HEALED
Capitolo 5 di 9

Scritto il 23/09/2026
da FRANCESCA MARCELLI


⏱ ~6 min · 1262 parole

 

Scendo al piano di sotto con calma, cercando di dare a Luca e Alberto il tempo per stare insieme senza di me tra i piedi. Oggi, mentre aspettavo, ho preparato qualche crostino e altri stuzzichini da mangiare prima delle pizze, con del prosecco per noi e una Coca-cola per Luca.

 

So che non beve nessun tipo di alcolico, non solo perché è ancora minorenne, ma perché nella sua breve vita ha toccato con mano gli effetti nefasti che può avere sulle persone.

Inizio a posizionare delle bruschette su un piatto. Come sarebbe cucinare per loro ogni sera?

Sicuramente impegnativo, viste le mie scarse doti culinarie. Al solo ipotizzarlo, però, sento una vampata di calore partirmi dalla pancia e arrivare al cuore.

È un calore buono, che rassicura, che protegge. Non quello degli attacchi di panico che invece ti toglie la capacità di respirare.

Passo alle patatine, le prendo e le sistemo in un contenitore capiente.

Continuo a immaginare come sarebbe la nostra vita se lui ne facesse parte e non mi accorgo che sono loro a raggiungere me al piano di sotto.

«Ma no! Avevo quasi finito» mi lamento indicando con la testa a Luca la sedia accanto a me. «Vieni, siediti! Facciamo un aperitivo.»

Anche Alberto prende posto a tavola insieme a noi.

«Allora, con Fisica come è andata?» gli chiede, ricordando che aveva preso un’insufficienza solo qualche settimana prima.

«Sei… sto iniziando a recuperare.» Luca alza le spalle e si appoggia allo schienale della sedia.

«C’è ancora tempo, siamo solamente a dicembre.

Lavinia era piuttosto brava, se non ricordo male.»

«Ricordi bene» confermo prendendo la Coca-cola dal frigorifero e la bottiglia di prosecco. «Davo sempre ripetizioni anche a tua sorella.» Appoggio tutto sul tavolo insieme a tre bicchieri. «Apri tu?»

Albe si alza e inizia ad aprire la bottiglia di prosecco, ma qualcosa cambia nello sguardo di Luca. Mi rendo conto che si bagna le labbra e distoglie lo sguardo, come se fosse a disagio.

«Sai cosa, Albe… non aprirla, questa sera bevo anche io la Coca-cola.» Lui si ferma e mi fissa come se avessi pronunciato una bestemmia. Gli sorrido e cerco di togliergli la bottiglia dalle mani. «Lascia.»

Non so se alla fine capisce il vero motivo delle mie parole, ma, comunque sia, molla la presa e me la lascia rimettere in fresco.

Verso la bibita per tutti e tre e avvicino il piatto al ragazzo. «Forza, mangia, non fare il timido.»

Luca prende un crostino e se lo porta alla bocca in silenzio. Dopo il primo morso, lo vedo accennare un sorriso e infilare il resto in bocca, poi si allunga per afferrarne un altro.

«Sono buonissimi» esclama.

«Perché non hai provato quelli di sua madre» dice Alberto preferendo le patatine alle mie bruschette. «O quelli di mia madre. Lavinia cucina come canta.»

Luca scoppia a ridere e io guardo malissimo Alberto. Afferro il canovaccio coperto di molliche di pane e glielo lancio addosso, facendo volare tutte le briciole sul pavimento.

«Sei fuori di testa!»

«Tanto pulisco io.» Luca sorride ancora e, adesso sì, ha finalmente uno sguardo rilassato e felice.

Il ragazzo delle pizze arriva puntuale, anzi, forse in anticipo di qualche minuto. Alberto paga e mi aiuta a prendere i cartoni che portiamo subito in cucina. Luca ci dà una mano togliendo dal tavolo i piatti dell’aperitivo, mentre io appoggio tutto sul piano della cucina e tiro fuori la tovaglia che stendo sul tavolo.

«Io la mangio nel cartone.» Io e Alberto discutiamo sempre se prendere o meno i piatti, alla fine vince comunque lui e la mangiamo sul fondo del cartone.

«Anche io.» Luca gli dà man forte e io mi do subito per vinta, rimettendo sul tavolo i bicchieri e la Coca-cola, oltre ai tre cartoni di pizza.

«Buonissima, dove l’avete presa?»

«Qui vicino c’è una pizzeria che fa solo asporto e consegna a domicilio. È buona e arriva ancora calda» gli spiego facendo filare uno spicchio e portandomelo alla bocca.

«Luca mi ha detto di aver trovato un lavoro da fare nel dopo scuola.» Le parole di Alberto mi spiazzano. Mi sforzo di sorridere e di valutare bene le mie considerazioni.

«Non è niente di che. Aiuterò in un fast food dalle 18 alle 21. La paga non è fantastica, ma finché resto in istituto posso mettere via qualche soldo.»

Lo lascio spiegare prima di intervenire. «Ti fa onore, Luca. Devi solo promettermi che non trascurerai la scuola, ok?»

«Certo. Non potrei neanche permettermelo, siamo onesti» ammette lui continuando a mangiare. «Tra poco sarò maggiorenne e vorrei trovare un posto dove stare, appena finito il liceo. Forse l’unica cosa buona che hanno fatto i miei è stata farmi fare la primina.»

«Oltre a metterti al mondo» lo correggo. Non mi rendo neanche conto che ho coperto la sua mano con la mia. Quando me ne accorgo, ritraggo la mano, com’è giusto che sia. «E dopo che intenzioni hai?»

«Voglio iscrivermi all’Università e chiedere un alloggio da studente. Per fortuna ci sono le borse di studio, tra quelle e un lavoretto dovrei riuscire a cavarmela.»

«Non credo che avrai problemi, sei sveglio e volenteroso» lo incoraggia Alberto.

«Di sicuro non voglio tornare a casa.»

Mi blocco e sposto lo sguardo sul suo. È ferito, in un modo così profondo che non credo si possa spiegare. In quegli occhi, però, non vedo solo sofferenza per ciò che ha passato.

«Sai che non è sbagliato volergli bene e sentirsi delusi dalle loro mancanze, in questi anni di lontananza?» Decido di parlar chiaro. Più di una volta Luca si è confidato con noi, aprendosi su quello che era successo alla sua famiglia, per cui non ho paura nel toccare questo argomento.

«Tu dici? A me sembra che voler bene a quei due sia la cosa più sbagliata al mondo.»

Alberto posa il pezzo di pizza sul cartone e beve un sorso di bibita, prendendosi forse un momento per pensare.

«Anni fa mi è stato detto che se amiamo è perché siamo stati amati. Forse non sono stati dei buoni genitori, ma questo non significa che non ti abbiano amato, Luca.»

Si volta a guardare Alberto, l’espressione si è fatta dura.

«Forse?» Anche il tono si è irrigidito come lo sguardo.

«In questi tre anni non si sono mai fatti vedere.»

«Luca, non li stiamo giustificando, in nessun modo. Ti stiamo dicendo che non sei sbagliato a volergli comunque bene. Non c’è niente di male, anzi, amare e soffrire ci rende umani e essere umani forse è la cosa che più di tutte ci permette di capire quando e dove stiamo sbagliando.»

Lui si volta a guardarmi e riprende a mangiare in silenzio. Per qualche secondo lo imito anche io, cercando di capirne l’umore.

«Te la senti di suonare insieme a me per la Vigilia?

Oltre allo spettacolo che farete con gli altri.» Luca torna su Alberto e sbarra gli occhi.

«Io e te?»

«Sì, io e te. Sarebbe molto bello e potrebbe aiutarti a farti capire l’emozione che si prova a stare da soli, o quasi, su un palco. Ci sarei io a sostenerti ovviamente, ma il più dovresti farlo tu.»

«E cosa vuoi suonare?»

«Un pezzo di Ligabue.» Alberto riprende a mangiare, mentre Luca resta immobile a fissarlo. «Se non inizi subito a lavorare, ci possiamo vedere la sera, prima di cena, o puoi venire a cenare qui, se la direttrice è d’accordo.»

«Quale canzone?»

«Ah no, questo lo scoprirai domani, se accetti.»

Nei suoi occhi si accende uno scintillio fortissimo, che mi riscalda il cuore e mi riempie i polmoni di felicità.

 

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