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L’acqua si sta raffreddando e le bolle che si erano formate per il sapone si sono ormai ridotte a un ricordo, ma questo non ci impedisce di restare dove siamo: distesi l’una sopra l’altro.
La schiena di Lavinia contro il mio torace e io che le circondo la vita con le mani per tenerla stretta.
«Domani hai da fare in ufficio?» domando accarezzandole la pancia.
«Non troppo, dovrei uscire presto, così intorno alle cinque e mezza possiamo andare dai ragazzi. Che ne pensi?»
«Penso che sia una buona idea. Ho una riunione alle tre, ma credo di farcela.» Piego il volto e le bacio la curva del collo. Il suo profumo è delizioso. «Hai sentito tuo padre per la sera della vigilia?»
«Sì. Quest’anno hanno deciso di tenere il concerto il
24 pomeriggio, prima delle cene e delle veglie. Vorrebbero che i ragazzi si esibissero in un brano. La direttrice ha accettato di buon grado. Crede che sarebbe un bene tenerli impegnati in qualcosa quel giorno.»
La stringo più forte a me e lei sposta le gambe sopra le mie.
«E tu? Starai bene quel giorno?»
«Sì.» Non esita e questo mi fa tirare un sospiro di sollievo. «La settimana scorsa con Fausto abbiamo parlato di un argomento… spinoso…»
«Cioè?»
«Figli.» Muove impercettibilmente la testa, me ne accorgo perché i capelli mi solleticano il viso. «Se nella mia vita vedo altri figli.»
«Lavi, non c’è fretta e…»
«Aspetta, Albe» mi interrompe e ruota con tutto il corpo piegando le gambe sopra le mie e tenendosi con un braccio al bordo della vasca. «Non sto per andare in pezzi o per dare di matto. Voglio solo parlare con te.»
Inspiro, mai pronto ad affrontare quell’argomento.
«Se penso alla maternità, al parto, io… no… adesso, no.» Mi guarda negli occhi, ma vedo quanta fatica le costa e anche per questo la amo un pochino di più. «Non sono pronta ad affrontare una gravidanza, ma nella mia vita mi vedo come madre.»
«Tu sei madre» la blocco io questa volta.
«Intendevo che non escludo la possibilità di aver un figlio, un giorno.» Aggrotto le sopracciglia. «Sì, lo so, è un discorso contorto. Vorrei sapere cosa vuoi tu, però.»
Potrei mentirle e dirle che non mi interessa avere figli, oppure dirle che mi piacerebbe averne due, ma la verità è che non sapevo cosa volevo fino a qualche settimana fa, quando ho capito che quello che stavo sentendo non era troppo dissimile da quello che avevo provato per Noah.
«Lavi, per ora non penso ad avere altri figli “nostri”. Vorrei prendere la vita come viene, semplicemente. Abbiamo già avuto la prova che tanto va quasi sempre in modo diverso da quello che ti aspetti…» La sento rilassarsi, come se le avessi dato la risposta che si aspettava di ricevere, o che voleva sentire.
«Già.» Accenna un sorriso e mi bacia. «Prendiamo la vita come viene e stop. Lasciamo che ci sorprenda. Intanto credo dovremmo uscire dalla vasca, ora.» Si guarda le mani. La pelle è diventata molto simile a quella delle tartarughe, e lei scoppia a ridere.
Nel frattempo che ci asciughiamo, si fanno le undici di sera. Mi infilo un paio di boxer puliti e una maglia nera a maniche corte, prima di infilarmi sotto le coperte. Sono davvero stanco e il bagno caldo ha avuto un effetto piacevolmente rilassante, tanto che faccio fatica a tenere
gli occhi aperti. Cerco di resistere, il tempo che anche Lavinia venga a letto. Esce dal bagno con un pigiama in pile rosa con stampati dei cupcake, in netto contrasto con l’immagine di lei nuda con i tacchi. Sorrido a quel pensiero e la osservo.
Viene verso il letto, ma sta fissando il cellulare. In volto ha un’espressione strana, come se ad averla contattata fosse qualcuno per cui prova un forte sentimento.
«Chi è?» le chiedo temendo che possa reagire così a un messaggio di Adam.
«Luca» dice e io mi rilasso. Tocca a me sorridere adesso, tutto in lei parla senza che se ne renda conto.
«E cosa vuole Luca a quest’ora?»
«Mi ha chiesto scusa per come mi ha risposto prima.» Mi guarda, gli occhi le brillano e io scuoto appena la testa.
«Ha detto che non voleva dire quelle cose, ma si è trovato in difficoltà a essere stato colto in fallo.»
«Ha gli ormoni a palla, Lavi. È un adolescente che vive con altri venti bambini, quindi con zero privacy.»
«Lo so, è solo che non vorrei che si affezionasse troppo a quella ragazza.» Mette il cellulare sul comodino e si infila con me sotto le coperte. «Ha tutta una vita davanti e di batoste ne ha già avuta una enorme. Sono solo preoccupata.»
«Vieni qui, mio piccolo cupcake rosa.» La afferro intenzionato a troncare quella conversazione. Me la tiro contro e incastro il naso nell’incavo del suo collo. «Sono distrutto, spegni la luce e dormiamo.»
La sento allungare un braccio e far scattare l’interruttore.
«Domani, dopo la lezione, potremmo chiedergli se ha voglia di venire a mangiare una pizza con noi. Sempre se la direttrice acconsente.»
«Gli altri ci rimarrebbero male, Lavi.»
«Hai ragione» conferma con tono deluso, chiudendo il discorso.
Nascondo il viso tra le pieghe del cuscino, non ho nessuna voglia di alzarmi. Penso a tutto quello che mi aspetta in ufficio e mi convinco che la cosa migliore sarebbe restare a letto. Lavinia è distesa accanto a me, sta ancora dormendo tranquilla. La osservo. Il suo respiro è così calmo e rilassato che a vederla non sembra aver passato gli ultimi quattro anni a lasciarsi sconfiggere dai propri demoni. Mi faccio più vicino e la bacio sulle labbra, lei arriccia il naso, come se qualcosa l’avesse infastidita e io la bacio di nuovo.
«Devi andare a lavorare» sussurro osservandola stiracchiarsi e sfregare la testa sul cuscino. «Non puoi fare tardi, ricordi? Stasera devi uscire presto per andare da Luca.»
Lavinia apre gli occhi all’istante e mi guarda male, consapevole che ho toccato volontariamente quel nervo scoperto.
«Andiamo da tutti, non solo da Luca» biascica ancora mezza addormentata.
«Lo so, ma a te serviva uno stimolo forte per svegliarti, e sembra proprio che lui abbia tutta la tua attenzione ormai.»
«Sei geloso di un ragazzino?» Mi si fa più vicina.
«No, al contrario, ne sono felice. Sto solo aspettando che tu sia pronta a dire quello che senti» le confesso ottenendo solo la sua ritirata. Lavinia si alza senza dire nulla e io mi irrito all’istante. Siamo cambiati tanto, è vero, ma alcune dinamiche ancora mi mandano in bestia. Tuttavia faccio di tutto per evitare uno scontro o un battibecco che sarebbe inutile, lei non è pronta, devo accettarlo. Per tutta la durata della colazione ci rivolgiamo a malapena la parola, e quando esco di casa
lei è al piano di sopra, per cui non la saluto neanche. Mi chiudo la porta dietro, ricadendo nei soliti errori.
Sento la porta richiudersi al piano di sotto e mi siedo sul letto, sconfitta. Sì, so benissimo che il mio atteggiamento di chiusura lo manda in bestia. Vorrebbe che io mi aprissi, ma posso farlo solo con i miei tempi.
Ci sono delle cose, magari anche banali, che mi fanno ancora serrare la gola, e allora posso solo concentrarmi su quella sensazione e farla scemare. Non ho altri modi di combatterla.
Mi accascio sul letto, distendendomi del tutto. Il maglioncino a collo alto che mi sono messa come sottogiacca si solleva sulla pancia, scoprendone un lembo. Ci appoggio una mano e la chiudo a pugno subito dopo. So cosa voleva dire Alberto, questa mattina, e so anche che lo fa per farmi prendere atto dei miei sentimenti e delle mie emozioni che, per altro, conosco benissimo.
La mia paura è dar loro forma, vita. Ho il terrore che, esprimendo a parole ciò che provo per quel ragazzo, tutto possa diventare troppo reale, con la conseguenza che ne soffrirei perché non posso controllare le cose.
Mi faccio coraggio e mi alzo, devo finire di prepararmi e andare al lavoro. Vivere la quotidianità mi aiuta a recuperare la tranquillità.
Vado in ufficio e comunico subito la mia decisione di non partire per l’Australia con Adam. Prima avrei fatto salti mortali per seguirlo. L’ho amato davvero. Non come amo Alberto, ovvio, ma lui rappresentava tutto ciò che avrei potuto avere. Adam era la mia possibilità di vivere una vita serena, quando non ne vedevo altre possibili per me. È stato un appoggio, una spalla su cui piangere, ma anche la mano che mi ha strattonata e mi ha ricordato che potevo avere molto di più del semplice accontentarmi.
Se prima partire con lui rappresentava tornare a respirare, lontano da quello che non volevo affrontare, oggi significa il contrario. Non potrei mai andarmene lasciando quello che ho costruito, mettendo in pausa la mia vita, che a me piace così.
Amo trovarmi Alberto accanto al mattino, e potermi addormentare con lui come facevamo una volta. Adoro quello che facciamo in istituto, e poi c’è Luca.
No, non voglio andarmene da qui.
La giornata passa abbastanza tranquilla, non ho sentito Alberto, ma so che quando ci vedremo alla casa-famiglia sarà tutto risolto. Torno a casa in macchina, che lascio nel parcheggio, mi do una rinfrescata ed esco di nuovo per recarmi in istituto.
La strada non è molta, saranno una ventina di minuti a piedi. Mi piace camminare. Nel periodo che ho vissuto in Spagna non usavo mai l’automobile e ne faccio ancora a meno quando posso.
Arrivo davanti alla sede dell’istituto con diversi minuti d’anticipo. Decido di aspettare Alberto fuori, così da chiarire con lui prima di entrare. Voglio che capisca che ci sono delle cose che ancora non riesco a controllare. Guardo il cellulare e con la coda dell’occhio vedo la sua macchina passarmi davanti. Alberto parcheggia e scende, infilandosi la giacca al volo. Quando alza gli occhi e mi vede, la tempesta che ci avevo visto dentro questa mattina se n’è andata, lasciando solo qualche nube.
«Sarei venuto a prenderti se mi avessi chiamato» esclama raggiungendomi. Io resto in silenzio e aspetto che mi sia davanti, poi mi avvicino per baciarlo.
«Scusa.» Una sola parola basta a dire tutto.
Lui abbozza un sorriso e mi sistema una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
«Scusami anche tu» risponde facendomi cenno con la testa di andare verso la porta. «Ho scritto alla direttrice
stamani, e poi a Luca. Gli ho chiesto di venire a cena da noi sabato sera.»
Mi blocco e mi irrigidisco all’istante.
«E cosa hanno risposto?»
«Di sì, entrambi.» Alberto mi sorride e io non posso evitare di adorarlo. «Non mettere mai in dubbio che ti amo, principessa.»
Con il morale decisamente sollevato entriamo e siamo subito accolti da un vociare di bambini da ogni parte; scopriamo che la lezione di teatro dei più piccoli è saltata e per questo stanno giocando nella sala comune. Alcuni corrono da me e mi abbracciano alle gambe, mentre Alberto prende in braccio Dora, una bambina di cinque anni che è arrivata il mese scorso e si è affezionata tantissimo ad Alberto.
Sorrido a tutti e propongo loro di venire ad assistere alla lezione dei grandi. Li convinco facilmente quando dico che così potranno prenderli in giro a piacimento.
Passiamo un’ora piacevole, con i grandi non è come con i bambini delle elementari. È più difficile ottenere la loro attenzione e avvicinarli alla musica, soprattutto se sono lì da poco e non hanno ancora digerito quello che gli è capitato.
Cerchiamo di coinvolgerli, Alberto suona e propone di cantare brani nuovi, che possano attirare la loro curiosità.
A volte ci riusciamo, altre meno.
Alcuni di loro hanno una vera predisposizione per la musica, ma questo è solo uno dei tanti modi per fargli aprire gli occhi sulle loro capacità, su una passione che un giorno potrebbe diventare qualcosa di più importante.
A differenza dei piccoli, quando lavoriamo con gli adolescenti poi ci facciamo aiutare a mettere via gli strumenti, mentre noi sistemiamo gli spartiti. Sto aiutando Alberto a rimettere in fila dei fogli quando sento qualcuno alle mie spalle.
«Lavinia.» Mi giro riconoscendo la voce. «Alberto mi ha proposto di venire a cena da voi sabato, così posso provare la chitarra elettrica che avete a casa.»
Ecco con cosa lo ha convinto Albe.
«Sì, certo! Spero che ti faccia piacere» rispondo cercando di non dargli a vedere quanto ci tenga a questa cena.
«Sì, sì. Mi fa piacere.» È impacciato e non ne capisco il motivo. Non vorrei che si sentisse in difficoltà o obbligato ad accettare. «Ora vado, ok?»
«Va bene, ci vediamo sabato.» E lui muove su e giù la testa prima di spostare lo sguardo su Alberto. «Hai studiato, Luca?» Torna su di me e io lo fisso. «Per il compito di Fisica di domani.»
Luca accenna un sorriso e fa di nuovo sì con la testa, poi se ne va, senza dire nient’altro, nemmeno salutare. Non capirò mai gli adolescenti.
«Dovresti essere felice, ha detto che verrà.»
«Sì, ma non ho capito se ha studiato. È importante questo compito, deve recuperare il 4 della scorsa volta.» Vedo Alberto alzare gli occhi al cielo e posizionarmi una mano sulla bocca per farmi tacere. Ride sotto i baffi, il farabutto, e scuote la testa.
«Ha studiato, stop.» Provo a sbuffare aria attraverso la sua mano, ma non ci riesco e allora gli do un leggero morso. Alberto ritrae subito la mano e mi guarda male.
«Che stronza.»
«Sei sexy quando dici le parolacce, te l’ho mai detto?» ribatto distogliendo la sua attenzione dal morso.
«Vuoi il bis?»
Entrambi scoppiamo a ridere e continuiamo a stuzzicarci mentre finiamo di sistemare. So già che sarà una lunga settimana fino a sabato.
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