UN UOMO DA ODIARE
Capitolo 15 di 21

Scritto il 07/08/2026
da MIRIAM FORMENTI


⏱ ~17 min · 3424 parole

Pavia

― Chiamate immediatamente il vostro padrone, mio marito è ferito gravemente!

Regina si era fatta avanti, dopo che i soldati avevano bussato ripetutamente a quella porta

― Sarebbe bello che magister Gaudenzio si mettesse a curare anche la gente come voi! ― ribatté la donna dallo sguardo indignato e dall’aspetto lindo, che aveva aperto appena uno spiraglio per vedere chi chiamava con tanta insistenza. Poi tacque, vedendo i due soldati che si erano avvicinati al carretto per sollevare il ferito.

Regina non aveva riflettuto su quanto dovesse essere miserabile il suo aspetto e non si era attesa quel disprezzo. Certamente l’illustre Magister era abituato a curare solo gente di prestigio. ― Immediatamente, ho detto! ― ripeté in tono di comando. ― Si tratta del barone di Hezen. Vi assicuro che all’imperatore non piacerà che non ci si prenda cura di lui!

― Oh… ― La donna aprì completamente la porta. Non sapeva chi fosse questo barone, ma era accompagnato da due soldati svevi, e nessun pavese, nonostante l’alleanza, avrebbe osato offendere un imperiale. Il suo padrone, poi, li curava con piacere quei signori, per l’importanza e il denaro che otteneva. Certamente l’avrebbe scacciata se avesse saputo che gliene aveva fatto perdere uno.

― Come comandate, signora ― disse in tono improvvisamente ossequioso, facendosi da parte per lasciarla entrare; poi, con un battere imperioso di mani chiamò i servitori, che accorsero all’istante. Uno di loro fu mandato a cercare il padrone, mentre l’altro precedeva i soldati in una piccola stanza al pianterreno, dove Stephan venne adagiato sul letto con molta cura.

Il medico arrivò molto presto e, al contrario della domestica, non ebbe dubbi sulla posizione sociale di Regina, che nonostante la misera condizione del suo abito gli andò incontro con grazia e gli parlò in un lombardo fluente e morbido, privo dei toni rozzi della povera gente.

― Baronessa… ― disse inchinandosi con rispetto. Poi si avvicinò al ferito, che in quel momento non pareva neppure respirasse. Si fece aiutare dai suoi servi a girarlo per osservare in che condizioni fosse la schiena e storse la bocca. La ferita causata dalla spada era rossa, e forse infetta; così come un’altra ferita profonda dovuta alle scudisciate. Quel sopore non era buon segno; sovente si manifestava per giorni prima della morte. ― Ha mai delirato? ― chiese sollevando appena la testa verso la giovane donna, che con le mani giunte pareva pregasse.

― No… non è mai accaduto quando è stato con me. Ho potuto vederlo soltanto ieri, e per pochi minuti. È con me da questa mattina. Purtroppo… ― aggiunse chinando il capo con aria infelice ― è sempre stato in queste condizioni. Ha aperto gli occhi solo un paio di volte.

― E vi ha riconosciuta?

Regina rialzò la testa di scatto. ― No. È un brutto segno?

L’uomo strinse le labbra. Chi poteva dirlo? In fondo si era svegliato, e non per dare l’ultimo saluto al mondo. Ma non gli piaceva dare risposte a domande così precise. Cautela, era il suo motto: se il paziente moriva, nessuno gliene poteva fare colpa; se sopravviveva, il merito era sempre tutto suo.

― Non si può sapere ― disse infine.

Regina abbassò le palpebre: tutta la stanchezza di quella giornata sembrò disegnarsi sul suo viso.

Messer Gaudenzio era abituato alla morte e alla sofferenza, ma provò pena per quella giovane donna dall’aspetto sfinito. ― Forse se la caverà ― disse burbero. ― Ora dovreste lasciarmi solo con lui. Avrò bisogno del mio servitore per prestargli le prime cure.

― Preferirei restare.

― Perdonatemi se insisto, baronessa, ma vi assicuro, per il bene del vostro sposo, che il mio servitore mi sarà molto più utile di voi. Deve bollire delle erbe e preparare un impiastro di lino e vino per spurgare il sangue. E siete spossata e ferita. Dirò alla mia domestica di prestarvi le sue cure.

― Quello che vedete, non è il mio sangue.

― Va bene. Immagino, comunque, che abbiate bisogno di riposare e vorrete che qualcuno mandi a chiamare i vostri familiari.

“Certo, Lieselotte sarebbe accorsa”, pensò Regina con una punta di emozione. ― Sì, ma ignoro dove si trovi la dimora di mio cognato, e sarei felice se fossero i vostri domestici a occuparsene.

Il magister chiamò a gran voce la donna che aveva aperto la porta e in fretta le diede numerose disposizioni.

― Bene. Ora andate con Erminia, lei è la mia maestra della casa; più tardi farà portare del cibo per voi e le vostre domestiche.

― Rosa Bonfanti è un’amica, non una domestica. Devo in parte a lei se il mio sposo è qui, libero.

― Vogliate perdonarmi.

Rivolse altre parole alla donna che, con un cenno rispettoso della mano, invitò Regina a seguirla, mentre lui tornava al capezzale del ferito.

Regina esitò, lanciando un’occhiata incerta a Stephan; ma ormai era in mani amiche, poteva avere fiducia. Lasciò la stanza per raggiungere quella accanto, una saletta ornata di arazzi e pochi mobili intarsiati di gran pregio, dove trovò le sue compagne ad attenderla.

― Sedetevi ― disse Rosa accompagnandola a una sedia. ― Il barone? ― chiese poi, quando furono sole.

― Ora il medico si sta occupando di lui. Non mi ha voluto con sé ― aggiunse con una punta di rammarico.

― È meglio lasciargli fare il suo lavoro. Vi ha dato delle speranze?

― Sì… forse ― esclamò Regina, portandosi una mano alle labbra in un gesto ansioso.

In quel momento entrò una servetta che portava un vassoio carico di cibo. Freda si alzò dallo sgabello accanto alla finestra su cui era seduta; aveva tanta fame, ma non era abituata ad essere servita e si sentiva a disagio.

Rosa le ordinò di stare tranquilla e tornare a sedere. La poveretta non aveva placato le sue paure nemmeno quando avevano incontrato la pattuglia della sua gente. Poteva capirla: quella creatura aveva conosciuto solo sofferenze da quando era stata condotta a Milano. La visita alla prigione, quella cupa processione fra i terraggi, e la successiva fuga l’avevano sconvolta. Mormorò parole di conforto e suggerì anche a Regina di mangiare qualcosa, altrimenti sarebbe crollata dopo quel viaggio carico di ansia e paura.

― Non ho fame. Non posso mangiare mentre lui… forse...

Rosa prese una fetta di pane bianco – quel frumento finissimo che solo nelle dimore dei nobili veniva servito senza crusca – e vi fece colare sopra un filo di miele denso, scuro.

― Mangiate, Regina ― sussurrò con dolcezza, cercando di ignorare il trambusto che proveniva dalla stanza dove stavano curando Stephan. ― È pane e miele, vi darà la forza per restare sveglia.

Ne avete bisogno.

― Anche voi…

― Sì. Altrimenti potrei svenire. E lei… ― aggiunse accennando a Freda ― non toccherà niente fino a quando non lo faremo anche noi.

Regina annuì, accettando di sbocconcellare un po’ di pane e di bere un sorso di vino con miele e cannella. Il calore delle spezie parve sciogliere il gelo che le stringeva lo stomaco, confortando il suo spirito quanto il corpo; e, in effetti, si sentì meglio.

Non passò molto tempo prima che nuovi imperiosi colpi al portoncino d’entrata turbassero la tranquillità della casa, e passi pesanti si facessero udire lungo il corridoio che portava alla stanzetta dove giaceva Stephan. Un tempo brevissimo, che a Regina parve eterno; poi gli stessi passi si fermarono fuori dalla saletta dove loro erano in attesa.

Hans Deinburg entrò accompagnato dalla servetta, che sembrava sparire al suo fianco. Vide appena Rosa e fissò uno sguardo incredulo su Regina. Il messaggio era stato chiarissimo e Hans aveva appena veduto suo fratello; ma che fosse stata Regina a salvarlo dalla prigione gli sembrava ancora impossibile. La spia che aveva mandato a San Martino dopo la disfatta aveva riferito che suo fratello e i pochi soldati ancora vivi erano stati portati a Milano e che Regina aveva lasciato il castello con l’uomo che un tempo era stato il suo promesso. Aveva cercato poi di riscattare Stephan, ma i suoi tentativi erano andati a vuoto. Nessuno sembrava sapere più nulla di suo fratello. Sparito nel nulla dopo essere stato portato alla prigione milanese.

― Sei davvero tu! ― esclamò con la sua voce possente.

Sembrava incerto, non ostile, e Regina, libera dalla paura improvvisa che l’aveva presa vedendolo entrare, si sorprese a dirsi che Hans non sembrava più lo stesso uomo che l’aveva resa schiava: forse era grazie agli eleganti vestiti che indossava, o alle guance ben rasate, che lo rendevano più simile a

Stephan; o forse perché lei aveva imparato a conoscerlo, a capire che non era il mostro che le era parso un tempo.

― Come hai fatto a portarlo via da Milano? ― proseguì lui.

― Ho pagato, Hans. Ho comprato la sua libertà in cambio di alcuni gioielli. Lo hai visto?

― Sì.

― Cosa ti ha detto il medico?

― Con te non ha parlato?

― Forse è stato pietoso.

― Pietoso ― ripeté l’uomo, mentre un lampo d’ironia gli solcava lo sguardo grigio. Si volse udendo un leggero rumore e sembrò rendersi conto solo in quel momento della presenza di Rosa, che stava lasciando la stanza insieme a Freda. ― Chi è quella donna? ― chiese secco. Il suo aspetto era miserabile quanto quello di Regina, ma, senza dubbio, sua cognata non avrebbe potuto fuggire da Milano con un prigioniero svevo indossando i suoi vestiti migliori.

Regina notò il viso pallidissimo di Rosa. La domanda era stata dura, sferzante come un colpo di frusta, e la figura di Hans poteva incutere timore. Tese una mano e prese con dolcezza quella di

Rosa.

― Senza di lei, Hans, non avresti rivisto tuo fratello. Ha trattato la sua liberazione, si è privata…

― si interruppe, notando l’improvviso rossore della compagna. ― Ci è stata di prezioso aiuto. È

Rosa Bonfanti, milanese come me, e le ho promesso che nella tua casa sarebbe stata accolta con amicizia.

Hans si addolcì, mentre chinava il capo davanti a quella figuretta fragile dal viso infantile come quello della sua Lieselotte.

― Spero di non avervi spaventata, signora ― disse piano, in latino. Si permise un sorriso breve, che per un attimo lo trasformò in un giovane di grandi attrattive. ― Vi sono molto grato per quello che avete fatto e spero che mi darete modo di testimoniarvi la mia riconoscenza offrendovi un tetto sicuro nella mia casa.

Sorpresa da quel cambiamento, Rosa si limitò ad assentire. Era ansiosa di lasciare la sala perché sentiva che presto ci sarebbe stato uno scontro fra Regina e suo cognato, e non voleva assistervi. Non

aveva visto né gratitudine né amicizia nello sguardo grigio dell’uomo quando si era posato su Regina: piuttosto stupore, come se non si fosse atteso nulla da lei. Sospirò quando, seguita da Freda, si richiuse la porta alle spalle. Regina aveva fatto bene a mettersi nelle mani di Hans prima di sapere quale sorte attendesse il suo sposo?

Nella sala, intanto, Regina avvertiva l’ostilità dell’uomo. Un’ostilità fatta di sguardi sprezzanti che le ricordarono, inevitabilmente, il terribile giorno dell’anno precedente, quando era stata inginocchiata sull’erba davanti a lui, schiacciata dalla sua arroganza.

― Sono molto sorpreso, Regina.

― Posso immaginarlo ― replicò lei in tono sdegnoso. ― Non m’interessa sapere se sei o non sei felice di vedermi. Ciò che conta è che Stephan sia fuori di prigione.

― Sì ― ammise lui. ― Mi domando soltanto perché tu non abbia fatto nulla prima. O perché tu lo abbia fatto adesso. È prigioniero da un mese; è un miracolo che sia ancora vivo. Comprendo che non sia stato facile ma…

― Non lo sapevo ― lo interruppe.

― Non lo sapevi? ― sibilò l’uomo incredulo, infuriato al pensiero che quella donna si facesse beffe di lui. ― Non penserai che io ti creda, né che lo farà Stephan una volta guarito. Sono al corrente di ogni cosa, Regina. Hai lasciato il castello con un altro uomo. Lo stesso, certo, che voleva rapirti qualche mese prima. E vedendo che lei stava per protestare, la fermò con un gesto della mano. ―

Non mi interessano le tue giustificazioni. Riservale per Stephan, se mai le vorrà ascoltare.

― Lo credevo morto! ― esclamò lei.

― Oh, questo è davvero troppo! Dovevo ucciderti quel giorno, non regalarti a Stephan perché potesse innamorarsi di te. Se lo credevi morto, perché non te ne sei accertata?

― L’ho visto cadere.

― Sono caduto molte volte anch’io.

Regina annuì. Come poteva spiegare ad Hans quello che aveva provato e perché non aveva cercato di dare al suo sposo l’ultimo saluto prima di lasciare San Martino? ― Dal momento che non mi credi ― disse ― non mi sforzerò di spiegarmi. Perché dovrei farlo? E proprio con te? Non l’ho forse salvato?

― È vero, ma io credo, vedi, che tu abbia disegni particolari. Chissà che tu non sia una spia dei milanesi, altrimenti perché darti tanta pena per aiutarlo dopo averlo combattuto così tenacemente?

E davvero volevi salvarlo? Quante erano le possibilità che morisse lungo la strada? Forse la vita a

Milano era diventata difficile per te, e hai creduto che in questo modo saresti stata accolta con gratitudine e affetto.

Affetto? Regina ebbe un gesto sdegnoso. Da Lieselotte forse, ma da lui? ― Qualsiasi ragione mi abbia spinto, Stephan è qui! ― ribatté con furia. ― O te ne dispiace? Ho forse sbagliato a portarlo a

Pavia?

― Che diavolo vuoi dire?

― Stephan è il barone di Hezen. Se morisse, tu erediteresti il titolo. Tanti fratelli si sono ammazzati per molto meno ―. Lo aveva detto, ma in realtà aveva soltanto voluto ferirlo, come lui stava ferendo lei. Se avesse soltanto immaginato una cosa simile, non avrebbe mai messo il suo sposo nelle sue mani.

― Maledetta strega! ― proruppe l’uomo alzando il braccio per colpirla, ma si trattenne. ― Potrai vivere nella mia casa. Ma sappi che le cose non sono cambiate per te da quando ti abbiamo lasciato al castello. Eri confinata nella tua stanza, e così continuerà a essere. Deciderà Stephan di te, quando starà meglio.

― Non potrai impedirmi di vederlo!

― Quanta devozione ― ribatté lui sarcastico. ― Eppure lo farò. Fino a quando non sarà lui a volerlo.

― E se lo volesse adesso, anche se non può dirlo? Ti prego Hans, io devo stare con lui. Io… lo amo.

Quelle parole non lo impietosirono, ma lo fecero riflettere. Il medico gli aveva detto che Stephan aveva uguali possibilità di uscire da quel sopore o scivolare, senza ridestarsene, nella morte. Tutto dipendeva dalla fortuna e dai meccanismi strani che coinvolgevano la mente umana, aiutando chi davvero voleva vivere. Suo fratello aveva amato quella donna e, dal momento che lei lo aveva ferito, forse avrebbe voluto vendicarsi dei torti subiti. La vendetta era un ottimo motivo per vivere.

― Va bene ― concesse. ― Fino a quando sarà lui a decidere. Ma non sarai libera di lasciare la casa.

Regina sedette e annuì. Né gratitudine né amicizia, ma almeno avrebbe continuato a stare accanto a Stephan e lei e Rosa avrebbero avuto un tetto sotto cui stare tranquille.


* * *

Nei tre giorni che seguirono, Stephan rimase nella casa del medico e le due giovani milanesi furono alloggiate in una stanzetta comunicante con quella del ferito.

Lenzuola pulite, cure costanti e decotti nutritivi che il medico e la sua domestica riuscivano a far inghiottire al barone, ebbero il loro effetto, e la febbre diminuì. Stephan non accennava, però, a uscire da quel sopore pericoloso e Regina gli teneva la mano, gli parlava come se lui potesse udire e rispondere, sperando che in qualche modo comprendesse che era al sicuro con chi lo amava.

Durante la mattinata del terzo giorno, lui aprì gli occhi e la riconobbe.

― Tu… ― disse con voce debolissima. ― Non è possibile…

― Lo è, invece ― bisbigliò Regina con le lacrime agli occhi. ― Amore mio, finalmente sei di nuovo con noi ―. Gli prese la mano e affondò il viso nel palmo. ― Ho pregato tanto perché questo avvenisse.

― Dove sono? ― chiese lui.

― A Pavia. Sei al sicuro ora ― sussurrò sollevando il viso. Ma lui aveva già richiuso gli occhi e si era riaddormentato, spossato per quel piccolo sforzo. Lei gli baciò la mano: aveva parlato, l’aveva riconosciuta! L’aveva riconosciuta e non l’aveva respinta! Si risollevò piano e con tenerezza gli sfiorò la fronte umida con dita leggere. Presto lui sarebbe stato bene, e lei avrebbe ricominciato a vivere.

Quando informò il medico del suo risveglio, l’uomo si disse soddisfatto, e per la prima volta dichiarò che il ferito aveva superato il periodo critico. Probabilmente nei giorni a venire avrebbe ripreso sonno e veglia in modo quasi regolare e il cibo sostanzioso lo avrebbe rimesso in forze in brevissimo tempo. Lodò Regina per la sua dedizione, ma la invitò a riposare ora che il suo sposo era fuori pericolo, perché il suo fisico fragile rischiava di crollare. Per tre giorni e tre notti Regina non si era allontanata dal capezzale del marito, se non nelle poche ore durante le quali Rosa la costringeva a dormire un poco. E Rosa era accanto a lui quando, dopo un pomeriggio tranquillo, Stephan si svegliò di nuovo.

Sentendolo muoversi, posò il ricamo e si chinò su di lui.

― State meglio, barone?

― Non so ― rispose lui fissandola con uno sguardo spento. ― Ma sono vivo, sembra.

Lei gli sorrise. ― Ora il medico non teme più per la vostra vita.

― Prima sì?

― Eravate più morto che vivo. Ma non sforzatevi di parlare, ora ― sussurrò sistemandogli il lenzuolo. ― Chiamerò…

― Aspettate ― la fermò lui sollevandosi appena. ― Dove sono?

― A Pavia.

― Allora sono stato riscattato ― mormorò Stephan lasciandosi ricadere sui cuscini, ― ed è stato tutto un sogno.

Eppure era parso così reale: la voce di sua moglie, il suo volto bagnato di lacrime contro la sua mano, i capelli che gli solleticavano il polso. Era stato bello. Desideri inconsci e irrealizzabili, perché se mai avesse rivisto Regina, non avrebbe potuto far altro che respingerla. Ricordava ancora troppo bene quello che gli aveva detto il milanese in quella dannata cella e gli sembrava impossibile che avesse permesso il riscatto.

― Mio fratello dov’è? Sono nella sua casa? Non vi ho mai vista.

― No. Siete nella casa del medico. Ha ritenuto opportuno tenervi qui.

― Ho bisogno di sapere cos’è accaduto.

― Sì, ma più tardi. Ora avvertirò la domestica perché vi porti il brodo, e… qualcuno che aspetta con molta ansia di parlarvi. Vi è stata sempre accanto e credo che non mi perdonerebbe se dovessi lasciarla riposare, ora che siete tornato completamente in voi.

Stephan era troppo spossato per pensare a quello che la ragazza gli aveva detto e richiuse gli occhi per un attimo, fino a quando non udì la porta riaprirsi e passi leggeri fermarsi a fianco del letto.

― Stephan…

Il barone si sollevò un poco, trattenendo un gemito per il dolore che quel gesto brusco gli aveva provocato. ― Regina… eri davvero tu, allora.

Con delicatezza, Regina gli posò una mano sulla spalla sana per farlo adagiare di nuovo. ― Sì ―

bisbigliò. Sembrava così vulnerabile, che istintivamente la mano risalì tenera verso la guancia. ― Sì

― ripeté, ― e devo spiegarti tante cose, dirti tutto.

Lui la respinse. Maledetta sgualdrina! Non sapeva perché fosse lì con lui, e neppure voleva saperlo. Gli aveva già mentito, avrebbe mentito ancora. ― Non hai niente da dirmi che io voglia sentire. Ho già avuto modo di ascoltare il tuo drudo quando è venuto a godersi lo spettacolo nella mia cella.

Regina impallidì: tutte le sue illusioni, i suoi sogni cozzarono contro quella dura realtà di vendette e menzogne. Guido aveva goduto della sua vittoria fino in fondo.

― Stephan ― disse con disperazione ― dammi la possibilità di spiegarti. So che tutto sembra contro di me, ma sono stata io…

― Vattene ― la interruppe lui con voce debole. E vedendo che non si muoveva, trovò la forza di gridare: ― Fuori di qui, dannazione!

In quel momento stava entrando la domestica con il brodo di gallina preparato per il ferito, e dopo un attimo di perplessità si fece avanti pregando Regina di accontentarlo. Senza incertezze, si premurò di riferire l’accaduto al suo padrone che non esitò ad avvertire Hans. Questi non aspettava altro e, da quel momento, a Regina non fu più concesso di avvicinarsi a Stephan.

 

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