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Ivan
La voleva con sé in quella che negli ultimi tempi si era tramutata per lui nella serata peggiore dell’anno. Ivan non era mai stato un codardo, ma il suo cuore ferito e il temperamento schivo d’artista, l’avevano spinto a rifuggire ogni festa comandata a casa dei suoi da quando “la disgrazia” aveva toccato la sua famiglia.
Clara sarebbe stata la sua chiave di volta: in ogni momento di difficoltà nella quale suo padre l’avesse volutamente spinto, gli sarebbe bastato volgere gli occhi verso di lei per non sentirsi perso, per trovare la forza di rimanere in piedi. Era proprio questo il punto: quanto
era disposto ancora a resistere agli attacchi gratuiti di chi professava di amarlo e non approvava nulla della sua carriera, di quello che era diventato?
Il medico era una professione per la quale si nasceva, una vocazione che cantava nel sangue di pochi fortunati, predestinati a salvare vite e a rendere la terra un posto migliore. Lui non era portato per quel difficile mestiere: l’unica possibilità che gli era stata concessa era quella di salvare se stesso e chi lo ascoltava con la forza della sua musica. Non era il figlio perfetto e nemmeno quello con la testa a posto, non era Claudio e non lo sarebbe mai stato.
Bussò alla sua porta con una strana aspettativa a percorrergli le membra. Non le aveva chiesto di vestirsi diversamente dal solito; non avrebbe cambiato una virgola di quello che per lui era quella ragazza. Bella nella sua forma anticonvenzionale, spettacolare nella sua vitalità. Stare con Clara era come vivere con un’anima pura, in perfetta armonia con il mondo. Alcuni l’avrebbero definita eccentrica, per lui era semplicemente meravigliosa.
Zia Flo gli aprì dopo pochi secondi, facendogli l’occhiolino.
«Dieci minuti ed è tutta tua, trattamela bene, ragazzo, di donne come lei non ce ne sono più in giro.»
«Lo so.»
«Non spezzarle il cuore, Ivan. Se la vuoi, allunga la mano e prenditela, ma se non sei sicuro di ciò che provi, lasciala al suo mondo di oro e di spezie o la distruggerai.» Ivan socchiuse gli occhi. Si trovò a soppesare quelle parole e, per la prima volta, a fare i conti con se stesso. Era chiaro che la situazione gli stesse scappando di mano. Si schiarì la voce; non voleva mentire, ma la realtà gli faceva terribilmente paura. L’ingresso di Clara lo salvò in corner.
Era talmente bella da lasciarlo lì, ansante con le parole appese alle labbra. Si era trasformato improvvisamente in una scimmietta balbuziente. Indossava un lungo vestito di taffetà dorato a motivi etnici; il corpetto aderente si allargava a coprire le gambe in una campana quasi principesca, ma che manteneva il marchio inconfondibile di Clara. I capelli erano invece raccolti da una fascia rossa, in tinta con gli orecchini a pendente ritraenti il simbolo dell’OM.
«Wow.» Riuscì a sillabare, mentre lei prendeva il braccio che le stava tendendo.
«Lo sai che rischieresti quasi di piacere ai miei genitori? Fortunatamente la tua vena hippie non si smentisce mai!» Clara si proferì in una linguaccia, mentre accettava di buon grado il braccio che Ivan le stava porgendo.
«Mi devi istruire riguardo qualcosa che debba dire in particolare?» gli domandò, mentre si accomodava sul sedile del passeggero della sua Cinquecento. Ivan scosse il capo, divertito.
«Assolutamente no! Anzi, devi essere volutamente esagerata!» le scoccò un’occhiata in tralice.
«Sii te stessa, basterà!» Clara si finse offesa, ma non gli sfuggì lo scintillio presente nei suoi occhi. Clara sembrava felice… quella bislacca situazione pareva aver donato il buonumore a entrambi. Era la prima volta che l’andare a trovare i suoi genitori non rappresentasse per lui un problema.
* * *
Clara
Il vialetto della villa di proprietà della famiglia di Ivan era lungo e affusolato e lasciava intravedere il portone verde all’inglese e le siepi ben potate che contornavano la strada.
«Che bella casa…» un po’ convenzionale, forse, ma decisamente lussuosa. La dimora tipo dell’alta borghesia, avrei voluto fuggire a gambe levate… ma io non giudicavo nessuno a priori, altrimenti non sarei stata diversa dai preconcetti che tanto detestavo, anzi, ero sicura che i genitori di Ivan fossero delle personcine a modo, pronte ad accogliermi a braccia aperte.
Un signore stava ritto davanti alla soglia, vestito in giacca e cravatta, i baffi grigi e curati. Era un bell’uomo, la somiglianza con Ivan era chiara e impressa nei lineamenti disegnati del suo volto. Afferrai i manici del cestino di marmellate che avevo composto per l’occasione, stringendoli spasmodicamente come se si fossero di colpo tramutati nella mia ancora di salvezza. Mi piaci, ah-ah! Mi piaci, ah-ah-ah! Mi piaci, tanto, tanto, ah! Questo stranissimo ballo che faccio con te. Mi misi a canticchiare, come indemoniata, in preda a un insano nervosismo la cui soluzione sarebbero state 24 ore di yoga no-stop.
«Che fai, adesso? Vuoi ballare il Tuca Tuca con mio padre?» Ivan si stava già sbellicando dalle risate.
«Io sono una ragazza ponderata, equilibrata, quell’uomo che mi sta fissando dal finestrino non influirà minimamente sul mio umore!» non aspettai che Ivan scendesse ad
aprirmi la portiera, il mio ultimo desiderio era quello di apparire quella che non ero. La guru che c’era in me alzava tutti e due i pollici, orgogliosa.
L’uomo mi venne incontro, prendendomi cautamente le mani nelle sue. Appoggiai momentaneamente il cestino regalo per terra. Che bon ton, Clara!
«Tu devi essere… la fidanzata di Ivan.» Si soffermò un po’ troppo su quella parola… “fidanzata”. Mi venne la pelle d’oca. Neanche il padre di Ivan sembrava particolarmente contento. Evviva la commedia dell’assurdo!
«Sì, mi chiamo Clara, è un piacere conoscerla, signor Desideri.» Il padre di Ivan storse la bocca. Era chiaro che stesse pensando che dovevo essere un qualche fenomeno da baraccone.
«Sei molto elegante… spero che Ivan non ci abbia dipinto per quello che non siamo.
Non abbiamo mai mangiato nessuno, ma nonostante questo sei la prima ragazza da quando era adolescente che porta a farci conoscere.» La prima… non facciamoci prendere dal panico! È normale che sia così: Ivan predica l’amore libero, proprio come la sottoscritta!
«La ringrazio…»
«Entrate, entrate! Mirta sarà felicissima del vostro arrivo.»
«Ne dubito…» borbottò Ivan e io mi prodigai nell’assestargli una gomitata nello stomaco. Entrammo nell’androne della villa e per poco non mi mancò il fiato. Una maestosa scala in mogano campeggiava nel bel mezzo dell’ambiente, arrotolandosi in sinuose volute e sparendo al piano superiore. Il soffitto a cassettoni era degno di un palazzo nobiliare del Seicento. D’accordo, i Desideri dovevano essere un tantino esagerati.
«Come potrai notare, siamo amanti del bello e degli antichi fasti.»
«Sì…» scappa, Clara, scappa! Stavo per darmela a gambe levate, quando incrociai lo sguardo di Ivan. Era sulle spine, digrignava i denti come se una minaccia pericolosa e sanguinaria stesse per rivelarsi in fondo al corridoio riccamente arredato. Desistetti dal mio proposito. Mi ricordai, allora, di una e-mail che una lettrice mi aveva inviato, non più tardi di un paio di mesi prima… scoppiai a ridere da sola, istericamente s’intende.
DA: Morbidella85
A: womansinlove.lapostadiclara@mail.it OGGETTO: A casa con i suoi
Cara Clara, so cosa pensi al riguardo… ma il fatidico giorno è arrivato (o quasi)… la settimana prossima conoscerò i genitori del ragazzo con cui mi sto frequentando. Hai consigli per non “toppare” alla stragrande?
Un abbraccio, confido in te, Morbidella85
Cara Morbidella85, fossi in te fingerei una malattia infettiva acuta. Anche una varicella ben assestata può fare al caso tuo.
Stai seguendo alla lettera i passi per giungere dritta, dritta al fallimento. Vuoi andare nella tana del leone, senza possibilità di scampo? Allora presenzia all’avvenimento, se invece la tua parte razionale funziona ancora, posticipa, posticipa più che puoi… molte cose possono accadere in una manciata di giorni!
In bocca al lupo!
Tua, Guru dell’Amore.
Scossi la testa e tornai con i piedi per terra alla serata che mi aspettava. Una donna che dimostrava meno anni di quelli che aveva ci venne incontro, raggiante come una regina. La Regina Madre! Ecco da chi aveva preso la classe innata, Ivan il Terribile!
«Come sei bella, cara!» si prodigò in complimenti, baciandomi su entrambe le guance.
«Ti piace l’etnico da quanto vedo!» annuii semplicemente, non mi sembrava il caso di sbandierare ai quattro venti la mia anima hippie.
«Ho sempre sperato che Ivan ci portasse a casa una ragazza e ora che il giorno è arrivato, quasi non ci credo!» un momento… questa donna non pareva essere l’Idra che Ivan mi aveva descritto.
«Mamma, non cominciare a circuirla!» Mirta si alzò sulle punte per baciare il figlio e osservarlo con gli occhi lucidi.
«Non vieni mai a trovarci… sono stanca di parlarti da quel maledetto telefono… Clara, promettimi che me lo porterai più spesso.» Io? Convincerlo ad andare da loro? Che situazione! Certo non sapevo come erano degenerate le cose tra loro, ma potevo comprendere il cuore dolente di una madre, provata dalla lontananza del figlio.
«Verremmo a trovarvi più spesso!» mi trovai a mormorare, mentre la Guru dell’amore che era in me si gettava dal ponte più alto della coscienza. Dovevo essermi totalmente ammattita.
«Vi ho portato delle marmellate.» Dissi, accomodando il cestino tra le braccia della mia suocera per finta.
«Marmellate?» pareva sconcertata.
«Sì. Cucino marmellate per vivere e anche conserve, biscottini allo zenzero e tutta una serie di prodotti interessanti e molto zen.» Il sorriso di Mirta si fece tirato.
«Pensavo che Ivan avesse detto che eri una psicoterapeuta!» dannato Ivan, sapevo che ci aveva messo lo zampino! Il disgraziato se la rideva sotto i baffi che non aveva, godendosi quello che ai suoi occhi doveva sembrare un gustoso siparietto.
«Oh, sì, quella è una delle mie personalità. Cioè, non voglio che voi pensiate che sono bipolare, ma la mia anima ha molte sfaccettature.»
«Sfaccettature…»
«Sì, non mi sarei sentita a mio agio negli abiti di una semplice psicoterapeuta, mi piace creare, dipingere il mondo di colori!» allargai le braccia in modo esaustivo.
«Con la marmellata?»
«Sì! Cioè, non realmente, in modo figurato…»
«Non capisco perché tu abbia studiato psicologia se non ti piaceva!» la signora doveva essere molto pragmatica.
«Ma adoro la psicologia! Mi ha dato la possibilità di conoscere meglio le persone con cui avevo a che fare. Fa parte di me e del mio
bagaglio, ma la marmellata mi dà più soddisfazione.» Incrociai le braccia al petto. E ancora non sai che sono una Guru dell’Amore!
Ivan rideva come un matto mentre sua madre doveva essere piuttosto sconcertata.
Il signor Desideri, intanto, si stava dando da fare per stappare una bottiglia d’annata e riempire i calici che imbandivano la tavola. Ero arrivata in sala da pranzo senza nemmeno essermene accorta.
«Glielo dico che sono astemia?» bisbigliai all’orecchio di Ivan.
«Fai quello che ti senti, Flower Power!» grazie per la comprensione!
Mentre quello che doveva essere il maggiordomo faceva il suo trionfale ingresso in livrea, portando con sé un lungo vassoio stracolmo di prelibatezze, lo sguardo mi si posò su di una fotografia. Oh. Santo. Budda.
«Non mi dica che conosce Raffaella Carrà!» Mirta mi osservò in modo interrogativo, prima di aprirsi in un sorriso complice, che sapeva di ricordi felici e di un passato di luci della ribalta.
«Oh, è stato molto tempo fa… prima di conoscere Giovanni. Per un breve periodo ho avuto la fortuna di fare parte del suo corpo di ballo, di carpire qualche segreto dalla regina
della televisione italiana.» Le stelline presero a vorticare nei miei occhi.
«Ivan, io adoro tua madre!» il bel pianista mi aveva osservato perplesso. Di certo questo colpo di scena non te lo aspettavi, non è vero? Lo sfidai con uno sguardo trionfante.
«Signora Desideri, sono una grandissima estimatrice di Raffella Carrà, non immagina quanto la stia ammirando in questo momento!» Mirta ridacchiò.
«Ivan, perché non ci hai fatto conoscere prima questa ragazza?»
«Credevo francamente che i vostri mondi fossero inconciliabili… ma forse mi sbagliavo!» roteò gli occhi, attaccandosi al calice di vino bianco.
Mentre Battista, così avevo soprannominato il maggiordomo, ci stava servendo il primo, (tagliolini all’astice), il signor Desideri si era improvvisamente schiarito la voce.
«Beatrice aspetta un bambino, l’hai saputo?» aveva gonfiato il petto, mentre lo diceva e questo mi fece presagire che non fosse esattamente la notizia che Ivan aspettava.
«Amore mio» si rivolse a me e il mio cuore perse un battito. È una farsa, una finta, non pensarci, non sperarci, accidenti!
«Devi sapere che Beatrice, la bella, la perfetta, la principessa sedotta e abbandonata dallo stronzo di turno, era la mi fidanzata.
Uno dei tanti errori di cui i miei carissimi genitori, qui presenti, mi accusano è quello di essermela lasciata sfuggire.» Il gelo scese sulla stanza e io deglutii il boccone a fatica.
Intrecciai la mia mano alla sua sotto il tavolo e la strinsi forte.
«Ho aspettato tanto a portarvi a casa una ragazza, è vero… ma perché stavo attendendo quella giusta, non è stato facile nemmeno per me cancellare dalla mia vita Beatrice e tutto quello che aveva comportato, nonostante fossi molto giovane voi volevate farci sposare a tutti i costi. Non sempre gli amici d’infanzia, quelli di buona famiglia e che formerebbero una coppia perfetta agli occhi dei genitori sono fatti per stare insieme.» La ragazza giusta… io ero la sua “ragazza giusta”. No, lo era la Clara della farsa.
«Anche Clara è incinta!» lasciai immediatamente la sua mano, sgranando gli occhi come un pesce palla delle Bahamas.
«Ma… ma, non siete neanche sposati!» Ivan mi esortò a dire qualcosa, voleva che perorassi la sua causa, ma quelle ultime affermazioni mi erano risultate tremendamente indigeste. Non
l’ha detto veramente… improvvisai, perdendo totalmente il lume della ragione.
«Ma sì, signora Desideri, sono dettagli! Sto già preparando le bomboniere, pensavo a un sole di cartapesta arancione colorato con le tempere e dei confettini fatti a mano da me! Naturalmente non mancheranno i miei biscottini Zen-Zen! Certo, io sono induista, quindi il bimbo verrà battezzato solo se lo desidererà quando sarà abbastanza grande da decidere consapevolmente!» le labbra della signora Mirta disegnarono un ovale perfetto, mentre il cipiglio del marito diveniva sempre più scuro.
«Vogliamo finire in bellezza? Dillo papà, so che non stai aspettando altro: “a Claudio non sarebbe mai successo, lui avrebbe seguito l’etichetta, avrebbe fatto le cose come si deve!” lui però non c’è più e vi è rimasto questo figlio guasto, fallibile!» rimasi di sale, mentre Ivan sfregava la sedia sul pavimento, gettando il tovagliolo sul tavolo e allontanandosi a lunghi passi. Mi alzai, pronta a corrergli dietro, ma la mano di Mirta mi fermò sul posto.
«Lascialo andare, cara, ha bisogno di stare da solo per un po’. Non è mai riuscito a elaborare il lutto del fratello.» Questo, sicuramente, era quello che i loro costosi strizzacervelli
le avevano detto per rinfrancarla del fatto che non fossero loro il problema di Ivan. Mi dispiaceva davvero molto, ma il dolore per la perdita del fratello non era che la punta dell’iceberg del loro complicato rapporto. Ivan si sentiva sotto accusa, continuamente respinto dalle persone che più avrebbero dovuto volergli bene al mondo. Eppure, Mirta mi stupì.
«Non aspetti un bambino, non è vero?» sospirai, scuotendo la testa.
«Lo immaginavo… noi vorremmo solo vederlo felice, non ho mai pensato che Ivan fosse meno dotato di Claudio, ho sempre amato i miei figli con tutto il cuore e in egual misura, solo credevo che la stabilità economica e la sicurezza di un lavoro meno legato ai colpi della fortuna, a lungo andare l’avrebbero reso più felice dei suoi sogni…»
«Forse sbagliavamo, Mirta…» la voce di Giovanni era ridotta a un sussurro, ne fui realmente colpita.
«Rendilo felice, Clara, più di quanto siamo stati in grado di fare noi.» Sei una bugiarda, Clara, dovresti gettare la maschera e cospargerti il capo di cenere! Eppure, io volevo davvero rendere felice quel ragazzo e quella consapevolezza mi colpiva come un dardo dritto al centro del mio cuore palpitante di colore e paura. Il terrore di essere ancora ferita si presentò con
la sua forza dirompente e distruttiva. Questa volta mi sarei spezzata, se Ivan mi avesse ferita sarei morta dentro, ma quello non era il momento di pensare a me stessa. Mi detersi la bocca con il bordo del tovagliolo e poi presi commiato dai genitori di Ivan.
«Scusatemi, ma non ce la faccio a lasciarlo solo… magari ha bisogno di parlare e io di mettere a frutto la mia laurea accantonata in un cassetto.»
Questa volta non mi fermarono e percorsi il lussuoso corridoio a ritroso, fino a giungere al giardino. Ivan era lì, bello come solo lui sapeva essere, seduto sul bordo di una elaborata fontana. I faretti disposti strategicamente nel prato gli illuminavano i lineamenti mascolini e familiari. Si portava ritmicamente una sigaretta alle labbra, sbuffando il fumo senza nemmeno assaporarlo in gola.
«Potrei consigliarti delle ottime sigarette elettroniche, lo sai?» Ivan alzò pigramente gli occhi su di me.
«Non credo proprio tu sia tipo da fumare…»
«Infatti, non lo sono… “svapo” senza nicotina e solo cose naturali… così per rilassarmi.»
«Ti fai le canne, Flower Power?» ridacchiò.
Almeno gli avevo fatto tornare il buon umore.
«Certo che no!» mi finsi indignata, mentre lui mi faceva cenno di raggiungerlo sul bordo della fontana. Non me lo feci dire due volte e mi accoccolai vicino a lui. Allungò un braccio e mi tirò contro il suo petto. Avvertii chiaramente il suo respiro sul collo e un brivido mi percorse la schiena.
«Mi basta il tuo profumo per ritrovare l’equilibrio, non mi serve una sigaretta elettronica…» buttò via il mozzicone, schiacciandolo sotto la suola della scarpa. Quanto avrei voluto credergli… quest’uomo è troppo perfetto per essere vero! I maschi sfoggiano la coda di pavone solo per ottenere quello che vogliono, ricorda i tuoi consigli, Guru!
Gli carezzai i folti ricci scuri, perdendomi nella loro setosa consistenza.
«Ti va di parlare di Claudio?» avevo preferito essere diretta. A nulla servivano le allusioni o qualche assurdo accenno solo per avere tatto. Ivan aveva bisogno di liberare i suoi fantasmi e io ero al suo fianco, pronta ad ascoltarlo.
La sua mascella guizzò, mentre gli occhi azzurri mi sondavano, indecisi.
«Non so… non so nemmeno da dove cominciare, anche se è chiaro quello che ti debba dire.»
«Comincia dall’inizio, da tutto ciò che ti procura dolore…» sorrise amaro, mentre le sue braccia continuavano a stringermi.
«Sono cresciuto con lui, era più grande di me di un anno e si può dire che da bambini fossi letteralmente la sua ombra. Adoravo mio fratello, l’avvenente neo-medico, simpatico e altruista che tutti non potevano fare altro che amare. Non ero geloso di lui, gli volevo troppo bene, mi sentivo semplicemente fortunato ad avere avuto la fortuna di essere suo fratello. Mi aveva aiutato anche a uscire dal mio taciturno guscio d’artista, spronandomi a diventare qualcuno con la mia arte. Claudio è stato l’unico a credere veramente in me…»
«Ivan…» avevo i lucciconi agli occhi, avevo smarrito il mio proverbiale sorriso tra i riflessi delle mie lacrime.
«Va tutto bene, tesoro, desidero raccontartelo, aprirmi solo con te, come se fosse un piccolo segreto, mostrarti il fianco perché so che tu non mi feriresti mai.» Aveva maledettamente ragione… se c’era una persona a cui mai avrei voluto fare del male era proprio Ivan Desideri.
«Era un agosto assolato e soffocante, mio fratello si era finalmente convinto a comprarsi la moto che tanto desiderava da ragazzino… era bellissima, una Ducati rosso metallizzato, una vera bomba che aveva dato un motivo in più alla mia sana invidia. È successo tutto in una frazione di secondo, un’auto non ha rispettato lo stop e l’ha preso in pieno… e io ero là, all’angolo della strada. Non mi fermavo mai a quella maledetta edicola, eppure quella mattina avevo avuto una strana voglia di sfogliare il quotidiano; bizzarri gli scherzi del destino!»
«Amore…» avevo respirato sul suo collo, cercando di frenare le lacrime che premevano per uscire; volevo essere forte per lui, dovevo comunicargli serenità, ma la sua sofferenza non poteva lasciare indifferente il mio cuore. Non mi accorsi nemmeno di quello che mi ero lasciata sfuggire.
«È morto tra le mie braccia e non ho potuto fare nulla… se fossi stato il medico che i miei genitori tanto desideravano magari sarei riuscito a salvarlo… o forse no, forse era semplicemente troppo tardi.»
«Tuo fratello era un’anima bella…»
«Tesoro, non dirmi che l’Universo aveva bisogno di lui altrove…» ridacchiò controvoglia.
«No, a volte non c’è spazio per la religione e la filosofia… voi avevate bisogno di lui, ma la vita spesso è ingiusta…»
«Toglie e in egual misura dà… mi ha strappato mio fratello, ma adesso mi ha donato te.» Dichiarazione a ore 12 dichiarazione a ore 12! Quella stupida vocina interiore in grado di rovinare ogni cosa! È un momento delicato, accidenti!
Lo baciai, sfiorai la mia bocca con la sua con tenerezza e poi decisione, perdendomi tra le righe di quel sentimento strampalato e totalizzante che non avrei saputo definire, ma che rendeva la mia vita migliore.
«Andiamo da qualche parte a fare l’amore?» sorrisi istantaneamente.
«Qui, in giardino?» mi osservò con un’espressione sbarazzina.
«Ho bisogno di te, di stare dentro di te e qui dietro c’è il deposito degli attrezzi di papà… non ho mai amato il suo frutteto come in questo momento!»
«Sei tremendo! Ivan Desideri, tu pretenderesti che una signora di classe con un vestito come il mio si unisse a te in un deposito per il giardinaggio?» dì di sì, ti prego!
«Che problema c’è? Basta togliere il vestito!» mi sollevò tra le braccia senza darmi possibilità di replica, dirigendosi a passo
sicuro nel folto del giardino e nella fresca penombra autunnale.
«Ci prenderemo un malanno, Ivan il Terribile!» soffiai al suo orecchio.
«Ti scalderò io, Flower Power!» mi fece poggiare i piedi a terra solo davanti alla porticina di legno, cominciando ad armeggiare con il chiavistello.
«Lascia spenta la luce… voglio sentirti con gli altri sensi.» Gli mormorai, mentre scendeva di nuovo a baciarmi, facendomi sedere sul ripiano da lavoro. Trafficò con la mia gonna con scarso risultato e io gli mordicchiai il labbro, sospirando.
«Se abbandoni solo per un secondo le mie cosce…» uhhh mi aveva appena sfiorato con il pollice in un punto sensibilissimo, fui quasi tentata di non continuare la frase.
«C’è…»
«Cosa?» le sue dita da pianista stavano ricamando la mia pelle con carezze calde e attente, persi totalmente il lume della ragione.
«La cerniera… sulla schiena…»
«Vuoi davvero che smetta quello che sto facendo?» no! Gli allacciai le braccia intorno al collo, mentre si allontanava piano da me per disfarsi del mio vestito. Il freddo mi fece accapponare la pelle, ma fu solo un attimo.
Ivan fu di nuovo su di me; mi copriva
totalmente con il suo corpo, le mani a sollevare i miei fianchi, poco prima di unirsi a me.
«Amore…» mormorai ancora mentre entrava dentro di me, completandomi anima e corpo.
«Clara…» mi piaceva come suonava il mio nome sulle sue labbra mentre facevamo l’amore… È solo sesso, non perdere di vista chi sei! No, non era solo sesso e mai come allora ne fui chiaramente consapevole.
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