Debutto
Nei giorni seguenti alla notte a casa di David, non erano più stati da soli, loro due, impegnati in mille compere, commissioni e serate di gala.
Infinite erano le cose da fare: l’organizzazione del matrimonio, la grande festa per il debutto di Amanda e la scelta del mobilio, le stoffe, il corredo per la casa… Tutto nei pochi giorni che ancora li separavano dalla data stabilita.
Valéry aveva ricevuto una lettera di sua madre e David presto sarebbe andato a Guildford a prenderla, così anche Lady Faith avrebbe partecipato a quegli avvenimenti.
Camille, la sorellina di Valéry, era invece ospite di Lady Quinlan, felice di stare con la sua amica Charlotte. Ovviamente David aveva provveduto a rinnovare il guardaroba anche a lei. Valéry si sentiva in colpa per tutti i fiumi di denaro che venivano versati senza battere ciglio ma, contento lui…
Charles e Olivia Benton erano un caso a parte: entrambi avevano fatto finta di niente.
«Presto diventerete nostra zia», aveva detto Olivia con una risatina affettata e Charles aveva sorriso allegro.
“Hanno una gran faccia tosta, tutti e due”, aveva pensato Valéry.
«Spero siate felici quanto noi», aveva commentato il giovanotto.
«Non credo sia possibile, Charles. Non quanto voi», aveva risposto David con un ermetico sorriso e Valéry aveva trattenuto il riso.
Valéry aveva anche poco tempo per stare da sola, visto che sia di giorno che di sera era sempre circondata da un sacco di persone. Lord Baxton era la sua ombra e, quando gli affari lo impegnavano altrove, Seymour o qualcun altro di sua fiducia la seguiva da vicino.
La buona società aveva aperto loro le porte, incuriosita dalla strana coppia e desiderosa di trovare un argomento di conversazione, così come aveva predetto Lady Victoria.
«Puah», aveva sbottato la nobildonna, «quegli stupidi non vedono l’ora di infilare il naso nei vostri affari: i vostri natali e il denaro sono un biglietto da visita più che sufficiente per rendervi ben accetti. Il Perfido Lord e la Bella Decaduta, sembrate i protagonisti di un romanzo. Pochi giorni e non farete più notizia».
Mai parole furono più profetiche. In effetti, le prime volte tutti si voltavano a guardarli e bisbigliavano al loro passaggio ma, trascorsi solo pochi giorni, smisero di essere l’oggetto dei pettegolezzi della Londra bene, anche perché la coppia continuava a preferire la compagnia dei vecchi amici, con cui i due fidanzati trascorrevano ogni serata: cene, veglioni, concerti sotto gli occhi curiosi di tutto il ton.
«Riaccompagnerò io le signore», propose il barone Emery-Boyd, una di quelle sere, all’uscita dal King’s Theatre.
«Tu, invece, vieni con noi», ordinò Simon a David, trattenendolo per il braccio.
Pochi minuti dopo la loro carrozza si fermò davanti a Boodle’s.
«Mi dispiace, non posso accompagnarvi», si scusò David, prima di scendere dalla vettura. «Non sono socio».
«Non preoccuparti», lo spronò Adam, spingendolo giù dal predellino.
«Non credo sia il caso…», mormorò David inquieto, guardando con apprensione il bianco portone di St James’s Street.
«Hai intenzione di startene lì come una statua o vuoi entrare?», rincarò la dose Simon.
David sospirò. “Conosco tutti, lì dentro, e con metà di loro sono in affari. Perché mi faccio tanti scrupoli?”. Cercò di farsi coraggio. “E se rifiutassero di salutarmi? Se, sdegnati dalla mia sola presenza, mi voltassero le spalle, proprio gli stessi che cercano la mia compagnia al tavolo verde e mendicano il mio aiuto per risolvere ogni genere di questioni?”. Era in apprensione. Lì, in quel posto, si sentiva… vulnerabile, nudo.
In fondo, se amava frequentare i posti come la bisca di Lady Venom era proprio per avere ancora qualche contatto con quel mondo a cui non sentiva più di appartenere. Molti gentiluomini finivano le loro serate negli eleganti casinò dove erano accettati anche coloro che in posti come White’s o Boodle’s non avrebbero messo piede, nonostante possedessero fortune di tutto riguardo. Proprio in quei locali, dove molti erano in grado di minare interi patrimoni, lui riusciva ancora a far due chiacchiere con uomini di cultura e di spessore, poteva conversare di politica, economia e veniva a conoscenza di una miriade di informazioni che si erano sempre rivelate essenziali per la buona riuscita dei suoi affari.
Ora che aveva deciso di non mettere più piede in certi posti, si rendeva conto che avrebbe perso molti preziosi contatti. Certo, David era disgustosamente ricco ma era pur vero che la macchina infernale che doveva mantenere era un pozzo senza fondo. C’erano la casa vedovile di sua madre e la residenza a Bath, la tenuta di Oakham, i nipoti occulti di cui doversi occupare, gli sfizi di Edmund e le pressoché infinite esigenze di sua cognata che spendeva senza ritegno il suo denaro non solo come fosse un suo diritto, ma quasi un vero e proprio obbligo. Si era impegnato a provvedere a Charles e alla sua futura moglie e sicuramente non avrebbe interrotto le elargizioni alla scuola di Miss Langton. E poi, alla fine, c’era Valéry. Per loro due, ne era certo, sarebbe bastata una fetta molto esigua, ma lui voleva una bella famiglia, voleva dei figli, molti figli, e voleva dar loro tutto. No, non poteva mollare proprio in quel momento: avrebbe continuato, anche perché il rischio e l’azzardo negli affari gli procuravano una scarica di eccitazione che lo divertiva immensamente.
“Devi farti forza”, si disse. Tirò su le spalle e i suoi occhi assunsero lo sguardo risoluto e altero che solo nei momenti più bui aveva dimenticato. “Valéry merita un gentiluomo al suo fianco: fallo per lei”.
«Fallo per lei», gli fece eco il sussurro di Simon all’orecchio. «Quando abbiamo scoperto che non eri socio né qui né da White’s abbiamo proposto la tua candidatura», disse poi, a voce alta, mentre un impassibile lacchè in livrea bianco-oro li fece accomodare.
«Mi farete voi, da sponsor?», domandò David con piglio ironico ai suoi due nuovi angeli custodi.
«Noi? No». Simon rise e lo precedette nel lussuoso ingresso. «Ti occorrono ben altri santi in paradiso!».
«Si sono offerti niente po’ po’ di meno che… il tuo amico, Lord Bentinck, e mio suocero», gli spiegò Adam.
«Tuo padre? Il duca di Norwich?», chiese stupito a Simon.
«In persona! Era felice, ha detto, di ricambiare i tuoi favori: quali favori, non me l’ha voluto specificare». David cercò lo sguardo di Adam, che gli strizzò l’occhio, prima di sospingerlo nella sala da fumo.
La cosa che gli creava più apprensione era il sospetto intorno alla morte di suo padre e non certo gli altri scandali legati al suo nome. Di molti dei presenti conosceva segreti così oscuri che avrebbero fatto rabbrividire anche un criminale del calibro del famigerato Jonathan Wild. Tutti celavano i propri peccati come polvere sotto il tappeto: lui invece doveva occuparsi di nascondere quelli degli altri.
«In verità, c’è un sacco di gente che si è offerta di farti da padrino. Qui e anche da White’s», precisò Adam, serio.
David era stupito.
Entrò titubante. Era davvero in apprensione, come non gli capitava da moltissimi anni.
Al suo ingresso tutti i presenti si erano zittiti, quasi il tempo si fosse improvvisamente fermato, quindi cominciarono una serie di mormorii e parlottii sommessi.
David si rivide ragazzo, in mezzo a Simon e Adam proprio come in quel momento, nella piazza d’armi dell’Accademia, durante l’ispezione del mattino, la stessa tensione, lo stesso timore di avere qualche spiegazzatura alla giacca o gli stivali mal lustrati. Istintivamente si guardò le punte lucide delle scarpe. Deglutì.
Adam, ridendo, gli assestò una gomitata tra le costole. «Hai paura di non passere l’ispezione, Baxton?». David gli restituì la gomitata.
«Hai la stessa faccia di vent’anni fa, a Woolwich», rincarò la dose Simon.
«Tu, invece, hai un bel ricordo del primo anno, non è vero?», chiese David al visconte di Norwich, ben conoscendo la risposta. Le vessazioni degli allievi più anziani erano la norma, in Accademia, perché lì vigeva la regola che per imparare a comandare bisognava per prima cosa saper servire, indipendentemente dall’estrazione sociale. Tutto il contrario di Eton, dove i rampolli dell’aristocrazia come loro erano serviti e riveriti da compagni di più umile estrazione che con i loro servigi si mantenevano agli studi. A Woolwich, i giovani dovevano servire gli anziani, che, nel loro caso, si erano rivelati soggetti inetti, violenti e rancorosi. Non erano riusciti a piegarli però, nessuno dei tre, anzi, le prove e gli scontri li avevano resi più forti. Il conforto reciproco era stato il pungolo che li aveva costretti a stringere i denti, facendo di loro i migliori allievi che l’Accademia avesse avuto. In quel momento David, proprio come allora, in compagnia dei suoi amici si sentì più forte.
«Tranquillo! Sei fortunato che nel tribunale interno non ci sia più il marchese di Guildford, il nonno della tua bella: lui ti avrebbe sbattuto fuori a calci – e non solo da qui», scherzò Adam.
«Come fai a sapere che il marchese era un membro del tribunale del club? Non dovrebbe essere un segreto?»
«Vox populi…», fece l’amico, evasivo.
Comunque, ben presto tutti i presenti, chi prima chi dopo, si fecero avanti a scambiare due chiacchiere con il nuovo arrivato.
«Missione compiuta», esordì allegro il barone Emery-Boyd che era appena entrato in compagnia di Tristan Butley e Charles Baxton. «Le signore sono rientrate sane e salve nelle loro rispettive dimore».
«Zio, che piacevole sorpresa trovarvi qui, stasera!», lo salutò Charles con un sorriso sincero. «Sono proprio felice che abbiate deciso di essere dei nostri. Avete bisogno che io e papà vi facciamo da garanti?»
«No, non occorre. Il mio nome è già stato accettato, Charles, ma ti ringrazio ugualmente per la premura», spiegò David, benevolo.
«Avete deciso di mettere la testa a partito, David?». Lord Baxton si voltò e si trovò davanti Sua Grazia il duca di Norwich che lo guardava sorridente. «Mi dicono che dobbiamo a Miss Campbell il ritorno del figliol prodigo. Non mi stupisce, è straordinariamente graziosa. Fra i due litiganti…», proseguì poi ilare, indicando col mento il figlio più giovane che stava conversando con Charles Baxton. «Mi sembra, però, che si siano accorti abbastanza in fretta che non è pane per i loro denti».
Le labbra di David accennarono un impercettibile sorriso.
«E Tristan ha orientato i suoi interessi in un’altra direzione, una direzione molto più affine», spiegò Simon al padre, che si fece improvvisamente attento. Il duca di Norwich scrutò il figlio. «Tu e io dovremmo fare due chiacchiere».
«Non è me che dovreste torchiare, padre. Perché non chiedete direttamente a lui?»
«Lo farò. Sì. Lo farò», disse allontanandosi.
David rincasò tardissimo. Aveva preso l’abitudine di dormire a casa, nella sua stanza.
Si mise a letto. Era felice e soddisfatto.
«Boodle’s!», esclamò a voce alta.
“Boodle’s… e Valéry”, ripeté fra sé. “Valéry è il mio amuleto”, rifletté. “Da quando lei è entrata nella mia vita mi sono ripreso il mio posto nel mondo. Questa sera era bellissima. È sempre bellissima!”.
A teatro era seduto dietro di lei. Si era sporto per sussurrare qualche banalità all’orecchio solo per sfiorarle il lobo con le labbra, aspirando il delicato profumo di lillà che emanava dalla sua pelle. Valéry aveva voltato impercettibilmente il capo, offrendo la seta della guancia alla sua bocca in attesa e aveva abbassato lo sguardo, imbarazzata. Quel momento di perfetta intimità, vissuto a poche spanne dagli altri che, assorti, non badavano a loro, persi nella semioscurità del palco, lo aveva infiammato a tal punto da permettergli a stento di domare il desiderio. L’aveva rivista nuda, con le vesti sollevate, abbandonata sul giaciglio di fieno nelle stalle del collegio. Il solo modo che aveva trovato per tenere a bada i propri impulsi, resi ancor più feroci dal crescendo della musica, era stato stringere forte la sua mano inguantata.
Si sarebbe accontentato anche di un bacio, uno dei loro baci… L’ultimo se l’erano scambiato due settimane prima, a casa di sua madre.
“Dannazione, sto impazzendo!”, si disse, affondando la testa all’indietro tra i cuscini. Sentiva ancora sulle labbra il formicolio di quel dolce bacio sfiorato. “Speriamo che questi pochi giorni passino in fretta, perché non riesco più a resistere. Se penso che lei ha dormito in questo letto…”. Aveva afferrato un cuscino e se l’era premuto sulla faccia, soffocandovi un lamento. “Che voglia! Ma perché non l’ho portata subito a Gretna Green? No, no: meglio così, altrimenti altro che veglioni, amici, Boodle’s e tutto il resto!”. Sorrise. “Va benissimo così e fra poco più di una settimana non sarò più solo in questa camera, lei la dividerà con me”. La stanza accanto era diventata il boudoir di Valéry ma quel piccolo letto a canapè sarebbe stato solo per bellezza: lei avrebbe dormito con il marito, poco ma sicuro.
Era quella la felicità? Valéry, seduta davanti alla toilette guardava, senza vederla, la propria immagine riflessa nello specchio. Impaziente, aspettava David, che avrebbe accompagnato lei e Amanda in giro per la città.
«Dove ci portate, zio David?», chiese Amanda.
«Io e Valéry vorremmo farti un regalo».
La carrozza si era arrestata in New Bond Street e Valéry lesse l’insegna: “William Grey, orafo & gioielliere”. Non aveva idea che cosa David avesse in mente ma fu felice di aver portato con sé l’intero importo della sua ultima paga.
«Vorremmo che ci mostraste qualche collier», domandò David al signor Grey che si era affrettato a servirli. «Qualcosa di adatto a una fanciulla per la sua entrée».
Mentre gli altri erano distratti, Valéry si avvicinò a un altro bancone, scelse in fretta un oggetto e scrisse la dedica per l’incisione e l’indirizzo dove farlo recapitare sul foglio che il commesso le porgeva. Pagò senza farsi vedere e si riavvicinò a David.
«Hai visto qualcosa che ti piace?»
«Curiosavo…», disse indifferente.
«Valéry, che cosa ne pensi di questa?». Amanda stava indicando una bella collana con piccoli smeraldi. «Però mi piace anche quella con le ametiste».
«Io trovo più adatta quest’altra». Valéry indicò una parure di brillanti e perle, sapientemente alternati.
«Prendiamo questa», disse David al signor Grey.
«Ma zio, è troppo!».
«La recapiterete stasera».
«Certo Lord Baxton, come desiderate».
Amanda stava ancora ringraziando lo zio, quando, all’uscita dalla gioielleria, praticamente si scontrarono con Lord Butley che passeggiava insieme al figlioletto.
«Signorine, Lord Baxton», sollevò il cappello in segno di saluto e il piccolo fece un compito inchino.
«Buongiorno Daniel», lo salutò Valéry.
«Capitan Skin ha concesso un giorno di libera uscita al suo feroce bucaniere?», chiese allegra Amanda al bambino, che le fece un largo sorriso.
«Stavamo andando da Günter per un gelato, volete accompagnarci?», propose Tristan.
«Stavo per riaccompagnare le signorine, perché ho un affare urgente da sistemare», rispose David dispiaciuto. Poi ripensandoci: «Però, se avete un po’ di tempo – e non vi dispiace – potreste accompagnarmi tutti ai miei depositi. C’è qualcosa che potrebbe piacere molto a Daniel. Ovviamente se non vi disturba recarvi un po’ fuorimano».
«Ne saremo felici», rispose Tristan. E salirono tutti sulla carrozza di Lord Baxton.
Venti minuti dopo si fermavano davanti ai magazzini.
David li scortò di sopra, nel suo ufficio.
«Qui vive una bella signora…», disse aprendo la porta e sorridendo a Valéry. «Vi presento la mia Lovely».
Un setter irlandese si avvicinò scodinzolando. Daniel s’inginocchiò immediatamente davanti a una cesta che conteneva quattro cuccioli, che, felici, saltellavano e lo leccavano.
«Lovely è un fantastico cane da caccia, ha un fiuto spettacolare che spero i suoi cuccioli abbiano ereditato», disse David a Tristan e gli fece un cenno d’intesa. Tristan assentì col capo.
Lord Baxton sistemò i suoi affari in fretta e presto tutti furono pronti ad andar via.
«Avanti, Daniel, andiamo.» Il padre esortò il bambino, spingendolo delicatamente con la mano sulla testolina rossa e ricciuta.
«Papà, tono tanto belli…» mormorò il piccolo.
«È ora di andare» lo incoraggiò in modo più deciso e si diressero giù per le scale con Amanda.
David trattenne Valéry nel suo ufficio ancora un attimo. Attese di non essere visto poi la baciò. «Sono giorni e giorni che non ti bacio, amore». Si sciolse dal suo abbraccio a malincuore. «Da questo momento, quando sarò qui da solo, potrò ripensare ai tuoi baci» le sussurrò all’orecchio, mentre scendevano la scala.
Montarono in carrozza ma David attese ancora prima di ordinare al cocchiere di ripartire; infatti, Seymour li raggiunse.
«Credo che qualcuno abbia dimenticato questo» spiegò il giovane collaboratore, consegnando a Daniel uno dei cuccioli fasciato in una coperta.
«Papà, papà, posso?»
Tristan sorrise e annuì. «Ringrazia Lord Baxton, Daniel».
«Glazie, Signole» e, affidato il cucciolo ad Amanda seduta accanto a lui, buttò le braccia al collo di David e lo baciò.
«Come lo chiamerai, giovanotto?» chiese David commosso da quel gesto spontaneo.
«Non lo to». Il bambino aveva aggrottato la fronte, perplesso.
«Io lo chiamerei Capitan Skin» propose Amanda.
«Sì, Capitan Skin!» confermò il piccolo soddisfatto e, tornando al suo posto inciampò nel bastone di David. Lo raccolse e porgendoglielo chiese: «C’è dentlo una ppada?»
«Daniel!» lo ammonì il padre.
«Sei un vero bucaniere, piccolo. Sì» e mostrò appena la lama facendo scattare il pomolo d’argento. «Con il mio lavoro non si sa mai che incontri si possano fare: meglio essere preparati» spiegò semplicemente.
Passarono un bel pomeriggio e, gustato un ottimo gelato, riaccompagnarono Tristan e Daniel.
«È ttato un giolno bellissimo» disse convinto Daniel, reggendo tra le braccia cucciolo e coperta al momento di prendere congedo. «Glazie Milodd, glazie Miss Valély». Poi il bimbo si avvicinò ad Amanda, la guardò serie in viso ed esordì: «Miss Amadda, vollei sposalvi… pelò quando salò glande».
Amanda lo abbracciò e gli diede un bacio sulla fronte.
«Sono lusingata della vostra proposta, Mr Butley», rispose, emozionata, la ragazza.
«Andiamo Daniel», lo esortò il padre truce.
* * *
La grande sera del debutto era arrivata. Sarebbe intervenuto tutto il bel mondo.
David era appena tornato da Guildford portando con sé Lady Faith.
Era vero: la madre di Valéry stava bene, nonostante fosse ancora provata. Aveva riabbracciato le figlie, riuscendo a strappare lacrime di commozione anche a Lady Victoria.
Ora, in un raffinato abito scuro adatto al lutto che metteva in risalto la sua figura elegante, attendeva con gli altri, nell’atrio, l’arrivo degli invitati.
Valéry aveva indossato un vestito all’ultima moda di velluto verde smeraldo molto scollato e aveva al collo la collana di diamanti. Ormai pronta, stava temporeggiando al piano di sopra, osservando il via vai delle carrozze da una finestra del corridoio.
«Sei la creatura più bella che io abbia mai visto», le sussurrò David all’orecchio, dopo averla abbracciata da dietro. «Ti ho spaventata?»
«Se continui a cogliermi di sorpresa…». Valéry si era voltata e si era stretta a lui.
«Sei stata tu a cogliermi di sorpresa. Mi hanno recapitato questo», e le mostrò la tabacchiera in oro cesellato che aveva estratto dalla tasca.
«È una cosa da nulla», disse lei scrollando le spalle. «Puoi usarla per quei tuoi bastoncini accendisigaro».
«È bellissima, tesoro», le sussurrò commosso. Aveva trovato la scatola sulla sua scrivania, quella mattina, ed era rimasto stupito. Non riusciva neanche a ricordare l’ultima volta che aveva ricevuto un regalo. Valéry doveva aver speso tutto il suo denaro per lui. Aveva letto la breve incisione e si era emozionato: “tua”, c’era scritto dietro, un’unica parola, ma la più importante.
«Grazie David, per ogni cosa», gli mormorò.
“Lei sta ringraziando me! Non ha proprio capito che sono il suo schiavo e la amo alla follia”, pensò lui meravigliato e poi, a voce alta: «Voglio solo che tu sia felice: sei felice?»
«No, non del tutto».
«Che cosa desideri? Chiedi e lo avrai», le sussurrò premuroso, carezzandole il viso.
«Non sono ancora tua moglie», ripose sorridendo e, dimentica dei valletti che li stavano osservando, si sollevò sulle punte e gli sfiorò la guancia con un bacio.
«Solo pochi giorni», la rassicurò David, bussando alla porta della stanza in cui Amanda si stava preparando.
«Sei una vera bellezza», disse lo zio guardando con affetto la nipote. La ragazza era, fra tutti i Ragland, l’unica che somigliasse a David. Aveva gli stessi capelli corvini e grandi occhi neri e profondi. Le avevano acconciato i capelli dietro la nuca e in ogni ricciolo erano appuntati dei grappolini di perle che ben s’intonavano con la parure.
«Zio David, è magnifica», disse, toccandosi la collana.
«Tu sei magnifica. Sono qui solo per dirti che sosterrò la tua scelta».
«La vostra approvazione è molto importante, zio, per me e per la considerazione che mamma e papà hanno di voi. Una vostra parola può bastare a convincerli». Amanda lo guardò pensierosa. «Tuttavia non credo che la vostra intercessione possa influenzare anche qualcun altro».
«Io credo che non ce ne sia bisogno», osservò Valéry.
«Di sotto c’è già una gran folla. Ora noi scendiamo a cercare un posto strategico per assistere alla tua entrata». Baciò la mano inguantata della nipote.
Mentre scendevano le scale, Valéry vide sua madre che stava conversando con un distinto gentiluomo.
«Eccoti, cara. Desidererei presentarti un vecchio amico, Mr Conrad Grendville. Mr Grendville, mia figlia Valéry».
«Incantato, signorina», fece il signore, cortese. «Mi avevano riferito della vostra bellezza, ma in realtà non vi hanno reso giustizia», e rivolse uno sguardo d’intesa a Lady Faith. «Lord Baxton», disse poi facendo un impercettibile inchino a David, «vi ringrazio dell’invito: interverrò con vero piacere al vostro matrimonio».
«Sono io a ringraziare voi, Grendville», rispose David.
In quel momento, Amanda apparve in cima allo scalone e si levò un forte brusio. Tutti furono distratti dall’apparizione della festeggiata. Le madri spingevano i figli a far la corte alla bella ereditiera e in moltissimi facevano la fila per apporre il proprio nome sul suo carnet.
Valéry continuava a osservare incuriosita sua madre e quel gentiluomo. Era certa di non averlo incontrato prima, tuttavia aveva un’aria vagamente familiare.
«Chi è quell’uomo?», domandò a David, quando non poterono essere uditi.
«Conrad Grendville», rispose lui semplicemente.
«Ti ho domandato chi è, non come si chiama. Ormai ti conosco, quando mi rispondi così è perché vuoi tacermi qualcosa», disse con aria indagatrice.
«Non c’è nulla di segreto: è un rispettabile uomo d’affari».
«Interviene a un simile evento da solo? Non ha una famiglia? Una moglie, dei figli?»
«È vedovo e non ha figli».
«Ed è una vecchia conoscenza di mia madre», fece lei, scettica.
Amanda invece era molto delusa. Tristan si era avvicinato solo per porgere i doverosi omaggi a una debuttante di successo ed era stato glaciale.
Lei passava da una danza all’altra senza ricordare né i volti né i nomi dei suoi cavalieri, intenta a cercarlo tra la folla.
No, non era così che si era immaginata il suo debutto.
“Non si rende conto di essere ridicola”, pensò Amanda stizzita, mentre, tra le braccia di Lord Waterton, osservava Rose Frost flirtare sfacciatamente con Tristan. “Ma quando finisce questo valzer?”, si chiedeva, sempre intenta a osservare Lord Butley che conversava amabilmente ai bordi della pista.
«Miss Amanda, desidererei conferire con voi in privato». Henry Waterton la riportò alla realtà.
«Più privato di così», osservò Amanda, mentre volteggiava leggiadra.
«Io vorrei parlarvi…». Il giovanotto era titubante.
«Non credo ci sia nulla che non potrei ascoltare anche adesso, mi auguro», disse Amanda sulle spine. L’ultima cosa che avrebbe desiderato in quel momento era ascoltare una proposta di matrimonio e iniziò a scervellarsi per trovare le parole giuste per rifiutarla. E pensare che un tempo trovava tanto carino l’amico di suo cugino Charles.
«Il fatto è che non mi sembra il luogo più adatto per propormi a voi…».
«Henry», lo interruppe la giovane, «mi dispiace, ma quel luogo non esiste. Credo che sia più opportuno non continuare una conversazione che lascerebbe l’amaro in bocca a entrambi», concluse con un bel sorriso.
«Come desiderate, Amanda», rispose Lord Waterton più seccato che deluso.
«So per certo di non avervi spezzato il cuore e ora, per favore, scortatemi nel salone del rinfresco», disse categorica.
La serata stava abbondantemente deludendo le sue aspettative, pensò Amanda mentre si dirigeva da Valéry e da suo zio.
«Credo che tu abbia oscurato la stella di Olivia, mia cara», le disse David affettuosamente. «Da domani tuo padre dovrà passare il suo tempo ad ascoltare le profferte di tutti i tuoi pretendenti. Riesco a immaginare la sua gioia». David rise a quell’idea.
«Voi non ci crederete, zio, ma ho già ricevuto la mia prima proposta».
«Be’, invece non stento proprio a farlo. E chi sarebbe lo sventurato?»
«Come siete curioso».
«Interessato, direi. Molto interessato a tutto ciò che riguarda la mia nipote preferita», le sorrise gentile.
«Lord Henry Waterton», confessò.
«Avrai rifiutato, spero», chiese accigliato.
«Certo, anche se non comprendo il vostro disappunto».
«Neppure io», osservò Valéry, incuriosita dalla reazione di David. «Lord Waterton è un ottimo partito per ogni signorina».
«Certo, ma non per mia nipote». David pose fine al discorso in tono categorico, con un sorrisetto sardonico.
«Finalmente riusciamo a porgervi le nostre congratulazioni, Amanda», fece la contessa di Westbury, che si era avvicinata con il marito e il fratello.
«Mi ero quasi convinto che i vostri spasimanti non vi avrebbero concesso neppure un attimo per rifiatare», osservò il conte.
«Devo ammettere di essere un po’ stanca. Non vedevo l’ora che arrivasse l’intervallo», rispose la giovane.
Amanda era arrossita per la sola vicinanza con Lord Butley, che la stava osservando con un’espressione indecifrabile, senza proferire parola. Stare vicino a lui era quello che aveva desiderato per tutta la sera e Tristan, invece, sembrava fosse accorso ad assistere a un’esecuzione pubblica piuttosto che a un ballo di gala.
“Appresso a lui sto diventando anch’io taciturna e corrucciata. Non posso permettergli di spegnermi il sorriso. In fondo l’amore dovrebbe far diventare tutti felici: persino lo zio David è sempre contento adesso”, considerò. “Ecco, bene: è arrivata!”. Rose Frost, con Olivia e Charles, si era unita a loro.
«Lord Butley, non riuscivo più a trovarvi da nessuna parte», gracidò Miss Frost.
«Non mi sono mosso di qui, signorina», fece il giovane contrariato, alzando il sopracciglio. «D’altronde, dove volete che vada con questa gamba?».
«Con tutta questa gente è facilissimo perdersi di vista», osservò Charles. «La nonna sarà ben felice del successo di questa serata. Ho raccolto qualche commento qua e là e tutti sono concordi nell’affermare che è una delle soirée più riuscite della stagione».
«Non c’è da stupirsi: le feste di Lady Victoria sono quasi leggendarie», commentò Rose Frost, con una confidenza che mai le era stata concessa.
«Basti pensare che dell’entrée di mia sorella Eloise si parla ancor oggi, ed è stata proprio lei a organizzarla», si vantò Charles.
«E tua sorella ha trovato subito marito, se non sbaglio», s’intromise Olivia. «Cara Rose, se avessi chiesto a Sua Grazia di organizzare il tuo debutto, ora saresti in procinto di sposarti, proprio come Amanda».
«Come?», fece Amanda sbigottita. «Non so di che cosa tu stia parlando».
«Dobbiamo farti le congratulazioni o è ancora troppo presto? Sappiamo per certo che hai ricevuto un’ottima proposta, di quelle impossibili da rifiutare», continuò Charles brioso.
«Nulla è impossibile», rispose per lei David, fulminando il nipote con uno sguardo.
«Il fatto è che siamo così felici, che vorremmo che tutti i nostri amici lo fossero al pari nostro, giacché il matrimonio è il coronamento di tutta l’esistenza», disse Olivia decisa, battendo le mani. «Anche voi, Tristan, dovreste trovarvi una moglie». La giovane aveva rivolto uno sguardo d’intesa alla cugina e continuò a rimproverare Lord Butley con aria saputa: «Non è giusto né per voi né per vostro figlio che viviate nel rimpianto. Poi Daniel – si chiama così vostro figlio, vero? – ha sicuramente bisogno di una madre».
«Mi dispiace deludervi, Olivia, ma io non ho bisogno di una moglie e ancor meno di una madre per mio figlio. Daniel ha una nonna e delle zie amorevoli che non gli fanno mancare l’affetto di una figura femminile, anzi trovo davvero triste usare un bambino come pretesto per un matrimonio. Vi ringrazio comunque per la solerzia. Ora, se volete scusarmi…». Accennò un sorriso forzato e si allontanò.
Ad Amanda il cuore fece un balzo nel petto. Avrebbe tanto desiderato correre in camera a piangere. Durante quel battibecco lui aveva guardato proprio lei, torvo e arrabbiato, e poi se n’era andato, lasciandola lì, confusa.
Eh sì, si era completamente ingannata, sul suo conto. Aveva creduto di piacergli – anche Valéry ne era convinta – invece, non solo lei gli era del tutto indifferente, ma la rimproverava di voler usare Daniel per arrivare a lui. Come spiegare altrimenti lo sguardo astioso che lui aveva le aveva rivolto quando avevano accennato al figlio?
Era un vero disastro perché ora ne era proprio certa: lo amava e il suo affetto per il bimbo era sincero.
Con una scusa si allontanò dagli altri e si rifugiò in giardino. Aveva bisogno di restare da sola. Si appoggiò al parapetto e prese a respirare sempre più forte senza riuscire a trattenere le lacrime.
«Miss Quinlan… Amanda…». Tristan era dietro di lei, appoggiato al muro.
La ragazza si voltò di scatto e si asciugò una lacrima con le nocche. «Sono un po’ stanca», si giustificò.
«Deve essere molto snervante stare al centro dell’attenzione e dedicare le vostre premure a noi tutti». Si era accostato alla balaustra, accanto a lei. «Vorrei domandarvi perdono per la mia scortesia di poco fa».
«Non dovete», rispose seccata la ragazza. «Avete chiaramente espresso i vostri intenti, non dovete scusarvi per questo, tantomeno con me». Tutto poteva tollerare tranne la sua commiserazione, poiché si era convinta che Tristan avesse ben compreso quali fossero i sentimenti che nutriva per lui.
«Con voi finisco sempre per fare la figura dello scorbutico».
«Perché, non lo siete?». Le sue labbra s’incresparono in un debole sorriso.
«A quanto pare, lo sono diventato».
«Siete pienamente scusato: Olivia e Rose sanno essere molto invadenti», disse d’impulso. Poi, resasi conto del commento troppo pepato, proseguì: «Vogliate perdonare il mio sfogo ma, come avrete compreso, quelle due signorine non sono tra le mie frequentazioni preferite».
«Mi sarei stupito del contrario. Allora, dobbiamo farvi le congratulazioni?», chiese poi, cambiando discorso.
«Non so a cosa vi riferiate, tutti quanti», fece seccata.
«Visto che Miss Louise Emery-Boyd ha accettato la proposta di Gerard, anche Henry Waterton, come i suoi amici, ha deciso di porre fine al proprio celibato: non ha fatto mistero delle sue intenzioni nei vostri confronti».
«E io, secondo tutti voi, non attendevo altro che una sua proposta?», osservò con disappunto.
«Non è così?»
«No».
«Probabilmente è ancora troppo presto per prendere una decisione che v’impegnerà tutta la vita».
«Siete in errore. Nulla potrà convincermi ad accettare Henry Waterton né ora, né mai. Io so esattamente cosa voglio e non dipende certo dall’età».
«E che cosa volete, se posso chiedere?»
«Voi potete chiedere, io posso non rispondere».
«Avete un modo molto elegante per dirmi di farmi gli affari miei». Rise.
«Mi sembra di aver sempre risposto a ogni quesito che mi abbiate rivolto».
«Allora vi riformulo la domanda: che cosa desiderate, Amanda?». Lei tacque e distolse lo sguardo. «Posso chiedervi se ha a che fare con me?».
Ancora una volta lei non rispose, poi si voltò e lo guardò fisso prima di sbottare. «Certo che avete una bella faccia tosta! Così io avrei usato vostro figlio per arrivare al padre?». Era arrabbiata e stava sfogando su di lui la sua frustrazione.
«Non mi stavo riferendo a voi», rispose interdetto. Lei l’aveva colto in contropiede.
«No? Be’, strano. Avrei detto il contrario, dal momento che sono l’unica a conoscere Daniel. Mi dispiace avergli mostrato la mia simpatia e mi dispiace ancor di più che essa sia corrisposta».
«Avete frainteso: volevo dire che non trovo giusto sposarsi solo per trovare un genitore al proprio figlio. Per quel che mi riguarda non è una motivazione accettabile per un matrimonio», spiegò. «Anche se devo ammettere che io e lui abbiamo gli stessi gusti, in fatto di donne», e fece un sorriso furbesco.
Amanda lo scrutò, un po’ più calma. «Sto prendendo in seria considerazione la proposta di Daniel», disse, per allentare la tensione. «Dovrò aspettare un po’, almeno fino a quando “salà glande”, ma almeno non correrò il rischio di prendere decisioni affrettate, come la vostra natura prudente sembra suggerire, signore», scherzò la ragazza.
«La mia natura prudente? V’ingannate, amor mio, la mia natura è tutto fuorché prudente: adesso però non posso più essere avventato e non lo voglio per voi». Si era fatto più vicino e le aveva sfiorato una guancia con la punta delle dita, in un gesto molto intimo. «Avevo la vostra età e, incosciente, sono partito per la Spagna. Ridevo. Ero ansioso di legare il mio nome a quante più battaglie possibile. Se non ci fosse stato Adam a tirarmi fuori dai guai e a far di me un uomo, sarei morto al primo scontro. Sconsiderato, ho fatto la corte alla prima ragazza carina che ho incontrato in mezzo a un mare di soldati, dopo anni di guerra. Era allegra e dolce e, senza che io me ne accorgessi, lei si sentì impegnata; mi sono ritrovato fidanzato senza sapere come. Quando persi la gamba, le dissi di ritenersi sciolta dal nostro legame, che non l’avrei obbligata a restare vicino a uno storpio per il resto della vita: ero addirittura sollevato. Ma lei mi amava, non ne volle sapere di lasciarmi. Poco dopo giunse la notizia che suo padre era tra i deceduti. Che potevo fare? Era sola al mondo, aveva solo me. Ci sposammo appena fui in grado di stare seduto nel letto e un attimo dopo rimase incinta di Daniel. Fu una gravidanza difficile. Mi ritrovai solo e con un figlio otto mesi dopo. Povero cuore, è passata nella vita come una meteora e non ha neppure il mio rimpianto, solo il senso di colpa che non m’abbandona mai».
«Non è vero!», esclamò la ragazza. «Avete Daniel e questo ha arricchito la vostra vita e vi ha permesso di lasciare in questo mondo il vostro segno, così come lei vi ha lasciato il suo. Nasceranno nuovi frutti dal vostro legame, anche se è stato più breve di una stella cadente. E, in più, non vi ha abbandonato quando ne avevate più bisogno, allo stesso modo avete fatto voi con lei. Siete sicuro che se vi avesse lasciato allora, voi sareste stato meglio?»
«Siete davvero molto saggia e io devo esserlo più di voi. No, non sarò avventato e, vi ripeto, non lo permetterò a voi».
«E ci condannerete all’infelicità?», strillò Amanda con le lacrime agli occhi.
«Sai chi hai davanti?». Tristan aveva alzato la voce.
«Sì, io lo so. Siete voi a non sapere chi sia io».
«Quando ci troveremo di fronte l’uno all’altra e tu mi vedrai come sono… Non è un bello spettacolo vedere un uomo a metà».
«Non è mia abitudine guardare un uomo dalla cinta in giù».
Tristan le afferrò la mano e la obbligò a toccare il legno che occupava il posto della sua gamba. «Prima o poi dovrai guardare: ecco!», le sbraitò in faccia, con lo sguardo in fiamme.
Amanda strappò il proprio polso dalla sua stretta e lo fissò un attimo prima di parlare. «Bene! Sentite: da domani andrò a tutti i balli, agli spettacoli e a ogni stupida riunione mondana che questa insulsa, assurda Stagione offrirà ancora. Accetterò la corte di tutti coloro che si presenteranno alla mia porta. Lascerò passare un anno, poi mi aspetto che veniate a farmi la vostra proposta. Proposta che io accetterò». Gli voltò le spalle e stava per rientrare, ma lui la afferrò per il gomito e la fece voltare.
«No. Senti tu! Io adesso entrerò lì dentro, cercherò tuo padre e gli chiederò la tua mano. Spero che mi dia il suo consenso, perché sono disposto ad aspettare quanto lui riterrà opportuno. In caso contrario, tornerò qui e ti chiederò se mi accetterai comunque. Mio figlio non ha bisogno di una madre, io non ho bisogno di una moglie. Io ho bisogno di te!».
Amanda gli volò tra le braccia. «Non dovrai tornare da me: la mia risposta è sì! Sì, sì e ancora sì».
«Mai debutto fu più rapido», sorrise e la baciò stringendola forte.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione


