Percorro il corridoio al riparo della tesa del cappellino da baseball, schermata da un paio di occhiali grandi e scuri, più adatti a una cosplayer de “la Mosca” che alla mia fisionomia minuta.
Sbircio i nomi sulle porte fino a leggere il mio, quindi abbasso la maniglia ed entro, non trovando niente di nuovo rispetto ad altri camerini asettici degli studi televisivi.
Ci sono mobili prodotti in serie, un cesto di frutta, degli snack e dell’acqua, un appendiabiti e uno specchio abbastanza grande e luminoso da farti notare le rughe che spunteranno nel prossimo decennio.
«Sei in ritardo.»
La mia agente, Ji-Min, non alza lo sguardo dallo schermo del cellulare, facendola sembrare un arredamento umano molto fastidioso.
«Ringrazia che sono venuta.»
Lancio lo zaino sulla consolle, insieme a cappellino e occhiali. I miei capelli si liberano in una nuvola di riccioli neri, come i serpenti di Medusa tenuti a bada sotto il turbante.
«Cristo. Sei verde. Hai ingoiato una lucertola stanotte?»
La guardo malissimo, senza sortire alcun effetto, perché le persone come lei hanno incassato e schivato così tanti colpi da non scomporsi più di tanto, soprattutto se si tratta di una portoricana della periferia newyorkese che ha appena vinto un Grammy con una canzone andata virale sui social media.
Sì, ogni tanto i colpi di fortuna esistono.
«Non voglio fare quest’intervista.»
Appoggia il cellulare sul bracciolo della poltrona, puntando gli occhi piccoli e aguzzi su di me. Le sue origini asiatiche la rendono particolarmente minacciosa anche quando non la faccio incazzare, figuriamo adesso.
«Ho già abbastanza clienti pretenziosi, arroganti e boriosi senza aggiungere anche te alla lista.»
«Ti ho spiegato qual è il problema.»
Prende dalla pochette la sigaretta elettronica, svapando una nuvola bianca all’aroma di frutti di bosco.
Credo che lo faccia per darsi un tono, ma il risultato finale è solo quello di intossicarsi i polmoni con delle sostanze chimiche.
«Sbagli approccio. Il fatto che tu abbia avuto una relazione con lui non è un problema, ma un vantaggio. Lo share di questa trasmissione sarà alle stelle. Le casalinghe disperate di tutta America sono incollate alla tv in attesa del vostro faccia a faccia.» Si alza in tutto il suo metro e cinquanta di testardaggine. «Due ragazzini dello stesso quartiere che hanno raggiunto l’Olimpo.»
La porta si apre e Adamo, il mio truccatore, fa il suo ingresso ammantandoci di Chanel Nr. 5 e paillettes alle otto del mattino.
Avrei un problema solo a pensare a tutto quello scintillio prima che il mio caffè quotidiano entri in circolo.
«Merda» commenta nella sua lingua d’origine osservandomi. «Avrò portato abbastanza fondotinta?»
Non sono in grado di affrontare anche lui, non dopo la notte che ho trascorso.
Ho avuto un sonno agitato, fatto di immagini, ricordi, frasi frammentate, brividi, emozioni.
È stata un’impresa portare Maribel a scuola senza mostrare segni di squilibrio a mia figlia.
Adamo e Ji-Min iniziano la loro analisi puntigliosa dell’outfit che è stato scelto e su quale sia il trucco migliore.
Altalenano lo sguardo da me allo stand aumentando la mia irritazione a livello stellari, tanto che decido di indossare gli auricolari per isolarmi dai miei due aguzzini.
«Avanti» cantilena Adamo dopo tre rintocchi decisi sulla porta.
Io mi sto appollaiando sulla poltroncina girevole, convinta che sia uno degli autori del programma che viene a fare gli onori di casa.
Peccato che la fortuna mi abbia già graziata una volta e questa mattina non mi venga incontro.
«Santa Maria d’amore accesa» sospira Adamo in italiano, in direzione del nuovo arrivato che sembra pronto per l’ennesima copertina di GQ.
Ha già la sua tenuta d’ordinanza per lo show: pantaloni sartoriali blu, camicia bianca su misura e scarpe fatte a mano.
Elegante, raffinato e semplice.
Perfetto, maledetto lui.
Il mio cuore, quel piccolo organo traditore, inceppa il suo ritmo regolare per poi iniziare una folle corsa.
Jomar Santiago è sempre stato di una bellezza devastante: pelle colore del caramello, il volto scolpito da una mano divina, capelli folti e due occhi neri, così profondi da rischiare di annegarci.
Proprio quello che ho fatto io quando ero una diciottenne affamata di vita e bisognosa di attenzioni.
«Lisbet.»
Qualcosa dentro di me trema, come se il mio nome che esce da quelle labbra rimescolasse tutti i frammenti in cui ha spezzato il mio cuore.
Avanza verso di me, senza che lo abbia invitato a farlo, rammentandomi che è riuscito a diventare uno dei volti più amati d’America proprio perché non si è mai preoccupato di chiedere il permesso a chicchessia.
È andato avanti per la sua strada fregandosene di chi doveva scaricare sul ciglio, senza guardarsi indietro.
Forse proprio per questo motivo io sono arrivata al successo per puro caso, perché non ho il coraggio di ingranare la marcia al mio caterpillar emotivo e andare avanti.
I nostri occhi non si sono mai lasciati dal riflesso nello specchio, come se ci fosse una linea diretta tra il mio cervello, che gli recrimina l’abbandono e l’assenza e il suo, che tenta di spiegare ragioni che non voglio ascoltare.
«Jomar, sei favoloso. È sempre un piacere per gli occhi vederti.»
Potrebbe continuare a guardarmi da sopra la mia agente ruffiana, ma decide di essere educato e spendere qualche convenevole con lei.
«Noi possiamo cominciare?» richiamo Adamo in modo brusco, tanto che lui perde quell’aura adorante per raggiungermi.
«Abbiamo un problema, amore?»
Sì, ce l’ho, ma quando mi è stato accreditato il primo bonifico a sei zeri, ho giurato che non mi sarei dimenticata quali siano i veri problemi della vita.
La fame, le bollette, l’affitto, il lavoro precario, gli stronzi approfittatori, il pericolo che striscia nelle ossa quando rientri la notte dopo aver cantato in locali malfamati pur di racimolare qualche dollaro.
Quindi Jomar Santiago non è un problema reale.
«Niente che non sappia gestire.»
Il che è falsissimo perché ho sempre gestito alla grande i problemi pratici, ma sono una frana in quelli emotivi o sentimentali.
«Dovresti prima cambiarti» bisbiglia Adamo, guardando di sottecchi Jomar, che a quanto pare è molto più concentrato su di me che sulla mia agente.
Interrompe Ji-Min con un sorriso di scuse che farebbe sfilare le mutandine anche a una suora di clausura, si piazza davanti a me, come le caviglie incrociate, le mani nelle tasche e, poco sopra, gli avambracci torniti che sbucano dalle maniche arrotolate per tre quarti.
Ogni essere femminile ed etero dai sette agli ottant’anni del quartiere era follemente innamorata di lui, del modo sfacciato con cui flirtava con ognuna di loro, del modo in cui teneva i capelli neri e folti. Lo stesso con cui viveva la vita: fieramente libero, eppure composto.
«Di solito non mi faccio vedere prima dello show, ma so che è una delle tue prime interviste importanti e quindi sono venuto a tranquillizzarti.»
«Wow. Ti ringrazio per l’onore che mi hai riservato.»
La punta della lingua guizza fuori da quella bocca illegale, posandosi appena sul labbro superiore.
Un vezzo che ha sempre compiuto quando riflette su come affrontare un problema e che la fama non gli ha tolto.
«Non voglio metterti in imbarazzo, Lilie.»
Il risentimento che ho covato per anni sobbolle nel mio stomaco come fiele.
«Sono qui solo ed esclusivamente perché mi avete offerto una fortuna e per quanto vorrei esser altrove… i soldi sono soldi. Non ho mai seguito il tuo programma per ovvi motivi, ma so che tendi a essere stronzo. Considerando che io so quanto tu possa esserlo, non sentirti in dovere di farmi dei favoritismi. Io non te ne farò quando dovrò risponderti.»
L’espressione gioviale e sexy che usano sulle riviste patinate lo abbandona, lasciando il posto a un mix di preoccupazione e dispiacere da uomo pentito che non intacca l’opinione che ho di lui.
«Allora ci vediamo più tardi.»
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