E PASSA LORENZA
Capitolo 4 di 10

LINDA LERCARI


⏱ ~4 min · 876 parole

Nei giorni successivi I due tornarono alla Casa del Corbezzolo più volte. Ufficialmente perché lei conosceva i sentieri, le persone giuste e le storie sbagliate. In realtà perché la casa aveva cominciato a trattenerli entrambi. Andrea prendeva misure, faceva schizzi, consultava vecchi documenti; Lorenza lo osservava e commentava ogni scelta con una precisione spietata. Se lui proponeva di recuperare una finestra, lei gli ricordava che le finestre non si recuperano: si convincono a non cadere. Se lui parlava di consolidamento strutturale, lei suggeriva di cominciare dagli uomini, più fragili dei muri. Lui ascoltava, rispondeva, a volte rideva. Non cercava di vincere ogni scambio. E questo, per Lorenza, era una forma di seduzione molto più pericolosa di un complimento.

La festa di San Venanzio arrivò alla fine di maggio, in una sera tiepida, con le lampadine tese tra i platani e il profumo delle frittelle di pesce che saliva dalla piazza. Lorenza si vestì con più cura del necessario. Scelse un abito color crema, semplice, con le spalle scoperte, e raccolse i capelli lasciando libere due ciocche ai lati del viso. Quando si guardò allo specchio, fece una boccaccia a sè stessa.

«È per la festa.» disse al proprio riflesso.

Il riflesso non si fece ingannare.

In piazza c’erano tutti. Mafalda discuteva con Gualtiero accanto al tavolo del vino; Tino il barbiere ballava già con una turista francese; don Franco osservava la scena con l’aria rassegnata di chi ha benedetto anche cose peggiori. Andrea era vicino al pozzo. Camicia bianca, maniche arrotolate, capelli mossi dal vento. Parlava con Peppino, ma quando vide Lorenza smise per un attimo di ascoltare. Fu un attimo solo. Abbastanza.

«Signorina Ruggeri.»

«Architetto Crimaldi.»

«Stasera sembra intenzionata a risparmiare il mondo dalle sue sentenze.»

«Non sia ottimista. La notte è giovane.»

«Allora mi tengo pronto.»

«Fa bene.»

La musica partì senza che nessuno la aspettasse davvero, come succede sempre nelle feste di paese: qualcuno alzò il volume, qualcuno batté le mani, e all’improvviso la piazza si riempì di movimento. La ragazza restò dov’era. Non perché non le piacesse ballare. Perché non aveva deciso di farlo.

Lorenza prese un bicchiere dal tavolo, lo portò alle labbra senza bere. Errore. Lo sapeva già.

«Non balla?» disse lui, quando le fu accanto.

«Dipende.»

«Da cosa?»

«Dal motivo.»

Andrea annuì, come se fosse una risposta sensata.

«Io non ho un motivo intelligente.»

«Meglio. Quelli sono i peggiori.»

Silenzio.

Un attimo troppo lungo per essere casuale.

«Venga.» disse lui, senza insistere davvero.

Non era un invito. Non del tutto. Lei guardò la sua mano. Non la prese subito. Poi si decise. Entrarono nel cerchio senza annunciarsi. Nessuno li guardò davvero, e questo, per qualche motivo, la infastidì più del contrario.

All’inizio contò. Uno, due, tre. Non sbagliare. Lui non guidava nel modo in cui si aspetta una guida. Non stringeva. Non correggeva. Non anticipava. Lasciava spazio. Troppo spazio.

«Sta facendo male apposta?» disse lei.

«A cosa?»

«A non decidere.»

«Pensavo lo facesse lei.»

Lorenza sollevò lo sguardo. Lui era più vicino di prima. Non molto. Abbastanza.

«Io decido sempre.»

«Lo vedo.»

«È un problema?»

Andrea fece una pausa. Una vera pausa.

«Dipende.»

«Da cosa?»

«Se ogni tanto si dimentica.»

Lei sbagliò un passo. Non succedeva spesso.

«Non mi dimentico.»

«No.»

La fece girare, ma senza forzarla. Lorenza tornò verso di lui più veloce del previsto. Il contatto fu più diretto. Mano contro spalla, respiro troppo vicino. Per un istante, nessuno dei due si mosse. La musica continuava. Qualcuno rideva. Un bicchiere cadde da qualche parte. La giovane non si spostò subito.

Andrea nemmeno.

«Questo è il momento in cui di solito dico qualcosa di brillante.» disse lei.

«Non lo faccia.»

«Perché?»

«Perché lo rovina.»

Silenzio. Stavolta non difensivo. Pieno.

Lorenza sentì il proprio respiro cambiare. Non veloce. Irregolare. Questo la irritò. Provò a tirarsi indietro. Lui non la trattenne. Errore. Fu quello a farla restare. Lo guardò. Davvero. E per la prima volta non cercò di capire cosa stesse pensando.

«Se succede,» disse lei piano, «non significa niente.»

Andrea non rispose subito.

«Non sono bravo a fare cose che non significano niente.»

«Impari.»

«No.»

Quella risposta la colpì più di qualsiasi frase elegante.

«No?» ripeté.

«No.»

Un secondo. Due. Poi Lorenza fece qualcosa che non aveva previsto. Non si avvicinò del tutto. Si fermò a metà. Fu Andrea a chiudere la distanza. Ma piano. Come se potesse ancora cambiare idea. Il primo contatto non fu un bacio. Fu un errore condiviso.

Le labbra si sfiorarono, si fermarono, tornarono indietro appena.

«Possiamo anche...» disse lei.

Non finì la frase. Questa volta lo fece davvero. Il bacio non fu perfetto. Troppo vicino. Troppo poco controllato. Un attimo fuori tempo. Ma proprio per questo funzionò. Lei sentì qualcosa cedere. Non tutto. Solo una parte. Abbastanza. Quando si separarono, non si allontanò subito. Guardò le sue mani, ancora su di lui. Le tolse con calma. Troppa calma.

«È stato un errore.» disse.

Lui la osservò. Non contrariato. Non convinto.

«No.»

«Sì.»

«No.»

«Non discutere.»

«Non sto discutendo.»

Silenzio.

Poi fece un passo indietro.

«Buona festa.»

«Lorenza...»

«No.»

Stavolta il no era vero.

Non duro. Ma necessario. Si voltò e se ne andò. Senza fretta. Non guardò indietro. Ma al terzo passo rallentò appena. E odiò quel rallentamento più di tutto il resto.

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