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Adam
«Adam, se continui a fissare il telefono in quel modo finirai per trapassarlo con lo sguardo.»
Sollevo appena gli occhi dal display e trovo Dylan seduto sulla sedia accanto alla mia nel caos rumoroso del set di Soul Mates. Attorno a noi tecnici che corrono da una parte all’altra, qualcuno che sistema le luci e il regista che sta litigando con il reparto trucco da almeno dieci minuti.
Una normalissima giornata di riprese, insomma.
«Non lo sto fissando,» borbotto un po’ più acido di quanto avrei voluto.
Dylan sbircia comunque lo schermo. «Hai aperto la stessa chat cinque volte in due minuti.»
Abbasso subito il telefono contro il petto, anche se è troppo tardi per salvare la dignità.
«Sei angosciante.»
«E tu sei inquietante.» Mi indica con il dito. «Hai l’espressione da fidanzato disgustosamente innamorato.»
Mi lascio sfuggire una risata nasale. «Vaffanculo.»
«Oh, quindi ho ragione!» Un sorriso da Stregatto appare sulle sue labbra.
Non rispondo, anche perché sì, ha assolutamente ragione.
Il problema è che Dylan mi conosce troppo bene ormai. Dopo due stagioni passate praticamente appiccicati su questo set, è diventato fin troppo bravo a leggermi. Se poi aggiungiamo il bonus dell’amicizia, il gioco è fatto! Diventare amici è stato inevitabile, ma da quando sto con George si diverte un mondo a prendermi in giro.
In effetti sto controllando il telefono in continuazione perché lui mi manca ed è ridicolo perché viviamo insieme. L’ho visto stamattina prima di uscire di casa. Mi ha perfino preparato il caffè mezzo addormentato con i capelli arruffati e una delle mie felpe addosso.
Eppure ho comunque voglia di sentirlo.
Scorro distrattamente la chat e sorrido da solo vedendo l’ultimo messaggio ricevuto.
Amore, ricordami di non fidarmi mai più di Samuel quando dice “solo una partita veloce” alla play. Sono stato umiliato.
Dio, lo amo.
«Oh no,» mormora Dylan guardandomi. «Sta sorridendo al telefono.»
«Non sto sorridendo,» brontolo ancora una volta, di nuovo punto sul vivo.
«Mike!» urla lui verso l’altra parte del set. «Adam sta sorridendo al telefono come un adolescente!»
«Ti sento, stronzo!» ribatto subito.
Mike, l’altro suo migliore amico, che ormai è diventato la sua guardia del corpo, arriva ridendo con due bottigliette d’acqua in mano e si lascia cadere sulla sedia libera davanti a noi.
«Fammi indovinare,» dice guardando Dylan. «Messaggino romantico?»
«Peggio,» risponde lui. «È nella fase in cui guarda il telefono e basta.»
Mike si porta una mano al petto con fare teatrale. «Oh, è grave allora.»
Roteo gli occhi, ma il sorriso continua a tirarmi gli angoli della bocca contro la mia volontà.
«Siete insopportabili.»
«No,» ribatte Dylan. «Tu sei insopportabilmente innamorato.»
Sto per rispondere quando il regista urla che saremo pronti tra cinque minuti. Perfetto, il tempismo è tutto in questo momento. Mi passo una mano sul viso e mi alzo dalla sedia con un sospiro.
«Se sbagli le battute perché stai pensando al tuo ragazzo, giuro che rido per tutta la scena,» commenta Dylan alzandosi anche lui.
«Non succederà.»
È una bugia enorme perché durante le riprese continuo ad avere lui in testa. Il modo in cui si è stretto contro di me stanotte nel sonno, il sorriso che mi ha fatto appena ho aperto gli occhi. La felicità assurda e quasi spaventosa che provo da quando viviamo insieme.
A un certo punto il regista ci interrompe nel mezzo del dialogo.
«Adam.»
Sbatto le palpebre. «Mh?»
«La battuta.» Inarca entrambe le sopracciglia.
Merda.
Dylan si gira dall’altra parte per non ridere apertamente davanti alla troupe.
«Scusa,» mormoro, passandomi una mano dietro il collo. Che figura da principiante che ho fatto!
Il regista sospira esasperato. «Facciamo una pausa di dieci minuti. E tu,» mi indica, «smettila di avere gli occhi da cucciolo innamorato durante le scene drammatiche.»
L’intero set scoppia a ridere.
«Oddio,» sussurra Dylan piegandosi in due. «Ha detto davvero occhi da cucciolo innamorato?»
«Vi odio tutti.» Socchiudo gli occhi per mostrare loro la mia espressione più arrabbiata possibile.
Jack, uno dei nostri colleghi, mi dà una pacca sulla spalla mentre torniamo verso le sedie.
«Coraggio,» dice con aria solenne. «È il prezzo dell’amore.»
Gli lancio un’occhiata piatta. «Hai passato troppo tempo con Dylan.»
«Vero,» ammette lui. «Ma almeno io riesco ancora a ricordarmi le battute.»
«Jack,» interviene Dylan. «Non provocarlo. È fragile.»
Li ignoro entrambi e riprendo il telefono dalla tasca. Per un secondo fisso la schermata della chat senza scrivere nulla.
Poi, quasi senza pensarci, digito:
A che ora ci vediamo stasera?
La risposta arriva meno di trenta secondi dopo.
Ti manco già?
E niente.
Sono completamente fottuto.
*
La festa organizzata dalla maison è il tipo di evento che George e io odiamo: troppa gente, troppi sorrisi finti.
E invece eccomi qui, con un bicchiere di champagne in mano e lo sguardo fisso dall’altra parte della sala.
Su George.
Dio santo.
Le fotografie del servizio non gli rendono per niente giustizia. Lo vedo parlare con Jessica vicino alla parete piena di gigantografie della campagna pubblicitaria e per un istante il resto della festa sparisce del tutto. Indossa uno smoking nero aderente, è elegante da morire e non sta nemmeno cercando di attirare l’attenzione, eppure ce l’ha tutta addosso.
«Ti si stanno sciogliendo gli occhi.»
Sobbalzo appena quando Dylan compare accanto a me con un sorriso divertito. George ha invitato anche lui e Samuel alla serata, volendo dei veri amici qui per lui in mezzo a tanta falsità.
«Non so di cosa parli.»
«Adam.» Mi guarda con un sorrisetto ironico sulle labbra. «Lo stai fissando da tipo quattro minuti.»
«Tre,» lo corregge Samuel arrivando subito dopo con due flûte in mano. Ne porge uno al suo compagno, che accetta subito, ringraziandolo con un bacio sulla guancia.
Li guardo scandalizzato. «Perché mi monitorate?»
«Perché è divertente,» risponde Dylan senza il minimo rimorso.
Dall’altra parte della sala, George ride a qualcosa che Jessica ha detto e abbassa appena la testa. Quel sorriso mi colpisce in pieno stomaco con una violenza assurda.
Dylan segue il mio sguardo e sorride appena. «Okay, adesso capisco.»
«Cosa?» chiedo confuso.
«La faccia che fai quando parli di lui.»
Prima che possa chiedergli che diavolo significhi, George alza gli occhi e mi vede.
E cambia immediatamente espressione.
È una cosa minuscola, quasi invisibile per chiunque altro, ma io ormai la conosco bene. Il suo volto si addolcisce appena quando incontra il mio sguardo come se fossi il suo tutto e vedesse solo me in mezzo a tutte queste persone. Il cuore mi fa una capriola assurda nel petto.
George si scusa con Jessica e attraversa la sala nella mia direzione, ignorando chiunque provi a fermarlo lungo il tragitto.
«Ciao,» dice appena mi raggiunge.
E no, non è legale che una semplice parola detta da lui possa farmi questo effetto.
«Ciao.» Ridicoli, ecco cosa siamo!
Per un secondo restiamo semplicemente lì a guardarci come due idioti, poi George abbassa lo sguardo sul mio completo e sorride lentamente.
«Stai davvero bene.»
Mi lascio sfuggire una risata incredula. «Lo dici tu? Ti sei visto stasera?»
Dylan emette un verso disgustato alle nostre spalle. «Vi prego, prendetevi una stanza.»
George ride piano senza distogliere gli occhi dai miei e, come sempre, quel suono mi manda fuori fase.
«Jessica ti sta cercando,» lo informa Samuel. «Credo voglia presentarti ad altra gente importante.»
George fa una smorfia. «Terrificante.»
«Benvenuto nel mondo della moda,» commenta Samuel in modo ironico.
George si avvicina a me abbastanza da farmi sentire il suo profumo.
«Tu almeno ti stai divertendo?» mi chiede piano.
Annuisco. «Molto più del previsto.»
Inclina appena la testa. «Secondo me è perché ci sono io.»
Scoppio a ridere. «La tua modestia è commovente.»
«E la tua ossessione per me evidente.»
Dylan si gira verso Samuel. «Okay, adesso sono sicuro che si sposano.»
Il mio cuore si ferma.
George, ignaro della bomba appena lanciata, ride e gli tira un’occhiata esasperata. «Stai già pianificando il nostro futuro?»
«Qualcuno deve farlo,» ribatte Dylan tranquillo.
Da quella conversazione con Samuel e Dylan, l’idea si è infilata nella mia testa e ha iniziato a comparire nei momenti più assurdi, trasformando scene normalissime in qualcosa di pericolosamente importante.
Per esempio adesso. George è seduto sul pavimento del soggiorno con le gambe incrociate e una scatola di pizza aperta davanti, concentrato sulla ricerca impossibile di un film decente da guardare. Indossa una mia maglietta nera troppo larga e gli occhiali che usa solo la sera quando è stanco. Lo trovo ancora più sexy in versione nerd, anche se non credo di averglielo mai detto. Potrebbe averlo capito dal modo in cui l’ho scopato l’altra sera, chiedendogli di non toglierli.
Adesso, però, sto pensando che vorrei sposarlo.
Di nuovo.
«No, questo no,» borbotta lui indicando la televisione. «Ha il novanta per cento di probabilità di traumatizzarci.»
Sorrido appena senza rispondere perché la verità è che mi succede di continuo ormai, di pensare di fargli la proposta, intendo.
Vorrei chiederglielo quando si addormenta con la testa sul mio petto e un respiro lento che mi rilassa più di qualsiasi cosa al mondo.
Vorrei chiederglielo quando canta a caso in cucina convinto che io non lo senta. Quando mi aspetta sveglio anche se torno tardissimo dal set. Quando ride così forte da piegarsi in due e cerca la mia mano. Quando mi guarda.
Dio, soprattutto quando mi guarda.
Ci sono momenti in cui George riesce a fissarmi con una dolcezza così disarmante da farmi quasi male al petto e allora penso: “Ecco, potrei inginocchiarmi qui. Adesso.”
Come la settimana scorsa. Eravamo al supermercato, George stava discutendo in modo serio con una signora anziana sull’esistenza o meno della pasta a forma di stelle natalizie fuori stagione. Io ero fermo qualche metro più indietro con il carrello in mano a guardarlo gesticolare tutto indignato e ho avuto un impulso fortissimo di attraversare la corsia, prendergli il viso tra le mani e dirgli “Sposami!”.
Oppure ieri mattina. George era ancora mezzo addormentato e si è avvicinato a me in cucina trascinando i piedi, cercando il caffè senza nemmeno aprire bene gli occhi. Quando gli ho passato la tazza, lui si è appoggiato contro di me in modo automatico, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Io ho pensato che avrei potuto farlo in quel momento, con i capelli arruffati, il pigiama stropicciato e l’alito di caffè.
La cosa assurda è che non riesco nemmeno a immaginare un momento “giusto” perché con George ogni momento lo sembra.
«Adam.»
Sbatto le palpebre e torno all’improvviso alla realtà. George mi sta guardando dal pavimento del soggiorno con gli occhi socchiusi.
«Mh?»
«Sono tipo cinque minuti che mi fissi senza dire nulla.»
Merda.
Cerco di assumere un’espressione normale. «Stavo pensando.»
«Lo vedo.» Inclina appena la testa. «Dovrei preoccuparmi?»
Sorrido appena e scuoto la testa. George continua a osservarmi per qualche secondo, poi si alza dal pavimento e viene verso il divano. Si lascia cadere accanto a me con un sospiro e mette subito le gambe sopra le mie. Prende una fetta di pizza dal cartone e me la porge senza nemmeno chiedere, come se sapesse già che stavo per prenderla io.
«Sembri uno che ha appena vinto alla lotteria,» dice divertito.
Vorrei chiedergli cosa sta insinuando, ma non ne ho il tempo e ridacchia prima di aggiungere: «Hai me davanti, no?»
Scoppio a ridere piano e gli passo un braccio attorno alla vita, tirandolo più vicino.
Se solo immaginasse quante volte al giorno combatto contro l’impulso di chiedergli di restare con me per sempre.
Se solo sapesse quanto è vera la sua affermazione. Ho davvero vinto la lotteria con lui.
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