bocca la fetta di pane.
«Hanna!» chiamò la baronessa. «Hanna, vieni per favore?»
La governante accorse nel salotto asciugandosi le mani sul grembiule, fece una veloce riverenza. «Cosa posso fare per voi, mia signora?»
Annabeth si alzò in piedi, si appoggiò al suo bastone e la raggiunse. «Dobbiamo fare l’inventario della dispensa, sto meditando di dare una piccola cena per l’arrivo di lord e lady Ashcroft.»
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