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Manaar
Cammino avanti e indietro davanti l'ingresso del campo da non so bene quanto. So solo che è buio già da un po', che non ho avuto il tempo di mettere qualcosa nello stomaco e che il piccolo Assad, il bambino che abbiamo raccolto in mezzo al nulla insieme a sua madre, sta meglio. Il resto è solo buio, come questo cielo, come l'ansia che mi sta divorando perché lui non c'è. Non è ancora tornato dal secondo viaggio che è stato costretto a fare per portare in salvo tutti i profughi. Non appena mi ha portata qui insieme alle donne e ai bambini è ripartito. Lì in mezzo al nulla, il Moro e Kill Bill sono rimasti con i due uomini fuggiti dall'orrore.
Sono passate più o meno due ore da quando ho visto la Jeep sparire dietro una nuvola di fumo, ore in cui ho atteso con il cuore in gola il suo rientro, fissando l'oscurità davanti a me, oltre le mitragliatrici parate davanti il cancello. Ma nessuna luce lontana mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo, nemmeno la radio che a quanto pare giace silente nella stanza attrezzata. Sento la stanchezza incurvarmi le spalle, minare l'autocontrollo che ho sempre avuto in queste circostanze, ma la sola idea di sedermi e prendere fiato dopo questa giornata assurda, mi sembra impossibile. Stringo le braccia al petto. Ho freddo, un dannato freddo che mi scuote come una foglia, ma so esattamente che la temperatura c'entra ben poco. Sono brividi diversi questi, che provengono dallo stomaco, dalla pancia, dalle ossa. Brividi di ansia e paura che non riesco a controllare.
«Dovrebbe riposare Dottoressa.»
Mi volto. Gli occhi gentili di Lucio mi osservano. Scuoto la testa. Come posso dormire senza sapere dove sia?
«È colpa mia se sono lì fuori. Non posso abbandonarli» mormoro.
«Stare qui non li farà tornare prima» incalza e si avvicina. Io non rispondo, me ne rimango a guardare la punta dei miei anfibi, consapevole di quanto abbia ragione, ma incapace di fare anche solo un singolo passo.
Lui sospira e mi appoggia una maglia sulle spalle.
«Grazie» dico, stringendomi in essa. Annuisce.
«Mi dica Dottoressa, cosa la preoccupa di più?»
«Il fatto di averli spinti in una missione suicida. Mi sento responsabile per la loro vita.» Ma non dico tutta la verità, questa è solo una parte.
Lui ridacchia. «Sta sottovalutando le capacità del nostro gruppo allora» sentenzia divertito.
«No, ma della mia assennatezza sì» rispondo. «Non avrei dovuto trascinarlo in questa cosa» farfuglio, ma mi mordo la lingua subito dopo.
Mi osserva di sbieco dall'alto della sua statura e mi sembra di sprofondare.
«Sono uomini capaci con anni di esperienza alle spalle, non abbia timore.» Torna a guardare davanti a sé.
Spero non abbia dato peso a quanto ho detto poco fa. «Gianluca è un ottimo soldato. Capace, attento, esperto. Conosce tutti gli aspetti di questo mestiere.» Si gira, mi scruta. «Sa esattamente ciò che fa e lei non deve essere in pena per lui.»
«Io... io...» balbetto. Non so cosa dire. Non so neppure come abbia fatto a uscire dalle mie labbra quella frase. Mi prenderei a schiaffi.
«Non deve giustificarsi Dottoressa. Capita a tutti, soprattutto quando si è lontani da casa da molto tempo. L'importante è rimanere presenti a se stessi e valutare la situazione per quella che effettivamente è. In questa, se posso permettermi, ci sono solo rischi.» Sorride benevolo. «Le consiglio di andare a dormire adesso» conclude.
Deglutisco a vuoto. Controbattere sarebbe inutile anche perché nel suo consiglio gentile ho captato quello che voleva essere un ordine, anche se mascherato da un sorriso. Faccio scivolare la maglia dalle spalle e la protendo verso di lui. Scuote la testa.
«La tenga, gli alloggi non sono poi così vicini. Me la restituirà.»
Mi segue con lo sguardo fino a che non svolto verso la mensa. Mi appoggio alla parete metallica di un container e respiro profondamente.
Che mi ha detto la testa? Come mi è saltato in mente di dire quella frase? Redarguita, sono stata redarguita per qualcosa che neppure esiste, per il semplice fatto di essermi preoccupata. E ora mi sento una stupida, anche solo per aver provato attrazione per un uomo del quale non so nulla e che, con buone probabilità, non mi ha mai vista in modo diverso da una semplice missione. Mi copro il viso con le mani. Non voglio piangere, non voglio sentirmi così, eppure una lacrima sfugge al mio controllo. Indomita scende lenta sulla guancia e mi odio per questo. Odio questa mia maledetta propensione a lasciarmi andare agli eventi, a non riuscire ad arginare con la razionalità ciò che mi accade. Odio il mio essere sempre disponibile, il mio darmi incondizionatamente agli altri e Bahira. Sì, odio anche lei adesso, per quel suo essere così lungimirante e lucida nel dirmi ciò che non ho mai voluto sentire. Mi scosto con rabbia dalla struttura in metallo e mi avvio a passi decisi verso il mio alloggio. Ripercorro gli accadimenti di questi ultimi giorni. Ogni passo è una certezza inconfutabile, ogni respiro un ricordo e quando arrivo davanti alla porta della mia stanza, c'è solo un momento che riempie la mia mente: l'attimo in cui questa mattina ci siamo guardati negli occhi.
Sbatto la porta e mi siedo sul letto. Che sia stata solo io a sentire la profondità di quei pochi secondi? Che sia solo io a tremare quando siamo vicini?
Sfilo gli anfibi lanciandoli con rabbia. Cadono rumorosamente a terra facendomi sobbalzare. Mi alzo, mi risiedo, cammino avanti e dietro, ma non trovo pace. Poi un rumore. Mi volto di scatto e vado verso la finestrella. Scosto la tendina. Non vedo nulla, solo buio in parte rischiarato dalle luci fioche. Rimango a osservare l'immobilità davanti a me per qualche minuto, poi lo vedo. Lui avanza lento lungo la stradina che divide i nostri alloggi. Non è solo. Al suo fianco Lucio gli parla sottovoce. Si fermano. Lucio continua a parlare mentre lui lo osserva attento. È stanco. Ha le spalle curve e l'espressione incupita. La mimetica ė sporca di terra, come se si fosse rotolato. Lo vedo annuire lentamente mentre Lucio gli poggia una mano su una spalla. Lui si ritrae di scatto in modo anomalo, come se quel contatto gli avesse procurato dolore. Vedo Lucio rimanere interdetto, dire qualcosa e poi voltarsi verso la mia finestra. Mi scosto con il cuore in gola, sperando non mi abbia vista. Anche se non di proposito, ho lasciato la luce spenta, ci sono quindi buone probabilità non abbia notato la mia presenza. Rimango immobile attaccata alla parete fino a che non sento una porta chiudersi. Attendo ancora e quando solo il mio respiro è rimasto come unico rumore, mi affaccio, facendo attenzione a non sporgermi troppo. La stradina è deserta.
Mi siedo nuovamente sul letto. Avrei voluto parlargli, chiedergli perché sia stato necessario tutto quel tempo per tornare. Domandargli come fosse andato il viaggio di rientro e come stesse. Rimarrò con i miei punti interrogativi perché so che da domani le cose cambieranno. Non parlerò più con lui, ma questa volta non per sua scelta, per una mia decisione. Sono stata messa all'angolo ancora prima di iniziare questa partita e all'angolo rimarrò. Prendo il necessaire dal ripiano accanto al letto e un asciugamano. Non ho voglia di dormire, ma è l'unica cosa sensata che possa fare. Afferro un elastico per legarmi i capelli quando sento due colpi alla porta. Lo stomaco guizza nella gola. Osservo il battente chiuso per qualche secondo e poco dopo i colpi si ripetono. Sono deboli, come se chi stesse bussando non volesse disturbare, eppure è ancora lì fuori che picchia per la terza volta sul legno. Lascio sul letto le cose e guardinga vado ad aprire. Schiudo la porta di qualche centimetro. Cigola. Mi sporgo. Lui è davanti a me e mi guarda. Non una sola parola esce dalla mia bocca e non per mia volontà, ma per la sorpresa. Finisco di aprire il battente con il cuore che martella nel petto.
«Mi scuso per l'ora» sussurra. «Ho un piccolo problema.»
Ingoio aria e tento di parlare. «Quale?» azzardo.
Lui si volta e mi mostra la spalla sinistra. «Può rimettermi a posto?»
Focalizzo ciò che mi sta mostrando e quando il mio cervello recepisce l'immagine che ho davanti, una mano mi sale a coprire la bocca.
«Che le è successo?» mormoro, avvicinandomi.
«Un imprevisto» taglia corto.
Lo faccio entrare nella zona adibita ad ambulatorio.
«Deve sfilare la manica della tuta» dico fredda, disponendo sul piccolo carrello in acciaio gli strumenti che mi serviranno. Lo sento alle mie spalle depositare il gilet su una sedia e abbassare la chiusura lampo della mimetica.
Chiudo gli occhi. Sapevo era successo qualcosa, il mio sesto senso me lo aveva suggerito. Vorrei sapere tutto, compreso se sia solo io a sentire le gambe tremare e il cuore andare fuori battito quando siamo vicini, ma rimango in silenzio. La chiacchierata con Lucio ha sicuramente sortito l'effetto sperato. Afferro il carrello e lo spingo voltandomi. Lo trovo in piedi. La tuta gli pende dai fianchi e una maglietta a maniche corte nera aderisce al suo torace. Sbatto le palpebre un paio di volte, poi gli indico lo sgabello poco distante.
«Si sieda» mormoro guardando a terra. Lui obbedisce e dopo poco mi avvicino. Sollevo la manica e scopro la ferita. Non è molto grande, ma profonda abbastanza da richiedere dei punti di sutura. Mi infilo i guanti in lattice e con una garza imbevuta di tintura di iodio, pulisco i bordi del taglio, osservandone meglio l'aspetto.
«Non mi chiede cosa è successo?» domanda.
Mi guarda da meno di mezzo metro e per quanto tenti di rimanere concentrata su quello che sto facendo, i suoi occhi sono come una calamita. Mi risucchiano e mi trovo a fissarli senza aver avuto modo di difendermi da quell'attacco.
«No» rispondo in un soffio.
«Perché?»
«Sono cose che non mi riguardano, credo.»
«Anche a me salvare quelle persone non riguardava.»
«È... diverso.»
«Cosa è diverso?»
Lascio la garza sporca sul carrello e torno a guardarlo, stavolta con più sicurezza. «Io non posso domandare.»
Socchiude gli occhi. «Chi le ha detto questa cosa?»
«Nessuno.» Mi allontano e apro l'anta di un mobiletto. «Le farò una lieve anestesia, in modo che non senta dolore.» Sono di nuovo fredda, calata perfettamente nel ruolo di medico-paziente.
«No» sento alle mie spalle. «Proceda senza.»
«Ma...»
«Nessun ‘ma’ Dottoressa.»
Torno accanto a lui. Prendo gli strumenti da sutura e prima di iniziare lo guardo.
«È ancora in tempo per cambiare idea, Capitano.»
Lui non risponde, si limita a fissarmi in quel modo autoritario e al tempo stesso disarmante che mi fa tremare ogni volta.
«Come vuole» sussurro.
Inizio a suturare la ferita con i suoi occhi puntati addosso. Non smette di guardarmi nemmeno per un secondo. Serio, attento, mi scruta come fosse la prima volta che mi vede, senza fare un solo fiato per quello che gli sto facendo. Lo guardo di sfuggita a ogni punto inserito nella sua carne, come a voler trovare nei suoi occhi la prova del dolore che gli sto procurando. Eppure, nulla varia, nulla, fuorché la mia stabilità emotiva.
«Così è cristiana» esordisce tutto insieme. Lo osservo. «La croce che ha al collo» indica con un dito. «Ortodossa, non è così?»
Annuisco.
«Avrei detto mussulmana» prosegue.
«No, la mia famiglia è sempre stata cristiana. In Libano si può scegliere di essere ciò che si vuole.»
«Da quanto vive in Italia?»
«Da quando avevo nove anni.»
«Perché se ne è andata?»
Respiro profondamente e lo fisso. «Le interessa davvero, o è solo un modo educato per fare conversazione?» chiedo.
«Entrambi.»
«Ci avrei scommesso.»
«Risponda alla mia domanda.»
«Ho finito Capitano. Il tempo per fare conversazione è scaduto.» Prendo un cerotto e copro la ferita.
Lui si alza e si para dinnanzi a me. «Risponda» incalza.
Tento di arretrare ma il carrello alle mie spalle mi blocca i movimenti.
«È troppo vicino Capitano, la prego di allontanarsi» intimo, alzando una mano.
«Mi dia la risposta e me ne andrò.»
Non riesco a respirare, non riesco nemmeno a guardarlo. Fisso il suo petto cercando di trattenere l'agitazione che mi dilaga dentro.
«La guerra... Siamo andati via a causa della guerra» balbetto.
Lui non si scosta. Continua a torreggiare su di me, a invadermi con la sua presenza e inizio a sentire le gambe cedere insieme alla mia forza di volontà.
«Per questo fa questo mestiere?» chiede ancora.
Annuisco.
«Perché mi aspettava all'ingresso del campo Dottoressa?»
«Aveva detto che se ne sarebbe andato...»
«Ho mentito» risponde cupo.
Mi appoggio con entrambe le mani al carrello. Lucio deve avergli detto tutto e ora vorrei solo sprofondare. È un supplizio. Lui è un supplizio, le sue domande, il suo modo di starmi così vicino e la mia incapacità di allontanarlo.
«Sto aspettando Dottoressa.»
Sono una stupida, una sciocca, una ragazzina.
«Ero... In pensiero» ammetto. Le mani due pugni chiusi sull'acciaio del carrello.
Afferra la croce d'oro che sbuca dall'apertura della mia camicia e la rigira tra le dita.
«Grazie per i punti» mormora. Prosegue a guardarmi, a torturami, poi sospira. «Buona notte Dottoressa» dice. Lascia la collanina, si volta e se ne va.
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