UN UOMO DA ODIARE
Capitolo 1 di 21

Scritto il 19/06/2026
da MIRIAM FORMENTI


⏱ ~4 min · 848 parole

PROLOGO

22 settembre 1158

Le fiamme consumarono il mio nome,

le mani di uno straniero ne raccolsero le ceneri

Milano.

Feudo di San Martino. Al castello

 

Dopo gli ultimi sussulti di vita, i corpi dei tre impiccati si abbandonarono alle spire del vento che, furioso come in un giorno di marzo, li sospingeva in un tragico dondolio.

La fanciulla inginocchiata a terra, a poca distanza da quel macabro gruppo, non avvertì che la stretta crudele che le aveva imprigionato i capelli per costringerla ad assistere all’impiccagione si era allentata, e il capo le ricadde in avanti, privo di sostegno.

Non sentiva più niente: né rabbia, né dolore, e neppure la paura che l'aveva sconvolta meno di mezz’ora prima quando, scortata da numerosi soldati germani, camminava lungo la strada del villaggio, seguendo i passi ancora orgogliosi di suo zio e dei suoi due cugini.

Meno di mezz'ora prima il suo cuore gridava all'ingiustizia della loro sorte. Era colmo d'odio per quella soldataglia che saccheggiava, violentava, uccideva. Era fremente d’indignazione nei confronti dei dignitari di Milano, che avevano permesso la resa dopo un solo mese d’assedio, cedendo al ricatto della fame e rendendo vano il sacrificio di tanti giovani valorosi che avevano perso la vita per impedire l'avanzata degli imperiali, per difendere la città e consentire a tutte le terre milanesi di restare tali.

Dopo la resa, anche San Martino, come tante altre contee, era diventato un tributo che Federico I aveva preteso; e i signori che si erano ribellati, come il conte suo zio e i suoi figli, erano stati condannati a morte per quello che l'imperatore considerava tradimento.

Il corpo di sua zia, steso sul prato, quasi tagliato in due dalla spada di un soldato, non la faceva più tremare convulsamente. Niente più grida, né lacrime, ormai; solo un vuoto che l'avrebbe protetta da tutto quello che ancora l’attendeva.

Un uomo dalla corporatura poderosa le si mise davanti, nascondendole la vista delle figure degli impiccati. Portava la cotta in maglia di ferro sotto una sopravveste rossa come il sangue che era stato versato e alzò la spada, forse per versarne ancora.

La fanciulla non reagì quando la lama le sfiorò la gola. Alzò il viso, seguendo docile la pressione dell'arma, per incontrare quello dello svevo che aveva ordinato le esecuzioni, e subì indifferente il suo sguardo, che da padrone la percorse tutta come avrebbe fatto con un cavallo, calcolando da esperto il suo valore. Del resto, lei, Regina Celeste Balestrieri, colpevole soltanto di essere imparentata con il castellano ribelle, non era ormai che una preda di guerra.

L’imperiale abbassò la lama e, a un suo cenno, un uomo basso e tarchiato, che dal modo di parlare si rivelò un lodigiano, le ordinò di alzarsi.

― Alzatevi, ho detto! ― ripeté questi, sollevandola bruscamente quando si rese conto che lei non avrebbe ubbidito.

― Anche se siete una Balestrieri, restate pur sempre un’innocua femmina ― disse, ripetendo in un lombardo rozzo le parole che l’imperiale aveva pronunciato nella sua lingua natale. E, lanciando una breve occhiata alla poveretta stesa in un lago di sangue, aggiunse: ― Se non gli si rivoltano contro, il mio signore, il cavaliere Hans Deinburg di Hezen, non uccide le donne. Sarà, quindi, tanto magnanimo da concedervi la vita e se lo giudicherà conveniente vi restituirà alla vostra gente.

In silenzio, con i lunghissimi capelli neri che a ogni soffio di vento le schiaffeggiavano il viso,

Regina udì la sua sentenza senza, in realtà, comprenderne il significato.

― Siete ebete, ragazza? ― chiese l'uomo con impazienza. ― Dovete solo dirmi con chi il signore potrà negoziare il vostro riscatto. Se qualcuno è disposto a pagare per riavervi, lui vi cederà.

Il velo scuro, che benevolo ottenebrava la mente della fanciulla, per un attimo si sollevò. I suoi familiari erano appesi ai rami di un albero e i morti non potevano sborsare nulla. Tuttavia c’era qualcun altro che avrebbe potuto tentare di riscattarla; qualcuno che l’amava e che non l’avrebbe abbandonata. Fece per parlare, ma la lingua non riuscì a formulare le parole e quel pensiero se ne fuggì via, mentre il velo ricadeva.

― Forse non è più in sé... ― disse il lodigiano incerto, guardando il suo signore.

L’imperiale fece una smorfia, piegò la testa e si strinse nelle spalle. Disse qualcosa che fece ridere gli astanti e, con un breve cenno, invitò il lodigiano a informare comunque la ragazza di quanto aveva deciso.

― Il signore è dispiaciuto per voi che non abbiate nessun valore ― si rassegnò quello a ripetere con aria scettica. Fece una pausa, sperando forse di cogliere una scintilla di paura in quegli occhi spenti, quindi riprese, certo di non essere compreso: ― Vi trova piuttosto bella e, ormai, sembrate davvero docile. Vi regalerà quindi a suo fratello, il barone di Hezen. È stato ferito, e avrà bisogno di consolazione quando verrà a presidiare il castello ―. E con parole sue, mentre le premeva le mani sulle spalle per guidarla in un inchino forzato, aggiunse: ― Vi auguro di restare la gatta morta che sembrate. Ve lo auguro di cuore.

 

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