AMORE SPEZIATO
Capitolo 2 di 18

LUCIA CANTONI


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Clara

 

Uhhh… uhhh… sbam! Il vento ululava tra le fronde degli alberi, facendo sbattere l’anta della gelosia alla finestra. Era ormai settembre e il tempo stava evidentemente mutando il suo aspetto, ricordandomi che un altro anno stava passando. Vecchio spauracchio compagno di rughe non ti temo, almeno non ancora!

Feci scrocchiare il collo e benedissi la mia buona stella che fosse mercoledì, giorno in cui lavoravo da casa. La mia vita era un andirivieni di colori, di facce e di situazioni tragicomiche, nelle quali mi trovavo puntualmente invischiata. Amavo il lavoro del mercoledì, quello che mi fruttava un centinaio

di euro al mese, ma che nutriva la mia sete inestinguibile di comunicazione. Riunivo le e-mail, inviavo tutto alla redazione e il gioco era fatto!

Ero una divulgatrice nata e speravo di diffondere il mio messaggio a più persone possibili! No, non voglio allarmarvi, so che state già per chiudere il libro, per spegnere l’ebookreader, non fatelo, non ero un novello profeta o un’adepta di qualche improbabile setta, adoratrice di internet, ma procediamo per gradi.

Mi chiamo Clara Bonelli, psicoterapeuta nonché guru dell’amore, collaboratrice della rivista Donna Today… colei in grado di mettervi in contatto con le profondità nascoste del vostro cuore, di bisbigliarvi all’orecchio la voce del vostro sentimento… ero la curatrice della rubrica Woman’s in love. Letteralmente donna in amore, okay, fanciulla innamorata suonava decisamente meglio! Amavo aprire gli occhi alle persone, farli prendere coscienza del reale stato delle cose e della necessità di tornare al nostro “io primordiale”. Accesi il computer e digitai la password della mia casella mail, pregustando le risposte alle nuove lettere che sicuramente intasavano già la cassetta della posta virtuale. Quanto amavo il mio lavoro! Eccola lì che mi occhieggiava

come un gattino intrappolato tra i rami di un albero, in attesa della mia scala.

 

DA: cuoreinfrantumi

A: womansinlove.lapostadiclara@mail.it 

OGGETTO: Io lo voglio, ma lui…

Cara Clara,

sono una lettrice assidua della tua posta del cuore e ammiro molto la tua linea di pensiero sulle questioni romantiche, per questo ho deciso di affidarmi a te per il mio problema, sicura che tu sia l’unica in grado di risolverlo.

Sono uscita una decina di volte con un ragazzo, mi piace davvero molto, ma da qualche giorno mi evita e non risponde ai miei messaggi. So che forse dovrei desistere, ma mi piace davvero molto! Cosa mi consigli di fare?

Grazie, tua fedele cuore in frantumi.

 

Mi sgranchii le dita e poi cominciai a digitare sulla tastiera.

Tesoro mio, il tuo problema va risolto risalendo alla fonte: dieci uscite, ma dico, in tutti questi mesi non hai proprio imparato nulla dai miei consigli? Ricorda, la regola del tre! Tre appuntamenti: il primo per conoscervi, il secondo per finalizzare, il terzo per consolidare. Arricciai una ciocca di capelli sul

dito. Per me la cosa avrebbe anche potuto concludersi così, ma sapevo che per la società moderna sarei risultata incomprensibile… quale donna dei giorni nostri accetterebbe di aprire gli occhi sull’inutilità delle relazioni senza battere ciglio? Probabilmente solo la sottoscritta! Avevo imparato ad allargare le mie vedute per il bene di tutti.

Cara Eva, tu e il tuo Adamo vi siete concessi troppo tempo per riflettere, perdendo di vista il fulcro essenziale di ogni coppia… il piacere della finalizzazione, il godimento che sta nella compagnia reciproca. Insomma, pensare di meno e fare di più l’amore, questo è il mio consiglio. Sane coccole sotto le lenzuola, possibilmente accompagnate da un condimento piccante!

Il mio consiglio è, come sempre in questi casi, quello di migrare verso altri lidi… le minestre riscaldate non piacciono a nessuno, ma se proprio il tuo povero cuoricino non può fare a meno di pensarci… allora fatti sedurre dal serpente e proponi al tuo Adamo la mela del peccato, nulla di meno!

Tienici aggiornate! Clara

Tutta questa gente innamorata, bah! Infatuata, semmai e poi di cosa? Di un’immagine romantica che i romanzi rosa e la televisione desideravano propinarci da

decenni, ma che dico decenni, da millenni? Perché limitare le potenzialità di una donna, mettere in dubbio la sua stessa femminilità se non accompagnata da un uomo? Non fraintendetemi, io adoravo i maschi e a dirla tutta mi piacevano anche parecchio! Semplicemente non credevo nell’amore, non l’avevo mai incontrato prima e, a essere sincera, non pensavo che esistesse… lo ritenevo una proiezione di un nostro sentimento ideale che ci piaceva dirottare su qualcun altro per mantenere una stabilità apparente.

Nel regno animale c’era il sesso, la famiglia, ma non l’amore… sì, certo, l’uomo non si accoppiava solo per il fine riproduttivo… d’accordo, il buon sesso senza complicazione era una manna dal cielo! Stop. Pensavo fossimo troppo complicati e complessi per essere nati per vivere costretti in una coppia duratura. A lungo andare sarebbe divenuta una gabbia. Forse ero egoista, ma amavo me stessa e questo mi bastava.

Mentre mi accingevo a passare alla e-mail successiva, un gran trambusto proveniente dall’esterno mi aveva fatto sobbalzare. Mi ero affacciata alla finestra, scorgendo nitidamente un mostruoso bisonte, abbigliato da camion dei traslochi.

Sbuffai sonoramente, mia sorella doveva aver trovato un nuovo inquilino per l’appartamento sfitto a fianco al mio. Questo significava che avevo un vicino. Perché la cosa mi risultava sgradevole? Chiamatelo sesto senso, ma l’idea non mi andava molto a genio. Strano, Eloisa non me ne aveva parlato… forse perché sapeva che le avrei fatto il terzo grado riguardo alla nuova presenza che incombeva come un fantasma del maniero sulla frazione di proprietà appartenente alla mia sorella minore.

Elo era così diversa me… riflessiva, materiale, precisa… almeno quanto io ero spirituale, eclettica e fatalista. Lei amava la corsa, io ero maestra di Yoga. Lei rinnegava il nostro passato, io ne attingevo tutti i giorni a piene mani. Cosa c’era di male nell’essere state cresciute da una zia italoamericana, reduce dalla vita in una comunità hippie?

Sorseggiai un po’ del mio tè alle erbe e mi andò di traverso. Il camion aveva appena investito alcune delle mie piantine di melanzana. Cazz!

«Ehi!» urlai dalla finestra come la più fine delle scaricatrici di porto.

«Ci scusi, signora, ci sono erbacce dappertutto!» mi urlò l’autista dal cabinato.

«Sono ortaggi, non piante infestanti! È appena salito su una delle mie serre!»

gracchiai, mentre la rabbia montava dentro di me come un uragano. Attuai la tattica della respirazione, misurandola come ero solita fare durante gli esercizi di yoga. Non tutte le persone sono delle teste di porro, la maggior parte è amabile e gentile, io faccio l’amore, non la guerra!

Fu in quel momento che i miei occhi misero a fuoco quello che sarebbe diventato il mio vicino. Era alto e bruno e imbracciava uno scatolone. Lo spirito della cordialità che abitava il mio corpo, di tanto in tanto, mi spinse a fare le scale e ad andare a presentarmi. Nonché a salvare capra e cavoli del mio lavoro contadino. Sistemai meglio il turbante di seta turchese che mi ero avvolta in testa per prevenire gli spifferi d’aria e mi avventurai nel cortile. Di lui nemmeno l’ombra, si era volatilizzato come Dracula in versione pipistrello. Poco male, avrei avuto ancora qualche ora di tempo per metabolizzare la situazione.

«Moira Orfei, quei vasetti là in fondo sono da portare via?» Ma che briga si prendevano di andare a curiosare nella mia cantina?!?

«No! Quella è la marmellata di corbezzolo che devo vendere domani al mercato!» scossi la testa e mi affrettai a raggiungere l’uomo della ditta dei traslochi, prima che combinasse

qualcosa di irreparabile. Dovevo accendere un bastoncino d’incenso, il prima possibile!


* * *

Il giovedì era giorno di mercato nella mia ridente cittadina. Questo significava un’unica cosa… la messa in atto del mio secondo e soddisfacente impiego: la vendita degli ortaggi stagionali del mio orticello e delle marmellate Baci di natura! Lo so che state pensando che io viva di espedienti, ma non riuscirei a immaginare null’altro che mi renda tanto fiera e felice! Dover dipendere solo da me stessa e da nessun altro mi aveva sempre spronato a dare il meglio… a responsabilizzarmi o si ballava bene o niente ciccia nel piatto la sera. A parte le mie marmellatine, gnam!

Amavo il giovedì, in special modo in quella stagione, quando le bancarelle si vestivano di odori e sapori tipicamente autunnali, come se raccogliessero le foglie cadute dagli alberi confezionandosi un abito nuovo.

Osservai orgogliosa gli scatoloni ricolmi di barattoli, baciati dalla luce del primo mattino e sospirai. Il sugo ai porcini e la marmellata di corbezzoli amoreggiavano invitanti, sfiorandosi dal vetro, era nato un nuovo amore!

Scaricai l’auto, sistemando tutto ordinatamente sulla bancarella. Buongiorno, signor pomodoro, sta bene a fianco al signor peperone o preferisce lo sposti vicino la famiglia carota? Ok, a volte mi facevo prendere troppo la mano… mia sorella si lamentava spesso con me che al posto di intrattenere discorsi con gli ortaggi avrei dovuto essere più condiscendente con il sesso opposto… a conti fatti, secondo me, non ne valeva la pena.

Il lago d’Orta quella mattina era una tavola di azzurro, una conca di colore in cui un ispirato pittore avrebbe potuto intingere il pennello. Sospirai grata alla vita e sicura che sarebbe stata un’ottima mattinata!


* * *

Che giornata orrenda! Ero rincasata, come il mio solito, nel primo pomeriggio e avevo preso atto di un danno che agli occhi della mia povera coscienza era parso irreparabile! Poi avevo messo da parte la vena vittimistica che avevo ereditato da zia Florence, insieme allo spirito hippy, e avevo preso coscienza della reale entità della cosa. Qualcuno era entrato nel mio cortile mentre ero a lavoro, saccheggiando letteralmente gli scatoloni che utilizzavo per riporre la merce! Alcuni

giacevano addirittura piegati in malo modo, (sfondati!) a lato del cancello… avevano perso la loro anima… ma quel che più mi irritava era che MI AVEVANO DERUBATO!

Disonore su di voi, affronto! Il Karma vi punirà e nella prossima vita sarete omuncoli sdentati e senza capelli! Grrr.

Sì, d’accordo, avevo lasciato il cancello aperto, ma non mi sentivo minimamente colpevole della situazione! Che diavolo significava? L’atto poteva risultare meno grave, non era furto se era facile commetterlo? Piagnucolai ancora una mezzora, piangendo sulla perdita della salsina al rabarbaro, poi come un fiore appena innaffiato, sorbii nuova linfa! Il calendario riportava cerchiata di rosso la data di quel giorno! Le stelline mi si accesero negli occhi come se avessero appena tirato la leva della slot-machine nel mio cervello. Fiesta! Que fantastica fantastica esta fiesta! Quella era la sera nella quale festeggiavo il party del mese! Una volta ogni quattro settimane, aprivo la mia umile dimora agli amici e conoscenti per una cena a base naturale con piatti cucinati da me e per stare in compagnia fino a tarda ora. Insomma, non dico che fossi una vip nel circondario, ma me la cavavo egregiamente. Non era mai successo che mi fossi trovata la casa desolatamente

vuota, né che i manicaretti fossero finiti in pasto a Dharma, la mia gatta. A parte la volta che la maionese era impazzita e aveva molestato gli involtini primavera… i poveretti avevano chiesto l’immediato rimpatrio in Cina.

Una spolverata alla casa e via, verso nuove e fantastiche avventure!


* * *

Indossai il nuovo pigiama palazzo acquistato quella mattina e accesi due bastoncini d’incenso per purificare la casa da ogni possibile energia negativa. Con il senno di poi ne avrei accesi almeno quattro!

Dopo il primo quarto d’ora il mio salotto brulicava già di vita e di amici in coda al buffet di crudità allestito dalla sottoscritta. Il mio ego da padrona di casa esultava, mentre il mio mentore, colui che mi aveva insegnato tutti i segreti dello yoga, conversava vivacemente con il direttore editoriale di Donna Today, il giornale per il quale scrivevo.

Dharma si leccava già i baffi contemplando ogni cosa dalla cima del mobile più alto della stanza, insomma tutto nella norma. Fino ad allora…

Suonarono alla porta e io mi ritrovai a fluttuare sino alla soglia nei miei sandali scampanellanti.

Vidi nell’ordine: una grossa petunia, mia sorella Eloisa e un uomo alto, cavolo se era alto, girato di spalle. Avrebbe potuto essere tranquillamente l’inizio di una barzelletta.

«Una pazza, Eloisa, una ragazza con un paio di pantaloni azzurri a fiori rossi che accatastava scatoloni su scatoloni davanti al cancello d’entrata canticchiando Raffaella Carrà. Roba da andare fuori di testa!» brontolò proferendosi in un eloquente gesto della mano. Ma stava parlando di me?

«Neanche fosse casa sua, per la miseria! Un povero disgraziato dovrà pur entrare con l’auto nel suo box, senza che una figlia dei fiori uscita da un buco temporale gli ingombri il passaggio? È sparita e ha lasciato tutto lì, normale che mi sono sentito giustificato dal far sparire tutte quelle cianfrusaglie dalla careggiata!» ma povero, povero nuovo coinquilino, aggredito dai barattoli di salsine della pazza devota a santa Raffaella Carrà!

«Spero che almeno tu abbia apprezzato la marmellata!» ruggii, artigliando la maniglia per non sbottare come un vulcano in eruzione.

«E chi vuoi che l’abbia assaggiata quella robaccia!» sciorinò con ironia, scegliendo quel

momento per voltarsi. Sbam. La porta rovinò sulla mia fronte e si fece tutto nero.

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