E PASSA LORENZA
Capitolo 6 di 10

LINDA LERCARI


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Mafalda entrò in bottega due giorni dopo con gli occhi lucidi e una determinazione talmente fragile che la ragazza capì subito di dover maneggiare la questione con cura. Comprò zucchero, lievito, una scatola di caramelle all’anice proprio lei che detestava l'anice. Poi rimase davanti al banco, stringendo il manico della borsa.

«Gualtiero mi tradisce.»

La giovane posò lentamente la penna. «Con chi?»

«Non lo so.»

«Allora per ora siamo nel campo della letteratura.»

«Non scherzare.»

«Non sto scherzando. Sto distinguendo tra fatto e paura.»

Mafalda si sedette sulla sedia vicino alla vetrina, quella che usavano i clienti anziani quando il caldo era troppo forte. «Non mi guarda più. O meglio, mi guarda come si guarda un mobile che è sempre stato lì. Mi parla del magazzino, delle ricette, delle scadenze dei farmaci. Mai di me.»

La osservò. Mafalda era una donna ordinata, sempre composta, con i capelli chiari raccolti e gli orecchini piccoli di perla. La sua tristezza sembrava fuori posto su di lei, come una macchia su una tovaglia bianca.

«Hai trovato qualcosa?»

«No.»

«Messaggi?»

«No.»

«Telefonate strane?»

«No.»

«Profumo nuovo?»

«No.»

«Allora forse non ti tradisce.»

Mafalda abbassò lo sguardo. «Forse è peggio.»

Capì. Era una cosa che vedeva spesso, ma che nessuno voleva nominare. Ci sono amori che non finiscono con uno scandalo. Finiscono diventando abitudine, educazione, gestione domestica. Restano in piedi come case senza luce.

«Gli hai parlato?»

«Di cosa?»

«Di te.»

Mafalda rise amaramente. «Dopo ventitré anni?»

«Soprattutto dopo ventitré anni.»

«E se mi dice che non prova più niente?»

Lorenza avrebbe voluto rispondere con una delle sue formule perfette. Con uno dei suoi lapidari passaggi verbali. Invece pensò ad Andrea, a Davide, a Giuliano, a Teresa. Pensò che forse le formule perfette erano utili solo quando non si voleva sanguinare.

«Allora saprai la verità.»

«E se la verità mi fa male?»

«Ti fa già male non saperla.»

Mafalda la guardò come se avesse sperato in un consiglio più morbido. Poi annuì lentamente. Uscì senza prendere le caramelle, e Lorenza dovette rincorrerla fino alla porta. Quella sera, tutta l’isola seppe che in casa del farmacista si era litigato. Non perché qualcuno avesse origliato, ufficialmente. Ma a San Venanzio i muri avevano una vita sociale intensa. Si dissero parole lunghe, finalmente. Gualtiero non aveva un’altra. Aveva paura di invecchiare, paura di non essere più visto, paura di aver ridotto il matrimonio a una gestione efficiente della farmacia e della cena. Mafalda pianse. Gualtiero pianse peggio, secondo la vicina, con singhiozzi poco dignitosi. Il giorno dopo camminavano insieme verso il molo. Non si tenevano per mano. Ma procedevano alla stessa velocità. Lei li vide dalla bottega e pensò che forse l’amore non era sempre fuoco. A volte era brace coperta, e bastava togliere la cenere perché tornasse a scaldare.

Andrea entrò proprio mentre lei li osservava.

«Buone notizie?»

«Notizie adulte. Rarissime.»

«Mi spaventa chiedere.»

«Fa bene.»

Lui seguì il suo sguardo verso Mafalda e Gualtiero. «Li ha aiutati lei?»

«Ho solo detto una cosa ovvia.»

«Le cose ovvie sono spesso quelle che nessuno ha il coraggio di dire.»

Lo guardò. «Sta diventando complimentoso?»

«Sto diventando sincero.»

«Molto peggio.»

Sorrisero. Per un istante, fu semplice. E proprio quella semplicità fece paura a entrambi.

Don Franco convocò Lorenza in sacrestia con la scusa di farle scegliere alcuni nastri per la processione della Madonna del Mare, ma lei sapeva benissimo che i nastri li sceglieva da vent’anni la signora Agnese, e che chiunque si fosse intromesso avrebbe rischiato una scomunica pratica se non teologica. Andò comunque, perché don Franco aveva un modo discreto di chiedere aiuto che consisteva nel non chiederlo mai. Lo trovò intento a sistemare ceri in una cassetta, con la tonaca leggermente impolverata e gli occhiali sul naso.

«Mi ha fatto chiamare per i nastri?»

«Anche.»

«Quindi no.»

Il sacerdote sorrise. «Sei sempre stata una bambina difficile.»

«Sono migliorata. Ora sono un’adulta difficile.»

Don Franco indicò una sedia. La giovane si sedette. La sacrestia odorava di cera, legno vecchio e fiori secchi. Da fuori arrivava il rumore della piazza, attenuato dai muri spessi.

«Mafalda è venuta da me.»

«Immagino.»

«Dice che le hai consigliato di parlare.»

«Ho commesso imprudenza.»

«Hai fatto bene.»

Incrociò le braccia. «Se questa è una benedizione, preferisco riceverla in forma scritta.»

Don Franco non rise. Si tolse gli occhiali e li pulì con un fazzoletto. «Da giovane ero promesso a una ragazza.»

Lorenza rimase zitta. Non capita tutti i giorni che un prete apra una porta del genere. Soprattutto non don Franco, che custodiva il proprio passato come il tabernacolo.

«Si chiamava Anna. Era intelligente, ostinata. Cantava male e lo faceva con grande convinzione. Io pensavo che l’avrei sposata. Lei lo pensava più di me.»

«E poi?»

«E poi ho scelto il seminario.»

«Scelta o fuga?» stavolta era passata senza alcun riguardo sul povero prete, ma non si scusò.

Don Franco la guardò. Nei suoi occhi c’era una malinconia senza rancore.

«A volte sono la stessa cosa.»

Sentì quella frase depositarsi dentro di lei, scomoda come un sasso nella scarpa. Pensò ad Andrea, alla sua partenza futura, alla propria tentazione di trasformare ogni timore in una decisione razionale.

«Si è pentito?»

«Non della vita che ho scelto. Ma del modo in cui l’ho scelta, sì. Le dissi che Dio mi chiamava. Era vero. Ma era vero anche che avevo paura di essere amato da una persona concreta, tutti i giorni, con le sue richieste e la sua fiducia. Dio era infinito. Anna era davanti a me. A volte l’infinito fa meno paura.»

Abbassò lo sguardo sui nastri colorati sparsi sul tavolo. Rosso, bianco, azzurro. Colori semplici. Decisioni semplici. La vita, invece, aveva un talento perverso per intrecciare tutto.

«Perché lo dice a me?»

«Perché sei brava a capire quando gli altri scappano.»

«E quindi?»

«Quindi potresti accorgerti se stai scappando anche tu.»

La donna si alzò. «Preferivo i nastri.»

«Lo immaginavo.»

«Azzurri.» disse lei, indicando il tavolo. «Scelga quelli azzurri. Almeno qualcosa oggi può essere semplice.»

Uscì dalla sacrestia con passo deciso, ma la frase di don Franco la seguì lungo tutta la piazza. A volte l’infinito fa meno paura. Pensò che, nel suo caso, l’infinito si chiamava lucidità, indipendenza, controllo. Andrea invece era concreto. Aveva mani, voce, difetti, valigie, scadenze, silenzi. E proprio per questo era più pericoloso di qualsiasi idea astratta dell’amore.

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