AMORE SPEZIATO
Capitolo 6 di 18

LUCIA CANTONI


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Ivan

 

Ivan parcheggiò l’auto nel vialetto della villa dei suoi genitori. Le siepi erano ben potate e modellate in precise forme geometriche. Quel luogo sembrava essere il monumento mondiale all’apparenza e all’apparire. Lui, che guidava una semplice Cinquecento, sorrise beffardo; non aveva nemmeno scelto il modello con i cerchi in lega.

Scese dall’auto e salì i tre gradini che separavano la corte dall’ingresso della casa. Suo padre lo attendeva sulla soglia, compito nel suo abito sempre impeccabile e i baffi grigi e curati.

«Ti sei degnato di venire, finalmente. Sono settimane che tua madre si lamenta per la tua assenza.»

«Ciao papà, anch’io sono felice di vederti.»

«Non è l’occasione giusta per fare dello spirito, questa… sai che la tua lontananza ci fa soffrire; aggiunge dolore al dolore.» Ivan chinò il capo, odiava dover fare i conti con quella situazione; l’unica in grado di trasformare l’altezzosità di suo padre in chiara sofferenza, a renderlo umano. Ogni volta se ne andava anche una parte del suo cuore, nonostante tutto.

Entrò in casa per non vedere più quegli occhi accusatori, quello sguardo che lo faceva sentire colpevole, mai all’altezza delle aspettative della sua famiglia.


* * *

Clara

 

Ivan stette lontano da casa per un intero week-end. Cercai di occupare il tempo per non pensare troppo a lui, ma i ricordi delle ore passate insieme affollavano i miei pensieri, strappandomi sempre un sorriso. Maledetto Ivan il terribile, la Guru dell’amore che era in me scuoteva il capo a braccia conserte.

Il lunedì successivo le calde note del suo pianoforte ricominciarono ad allietare casa, ma vestite di una melodia triste e spesso concitata. Se la musica era lo specchio dell’anima del musicista, quella di Ivan doveva essere persa in una tempesta che lo stava portando alla deriva.

Fu proprio quel pomeriggio che scoprii un nuovo lato del suo carattere da cui ero stata messa in guardia, ma che ancora non si era palesato. Stavo finendo i miei soliti esercizi pomeridiani di yoga, quando avevo sentito chiaramente un rumore di tacchi sulle scale. Pensando ingenuamente che fosse Eloisa, mi ero affacciata sulla soglia, incontrando lo sguardo di una biondona dal fisico slanciato, strizzato in un tailleur grigio perla. Molto poco nelle mie corde… il suo stile, naturalmente!

«Ciao, scusami sto cercando Ivan, abita qui, vero?» Domanda prosaica, chi ti avrebbe aperto la porta, altrimenti?

Mi dipinsi un sorriso tirato sulle labbra e cercai di rientrare nei miei soliti panni da perfetto anfitrione.

«Sì, certo, percorri il corridoio per intero e… ecco il tuo salvatore! Almeno sono sicura che non ti perderai attraversando questo tortuoso percorso!» conclusi, accorgendomi della materializzazione dell’oggetto del nostro

chiacchiericcio. Neanche fosse tornato dal mondo dei morti… ma quanto ero stata stronza? Mi mangiucchiai una pellicina del pollice, rientrando in casa. Non avevo voglia di parlare con lui, di chiedergli dove era stato e se avesse bisogno di qualcuno con cui sfogarsi… qualcuno obiettivamente l’aveva già. Nemmeno m’importava di dare alla nuova arrivata l’impressione della tipa strana e fuori di testa. Dopotutto era vero. Con Ivan nei paraggi sarebbe stato necessario raddoppiare le sedute giornaliere di yoga. Assolutamente.

Non passò che un’ora scarsa e i tacchetti concitati della ragazza ripercorsero il corridoio a ritroso.

Mi lasciai andare a un sorrisino compiaciuto. Avevano fatto in fretta! Cercai di non soffermarmi troppo sul motivo di quella soddisfazione. A volte fare come gli struzzi e nascondere la testa sotto la sabbia pareva una soluzione soddisfacente… almeno nel breve periodo.

Tornai ai miei affari, ma con il pensiero distrattamente rivolto a qualcuno al di là del muro; un muro che non mi sembrava essere solo fisico.

Lo sentivo uscire di tanto in tanto; sbattere la porta, lasciandosi dietro quel profumo che avevo già imparato a riconoscere e identificare

come suo. Talvolta si esercitava al piano, sperimentando melodie fosche e sinuose, grida silenziose che sembravano voler esprimere qualcosa con il loro linguaggio segreto, ma non bussò mai alla mia porta per più di una settimana e io feci altrettanto. Era questo il patto: nessuna complicazione, nessun legame, nessun obbligo. Era quello che desideravo e forse anche la cosa più giusta da fare; lo strano rapporto che si stava instaurando tra di noi stava prendendo una piega troppo pericolosa per i miei gusti, sarebbe stato molto meglio finirla così. Evidentemente anche un buon libro alla fine stanca… accesi il pc e scovai una mail a cui avevo risposto pochi giorni prima.

 

DA: Polentina87

A: womansinlove.lapostadiclara@mail.it OGGETTO: abitudine d’amore

Cara Clara,

sono una di quelle classiche persone che hanno bisogno di andare a sbattere contro il muro per capire che si faranno male; amo sperimentale sulla mia pelle gli eventuali errori nei quali posso cadere… ma questa volta ho bisogno del tuo realismo e di qualcuno che mi faccia tornare con i piedi per terra. Sono innamorata, follemente persa di un uomo poco più grande di me e

che fin da subito ha ricambiato i miei sentimenti. Conviviamo da tre anni e da qualche tempo il nostro legame non è più quello di prima. Temo che le nostre abitudini abbiano affievolito i suoi sentimenti, mentre i miei sono ancora vivi e brucianti.

Cosa devo fare? Mi rimetto al tuo illuminato consiglio.

Polentina87

 

Lessi anche la risposta e la punta di rimpianto che pungolava un pizzico fondente della mia anima svanì. Ero davvero un’ottima dispensatrice di consigli!

 

Cara Polentina,

il tuo nickname mi fa venire in mente un piatto che amo profondamente… ecco non vorrei essere troppo diretta, ma anche il tuo cibo preferito quando è troppo stroppia. L’indigestione non piace a nessuno e mi pare che la vostra convivenza stia dando i primi segni di stanchezza.

Mi permetto di ripeterti il mio punto di vista sulla situazione: noi uomini (e donne) siamo animali sociali a cui piace incrociare la strada per un certo periodo con esseri della nostra specie. Viviamo, proviamo intense emozioni, ma perché questo sia possibile dobbiamo renderci conto che deve avere breve durata.

Il mio consiglio è quello di restituire al tuo compagno la sua antica e atavica libertà. Ritroverai la

tua e poi… non è detto che mi sbagli e che lui torni da te!

Buona fortuna, Clara.

 

Era stato bello con Ivan, ora era giusto che la nostra breve comunione di anime trovasse la sua naturale conclusione.

Mi stiracchiai come un gatto, tornando al passato di verdura che brontolava sul fuoco.


* * *

Ivan

 

Era sempre così quando vedeva i suoi genitori. Sentiva la necessità per qualche giorno di chiudersi fuori dal mondo e non vedere nessuno. Nessuno che potesse leggere nei suoi occhi la devastazione e il dolore che era solito esprimere solo attraverso la musica. Nemmeno le sue solite distrazioni sembravano avere il potere di distoglierlo dal vuoto che aveva lasciato quella perdita… una cicatrice che non si sarebbe mai rimarginata.

Era una fortuna che Clara fosse come lui. Amava non dover dare spiegazioni a una donna, a maggior ragione quando si trattava di quel particolare argomento.

Non appena la sua mente e il suo cuore avessero ricominciato a collaborare si sarebbe presentato alla sua porta con un mazzo di fiori, il suo sorriso da schiaffi e la voglia di fare l’amore per ripagarla della sua passata assenza.


* * *

Clara

 

Fu quando ricevetti una particolare telefonata che capii che la situazione mi stava decisamente scappando di mano nonostante tutto. Sabrina Calleri. La direttrice di Donna Today mi stava chiamando… non era mai successo da quando lavoravo per la sua prestigiosa rivista. La Calleri era considerata un mostro sacro nel nostro settore, una che andava a cena con Signorini e la mattina successiva programmava la colazione con Raoul Bova. Insomma, una tipa molto impegnata e che non avevo mai avuto l’occasione di conoscere di persona. Una gran stronza per dirla in parole povere.

«Pronto?»

«Clara, tesoro, sono Sabrina.» Come se non lo sapessi!

«Dottoressa Calleri, in cosa posso esserle utile?»

«Mi è giunta alle orecchie una certa cosa…» e adesso quale scoop aveva fiutato? Sentii il bisogno della mia tisana allo zenzero, aveva un non so che di confortante.

«Ivan Desideri.» Porca paletta, no! «Il nome ti dice qualcosa?» era guardinga e io sapevo benissimo che per scomodarsi a chiamare doveva avere avuto informazioni molto precise.

«È il mio vicino di casa.» Brontolai.

«Bingo! Voglio che tu scriva un articolo su di lui!» non credo di avere capito.

«Mi perdoni, ma non ho afferrato.»

«Clara, abiti fianco a fianco a una delle promesse della musica contemporanea, te ne rendi conto? Ivan Desideri è uno dei sex simbol del nostro tempo! L’arte e la cultura fanno così macho; è il fenomeno Alberto Angela!» non ero molto sicura di cosa c’entrasse l’affascinante divulgatore scientifico con il mio avvenente vicino di casa, ma chi ero io per contraddire Sabrina Calleri?

«Dottoressa Calleri, io non sono una giornalista d’assalto… curo semplicemente la rubrica dei cuori solitari…» e di quelli disgraziatamente accompagnati.

«Sei sempre la solita modesta! Sono sicura farai un ottimo lavoro. Voglio l’intervista consegnata al correttore di bozze per mercoledì.» Tuu-tuu-tuu. Aveva riattaccato. Aveva riattaccato senza darmi possibilità di replica.

No, no, no e ancora no! Non era una buona idea avvicinarmi a Ivan in quel momento. Ero ancora in piena elaborazione da distacco; la mia mente si stava disintossicando dalla sua nociva presenza, del cuore non parliamo perché non si trattava di una questione sentimentale… era tutto puramente fisico. Come potevo trovare una scusa plausibile per non fare quell’intervista? La Calleri mi avrebbe licenziata in tronco e per cosa? La guru dell’amore che era in me batteva il piede, impaziente. Ok, l’intervista si fa perché il problema non sussiste.

Mi armai di coraggio e decisi di prendere in mano la situazione. Via il dente, via il dolore, non si dice così? Giunsi di fronte la soglia del mio appartamento e… tornai sui miei passi: avevo bisogno di un caffè, al guaranà, con panna vegetale.

Suonarono alla porta e la capsula mi scivolò dalle mani. Ero troppo nervosa, mi appuntai mentalmente di aggiungere almeno cinque asana2 alla seduta giornaliera di yoga. Oppure di fare sesso, cosa assolutamente fuori discussione.

Girai la chiave nella toppa e mi ritrovai faccia a faccia con l’oggetto dei miei pensieri, dopo più di una settimana.

«Ah, sei tornato, non me n’ero accorta!» La mia guru fumava dalle orecchie in stile pentola a

2 Posizioni dello yoga.

pressione. Non era da me tutta questa acidità, orsù! Oh, i fiori! Reggeva tra le mani un mazzo di gerbere colorate. Quale uomo nel XXI secolo regalava ancora omaggi floreali? Uno che aveva qualcosa da farsi perdonare.

«È tutto molto bello, Ivan, ma oggi non ho tempo per te!» ma che stavo dicendo?!? L’intervista! E poi cos’era quell’assurdo comportamento da fidanzatina gelosa?

Il suo sorriso non perse nemmeno un briciolo della sua perfezione.

«Andiamo, lo so che ti sono mancato…» che razza di damerino.

«No, per niente, sai quanto io sia impegnata!» stavo per scoppiargli a ridere in faccia, era impossibile rimanere arrabbiata con lui e questo mi fece indispettire con me stessa.

«Potevi dirmelo che Eva3000 ti ha nominato miglior sex-symbol sulla piazza!»

«Che?» aggrottò la fronte e alcune adorabili rughe d’espressione comparirono tra le sue sopracciglia. Io non voglio fare sesso con quest’uomo, proprio no.

«Non pensavo fossi tanto famoso, Mister Pianoforte!»

«La smetti di fare la misteriosa e mi fai entrare?»

«Sì, ma solo perché ho bisogno di un’intervista.»

«Io non rilascio interviste.» Per questo la Calleri era stata tanto pressante, ero la sua unica possibilità! Doveva immaginarlo…

«So essere molto persuasiva.»

«Oh, lo so bene. D’accordo, ma voglio qualcosa in cambio.» E puff, mi ero trovata gentilmente addossata al muro, con le sue labbra sulle mie. Estasi pura.

Avrei dovuto fermarlo, non era così che si chiudeva una non-storia, eppure mi era semplicemente impossibile. Le sue mani avevano circondato il mio fondoschiena, alzandomi di una spanna da terra e il suo naso era premuto contro il mio collo. Dio, quel suo profumo di mora!

«Ho voglia di te, Flower Power.» Le tue amichette non sono state abbastanza? Alt: non potevo pensarlo sul serio.

«Il vicino ha un gran bel culo, un gran bel culo, fiuuu!» aiutata dalla stupefacente uscita del merlo indiano! Carlos mi aveva salvato. Ivan era scoppiato a ridere facendomi finalmente toccare terra.

«Insegni queste cose al pennuto?»

«Ha anche lui gli occhi per guardare, io non gli ho insegnato proprio niente! Allora, questa intervista?»


* * *

Ivan

 

Gli era mancata quella streghetta… rivederla aveva rimesso tutti i pezzi della sua esistenza in frantumi al posto giusto. Gli avrebbe concesso l’intervista… a dirla tutta, gli avrebbe concesso qualsiasi cosa pur di averla sdraiata su quel tavolo. Ma lei aveva altri programmi.

Clara aveva tirato fuori un taccuino dalla copertina macchiata e si era portata il cappuccio mangiucchiato della penna alla bocca. Ma lo stava facendo apposta? Era certo lo stesse provocando.

«Vuoi degli Zen-zen?»

«Ho paura di chiederti cosa siano!»

«Biscotti allo zenzero che rasserenano l’animo, naturalmente! “Zen-zen”, ma devo proprio insegnarti tutto, Desideri!» avrebbe preferito non saperlo.

Mise un biscotto in bocca e per poco non si strozzò.

«Forse sono un pochino forti. La ricetta è di mia invenzione, ma è la prima volta che li faccio, potrebbe essere migliorabile!» a Ivan scappò un sorriso; lo era decisamente! Però quell’espressione buffa e speranzosa donava al suo nasino all’insù.

«Preferisco la marmellata di Corbezzoli, in effetti!»

«Sfotti poco, Mister Pianoforte, adesso comincio con le domande!»

«Va bene, ma sarà un do ut des… a ogni domanda pagherai pegno, quindi scegli bene i quesiti, Flower Power!» lo ignorò con un’alzata di spalle. Era quello a farlo letteralmente impazzire di lei: il fatto che fossero complementari, uno avrebbe potuto completare i discorsi dell’altro.

«Perché non ami le interviste?»

«Ti sei bruciata una domanda in questo modo? Devo averti sopravvalutata.»

«Zitto e rispondi!» Ivan non credeva di poter fare entrambe le cose allo stesso tempo.

«Non penso di essere tanto interessante. Perché qualcuno dovrebbe andare in visibilio leggendo di quante volte mangio cinese?»

«Ovviamente perché non è questo il tenore delle domande…» ruotò gli occhi.

«Ok, prima di svelarmi quale sarà il primo malefico quesito, togliti le scarpe.»

«Come?»

«Hai capito benissimo…»

«Non mi starai diventando feticista, vero?» rise di gusto inclinando indietro la testa, mentre scalciava via le ciabattine di tessuto morbido.

«Streep Questions.»

«Dovrei spogliarmi a ogni tua risposta?»

«Come sei perspicace, Flower Power!»


* * *

Clara

 

Che cavolo mi toccava fare per lavorare? Aspettate un secondo, ancora meglio! Avevo la giustificazione perfetta per i miei quesiti da pervertita!

Calibrare esattamente la domanda. Mirare.

Bersaglio agganciato. Fuoco!

«Parliamo delle tue conquiste, che genere di donna ti fa perdere la testa? Sono sicura che molte delle nostre lettrici abbiano in mente un piano per conquistarti… fornisci loro le armi adatte allo scopo.» Stava di nuovo ammiccando! Il dannato Ivan il terribile stava socchiudendo i suoi occhi peccaminosamente cerulei come se la risposta fosse ovvia.

«Dimmelo tu…» aveva sussurrato avvicinando la sua sedia alla mia. Distanza di sicurezza, per l’amor di Budda!

«Devono essere come te. Delle pazze isteriche con la passione per la beat generation, i capelli lunghi, il nasino all’insù e un corpo morbido che mi ispiri tutte le posizioni del Kamasutra.»

«Ma pensa, avrei detto che il tuo motto fosse “basta che respirino”!» come rovinare un’atmosfera caliente in una semplice e agevole mossa. La guru dell’amore che c’era in me mi guardava semplicemente scioccata.

Ivan aveva schiuso le labbra, mentre un sorriso tirato faceva capolino sul suo viso.

«Mi sembrava di aver capito che anche tu non volessi complicazioni. Sapevi benissimo che avrei visto delle altre donne, eri addirittura felice di questa nostra vita da comune!» infatti è così! Evviva l’amore libero! Sei così bello che sarebbe un peccato mortale verso le donne di tutto il Reame non condividerti!

Avevo scrollato le spalle, indossando la mia maschera migliore.

«Certo che è così! Si vede che non hai mai letto la mia rubrica! Dovrei ritenermi offesa, Desideri!»

«Togliti la camicetta.»

«Come?» lo guardai interdetta.

«Questa domanda è stata particolarmente antipatica, quindi togliti la camicetta.»

«Sei uno stronzo, però hai ragione.» Non fiatai, mentre scioglievo i capelli dal turbante e sfilavo l’indumento con un unico gesto.

«Sotto le lenzuola sei un Christian Grey o uno da posizione del missionario?» questa volta non fece nulla per nascondere la sua

ilarità. Ivan era piegato in due dal ridere. Perché cavolo avevo accettato di fare quell’intervista? Il mio mestiere era parlare al cuore delle donne, non allo smisurato ego maschile di un pianista bello e maledetto.

Si era avvicinato ancora e si era chinato sul mio orecchio. Le guance mi stavano andando a fuco, avevo cominciato un processo di autocombustione che mi avrebbe portato alla rovina.

«Mi piace sperimentare, ma l’importante è guardare la mia donna negli occhi durante il rapporto. Adoro vedere la sua espressione quando…» Ti prego fermati o non rispondo più delle mie azioni…

«Va bene, Ivan, credo di aver capito, aggiusterò io qua e là, non possiamo essere così espliciti… è un’intervista, non un romanzo erotico, dopotutto.»

«Sono sicuro che con l’esperienza che hai maturato con me, verrà fuori un capolavoro!» mi finsi offesa, mettendo su il broncio.

«Come osi?»

«Togliti la gonna.»

«No!»

«Ho risposto a un’altra domanda parecchio assurda. Da brava, togliti la gonna e rispetta il patto.» Obbedii controvoglia, rimanendo in intimo. Ivan si passò la lingua sulle labbra,

mentre mi osservava in una maniera inequivocabile. Lo conoscevo bene quello sguardo.

«Ultima domanda, Desideri… e adesso che si fa?» arricciai il naso con fare cospiratorio, poi mi avvicinai alla porta. Sapevo mi avrebbe seguito; il predatore trova sempre la scia della preda, in special modo quando questa è mezza nuda…

«Facciamo un gioco.» Proposi ondeggiando sulla soglia. Lasciai che mi baciasse e per un attimo persi la cognizione dello spazio e del tempo, ma soprattutto dimenticai il mio intento… tuttavia mi concessi un unico assaggio di oblio; dovevo allontanarlo, prima che il mio corpo smettesse di rispondere alle mie intenzioni.

Lo spinsi fuori dalla porta e fui abbastanza veloce da richiudere l’uscio prima che lui si accorgesse di cosa era successo.

«Così sei scorretta! Non avevamo ancora finito con lo Streep questions!» ridacchiai, prima di togliermi mutandine e reggiseno e calarli dalla finestra della cucina.

(Ahahaha) A far l’amore comincia tu!

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