E PASSA LORENZA
Capitolo 5 di 10

LINDA LERCARI


⏱ ~6 min · 1281 parole

Il mattino dopo Lorenza aprì la bottega alle sette e quarantacinque, quindici minuti prima del solito, perché le persone che hanno paura spesso fingono di essere efficienti. Spazzò l’ingresso, riordinò gli scaffali, controllò le fatture, sistemò i saponi al limone in piramidi perfette e decise che non c’era alcun motivo per pensare ad Andrea Crimaldi. Nessun motivo serio, almeno. Un bacio durante una festa non era una promessa. Un bacio sotto le lampadine, con la musica e il vino e il paese intero che sembrava spingere due persone l’una verso l’altra, non aveva valore probatorio. Era atmosfera. Era circostanza. Era chimica. Era, soprattutto, qualcosa che poteva essere archiviato con eleganza, a patto di non parlarne. Alle nove lui entrò. Lei non alzò subito lo sguardo dal registro.

«Buongiorno.»

«Buongiorno.»

«Dobbiamo parlare.»

Lei chiuse il registro con calma. «Le quattro parole più sopravvalutate della lingua italiana.»

«Preferisce che facciamo finta di niente?»

«Non sottovaluti la finzione. Ha salvato molti rapporti sociali.»

L'uomo si avvicinò al banco. Non sorrideva. Questo era scorretto. Se avesse sorriso avrebbe potuto accusarlo di leggerezza. Se avesse fatto il passionale, avrebbe potuto respingerlo come un uomo qualsiasi. Invece era lì, serio, presente, difficile.

Non poteva passargli sopra con qualche frase a effetto, non gliene stava dando la possibilità.

«Per me non è stato niente.»

«Non ho detto questo.»

«L’ha implicato.»

«Io implico molte cose. Non sempre vanno prese sul personale.»

«Io l’ho presa sul personale.»

Lorenza sentì il colpo, ma non lo mostrò. Prese un panno e pulì una macchia inesistente sul banco.

«È stato un bacio, Andrea. Un bel bacio, se vuole il contentino all’orgoglio. Ma resta un bacio.»

«Non mi serve un contentino.»

«Ottimo. Allora siamo d’accordo.»

«No.»

La parola cadde netta. Lorenza alzò finalmente gli occhi. La guardava con quella calma ostinata che stava cominciando a diventare una minaccia alla sua architettura interiore.

«Non siamo d’accordo. Io non credo che lei sia così indifferente come vuole sembrare.»

«E io non credo che lei mi conosca abbastanza da stabilirlo.»

«Forse no. Ma conosco il modo in cui mi ha guardato prima di scappare.»

«Non sono scappata.»

«No?»

«Me ne sono andata.»

«Differenza sottile.»

«Fondamentale.»

Lui appoggiò le mani al banco, senza invadere il suo spazio. «Perché ha tanta paura di una cosa bella?»

Questa volta rise, ma la risata suonò falsa persino a sé stessa.

«Bella? Lei è arrivato da tre settimane, forse venderà una casa che per noi significa qualcosa, vive su un altro pianeta lavorativo e geografico, e mi chiede perché non trasformo un bacio in un destino? Mi creda, non è paura. È senso pratico.» e ho una gran voglia di passare sopra tutta questa dannata storia il più presto possibile. Pensò.

«Il senso pratico non le fa tremare la voce.»

Restò ferma. La frase l’aveva scoperta. Non del tutto, ma abbastanza da farle desiderare di colpire.

«Lei non è un mio caso sentimentale.» disse prima che lei potesse parlare. «Non sono venuto qui per farmi analizzare dietro un banco. Ma non sono nemmeno disposto a fingere che non sia successo nulla solo perché lei è brava a mettere le cose nelle scatole giuste.»

Il colpo fu più profondo di quanto meritasse, forse perché meritava molto.

«Fuori dalla mia bottega.»

Lui si irrigidì. Per un istante sembrò voler ribattere. Poi annuì.

«Va bene.»

«Bene.»

«Ma non confonda il controllo con la forza, Lorenza. Non sono la stessa cosa.»

Uscì. Il campanello tintinnò. La bottega tornò silenziosa. Rimase dietro il banco, con il panno ancora in mano e il cuore in gola. Avrebbe voluto essere furiosa. Lo era, in parte. Ma sotto la rabbia c’era qualcos’altro, qualcosa di più umiliante: il sospetto che Andrea avesse ragione. E Lorenza Ruggeri poteva sopportare molte cose. Non quella.

Il nome di Davide non lo pronunciava quasi mai. Non per dolore, si diceva. Per irrilevanza. Davide era stato un errore giovanile, una piccola febbre estiva, una di quelle cose che sembrano importanti solo perché accadono in un’età in cui tutto ha colori più violenti. Era arrivato a San Venanzio quando Lorenza aveva ventidue anni, con uno zaino, una macchina fotografica e il sorriso di chi non ha ancora deluso nessuno abbastanza da perdere fiducia in sé stesso. Rideva molto. Raccontava storie. Diceva che l’isola sembrava un luogo fuori dal tempo e che lei sembrava l’unica capace di tenerlo sveglio. A ventidue anni, certe frasi sembrano originali se dette con la luce giusta sugli occhi. Lei ci aveva creduto. Non del tutto, naturalmente. Anche allora si reputava più lucida delle altre. Ma abbastanza. Abbastanza da aspettarlo sul molo a settembre, quando lui aveva promesso che sarebbe tornato. Abbastanza da inventare scuse per due settimane. Abbastanza da smettere di guardare il traghetto con naturalezza. Davide non tornò. Mandò un messaggio dopo un mese, una frase ridicola e gentile su quanto fosse stato vero ciò che avevano vissuto e su quanto la vita, purtroppo, li chiamasse altrove. La vita. Come se la vita fosse una zia autoritaria capace di sequestrare i sentimenti.

Da allora lei aveva deciso che aspettare era un’attività indegna. Non lo disse mai così, nemmeno a sé stessa. Preferì formulazioni più eleganti: prudenza, indipendenza, ironia, conoscenza del mondo. Ma la verità era rimasta lì, come una conchiglia rotta sotto la sabbia. Andrea non era Davide. Lo sapeva. Proprio questo la spaventava. Se fosse stato un uomo leggero, l’avrebbe liquidato. Se fosse stato un seduttore, l’avrebbe smontato. Se fosse stato un egoista, l’avrebbe riconosciuto. Ma lui restava. Non invadeva, non prometteva troppo, non cercava scorciatoie. Restava con una pazienza che rendeva inefficaci le sue difese. Quel pomeriggio chiuse la bottega prima del solito e andò alla Casa del Corbezzolo da sola. Aveva bisogno di aria, si disse. In realtà aveva bisogno di un luogo dove la sua confusione sembrasse meno rumorosa.

La casa era vuota. Il vento entrava dalle finestre senza vetri. Salì sulla terrazza e si sedette sul muretto basso. Guardò il mare. Pensò a Davide, al molo, al messaggio. Poi pensò ad Andrea che le diceva di non confondere controllo e forza. Le venne voglia di odiarlo. Non ci riuscì. Questo peggiorò tutto.

«Stupida.» disse a bassa voce.

«Non è un giudizio molto accurato.»

Si voltò di scatto. Andrea era all’ingresso della terrazza. Aveva in mano una cartellina e l’aria di chi non sapeva se avvicinarsi o andarsene.

«Mi segue?»

«Tecnicamente sono venuto in una casa di mia proprietà.»

«Tecnicamente ha scelto un pessimo momento.»

«Me ne vado.»

Fece per voltarsi. Lei avrebbe potuto lasciarlo andare. Avrebbe dovuto. Invece la stanchezza la tradì.

«Davide non tornò.»

Lui si fermò. Non disse nulla. Lorenza continuò a guardare il mare.

«Avevo ventidue anni. Lui era bello, allegro, inutile. Disse che sarebbe tornato a settembre. Io lo aspettai. Non tornò. Fine della storia.»

Fece spallucce. «Non sembra la fine.»

«Perché lei ha un talento irritante per le frasi giuste.»

«Mi dispiace.»

«Non deve. Non era una tragedia.»

«Non serve che qualcosa sia una tragedia per lasciare un segno.»

Serrò le palpebre. Avrebbe preferito una battuta. Una qualsiasi. Invece lui le offriva comprensione, e la comprensione è difficile da respingere senza sembrare crudeli.

«Io non voglio aspettare nessuno.»

«Non gliel’ho chiesto.»

«Lo farà.»

«Forse.»

«Ecco.»

«Ma potrei anche tornare.»

Aprì gli occhi e lo guardò. «Potrebbe. Bellissimo verbo per rovinarsi la vita.»

Andrea si avvicinò, ma solo fino a metà terrazza. «Non le prometto cose facili. Non sarebbero vere. Vivo a Milano, lavoro lì, ho obblighi, una vita costruita altrove. Ma non sono Davide.»

«Lo so.»

«Allora non mi faccia pagare il suo conto.»

La frase era dura. Giusta. Lei distolse lo sguardo.

«Ci proverò.»

Per Lorenza Ruggeri, quella era quasi una dichiarazione d’amore. Lui, saggiamente, non glielo fece notare.

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