UNDER MY BED - Capitolo 1 di 3

FLEUR DU MAR


 La Notte di Samhain

 

La birra mi cola lungo i capelli, fredda e appiccicosa, e penetra sotto il costume da fantasma che ho indossato per la festa. Le risate echeggiano nella sala comune della confraternita, rimbalzano contro le pareti decorate con ragnatele finte e zucche intagliate. Qualcuno abbassa il volume della musica fino a farla sparire, coperta dal chiacchiericcio dei presenti.

Sloane mi guarda dall’alto in basso, strizzata nel suo abito da coniglietta mannara che mette in risalto un corpo perfetto. Le labbra, dipinte di rosso sangue, si piegano in un sorriso crudele.

Mi sono illusa che fosse cambiata. Speravo che la pausa estiva l’avesse fatta maturare. Da settembre, rientrate dalle vacanze, mi aveva ignorata: nessun commento sui miei vestiti sformati, sul seno prosperoso o sui fianchi generosi che rendono aderenti anche i miei abiti extra large.

Jenny e Poppy, le migliori amiche di Sloane, ridacchiano.

«Ops, che sbadata che sono. Accidenti!» L’innocenza che trasuda dalla voce di Sloane non mi inganna, e la bottiglia di birra che ha in mano è una prova schiacciante di quanto sia stronza. Non è stato un incidente, ma nessuno si prenderà la briga di farglielo notare. Perché qualcuno dovrebbe difendere Rowan, la sfigata del secondo anno?

Poppy si sporge in avanti. Le sue splendide ali nere da angelo caduto proiettano un’ombra inquietante alle sue spalle. Mi scatta una foto con il cellulare e la mostra a Jenny, che ride ancora di più.

Gli occhi di tutta la sala sono su di me. I ragazzi della confraternita maschile mi fissano con espressioni che oscillano tra l’imbarazzato e il divertito.

Che stupida.

Avrei dovuto immaginarlo, ma quando Sloane si è presentata nella mia stanza questa mattina, la parte di me che desidera tanto essere normale ha voluto crederle. Il risultato è che adesso sono qui, con la birra che mi impregna il costume da fantasma e l’umiliazione che mi infiamma le guance.

«Scusate.» La voce mi si spezza. Faccio appello a tutte le mie forze per mantenere un minimo di dignità e mi giro per andarmene.

«Ehi, Rowan,» mi chiama uno dei ragazzi. Non ricordo il suo nome, forse Craig o Colin. «Non te ne andare, la festa è appena iniziata!»

Altri scoppi di risa. Mi mordo il labbro così forte che sento il sapore del sangue mischiarsi a quello della birra. Esco dal salone della confraternita, scendo i gradini esterni e mi incammino verso il dormitorio femminile.

L’umidità della notte ha reso scivolose le pietre del vialetto e le suole delle mie scarpe da ginnastica slittano di tanto in tanto. Il St Andrews, con le sue costruzioni gotiche, sembra uscito da un romanzo di Lovecraft e stanotte è ancora più spettrale. Eppure i veri mostri non vivono nelle pagine dei romanzi horror.

La gelida aria autunnale penetra attraverso i vestiti bagnati e mi fa battere i denti.

Passo davanti a gruppi di studenti in costume che si dirigono verso l’edificio della confraternita maschile. Alcuni camminano guardando il cellulare, la luce fredda dello schermo distorce i lineamenti dei loro volti, resi mostruosi dalle maschere. Un ragazzo vestito da Tristo Mietitore mi passa accanto assieme ad altri cinque con il costume da scheletro. Solleva il capo, mi osserva e si immobilizza. Il suo sguardo insistente mi mette a disagio. Ho i capelli appiccicati al viso, il trucco sfatto e puzzo di birra. I suoi amici si fermano, guardano lui, poi me. Uno di loro mi indica col mento e passa il cellulare al resto del gruppo.

Un gelo che non ha niente a che vedere con la temperatura esterna mi fa irrigidire. Poppy ha messo online la mia foto? Scappo via, con il viso in fiamme e le lacrime che mi annebbiano la vista. Idioti. Tutti uguali.

Inciampo sul primo gradino della scalinata. Le mani attutiscono il colpo, ma il ginocchio sinistro brucia e quando mi rialzo sono costretta a zoppicare fino al portone. Infilo la chiave nella toppa, attraverso l’atrio al buio e salgo le scale a due a due fino al secondo piano. Il fiato si spezza. Il cuore martella.

Raggiungo la mia stanza e mi chiudo la porta alle spalle con un tonfo che risuona nel silenzio. Mi ci vuole un momento per rendermi conto che sto ancora piangendo.

Sei patetica, Rowan.

Cammino fino allo specchio appeso alla parete. La ragazza che mi fissa fa pena. Il cerone sul viso è colato insieme al rimmel e il bianco spettrale ha assunto un colore grigiognolo. I capelli rossi sono appiccicati alla testa in ciocche umide. Il costume da fantasma, che avevo scelto perché mi copriva bene, adesso mette in risalto tutto ciò che vorrei nascondere.

«Ammettilo,» dico al mio riflesso. «Hanno ragione.»

Con gesti stizziti mi sfilo il costume e lo getto in un angolo. Entro in doccia e lascio che l'acqua bollente lavi via ogni cosa, inclusa la vergogna.

«Non ce la faccio più,» singhiozzo. Mi stringo le braccia al petto e mi accuccio in un angolo, finché la pelle non raggrinzisce.

Quando esco, avvolta nell’asciugamano, la stanza è immersa nel buio più totale. Va bene così. L’oscurità nasconde ciò che vorrei nessuno vedesse. L’orologio sul comodino segna la mezzanotte.

Samhain. La nonna sostiene che sia il momento dell’anno in cui la barriera tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti si fa più sottile. Peccato che io non ci abbia mai creduto, non mi dispiacerebbe un aiuto soprannaturale, magari per ricambiare lo scherzo di cattivo gusto di Sloane. Con un sospiro, indosso la biancheria intima e il pigiamone, poi mi infilo sotto le coperte. Il materasso scricchiola sotto di me, giudicandomi. Tiro le coperte fino al mento e fisso il soffitto.

Non piango solo perché ho esaurito le lacrime. Le palpebre si fanno pesanti, il respiro rallenta e finalmente il buio mi inghiotte.

 

 

Mi sveglio di soprassalto con un senso di paura che mi fa accapponare la pelle. Spalanco gli occhi nel tentativo di mettere a fuoco la stanza.

C’è qualcuno.

Lo sento nelle ossa. Un istinto primordiale mi dice che non sono sola.

L’ambiente è buio, solo il bagliore argenteo della luna filtra attraverso la tenda. L’orologio sul comodino segna le tre e trentatré.

L’ora del diavolo.

Immobile, con le dita strette alle coperte, trattengo il respiro e mi auguro che il mio cuore impazzito non faccia troppo rumore.

Un fruscio di stoffa mi fa irrigidire. Qualcosa si muove sotto il letto.

Cazzo. Cazzo. Cazzo.

«Chi c’è?» La mia voce è un sussurro strozzato.

Il fruscio si ferma.

Silenzio.

Poi un sospiro, basso e profondo, mi fa tremare di puro terrore. Sembra venire da molto lontano e allo stesso tempo da troppo vicino.

«Non aver paura, Rowan.»

Oddio. C’è davvero qualcuno nella mia stanza. «È vietato entrare nel dormitorio femminile,» balbetto. La mia voce è un pigolio che non spaventa proprio nessuno. «Chiamo la sicurezza se non te ne vai.» La verità è che non ho idea di dove sia il cellulare e sono troppo spaventata per allungare una mano e cercarlo.

«Non farlo.» La voce è più vicina, sembra provenire dallo spazio buio tra il letto e il comodino. «Non sono qui per farti del male.»

«Allora cosa vuoi? Se è un altro scherzo di Sloane, giuro che...» Le parole mi muoiono in gola.

«Sloane?» Chiunque stia parlando, pronuncia quel nome con disgusto.

Una nuvola avvolge tutta la stanza e io precipito in un’oscurità totale. Poi il chiarore della luna torna a fare capolino dalla finestra. Sbatto le palpebre, confusa. Forse sto sognando. Deve essere così, perché tutto questo non può essere reale. Magari la birra conteneva un allucinogeno. Non sarei sorpresa di scoprire che questo è l’ultimo scherzo crudele di Sloane.

«Non lavoro per quella stupida.» Eppure la voce è qui, presente e si è fatta più nitida. L’ombra del letto si allunga, si restringe, si gonfia. Si stacca dal pavimento come fumo nero e denso. Pietrificata, non riesco a distogliere lo sguardo dalla nuvola che ondeggia poco distante da me.

Sei una donna di scienza, Rowan. Non può essere reale.

Ma non è un sogno, perché in quell’oscurità intravedo tratti che ricordano un volto. Gli occhi sono la prima cosa che diventa definita: due fessure dorate che emanano un bagliore inquietante.

Un refolo di fumo guizza sul mio viso e mi tappa la bocca prima che io possa gridare.

«Shh.» La cosa si china su di me. «Non urlare. Ascoltami.»

Sulle labbra avverto qualcosa di freddo, ma non è possibile, come può la nebbia essere solida?

L’ombra si china su di me, immensa, e io chiudo gli occhi in attesa della morte.

Il tempo si dilata fino a fermarsi, d’un tratto avverto uno sbuffo gelido che mi accarezza il collo.

«Adesso sposterò la mano e tu manterrai la calma. Siamo d’accordo?»

La voce ricorda lo stridio delle unghie sulla lavagna, eppure, dopo un attimo d’esitazione, mantiene la promessa. Il refolo di fumo si ritrae e io d’istinto mi tasto le labbra.

«Bene.» La creatura è così alta che deve piegarsi per non toccare il soffitto con le corna lunghissime e ricurve. Ogni volta che sbatto le palpebre, ho l’impressione che cambi forma, che si faccia più umana. Non ci sono più solo gli occhi gialli, le fattezze di un corpo emergono dai riccioli di fumo. È come se qualcuno stesse plasmando un pezzo di notte a suo piacimento, creando artigli dove dovrebbero esserci mani, e inserendo denti bianchi e aguzzi come quelli di uno squalo all’interno di un volto dai tratti quasi umani.

«Mi chiamo Kier.»

Il fatto che quella “cosa” abbia un nome e si presenti, se possibile, mi fa tremare ancora di più. Non riesco a muovere un muscolo, altrimenti sarei già scattata verso la porta.

La creatura si china su di me, il volto sempre più definito. «Non vuoi dirmi il tuo nome?»

La nonna, quando ero piccola, mi diceva sempre che i nomi hanno potere e non bisogna darli agli sconosciuti. Men che meno ai demoni, presumo. Eppure, senza rendermene conto, balbetto un «Rowan» con voce strozzata.

Kier inclina il capo di lato e mi studia. È a un soffio dal mio viso, il suo respiro puzza di zolfo e mi accarezza la pelle con un ritmo lento e imperturbabile. I denti minacciosi mi inducono a indietreggiare fino a sbattere contro la testiera del letto. Tiro le coperte fino al naso come se potessero farmi da scudo contro quel mostro.

«Non devi temermi. Sono qui solo per farti un’offerta.»

«Un’offerta?» Sono talmente sbalordita che la coperta mi scivola di mano. Kier ne approfitta e allunga un artiglio verso il mio viso. Trattengo il fiato per la paura e lo sconcerto.

«Sono un demone, ma non intendo farti del male. Vedi,» continua, facendo scivolare l’artiglio dalla guancia fino al colletto del mio pigiama. «Sono stato maledetto molto tempo fa e trasformato in... questo.» C’è rabbia in quell’ultima parola. Chiude la mano a pugno, la agita sotto il mio naso. Refoli di fumo gli vorticano attorno e si disperdono nell’aria. «Mi hanno condannato a vivere sotto i letti, solo, mostruoso. Ti sembra giusto?»

Scuoto il capo senza distogliere l’attenzione da lui, pronta a fuggire al primo segno di attacco.

«Ma poi sei arrivata tu.»

Io? «C-cosa intendi?»

Kier tende le labbra in quello che forse vuole essere un sorriso, ma la sfilza di denti lunghi e affilati non mi tranquillizza affatto.

«Sei perfetta.» Si avvicina ancora. Il suo corpo emana un gelo indescrivibile, come se la sua presenza risucchiasse tutto il calore della stanza. «Stanotte ti ho sentita. Il tuo dolore, la tua rabbia, il tuo desiderio.»

«Quale desiderio?» Le mie guance si imporporano nonostante il freddo. Non può conoscere i miei pensieri. Non può.

«Tu vuoi essere vista.» Non riesce a nascondere del tutto una punta d’ironia nella sua voce. «Vuoi essere desiderata e io posso darti tutto questo.»

Le sue parole mi colpiscono come uno schiaffo. Faccio pena persino ai demoni?

Non capisco cosa mi accada, ma il terrore viene sostituito da una rabbia incontrollabile. Gli premo le mani sul petto immenso e lo spingo via. «Come ti permetti! Come osi parlarmi così? Credi di potermi prendere in giro anche tu?»

Gli occhi di Kier diventano ancora più luminosi. Due fari accecanti nella notte pallida. «Non lo farei mai,» dice imperterrito. «Ho un patto da proporti. Concedimi una notte con te e ti darò ciò che desideri. Nessuno ti prenderà più in giro. Le persone ti vedranno per quello che sei veramente.»

«E cosa sono?» Odio il modo in cui la mia voce trema.

«Bellissima.»

La parola resta sospesa nell’aria.

Non me l’ha mai detto nessuno ed è patetico che io ne abbia così bisogno che il mio cuore sfarfalla anche se il complimento arriva da un mostro.

Vorrei scacciarlo, ma quella parte disperata, che stasera ha pianto sotto la doccia, vuole credergli.

«Una notte,» ripeto. «E tu cosa ci guadagni?»

«La libertà.»

Mi mordo il labbro. Devo essere davvero matta se sto considerando di fare un patto con un demone che vive sotto il mio letto. Poi penso a Sloane, ai suoi occhi crudeli, alle risate di scherno. Alla foto che potrebbe essere già sui social a decretare la mia fine. Sono stanca di vivere nascosta dietro maglioni oversize, di essere in guerra con lo specchio e la bilancia. Sono stanca di sentirmi sbagliata.

«Cosa... cosa dovrei fare?» Le parole escono prima che possa fermarle.

Kier si inginocchia davanti al mio letto, forse per non spaventarmi con la sua mole enorme. Le corna sono gigantesche, contorte e appuntite sfiorano la tenda della finestra. È una massa d’ombra, fredda e orribile. Dovrebbe terrorizzarmi e lo fa, ma provo anche qualcos’altro. Qualcosa che non so definire.

«Devi donarti a me,» dice. «Lasciarti toccare senza paura. Solo per questa notte. La notte di Samhain.»

Oh. Cazzo. Sta parlando di sesso?

Ovviamente sta parlando di sesso.

«Io... io sono vergine,» balbetto, e prego che il letto si spacchi e il pavimento mi inghiotta in questo istante perché non credo di aver mai toccato un punto tanto basso nella mia vita.

«Lo so.» Uno scintillio di denti candidi guizza per un attimo sul suo volto. «I patti si sigillano col sangue, sempre.» La voce però si fa più morbida. «Sarò gentile. Non ti farò male, Rowan. Devi avere fiducia.»

Perché dovrei fidarmi di un demone? Non c’è ragione. Eppure gli credo. Forse perché nella sua voce c’è una sincerità che non ho mai sentito in nessun altro. Forse perché sono disperata. O forse perché, per quanto terrificante sia il suo aspetto, c’è qualcosa nei suoi occhi che mi fa sentire capita. In fin dei conti siamo prigionieri entrambi: lui delle ombre, io di un corpo che non mi piace.

È una follia, lo so, ma non ho più nulla da perdere.

Per questo prendo un gran respiro e rispondo: «Va bene. Facciamolo.»


 


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