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George
Tutte queste luci, questo brusio, questi scatti, mi stanno facendo uscire pazzo. Ho la testa che mi scoppia e il desiderio di andarmene su un’isola deserta per non vedere più nessuno. Non so però se vorrei restare da solo una volta lì, mi accontenterei di avere accanto un uomo che mi coccoli.
Sì, io George Farrington, festaiolo e civettuolo, sono un amante delle coccole. Finora non ho trovato nessuno che fosse disposto a passare più di qualche ora con me senza mettere in mezzo il sesso. Non lo disprezzo, senza non vivrei, ma non c’è solo quello e sto iniziando a capirlo.
Il problema è che qui non posso farlo davvero, ci sono troppe distrazioni, troppe voci che hanno solo il potere di farmi uscire di senno. Odio queste luci puntate addosso, così calde da farmi sudare anche l’anima. Odio anche questo slip minuscolo che contiene a malapena il mio uccello. E, soprattutto, non sopporto lui, il fotografo, che continua a ripetere “più naturale”, “più rilassato”, “più sensuale”, come se avessi un interruttore nascosto da qualche parte.
Se solo sapesse quanto mi sento tutto tranne che sensuale in questo momento! Mi sento ridicolo ed esposto, vorrei rivestirmi e andarmene, ma non posso. Devo onorare il contratto che ho firmato, sono un professionista, anche se vorrei tanto potermene fregare in occasioni come queste. Quando ho iniziato a odiare il mio lavoro? Penso che sia stato un declino naturale perché non me ne sono reso conto prima. Avrei dovuto leggere i segnali del mio corpo, della mia mente, ma sono andato avanti senza guardare in faccia nessuno perché sono sempre stato ambizioso. Ora, a ventinove anni, sono stanco di sottostare alle regole di altri che non mi permettono mai di essere me stesso. Questo è il mio volto da copertina, da cartellone pubblicitario, non è il vero George, l’uomo che sogna in gran segreto qualcuno con cui essere davvero se stesso.
Qualcuno con cui essere felice.
«George, il mento un po’ più su. No, non così tanto. E sorridi, ma non troppo. Deve essere un sorriso che parla.»
Parla di cosa, esattamente? Della mia voglia di scappare? Della mia autostima che sta raggiungendo livelli di bassezza incredibili?
Annuisco e sorrido. Un sorriso che più finto di così non potrebbe essere, ma a lui va bene lo stesso, perché non mi guarda davvero. Guarda solo il risultato che vuole ottenere. Il mio corpo è l’unica cosa che ha importanza per lui. Sono pagato per questo in fin dei conti e devo farmene una ragione. Ho scelto io questo lavoro, nessuno mi ha obbligato. A diciotto anni mettere in mostra il mio corpo sembrava la scelta più facile. Sono sempre stato attraente e consapevole di esserlo, ho deciso di sfruttarlo per ottenere fama e soldi. Ci sono riuscito, ma ora sono stanco di fingere che mi vada ancora bene. Non sono più un ragazzino abbagliato dalle luci del successo, adesso ne sono solo infastidito.
Mi chiedo se qualcuno, un giorno, guarderà me con la stessa attenzione. Non il mio corpo, non il mio ruolo, non la mia immagine. Me. George. Quello che si sente ridicolo in un set fotografico e che vorrebbe solo un abbraccio dopo una giornata storta. Esiste davvero quell’uomo giusto per me da qualche parte? Non ne sono poi così convinto. Forse sono solo stato sfortunato, non lo so.
«Ottimo, così!» esclama il fotografo, come se avessi appena compiuto un miracolo. Forse lo è, visto che non mi sono ancora messo a urlare per la frustrazione.
Continuo a sorridere, mentre dentro sto imprecando verso me stesso, verso tutte queste persone, verso il mondo intero. Non so più quanto spazio mi sia concesso per essere me stesso ed è davvero deprimente. Sto raggiungendo un livello di frustrazione piuttosto inquietante.
Il flash successivo mi acceca così tanto che per un secondo vedo solo bianco. Un crak improvviso mi mette in allerta. Non ho idea da dove provenga, cosa stia succedendo, ma quel rumore non promette niente di buono.
«Fermi tutti!» urla qualcuno dietro di me.
Mi volto di scatto e lo vedo: uno dei pannelli luminosi, quello enorme, sta oscillando in modo pericoloso. Un assistente cerca di afferrarlo, ma gli scivola dalle mani. Il pannello cade a terra con un tonfo che fa vibrare il pavimento e anche la mia anima.
Il fotografo sbraita qualcosa sul budget, sulla professionalità, sul fatto che “così non si lavora”. Io invece rimango immobile, come se il mio cervello avesse deciso di prendersi una pausa caffè senza avvisarmi.
Qualcosa dentro di me alla fine si spezza, proprio come quel pannello.
«Basta.»
La parola mi esce dalla bocca prima che possa fermarla. Non ho nemmeno il tempo di pensare alle conseguenze, ho solo bisogno di mettere fine a tutto questo. Non ne posso davvero più.
Il fotografo si gira verso di me, infastidito. «Come, prego?»
«Ho detto basta.» Sento il cuore martellare, ma non riesco a fermarmi. «Non sono una statua da modellare, non sono un sorriso da aggiustare. Non sono…»
Mi blocco perché se continuo, rischio di dire tutto e sarebbe decisamente troppo. Devo darmi una calmata prima di commettere un errore madornale, anche se ormai non posso più tornare indietro. Sto mettendo a rischio il lavoro, eppure in questo momento è davvero l’ultimo dei miei pensieri. Che succeda quello che deve succedere.
Il set si zittisce, gli assistenti mi guardano come se stessi per prendere fuoco. Respiro in modo affannoso e mi accorgo che sto tremando. Non ho paura di quello che possono pensare queste persone, ma di qualcosa nel profondo che ho tenuto schiacciato per anni sotto battute, feste e flirt inutili. Sta uscendo tutto, come se si fosse rotta la diga e rischio di rendermi ridicolo se non riprendo il controllo di me stesso. Più facile a dirsi che a farsi.
«George, calmati. Possiamo riprendere tra cinque minuti,» cerca di tranquillizzarmi il fotografo, con un tono che si usa di solito per un bambino capriccioso.
Ed è qui che la goccia fa traboccare il vaso in modo definitivo e scoppio. Non mi piace essere trattato come un poppante che deve essere gestito!
«Non devo calmarmi.» Il mio sembra quasi un ringhio. «Devo uscire un attimo.»
Non aspetto una risposta. Scendo dal set, passo accanto agli assistenti che si scansano, come se fossi una corrente d’aria improvvisa che li spinge di lato, e apro la porta che dà sul corridoio, indossando al volo una vestaglia che ho afferrato da una sedia. L’aria fresca mi colpisce il viso come uno schiaffo e torno finalmente a respirare. Non mi ero nemmeno reso conto di aver trattenuto il respiro così a lungo.
Appoggio la schiena al muro, chiudo gli occhi e per la prima volta da quando sono arrivato, smetto di sorridere. La maschera cade del tutto e torno a essere per un momento solo George Farrington, un uomo di ventinove anni che sta avendo una crisi esistenziale, indossando un paio di slip davvero ridicoli.
Il silenzio del corridoio è così diverso dal caos del set che quasi mi stordisce. Riesco persino a sentire i miei pensieri e non sono per niente felici. Non augurerei a nessuno di essere nella mia testa in questo momento. Qui non c’è nessuno che mi guarda, nessuno che mi dice come stare, come sorridere, come respirare. Mi sento di nuovo me stesso ed è quasi un sollievo, nonostante il mio turbamento.
Scivolo lentamente lungo il muro fino a sedermi per terra, le ginocchia piegate, le mani che tremano ancora un po’ mentre mi tengo la testa. Non so se è per la rabbia, per la vergogna o per quel senso di vuoto che mi prende ogni volta che smetto di recitare. È come se tornare in me diventasse ogni volta più difficile, come se a ogni nuovo scatto, l’obiettivo mi strappasse anche un pezzo di anima.
Abbasso le mani e guardo il soffitto: è bianco e anonimo, con una piccola crepa che corre in diagonale. La fisso come se potesse darmi una risposta. Forse siamo simili, io e quella crepa: invisibili finché qualcuno non ci guarda da vicino.
Cerco di riprendere il controllo del respiro, ma non è semplice. Mi accorgo che sto stringendo i denti e mi costringo a rilassarli. Mi rendo anche conto che sto trattenendo di nuovo il fiato e lo lascio uscire piano.
«Ridicolo,» mormoro. Non so se parlo del servizio fotografico, del fotografo, o di me stesso. Probabilmente di me stesso, è sempre la scelta più facile in fin dei conti. Ridicolo è proprio come mi sento in questo momento.
Mi passo una mano tra i capelli, tirandoli un po’ troppo forte. Fa male, ma è un dolore che posso controllare. Quello dentro, invece, è più complicato perché è un groviglio di cose che non ho mai detto a nessuno, nemmeno a me stesso.
Il bisogno di essere visto davvero.
Il terrore di essere visto davvero.
Sono un controsenso unico, me ne rendo conto, e più il tempo passa, più la situazione peggiora. C’è questo senso di vuoto e inquietudine dentro di me che mi mozza il respiro, che mi fa sentire perso e non c’è nessuno al mio fianco pronto a raccogliere i miei pezzi. Questa consapevolezza mi fa pizzicare gli occhi, ma non ho intenzione di permettere a queste dannate lacrime di scendere e rendermi ancora più vulnerabile di quanto non lo sia già.
Chiudo gli occhi e per un attimo immagino un’altra scena: io, su quell’isola deserta che ho sognato un’ora fa. Il mare, il vento, nessuna luce sparata in faccia e qualcuno accanto a me. Non un amante di passaggio, non un sorriso di circostanza, qualcuno che resta.
Solo questo.
Qualcuno che resta con me.
Non mi sembra di chiedere troppo, no?
La fantasia svanisce quando sento un rumore lontano che mi fa tornare in modo brusco alla realtà. Mi concedo ancora qualche secondo prima di tornare dentro e affrontare quelle persone.
Solo io, il mio respiro, e quella crepa sul soffitto che sembra capirmi più di chiunque altro.
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