E' UNO SCANDALO,
VOSTRA GRAZIA
Capitolo 9 di 12

Scritto il 06/07/2026
da JULIA LEE


«Madre, mi avete fatta chiamare?» Selene si accomodò davanti alla genitrice e intrecciò le mani sopra le gonne.

«Mia cara, sei in ottima forma, come ti trovi qui?» Aurelia scrutò la figlia con occhi attenti.

«Bene, madre. La zia è un tesoro e Roses Manor è un posto delizioso. Ho ripreso a dipingere, qui ci sono paesaggi molto belli.»

«Ne sono felice, anche se non riesco a capire come mia sorella faccia a vivere in questo posto dimenticato da tutti. Non abbiamo visto anima viva, ieri sera, mentre attraversavamo il villaggio per arrivare qui. Ammetto che quella desolazione mi ha messo i brividi addosso.»

Selene poteva immaginarlo benissimo. La sua cara madre amava circondarsi di rumore, diceva spesso che il silenzio si addiceva ai morti, non ai vivi. Trovò strano non lo avesse ancora detto.

«Me ne dispiace, in verità io trovo che il silenzio e la quiete che ci sono qui mi siano quasi congeniali.»

«Non diciamo stupidaggini! Ti sei sempre divertita ai ricevimenti e non ho ricordi di averti sentito dire una sola volta di trovarli troppo chiassosi o non consoni a te.»

«E avete ragione, ma per guardarsi dentro e capire quel che davvero si desidera c’è bisogno di silenzio e di quiete.»

«Quindi posso sperare che questo tuo soggiorno ti abbia riportato il lume della ragione?»

«Madre, non l’ho mai perduto.»

«Ti prego, non insultarmi. Se fossi dotata di un minimo di raziocinio, avresti compreso già da tempo che un’unione con un gentiluomo di nobili origini, forte di un patrimonio ingente e di un aspetto più che presentabile come quelli che finora ti si sono proposti, non era certo un’offerta da respingere con leggerezza, come invece hai osato fare appellandoti a un presunto sentimento» ribatté con voce tagliente. «L’amore è una chimera, un concetto puerile inventato da chi non possiede né mezzi né ambizioni e si aggrappa alle illusioni per dare un senso alla propria mediocrità da cui non ha speranza di risollevarsi. Noi, al contrario, apparteniamo a una classe sociale più elevata che non ha bisogno di simili abbagli. Il nostro unico dovere è conservare e accrescere il benessere che ci spetta di diritto. Ciò si ottiene soltanto attraverso alleanze adeguate, con famiglie del nostro rango e con ricchezze uguali o superiori alle nostre. Se finora siamo stati tolleranti e magnanimi, con te, d’ora in avanti sarà diverso. Hai avuto due stagioni e le hai concluse entrambe con un nulla di fatto, non possiamo più tollerarlo; quindi, d’ora in avanti non accetteremo più nessun rifiuto, da parte tua. I tuoi fratelli hanno tutti fatto la loro parte, adesso tocca a te. E ricordati: io e tuo padre pretendiamo per te un’esistenza consacrata al lusso e ai privilegi che la tua nascita ti ha assegnato. Non prenderemo più in considerazione nessuna alternativa.»

A Selene quelle parole arrivarono addosso come una frustata. Aveva avuto ragione: erano accorsi per proporle qualche altro pretendente. E questa volta, volente o dolente, avrebbe dovuto accettare. No, non era nella sua natura sottomettersi così, avrebbe lottato.

«Madre! Mi state forse dicendo di avermi trovato un marito e di non aver ritenuto il mio consenso indispensabile?»

«Ebbene sì. Il duca di Albans ha chiesto formalmente di poterti corteggiare e tuo padre gliel’ha concesso. Il suo titolo è molto antico e la sua rendita annuale è di circa ottomila sterline; è uno dei pari più vicini al nostro reggente ed è un onore per tutti noi che abbia poggiato gli occhi proprio su di te. Rientrerai con noi a Londra tra un paio di giorni e inizierai a frequentarlo quanto prima. Ad inizio della prossima stagione formalizzeremo il fidanzamento. Ora puoi ritirarti.»

Selene esalò un sospiro tremulo. «Madre, con tutto il rispetto che vi debbo, temo di…»

«Non osare andare oltre o potresti pentirtene amaramente, questa volta. È già stato deciso, ti adeguerai, com’è giusto che sia.»

Il fiato le si cristallizzò in gola. Si alzò, il petto le si sollevava e abbassava troppo in fretta, doveva uscire da quella stanza e allontanarsi da sua madre, prima di esplodere.

Percorse il corridoio a testa alta e a passi misurati. Sentiva la rabbia ribollirle dentro e mischiarsi con la paura e non sapeva come placarle. Non conosceva il duca di Albans, non le era mai stato presentato il che poteva solo significare che non partecipasse molto alle serate mondane. Chissà come mai.

Uscì nel giardino e continuò a camminare. Di solito muoversi la aiutava a pensare, a sbrogliare anche le situazioni più spinose. E comunque non sarebbe riuscita a sedersi e star ferma, perché dentro aveva un tumulto inenarrabile.

Raggiunse il roseto, lo oltrepassò. Si fermò un attimo accanto alla panca in pietra, ne sfiorò lo schienale con le dita e chiuse gli occhi. La spavalda certezza che l’aveva pervasa fino al giorno prima di poter avere un matrimonio d’amore si stava sgretolando. L’illusione di essere padrona del suo futuro, datale dall’adorazione che il padre nutriva per lei, era andata in pezzi e i cocci acuminati di quel bel sogno, cullato fin da quando era solo una ragazzina, le si stavano piantando nel cuore con una nauseante lentezza, facendolo sanguinare.

Le lacrime arrivarono d’improvviso e il fiato faticò ad uscire. Oh, non voleva sposare uno sconosciuto!

Non voleva dover obbedire a un estraneo!

I piedi la portarono lungo un sentiero poco battuto all’interno del boschetto. Il vestito frusciava contro le piante del sottobosco e i suoi singulti si mischiavano con il cinguettio degli uccellini. A un tratto incespicò in una radice e si sbilanciò in avanti, non cadde solo perché si aggrappò al tronco nodoso di un grosso albero. Si rimise dritta e continuò ad avanzare, poi la gonna si impigliò in un cespuglio di rovi e la trattenne. Con uno strattone brusco la liberò, strappando la stoffa leggera e pregiata e continuò a procedere. Non sapeva dove stesse andando, ma ogni suo muscolo la spingeva a mettere un passo davanti all’altro.

Affannata e scarmigliata raggiunse una radura. Aveva gli occhi annebbiati dalle lacrime, li sbatté con forza, per liberarli. Ma non riusciva a smettere, le parole della madre continuavano a rimbombarle nelle orecchie e non c’era modo di fermarle. Cadde in ginocchio e si asciugò le guance con il dorso di una mano, però non riuscì a reprimere i singhiozzi. Alla fine, si coprì il volto con entrambe le mani e lasciò libero sfogo al pianto.

«Siete di nuovo sulle mie terre!» tuonò una voce alle sue spalle. «Non vi è bastata la ramanzina di ieri? Oppure l’avete trovata talmente di vostro gradimento da venirmi a cercare per subirne un’altra?»

Selene sussultò con violenza e le lacrime si fermarono, come il cuore e il fiato. Si guardò attorno, non aveva la più pallida idea di dove si trovasse, né di come ci fosse arrivata. Era uscita da Roses Manor in preda a pensieri discordanti e aveva camminato, questo sì, lo ricordava, poi però tutto si era confuso. E ora c’era quell’uomo a prendersi gioco di lei.

Basta!

Non avrebbe sopportato oltre. Si tirò in piedi e si voltò, lanciandogli un’occhiata feroce. «Smettetela di fare la voce grossa, si può parlare anche in modo più cortese e ammodo, soprattutto se vi trovate dinanzi una giovane fanciulla! O ritenete forse che imporvi con tanta rudezza possa giovarvi in qualche modo? Avrò anche sconfinato, ma di certo non intendo appropriarmi di nulla di vostro, come potete notare non ho niente con me, cosa pensate possa rubarvi? I bei fiori che crescono su questo prato? Altro non vedo, in questo posto.»

«Già ieri vi siete appropriata di una lepre che avrebbe egregiamente riempito il mio stomaco, potreste rifarlo anche oggi. Non mi sembrate così innocua come dite, milady» ribatté avvicinandosi.

Selene strizzò un po’ gli occhi e strinse le labbra con disappunto. «Noi donne siamo del tutto innocue, o almeno è questo che pensate voi uomini. Siamo esseri indifesi e per questo abbisogniamo della vostra protezione, non è questo che si dice di noi? E allora perché pensate che possa essere capitata qui con l’intenzione di arrecarvi danno? Non vi è mai passato per la testa che potessi essermi persa? Che in questo posto ci sia finita per sbaglio e non per calcolo?»

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