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Clara
«Lasciatela respirare, non facciamole capannello intorno!»
«Dio, che bella voce che hai… peccato che appartenga a un tale stronzo!» Stavo delirando, dovevo avere un trauma cranico bello forte!
Lo sconosciuto sorrise, accovacciandosi al mio fianco e puntandomi una pila negli occhi.
«Le pupille sono simmetriche e sei cosciente, non è nulla di grave, ce la fai ad alzarti?»
«Sì…» mormorai, osservando incantata il vigoroso contrasto tra quelle sue iridi glaciali e i capelli scuri come una notte senza luna.
«Signorina Bonelli, non sa quanto mi dispiace! Filippo mi è scappato di mano e ha
urtato involontariamente la porta!» quando si ferma questa giostra? Voglio scendere!
«Sì, scusami Clara, starò più attento, non volevo farti male…» mise il broncio. Che cuccioli i bambini quando facevano qualche marachella!
«Non preoccupatevi, non è successo nulla! Anzi, accomodatevi e servitevi, l’antipasto è a buffet!» rientrai nei miei abiti da perfetta padrona di casa e mi alzai da quella sconveniente posizione. In un attimo mi tornò tutto alla memoria.
«Strappiamoci i capelli, il mio vicino di casa è un dottore supersexy appena uscito da una puntata di Gray’s Anatomy!» Nella mia testa non suonava come un complimento, accidenti!
«Veramente, un dottore mancato, ma grazie!» e avanti tutta con quel sorriso disarmante! Puff!
«Sono lieta di informarti che la pazza hippie di cui stavi parlando sono io, la proprietaria dell’immobile nel quale hai messo le tue deliziose radici e che la botta in testa non mi ha rispedito nel mio buco temporale!» Vittoria!
«Proprietaria per metà!» s’intromise Elo. 1 a
1.
«Comunque, non mi offendo per così poco,
tranquillo, il rapporto di buon vicinato è
salvo!» sono una donna matura, non una bambina e i miei chakra sono perfettamente in equilibrio.
«Allora posso evitare di chiederti scusa? Non sono molto bravo con queste cose…» come tutti gli individui di sesso maschile, d’altronde… ma perché doveva accompagnare ogni sua battuta con un sorriso? Nonostante lo sguardo cupo da seduttore seriale possedeva una solarità irresistibile. Porcaccia, dovrei essere risentita!
«Se non vi dispiace, vi lascio alla vostra festa e torno a disfare gli scatoloni, è stato un piacere conoscerti, Flower power1! Elo, ci sentiamo!» condì il tutto con un elegante occhiolino, prima di sparire velocemente dalla nostra visuale. Sospiro corale.
«Hai visto chi mi ha accompagnata qui? Cioè, dico, mi darei il cinque da sola per aver scelto un affittuario come quello!»
«Non avvertirmi mai dei tuoi subdoli piani!» recriminai tornando dai miei invitati e controllando i pentoloni che bollivano sul fuoco in cucina. Presi una bistecca dal freezer e me la accomodai poco elegantemente sul bernoccolo che cominciava a pulsarmi in fronte. Quel damerino le piaceva, era evidente… bene, bene, la sorellina che di
1 Espressione tipica del movimento hippie che significava letteralmente “potere dei fiori”.
solito mi faceva la paternale aveva deciso di darmi ascolto e assecondare i consigli della sua carne! La guardai soddisfatta.
«Dai voce ai pensieri, Clara!»
«Sì, se proprio ci tieni a sentirtelo dire il vicino ha un gran bel culo.»
«Ha un gran bel culo, un gran bel culo fiuuu!» Carlos, il mio merlo indiano, scelse quel preciso momento per arricchire il suo colorito vocabolario, sottolineando il tutto con un fischio degno del miglior arbitro di calcio.
«Chissà da chi ha preso il pennuto…»
sempre molto simpatica.
* * *
La mattina successiva il party del mese non era mai tutto “‘sto Carnevale di Rio”… ciò che amavo di meno di una festa era il rimettere in ordine il giorno seguente. Non fraintendetemi, io avevo il caos dentro, per questo preferivo non ritrovarmelo in casa. Chi è felice di riassettare, alzi la mano!
Mentre stavo passando l’aspirapolvere tra i cuscini del divano anni ’70 composto dai sedili che avevo recuperato dal furgoncino Volkswagen della zia, qualcuno suonò alla porta. Mi sgranchii i muscoli, assumendo per una frazione di secondo la posizione yoga
della montagna, energia vieni a me! Poi afferrai la maniglia.
«Ciao.» Era l’ultima persona che mi sarei aspettata di vedere.
«Non dirmi che ti serve dello zucchero perché è la scusa più vecchia del mondo!» sorrise.
«Sei stata tu a fare riferimento per prima ai rapporti di buon vicinato… so di essere partito con il piede sbagliato con te, permettimi di rimediare invitandoti a colazione.» Rimasi piacevolmente sorpresa. C’erano poche cose che un uomo potesse fare per stupirmi, una di queste era essere se stesso con semplicità. Annuii e decisi di seguirlo fino alla porta accanto.
L’appartamento, gemello del mio, era arioso e tinteggiato di bianco. In un angolo erano accatastati tre enormi scatoloni marroni, su uno dei quali erano sparpagliati alcuni pentagrammi; bastò questo per incuriosirmi. La casa era ancora sfatta come un letto caldo di sonno, ma c’era qualcosa che la rendeva già speciale e unica, che le donava una personalità difficilmente ignorabile: un pianoforte.
«Sei un musicista?» annuì, mentre trafficava con la moca.
«Ho provato a fare il medico, come voleva mio padre, ma il mio cuore canta una melodia
che non potevo ignorare. Sono un egoista, non sono portato per salvare delle vite, ho capito che dovevo limitarmi a salvare la mia.» Era una buona cosa avere le idee chiare riguardo la propria strada, certo questo tizio non aveva scelto il sentiero più facile da percorrere.
«Comunque, dato che dovremo abitare fianco a fianco per un po’ di tempo, che ne dici di ricominciare tutto da capo?» mi porse la mano e io non esitai neanche un secondo prima di stringerla. Era vero che non portavo rancore e poi tutti meritavano una seconda possibilità. Sempre che non si trattasse dell’ambito amoroso.
«Ivan Desideri, musicista spiantato di professione.»
«Clara Bonelli, psicoterapeuta, specializzata nella cura dei cuori infranti.» E nelle marmellate. Ivan si portò una mano alla nuca.
«Ahia… promettimi che non mi giudicherai per quello che sto per dirti…» aggrottai la fronte.
«Non giudico mai nessuno a priori.» Ed era maledettamente vero.
«Ho diverse amicizie… diciamo femminili, che passeranno a trovarmi. Potrebbe essere un problema per te? Capisco che voi donne dobbiate essere solidali con le sfortunate
“compagne” che incappino in uno stronzo sul loro cammino. Ma ti giuro che non illudo nessuna, sono sempre chiarissimo riguardo i miei intenti.» Mi aveva conquistato già alla seconda parola che aveva pronunciato. Dovevano esserci più uomini come lui al mondo e meno ipocriti che ti facevano credere la luna con l’unico scopo di portarti a letto. La parità, secondo il mio punto di vista, era anche questo, riconoscere nell’altro la possibilità di sperimentare esperienze piacevoli nel rispetto reciproco dell’altra persona. Insomma: patti chiari, amicizia lunga.
«Nessun problema!» ohhh, un pericolo esisteva eccome! Mia sorella non sapeva di questo inconveniente, Elo sperava ancora nella materializzazione del principe azzurro e Ivan il terribile non lo sembrava affatto.
«Io davvero non voglio intromettermi e ti sposo in toto. Cioè non in quel senso, al contrario…» stavo entrando in un cul de sac.
«Insomma, la penso come te, ma mia sorella è a conoscenza di questo tuo… stile di vita?» buttò indietro la testa, ridendo sonoramente.
«Flower power, credi sarei qui se tua sorella non fosse a conoscenza di vita, morte e miracoli del sottoscritto? Eravamo compagni
di appartamento all’università.» Ecco che aveva sganciato la bomba.
«Ah.» Dovevo avere l’espressione di un pesce lesso.
«Tranquilla, ci siamo girati un po’ attorno e poi abbiamo capito che non avrebbe funzionato. Siamo buoni amici, anzi oserei dire che Elo è l’unica amica donna che abbia mai avuto. Ricomincia pure a respirare.» Le cose non mi tornavano affatto, solitamente Eloisa non era tanto misteriosa con me, ma stranamente il mio interlocutore stava monopolizzando in modo assoluto la mia attenzione. Da molto tempo qualcuno non riusciva a catturare tanto il mio interesse. Sì, lo so che vi ho detto che sono la paladina del libero amplesso, ma sono per il buon sesso, non per l’arrembaggio disperato. Con tutti si fa solo per disperazione, non era decisamente il mio caso. Sono Clara Bonelli e nessuno approda nei miei dolci lidi da sei mesi.
Avevo un malsano bisogno di sapere quanto mia sorella e Ivan il terribile erano scesi in intimità… no, erano cose che non mi riguardavano, la Guru dell’amore che era in me scuoteva la testa, prendendo appunti…
Intanto Ivan aveva preparato un fantastico cappuccino che mi occhieggiava dal tavolino in arte povera.
«Magari le tipe come te amano il latte di soia, ma io sono ancora per la tradizione…» disse, spolverando la superficie con una generosa dose di cacao dolce.
«Le tipe come me?» stava ricominciando a offendere? Male, male…
«Cibo bio, Guru dell’amore, incenso, magari pratichi yoga come un perfetto maestro yogi… insomma sei Flower Power!»
«Amo gli animali, ma non sono vegana, il tuo prezioso latte è salvo!» mi tuffai nella schiuma, cercando di annegare i pensieri. La mia mente stava già elaborando un complicato test di compatibilità a cuoricini con l’avvenente vicino di casa. Appunto, vicino. Di. Casa. Questo poteva complicare le cose. Ma lui sembrava adottare il mio stesso stile di vita…
«Tu di me che pensi?» domandò socchiudendo gli occhi.
«Penso che ti diverta giudicarmi dalla mia colorata copertina, ma penso anche che ti piaccia quello che vedi.» Sperai di essere più sicura di me di quanto realmente non fossi. Mi piacevo, ma ero anche conscia di essere una ragazza normale; chissà quante donne erano passate a rallegrare le lenzuola di quel musicista maledetto!
Si ravviò i capelli portandosi la sigaretta ormai finita alla bocca, senza staccare lo
sguardo dal mio. Mi umettai le labbra, di colpo divenute secche.
«Sai, credo che tu abbia ragione.» Non feci in tempo a comprendere il significato di quelle parole perché le sue braccia mi circondarono i fianchi, sollevandoli sino al ripiano della cucina. Si fece spazio con un secco movimento della mano e vidi cadere con la coda dell’occhio un cestino ricolmo di frutta. Un paio di mele rotolarono per la stanza, mentre un dolce calore mi saliva dal ventre, colorandomi le guance.
«Era l’unica cosa in ordine nella stanza… ora dovrai ricominciare da capo.» Azzardai con la mente leggera, le sue mani già su di me.
«Pensavo che avessi capito che amo il caos…» soffiò sulle mie labbra, prima di scendere sulla bocca e schiuderla con la lingua. Era prepotente ed esigente, un bacio che non aveva nulla di dolce, ma che toglieva il respiro dall’intensità che era in grado di raggiungere. Scivolò con una mano su un seno e lo strinse nel palmo, accarezzando la morbida punta con il pollice. Il capezzolo s’inturgidì sotto il suo sapiente tocco. Piccoli brividi mi si scatenarono sotto pelle, mentre lo aiutavo a disfarsi della maglietta. Una sottile peluria scura gli ricopriva il petto definito, scendendo a velare gli addominali, sino a
scomparire oltre la cintola. Non mi era mai capitato di stare con un uomo tanto bello. Il suo fisico era asciutto e forte, disegnato al punto giusto.
Mi afferrò la coda di cavallo, spingendomi di nuovo sulle sue labbra, reclamando un altro bacio, ancora più distruttivo del primo. “Distruttivo” avevo scelto la parola giusta, perché stare con Ivan era come perdere completamente la cognizione di me stessa, divenire una molecola dell’universo infinito e riprendere un’identità solo mischiandomi con il suo respiro. Afferrò un lembo della larga gonna che mi copriva le ginocchia, arrotolandomela sui fianchi e poi scivolò tra le mie cosce. Vederlo in quella posizione, con quegli occhi simili a schegge di ghiaccio liquido, mi fece perdere totalmente la testa. La barba mi graffiò l’interno coscia, mentre le labbra disegnavano una scia di fuoco sino al pizzo dei miei slip. Mi lasciò solo per disfarsi degli ultimi scomodi indumenti, ricordandosi di recuperare qualcosa da un cassetto alle sue spalle. In un attimo era nudo e dentro di me. Mi aggrappai al suo collo, inspirando il suo profumo di mora. Ero scomoda su quel ripiano, completamente addossata a lui, ma smisi di pensare, persa in quella danza, fatta di affondi ritmici e profondi, tanto intensi da
intrecciare insieme le anime. Mi morsi il labbro lasciandomi sfuggire un gemito; non smise mai di guardarmi, mentre mi perdevo in lui, fino a scomparire in una bolla leggera, in un piacere che doveva avere la connotazione dell’ambrosia.
Mi lasciò un ultimo buffetto sulla spalla umida di noi, poi mi aiutò a scendere dal ripiano, sistemandomi la gonna. Mi osservò con un sorriso sghembo, senza preoccuparsi minimamente di rivestirsi. Si aspettava che me ne andassi, così, senza una parola?
«Vieni a fare la doccia con me?» ti prego, sì!
«Credi sia il caso?» che domanda cretina… dopo aver vissuto una tale intimità come potevo trovarlo sconveniente?
«Ci farebbe risparmiare con la bolletta dell’acqua!» mi fece l’occhiolino, poi mi diede le spalle, avventurandosi lungo il corridoio e regalandomi una perfetta panoramica del suo favoloso fondoschiena. Mi decisi a seguirlo in meno di una frazione di secondo.
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