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Entro in casa dei genitori di Lavinia e dopo aver salutato tutti inizio a cercare mio padre. Ieri durante la cena ho proposto a Luca di suonare un pezzo con me, e lui ha accettato, ma io devo ancora chiedere se possiamo farlo. Spero con tutto il cuore che non mi dica di no. Non ho mai chiesto niente, quindi credo che capirà quanto è importante per me.
«Papà?» Lo trovo in giardino insieme a Paolo, a bere del prosecco. «Ah, ci siete tutti e due, bene.»
Si voltano di scatto a guardarmi, forse aspettandosi qualche brutta notizia.
«Tutto bene?»
«Sì. Devo chiedervi di fare una cosa per me, però.» Entrambi restano in silenzio ad ascoltare cosa ho da dire.
«Quest’anno vorrei avere la possibilità di fare un pezzo in più al concerto. Io e Luca, da soli.»
«Posso chiederti il motivo, Albe?» mi domanda Paolo e nei suoi occhi riconosco la preoccupazione crescente. Tutti loro hanno visto l’attaccamento che non solo io, ma anche Lavinia ha sviluppato per lui e questo li spaventa. Come biasimarli?
«Ieri era a cena da noi e ci ha parlato di una cosa che lo turba e credo che tutti i progetti che ha fatto, tutte le decisioni che ha preso in questi pochi mesi, siano dovuti al senso di rivalsa che ha nei confronti della vita. Come se volesse dimostrare al mondo che può farcela da solo» spiego. «Vorrei che sentisse sulla propria pelle quanto è bello costruire qualcosa con gli altri. Quanto può essere appagante condividere i successi e, perché no, anche i fallimenti.»
Paolo e mio padre si guardano per qualche attimo prima di tornare su di me; spero di averli convinti, perché sarebbe davvero bellissimo se Luca potesse fare questa esperienza. Mi sento in colpa nei riguardi degli altri ragazzi e bambini che sono lì con lui, ma non posso essere io a salvarli tutti. Posso provare ad aiutarli, a supportarli con la musica e a consolarli, questo sì, posso continuare a farlo.
«State attenti a non affezionarvi troppo. Capisco che aiutare questi ragazzi vi abbia preso tanto, ma avete già avuto la vostra bella dose di sofferenza in questa vita, Alberto.»
«Esattamente come loro. Siamo già stati tutti devastati dagli eventi. Papà, Paolo, per noi è davvero importante.»
«D’accordo.» Sapevo che il padre di Lavinia avrebbe ceduto per primo. Non riusciva a negarle niente neanche da piccola, e lui stesso ha incontrato un paio di volte Luca alla casa-famiglia ed è rimasto colpito dalla sua bravura.
«Cosa farete?»
«Una cosa semplice, non è ancora molto pratico. Lui alla chitarra, io alla voce.»
«Bravo.» Mio padre accenna un sorriso dando il suo assenso e io torno soddisfatto da Lavinia.
La trovo seduta sul divano con Federica, ancora di umore nero, forse più di qualche giorno fa. Le tiene una mano fra le sue e, quando mi vedono, ammutoliscono all’istante.
«Ancora problemi di cuore?»
«No, nessun problema…»
«Dio mio, quanto mi fai incazzare, Fede.» Devo ammettere però che vederla giù mi dispiace.
Mi siedo accanto alla mia donna e cerco di attirare la sua attenzione.
«Hanno accettato.»
Lavinia mi si getta al collo con un impeto tale da farmi finire steso sul divano. Non riesco neanche a respirare da quanti baci mi sta dando.
«Siete da diabete,» interviene Federica «quasi vi preferivo prima.»
Mi sollevo e le scompiglio i capelli. Federica scaccia via la mia mano con un mezzo brontolio soffuso.
«Che state facendo?»
Marco ci sorprende in quello strano momento di rappresaglia. Le ragazze si zittiscono all’istante e quando mi volto ne capisco il motivo. Poco dietro lui c’è una ragazza bionda, molto magra, con due occhialetti squadrati.
«Vanessa, loro sono Alberto e Federica.» Alzo una mano per salutarla, mentre Federica accenna un sorriso.
«E lei è mia sorella, Lavinia.»
«Piacere» esclama timida la ragazza. «Ho sentito parlare molto di voi.»
Federica inspira e io non ho il coraggio di guardarla, perché ricordo perfettamente come mi sono sentito quando ho visto per la prima volta Lavinia con Adam.
«Io e Vanessa stiamo insieme da un po’ di tempo» spiega Marco, lasciandomi ancora più di stucco. Ci vediamo molto meno di prima, questo è vero, ma esserne del tutto all’oscuro è… strano.
«Lavoriamo insieme in ospedale» aggiunge.
«Mi devo ancora specializzare, in realtà» interviene la ragazza.
Federica si alza e le va incontro. «Fa molto Grey’s Anatomy. Anche voi vi rinchiudete negli sgabuzzini a fare sesso?»
Vanessa diventa di tutti i colori possibili, mentre mia sorella le sorride e le strizza un occhio.
«È una fortuna, non devi scandalizzarti» puntualizza, poi passa a mio cognato. «Ecco perché stai sempre al lavoro.»
«Avresti dovuto fare medicina anche tu…»
«Nella prossima vita, Marco. Me lo appunto sull’agenda.» Mima il movimento con la mano in aria.
«Vado a dare una mano in cucina.» E si allontana.
Mentre siamo a tavola, comunico a Luca che passerò a prenderlo intorno alle 16, così ha tutto il tempo per prepararsi.
Quando arriviamo a casa nostra, lui è forse più emozionato di me. Si toglie il giaccone pesante e saliamo tutti e tre al piano superiore.
«Allora, sei pronto?» Sorride e si avvicina alla chitarra elettrica. «No, dovrai suonare con quella acustica. Ecco, tieni…» Gliela passo e lui l’afferra senza fare storie. Lavinia gli prende una sedia per farlo accomodare.
«Che suoniamo?»
«Non ha voluto dirlo neanche a me» spiega lei sedendosi al suo fianco. «Credo sia qualcosa di significativo, altrimenti non avrebbe senso questa segretezza.»
Li raggiungo con un’altra chitarra e mi siedo anche io.
«È una canzone che per me ha un significato molto importante. Forse tu non la conosci, sei troppo giovane» gli spiego con calma. «Qualche anno fa ero in un periodo bruttissimo della mia vita. Lavinia era in Spagna e io cercavo di tirare avanti come potevo. Con i ragazzi della band decidemmo di andare a un concerto di Ligabue di cui eravamo fan sfegatati.»
Luca e Lavinia mi ascoltano con estrema attenzione.
«Prima di cantare questa canzone, spiegò che era nata per mostrare che nonostante tutto la vita ci riserva sempre qualcosa di bello. O almeno, io capii questo. Da allora, ogni volta che la ascolto, mi ricordo che devo solo dare al mondo il tempo di girare.»
Non dico il titolo, ma inizio a suonare e cantare. Luca è spaesato, lo vedo dal suo sguardo, mentre lei, la donna
con cui ho condiviso tutto, la riconosce all’istante e, inaspettatamente, si mette a cantare insieme a me.
Una canzone diventa in breve un momento di estrema intimità, senza pensare alle note intonate o stonate: siamo solo tre persone unite da un’esperienza che li accomuna. Ognuno di noi con il proprio bagaglio emotivo, con ciò che lo fa o lo ha fatto soffrire, senza distinzione di come quando o perché. Solo voglia di ricominciare e di respirare a pieni polmoni.
Quando il cuore senza un pezzo il suo ritmo prenderà Quando l’aria che fa il giro i tuoi polmoni beccherà Quando questa merda intorno, sempre merda resterà Riconoscerai l’odore, perché questa è la realtà
Quando finiamo di cantare “Il giorno di dolore che uno ha”, Lavinia mi sorride e appoggia la fronte sulla spalla di Luca in un gesto di affetto, di incoraggiamento. Lui si lascia avvicinare e le passa una mano dietro la schiena.
«È davvero una canzone bellissima, non la conoscevo.»
«Adesso la sai, anzi, adesso la devi imparare.» Lavi si solleva e gli dà un colpetto sulla spalla. «Forza, mettiti al lavoro. Alla vigilia manca pochissimo.»
Io e Luca restiamo tutto il pomeriggio chiusi nella stanza a imparare i passaggi con la chitarra. È molto portato, ma suona comunque da poco. Ci vorrà del tempo, e dovremo lavorarci, per questo ho chiesto aiuto anche ai ragazzi della band.
Questa settimana proveremo da soli, ma da domenica ci saranno anche loro, a casa dei miei, dove abbiamo stipato tutti gli strumenti. Roby sta ristrutturando il pub, non potevamo tenerli lì.
Quando torno a casa dopo averlo riaccompagnato in istituto, trovo Lavinia seduta sul letto, le gambe incrociate. La porta di fronte alla nostra camera è aperta su quella che avrebbe dovuto essere la camera di Noah. Lei è rivolta verso la stanza semivuota.
Da dove si trova, vede benissimo il lettino e la sedia a dondolo di fianco. Lavinia non parla e io non ho idea di cosa fare. Entra spesso lì dentro, ma non è mai rimasta così ferma a fissarla. La studio, cercando di carpire qualcosa dalla sua espressione. Sembra serena. Ne ho la conferma quando mi guarda e mi sorride. Allunga una mano e mi invita a sedermi accanto a lei. Lo faccio, e anche io mi ritrovo a guardare il lettino vuoto da quel punto.
«Hai presente tutto l’amore che abbiamo provato, e ancora proviamo per Noah?» Trattengo il fiato per qualche istante, non so dove voglia andare a parare.
«Quando lui è morto tutto quell’amore è come se fosse imploso dentro di me. Sopraffatto da rabbia, da tristezza e mille altre cose. Non riusciva a uscire e, in tutta onestà, pensavo non lo avrebbe più fatto.»
Mi volto a fissarla, sempre in silenzio.
«Ho iniziato a sentirlo di nuovo, quando ho capito che ti amavo ancora. Lì, quell’amore ha iniziato a fremere, a spingere per venire fuori. Poi alla casa-famiglia, quando ho incontrato Luca per la prima volta, è stato come se fosse esploso di colpo. Per quanto irrazionale, immotivato, è stato… naturale. Come qualcosa che si risvegli all’improvviso. So che Luca è già quasi un uomo, e io sono di poco più grande, ma quello che sento per lui è in tutto simile all’amore per Noah.»
«Lo so» confermo spostandole una ciocca di capelli dietro l’orecchio. «Ho sentito anche io qualcosa di simile, e stasera, suonando con lui, mi sono emozionato più di quanto mi sia mai successo.»
La abbraccio restando sempre in quella posizione, con uno sguardo rivolto verso la camera del nostro bambino.
«Non voglio che lavori perché ha bisogno di soldi. Voglio che lavori perché vuole farlo.» Capisco al volo il suo discorso. «Condividere una casa, faticare per la borsa di studio e lavorare, a diciannove anni, sono scelte che mi
rendono fiera di lui. Avrebbe potuto arrendersi, molti suoi coetanei lo fanno. E lo so bene che ci sono associazioni che li aiutano, fuori da qui, ma non sopporto l’idea che per lui debba essere così difficile.»
Appoggia la testa sulla mia spalla.
«Lui ha noi. Non è solo. Voglio che abbia una scelta» aggiunge decisa. «Forse “vorrei” sarebbe più corretto.» La sento sorridere e mi viene naturale stringerla di più.
«Magari dovremo dirgliele queste cose, Lavi, non credi?»
«Sì, sono d’accordo. Temo solo che possa risponderci di no.» Alza la testa e si volta a guardarmi.
«Dobbiamo fargli capire quello che proviamo per lui. Mostrargli quella camera e dirgli che, se vuole, può essere la sua camera. Anche nell’eventualità in cui preferisse provare a fare di testa sua, quella resterebbe sempre la sua camera. Un posto dove poter tornare. Un porto.»
Lei mi guarda con le lacrime agli occhi e mi bacia.
«Non ti merito» mi sussurra sulle labbra.
«Allora fai qualcosa per rimediare.»
Lavinia approfondisce il bacio, lentamente mi fa stendere sul letto e siamo solo noi due, insieme, ancora una volta.
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