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Adam
La villa del fotografo che ha organizzato la festa è enorme, troppo luminosa e troppo piena di gente che si atteggia. Ho come la sensazione di essere tornato sul set, dove tutti recitano la parte di un copione che io non ho studiato e mi sento fuori posto. Non so nemmeno perché sono venuto qui stasera, sarei rimasto volentieri a casa se non mi fosse sembrata più vuota e silenziosa del solito. Dovrei forse prendermi un cane? Magari un gatto sarebbe preferibile visto le ore che sono fuori per lavoro nei periodi di registrazione. Credo che un giorno o l’altro ci farò un pensierino.
Sapevo che stasera ci sarebbe stato anche Dylan, forse è stato questo a farmi prendere la decisione di partecipare a questa pagliacciata senza anima. Odio i posti affollati di gente che vuole sapere tutto di te solo per mero gossip e non perché gli importi davvero della tua vita. Qui dentro sono Adam Nigel, l’attore, non l’uomo che pochi conoscono.
Mi muovo tra i gruppi con un bicchiere in mano, cercando di sembrare a mio agio e di mimetizzarmi in modo da sembrare meno irrequieto. A nessuno sembra importare abbastanza della mia presenza e, per la cronaca, mi va benissimo così. Non ho bisogno di interagire con perfetti sconosciuti per essere felice, anzi, se mi stanno alla larga, mi fanno solo un grandissimo favore.
Finalmente dei volti familiari!
Vedo Dylan e Samuel vicino alla vetrata che dà sul giardino. Dylan ha quella piega storta sulla bocca che conosco fin troppo bene, la sua sopportazione è al limite. È troppo gentile per mandare a quel paese il suo interlocutore, ma si vede lontano un miglio che vorrebbe liberarsene il più in fretta possibile.
George Farrington è davanti a loro, parla senza freni, gesticola, riempie lo spazio come se fosse stato costruito apposta per lui. È bello da mozzare il fiato. L’ho sempre trovato stupendo con quegli occhi grandi ed espressivi di un blu incredibile, ma poi apre bocca e ti verrebbe voglia di chiudergliela ficcandogli la lingua dentro. Okay, forse è quello che farei io, ma credo che molti uomini la pensino come me. È un bel bocconcino, è un dato di fatto.
In qualche modo Dylan riesce a liberarsi di lui, così ne approfitto per avvicinarmi a loro. Li raggiungo con il primo vero sorriso sincero della giornata stampato in volto.
«Ciao coppietta felice.»
Il volto di Dylan si illumina nel riconoscere la mia voce.
«Ciao Adam,» mi saluta quasi sollevato non appena i suoi occhi chiari si posano nei miei.
Samuel si libera dalla presa del suo uomo per rivolgermi tutta la sua attenzione. «È bello rivederti, Adam,» mi dice cortese.
«Anche per me, Samuel.» Gli stringo una spalla. «Oddio, Farrington sta vendendo qua.»
Li avviso del ritorno del bellissimo modello, che non è rimasto lontano a lungo, e Dylan non è per niente felice della situazione.
«Non di nuovo, ti prego,» brontola chiudendo gli occhi con esasperazione. «Non posso farcela.»
«Potevi darglielo almeno una volta e poi ti avrebbe lasciato in pace,» scherzo trattenendo a stento una risata.
Mi riserva un’occhiata tagliente e io tossicchio tornando serio.
O perlomeno ci provo.
«Se vuoi gliela do io una botta, magari poi ti lascia stare,» mi offro volontario in modo scherzoso. A dire il vero me lo porterei a letto sul serio, ma non serve che lo sappiano.
«E lo faresti per me? Come segno della nostra amicizia?» Inarca un sopracciglio e per qualche assurdo motivo sento il calore raggiungermi le guance.
«Certo, solo per la nostra amicizia,» rispondo portandomi una mano all’altezza del cuore per enfatizzare la mia immensa sincerità.
Samuel, al suo fianco, ridacchia coprendosi la bocca con la mano. Nemmeno lui crede a quello che ho appena detto.
«Wow, Adam Nigel in persona!» George, che ci ha appena raggiunti, mi squadra dall’alto in basso, soffermandosi più del dovuto all’altezza del mio pacco. Mi sento lusingato, sono sincero, e il mio uccello gradisce molto l’attenzione che gli sta riservando. Non vado con qualcuno da un po’, sono diventato selettivo negli ultimi tempi, soprattutto perché devo sempre stare attento con chi finisco a letto. In fondo chi non vorrebbe farsi scopare da un attore famoso per poi spiattellarlo ai quattro venti? No, queste stronzate non fanno per me.
«George, è sempre un piacere per gli occhi vederti.» Gli regalo un sorrisetto impertinente.
L’uomo sembra fare le fusa dopo aver ricevuto i miei complimenti, le sue guance si colorano appena di rosa.
«E tu sei sempre più affascinante,» commenta lui afferrandosi poi il labbro inferiore tra i denti.
«Ti va di bere qualcosa?» Gli offro il mio braccio che accetta senza alcuna esitazione. «Ho visto un barista che fa dei cocktail speciali laggiù.»
«Oh, mi piacerebbe molto assaggiare qualcosa di particolare.»
Mi volto e ammicco al mio migliore amico che sembra tornare a respirare normalmente.
Non c’è di che, amico mio.
Attraversiamo il salone mentre lui continua a parlare. Io annuisco, rispondo a metà, faccio il mio dovere da bravo accompagnatore, ma non sto davvero ascoltando ogni parola che esce da quelle labbra carnose che mi distraggono di continuo. Mi chiedo che sapore abbiano e come avvolgerebbero bene il mio uccello. Al solo pensiero, si agita all’interno dei boxer. Devo pensare ad altro, non sarebbe carino sfoggiare un’erezione in mezzo a tutta questa gente.
Poi dal nulla noto un lampo negli occhi di George quando pensa che non lo stia guardando. È una crepa che conosco bene, è la stessa che mi porto addosso da anni, che nascondo dietro battute, sorrisi, e un’aria da “ho tutto sotto controllo” quando invece mi sento del tutto fuori posto.
George continua a parlare, ma la sua voce cambia o forse sono io che la sento diversa ora che sto facendo più attenzione a lui. È più tesa, quasi fragile, come se si stesse trattenendo dal dire quello che vorrebbe davvero. Nasconde se stesso dietro battute e sorrisi, facendo credere di avere tutto sotto controllo, quando non è davvero così. È come mi sento anch’io, da troppo tempo ormai.
«Adam? Mi stai ascoltando?» chiede, inclinando la testa per cercare il mio sguardo.
«Ci sono, scusa, mi sono perso per un attimo nei miei pensieri.»
La sua risata è breve, il sorriso non gli arriva agli occhi ed è allora che noto la stanchezza sul suo volto, le occhiaie, le labbra tese. Sembra fuori fase e conosco benissimo quella sensazione, so quanto può essere spaventosa. Non mi piace vederlo così irrequieto, sono abituato alla versione esuberante di lui, non a questa sbiadita. Non è il George Farrigton che conosco, ma ho come la sensazione che quel George sia quello falso. Mi sta mostrando una parte di sé che di solito tiene nascosta agli altri e ne voglio di più. Vorrei che abbassasse ogni difesa con me, non deve per forza tenere la guardia alzata. Non siamo però così in confidenza, non può sapere che può fidarsi di me, ma spero che lo scoprirà presto. In questo ambiente è difficile conoscere persone vere, per questo mi tengo stretta la mia amicizia con Dylan.
«Allora, qual è il tuo cocktail preferito?» chiedo mentre ci avviciniamo al bancone.
George solleva un sopracciglio, come se gli avessi appena fatto una domanda profondissima. «Oh, io? Bevo qualsiasi cosa abbia un nome complicato e un colore sospetto. Fa sembrare tutto più interessante.»
«O fa sembrare tutto più sopportabile,» ribatto, appoggiandomi al bancone con un’aria che spero sembri rilassata, quando invece sono ancora piuttosto teso e arrapato.
«Touché.» Mi rivolge uno di quei sorrisi da copertina, che potrebbe ingannare chiunque ma non me. «E tu? Cosa bevi quando vuoi fare colpo?»
«Io? Mi limito a sorridere al momento giusto, non ho bisogno di fare colpo,» rispondo, fingendo modestia.
George ride, una risata breve ma elegante. «Che fortuna. Io invece devo impegnarmi. Essere affascinante è un lavoro a tempo pieno ed è faticoso da morire.»
«Ti riesce bene però,» lo rassicuro. Lo penso davvero, ma lo dico come se fosse una battuta.
«Lo so.» Usa lo stesso tono, prendendosi gioco di se stesso.
Il barista si ferma davanti a noi e George ordina qualcosa con un nome francese che non saprei ripetere nemmeno se mi impegnassi. Io prendo un gin tonic, semplice e anonimo, un altro modo per non attirare l’attenzione.
«Quindi,» riprende George, «sei venuto qui per divertirti o per soffrire in silenzio come tutti gli altri?»
«Io soffro sempre in silenzio. È il mio superpotere,» affermo regalandogli un sorrisetto strafottente.
«Davvero? Io invece soffro parlando. Molto, a volte troppo, a quanto pare.»
Lo dice ridendo, ma c’è un’ombra negli occhi. Si rende conto di essere eccessivo, indossa una maschera quando è in mezzo alla gente, proprio come faccio io. Ogni tanto se ne libera, a volte solo per pochi secondi ed è proprio in quell’istante che scopri la sua vulnerabilità. Sto iniziando a credere che la versione reale di George sia molto più interessante di quella patinata.
«Be’, almeno sei coerente. Io faccio finta di essere socievole, tu fai finta di essere instancabile. Siamo una bella coppia di impostori.»
«Impostori di lusso, però,» ribatte lui, sollevando il bicchiere appena arrivato. «Guarda dove siamo.»
«Già, un posto perfetto per fingere di essere perfetti.»
I nostri bicchieri si sfiorano in un brindisi che sembra una scena studiata e forse in qualche modo lo è davvero. A quanto pare siamo entrambi bravissimi a recitare. Io almeno sono un attore, ma lui è altrettanto talentuoso e potrebbe darmi del filo da torcere sul set.
«A noi,» dice George.
«A noi,» ripeto.
Il cocktail è buono, l’alcol mi brucia la gola e mi regala una sorta di leggerezza di cui avevo proprio bisogno. George tiene il suo tra le dita, lo rigira più volte, sorseggiandolo piano.
«Sai,» inizia, guardando la folla alle nostre spalle, «questo posto è intenso.»
«È una parola gentile per dire che sembra un acquario umano,» affermo senza pensarci un solo istante.
George ride, ma subito una piccola smorfia gli increspa le labbra. «Già, c’è troppa gente che finge di divertirsi.»
«Noi compresi.»
«Ovviamente, noi compresi.» Mi sorride, stavolta in modo più genuino.
C’è un attimo di silenzio, come se entrambi stessimo cercando un’uscita di sicurezza che non si vede.
Io la vedo, invece, ed è lui.
Appoggio il bicchiere sul bancone, «Senti, se vuoi possiamo andarcene, cambiare aria.»
George mi guarda e per un secondo non sorride, abbassa del tutto la maschera, ogni difesa crolla.
«Cambiare aria?» ripete, inclinando la testa. «E dove mi porti, Adam? In un posto ancora più affollato?»
«No.» Abbasso lo sguardo un istante, poi lo rialzo. «A casa mia. È qui vicino, è tranquillo e soprattutto non c’è nessuno che parla a voce troppo alta.»
George solleva un sopracciglio in modo civettuolo. «Stai cercando di sedurmi?»
«Sto cercando di salvarti,» rispondo con un mezzo sorriso. «E forse di salvarmi un po’ anch’io.»
Perché no, anche di sedurlo se ci sarà l’occasione.
Lui ride di nuovo, stavolta la risata sembra più vera e mi scalda il petto.
«Sai che potrei dire di sì solo per non restare un minuto di più qui dentro?»
«Allora dillo.» Gli offro la mano, ma non la afferra ancora, sembra riflettere su qualcosa.
«Non hai paura che io sia troppo?» chiede con tono scherzoso, anche se nei suoi occhi scorgo tutta la sua vulnerabilità.
«Ho paura che tu sia esattamente come me,» rispondo sincero. «Ed è questo che mi spaventa.»
George abbassa lo sguardo sul suo bicchiere, poi lo lascia sul bancone accanto al mio e prende finalmente la mia mano. «Andiamo, allora.»
Mentre ci dirigiamo verso l’uscita, entrambi a testa alta e con una sicurezza che non possediamo, mi rendo conto che stiamo interpretando una parte, ma per la prima volta da quando l’ho visto, mi sembra che stiamo recitando nello stesso spettacolo.
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