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Pavia. Casa Deinburg
Erano trascorsi tre giorni da quando Stephan era stato portato nella casa di Hans e lei rinchiusa in una stanza. Attimo dopo attimo, giorno dopo giorno, aveva atteso, pregato di essere chiamata da lui; mille volte si era detta che suo marito l’avrebbe ascoltata, e mille volte ne aveva dubitato. Aveva sue notizie da Rosa e dalla domestica che le portava i pasti e che teneva la chiave della sua prigione, ma lui non chiedeva di vederla.
Neppure Lieselotte sembrava desiderarlo, e Regina si era ormai convinta che la pensasse come
Hans. Ma un pomeriggio la cognata le fece finalmente visita.
Dopo un attimo di esitazione, dopo essersi guardata attorno nella stanza e aver visto Rosa che ricamava vicino alla finestra, Lieselotte le corse incontro.
― Mi sei mancata tanto ― disse con voce tremante d’emozione.
Regina ne fu commossa. ― Anche tu ― ammise abbracciandola forte.
― Avrei voluto poter venire prima, ma Hans mi ha imposto di non vederti. Ora è dovuto andare a palazzo, dall’Imperatore, e mi è sembrata l’occasione buona per raggiungerti. Ermenegarda ―
aggiunse ― mi ha aiutato. È una brava donna; è cortese con te, non è vero?
Regina non poteva lamentarsi del trattamento, migliore di quello conosciuto quando era reclusa al castello, e da quella donna riceveva più rispetto di quanto ne avesse avuto a Milano dai servi dei
Bossi.
― Sì, è cortese. Ma tu, mia cara, stai bene? La gravidanza non ti fa soffrire?
― Qualche volta, ma non importa, e sono tanto felice. Anche Stephan migliora. Ma tu certo lo sai
― sussurrò guardando benevola Rosa, che si era alzata per lasciarle sole. ― Purtroppo non riesco a parlare con lei, non conosco che la vostra lingua; ma, ti prego, dille che resti.
― Lieselotte vi chiede di restare, Rosa ― disse piano ― e anch’io. È mortificata perché non può conversare con voi. Se ve ne andaste, ne sarebbe umiliata.
Rosa arrossì, tornando a sedersi.
Lieselotte le sorrise. ― È bella e ad Hans piace ― disse senza sfumature di gelosia. ― Le ha parlato, sai. Voleva sapere dalle sue labbra della vostra fuga… ― E prevenendo la domanda di Regina, chiaramente espressa sul volto, aggiunse: ― Non è stato un interrogatorio, credimi, io ero presente e conosco bene ogni variante di tono di Hans. Purtroppo non le ha creduto.
― Le piace, ma non le ha creduto ― ribatté con amarezza Regina.
― Ha fiducia nella sua buona fede.
― Ma non nella mia! ― Si volse verso Rosa. ― Mia cognata dice che avete parlato con Hans. Non me lo avevate detto.
Rosa emise un sospiro lieve. ― Non vogliatemene. Non volevo ferirvi. Non ha creduto a una parola di quanto gli ho detto. Ha immaginato perfino che il nostro incontro con quella donnaccia di
Matilde fosse stato preparato in anticipo, per convincermi.
Le labbra serrate di Regina si schiusero in un gemito rabbioso. ― Ma Stephan guarirà del tutto e sarà lui a decidere. Solo lui! Lieselotte, fammi entrare nella sua stanza, ti prego. Permettimi di parlargli!
La giovane sveva scosse la testa. ― È impossibile. Devo rispettare la sua volontà, soprattutto ora che è ancora tanto debole. Io stessa l’ho pregato, ma è stato irremovibile. Dovresti andartene, invece; ho paura per te.
― Paura? ― ripeté Regina. ― Devo temere per la mia vita? A questo punto mi odia Hans?
― Hans? No, non si tratta di Hans! Lui non può decidere niente, non può fare niente che riguardi suo fratello! Quando, dopo la disfatta, mandò una spia a San Martino per sapere di Stephan e scoprì che tu te n’eri andata senza curarti di lui, voleva ucciderti; ma non l’ha fatto allora, e non lo farà ora.
― Io lo credevo morto, Lieselotte ― la interruppe Regina. ― Ora lo so, avrei dovuto cercare di vedere almeno il suo corpo, ma ero sconvolta e… ― tacque, incapace di rivelare la slealtà e le menzogne di Guido.
― Io ti credo, ma loro no! ― Esitò ancora. Poi, arrossendo un poco, riprese: ― Ascolta… questa mattina ho udito una conversazione fra Hans e Stephan. Ho origliato, e forse dovrei vergognarmene, ma quello che ho sentito mi ha fatto comprendere che per te non ci sarà perdono. Anche se il tuo sposo volesse dimenticare le parole terribili che gli hai detto, dopo che il milanese si era finto un mercante per convincerti a seguirlo, non potrà mai perdonare quanto è accaduto in seguito. Lui stesso ti ha visto lasciare il castello dopo la sconfitta, e, quel che è peggio, l’uomo che ti accompagnava è entrato nella sua cella dicendogli che eravate amanti, e che non sarebbe mai stato riscattato perché tu volevi così.
Regina si fece mortalmente pallida. Ora sapeva che non c’era nessuna speranza per lei! Guido aveva spinto tanto oltre la sua vendetta verso un uomo che odiava, da infangare l’onore di una donna innocente, da calunniarla in modo crudele. Cosa aveva provato, Stephan, nel vederla lasciare il castello con Guido, dopo tutti i messaggi in cui lei gli dichiarava il suo amore? Quanta rabbia, quanto odio dovevano avergli avvelenato il cuore nel sentirsi gettare in faccia una simile menzogna!
Quanta tragica impotenza nel sapersi ferito, rinchiuso in una cella che doveva diventare la sua tomba!
― Non servirà a nulla giustificarmi, quindi… ― sussurrò ― né dirgli come l’ho salvato. Ora capisco: è Stephan quello che devo temere. Pensi che voglia uccidermi?
― Io… non so! Ma ho paura! Potrebbe, se crede che tu gli sia stata infedele! ― Svelta, prese la borsa che aveva lasciato sul tavolino e gliela mise fra le mani. ― Qui dentro ci sono oro e gioielli. Se te ne andrai ora, lui non lo saprà fino a stasera, e, forse, non ti farà neppure inseguire.
Regina scosse la testa. ― Non posso farlo.
― Oh, ma non comprendi: non hai speranze! Se anche non ti facesse uccidere, non ti tratterebbe mai più come una sposa! Dimmi, vuoi passare il resto dei tuoi giorni prigioniera nella sua casa? Vuoi vederlo senza poterlo mai avvicinare? Saperlo accanto a una favorita? Regina, questo accadde all’ultima baronessa di Hezen! Nessuno dei suoi figli seppe mai quali fossero le sue colpe, ma il vecchio barone preferì tenerla in vita per godere della sua vendetta!
― E allora farà così anche Stephan ― rispose Regina, restituendole la borsa. ― In ogni caso, credimi, te ne ringrazio, ma non ne avrei bisogno. Posseggo ancora dei gioielli.
― Hai detto ad Hans che hai comprato la fuga di Stephan. Pensavo…
Lieselotte era stupita. Non aveva creduto ai dubbi del suo sposo, ma come poteva, sua cognata, possedere ancora le sue gioie?
Regina lesse la perplessità sul suo viso, e un lampo di tristezza solcò gli occhi violetti. ― Ho ancora i miei gioielli ― spiegò ― perché, per salvare la vita di Stephan, ho ucciso l’uomo che doveva prenderli. ― E brevemente narrò alla cognata quanto era accaduto a Milano prima della loro fuga.
― E non ho ucciso quell’uomo per fuggire da Stephan senza neppure avergli parlato. Non dimostrerò la mia innocenza con la fuga, perché io sono innocente, Lieselotte. Non l’ho mai tradito; non sapevo che fosse rinchiuso in prigione fino a quando non l’ho scoperto per caso, e non ho mai desiderato la sua morte, neppure quando credevo di odiarlo.
Lieselotte avrebbe voluto insistere, ma rinunciò. ― Sia come vuoi. Se cambierai idea dillo a Ermenegarda. Le prese le mani e gliele strinse con affetto. ― Non potrò tornare tanto presto, non mi piace ingannare Hans, ed Ermenegarda ha paura.
Regina annuì. Era giusto. Lieselotte doveva partorire a breve, e preoccuparsi non faceva bene né a lei né al bambino. ― Non mi hai ancora detto nulla di Hilda ― mormorò trattenendola ancora un poco. ― Vorrei poterla riavere con me. Sta bene? E Freda?
― Freda è tornata in seno alla nostra famiglia. Per premiarla l’ho assegnata al guardaroba. Non è più una sguattera.
― Poverina ― sussurrò Regina sorridendo appena. ― A Milano era odiata per quello che era, e io e Rosa l’abbiamo trascinata in una fuga pericolosa.
― Le hai insegnato a scrivere ― replicò Lieselotte, ammirata.
Regina sollevò appena le spalle. ― Qualcosa di elementare, perché potesse farsi capire. Vedevo soltanto lei al castello. ― Poi, come se una scintilla le avesse attraversato la mente, raddrizzò la schiena: ― Lei può scrivere... lei potrebbe testimoniare... Ma la speranza morì in un sospiro. Lasciò cadere le braccia lungo i fianchi e scosse il capo. ― No, certo che no. Se la parola di Rosa non è servita, la penna incerta di una sguattera non farà miracoli. Meglio che resti dov’è, con un’occupazione migliore, prima che rischi la collera di Hans.
Lieselotte sospirò. ― In quanto a Hilda, non è con noi. È tornata nella casa della signora che serviva prima che Stephan la portasse al castello. Volevo tenerla con me, ma… quella donna, una vedova, ha tanto insistito per riaverla che Hans ha ceduto.
Quella donna era stata l’amante di Stephan. All’improvviso a Regina tornò vivido nella mente un commento di Hilda, e una fitta di dolore la colpì: le sembrava che la vita riprendesse il suo corso normale, mentre lei ne era esclusa.
Rosa attese che Lieselotte, dopo essersi congedata affettuosamente dalla cognata, lasciasse la stanza. Quindi si avvicinò a Regina.
― Vostra cognata vi ha offerto del denaro ― disse ― e voi lo avete rifiutato. Che accade, Regina?
Teme per voi, siete in pericolo?
Regina finse indifferenza. ― Lo vedete pure che sono in disgrazia.
― Non è questo, non è soltanto questo! Non mi mentite, vi prego. Se vostra cognata vi ha chiesto di andarvene, non è forse perché teme per la vostra vita?
Regina sospirò, si passò una mano fra i capelli in un gesto inquieto. ― Sì. Lieselotte teme che
Stephan possa volere la mia morte.
― Perché, dopo quello che avete fatto per lui? Perché questa ingratitudine? Vi prego non tenetemi all’oscuro.
Regina guardò l’amica, provando pena per lei. Era innamorata di Guido e aveva già scoperto cose sgradevoli di lui. Quell’ultima bassezza sarebbe stata un altro colpo. Ma Rosa era una donna forte, lo aveva dimostrato. Forte e leale, e, sì, meritava di conoscere la verità.
― Speravo che Stephan mi ascoltasse, che capisse e perdonasse, ma dopo quello che ho appreso sarà impossibile una nostra riconciliazione. E pur a malincuore le spiegò il ruolo avuto da Guido.
Rosa avrebbe voluto urlare la sua rabbia, la sua pena. Guido era stato codardo, traditore, sleale!
Un essere indegno di stima e di amore! Questo era l’uomo al quale aveva dato tutta se stessa. Un uomo privo di pietà, che aveva calpestato l’onore di una donna per prendersi la sua vendetta. Dopo una pausa interminabile, pallida per lo sdegno e la sofferenza, Rosa mormorò: ― Allora forse ha
ragione vostra cognata, e dovremmo andarcene. Pochi uomini sopportano di sapersi traditi dalla propria sposa; poco importa che non sia vero.
Regina scosse la testa. ― Voi non siete in pericolo. E io ho già detto a Lieselotte che non fuggirò.
Voglio parlare con Stephan. Voglio dirgli che lo amo! Voglio dirgli la mia verità, la sola verità! Forse non ha ragione di credermi, ma perché dare credito a un nemico che lo odiava, che voleva fargli del male? Devo incontrarlo, anche se rifiuta di vedermi. Devo, ora che so cosa lo tormenta!
― Lieselotte vi aiuterà?
― No. Voi sapete dov’è la stanza di Stephan?
― Su questo stesso piano, uscendo sulla destra, la quarta porta. Forse potrei…
― No, Rosa. Statene fuori.
― Ma come farete?
― Non mi sarà difficile prendere la chiave a Ermenegarda ―. La guardò, mentre un sorriso velato dalla tristezza le illuminava il viso. ― Vi voglio bene, Rosa. Siete buona e meritate molto, ben più di quello che avete avuto.
Rosa arrossì. Se avesse conosciuto tutta la storia forse l’avrebbe disprezzata. Nella loro città, Regina poteva essere biasimata per aver sposato uno svevo; ma lei, come donna, sarebbe stata disapprovata ovunque. Nessuna donna onesta si sarebbe offerta all’uomo che amava come lei aveva fatto, e nessuna donna onesta, probabilmente, ripensando ai loro abbracci, li avrebbe tanto rimpianti. Tese le braccia e circondò le spalle di Regina in una stretta carica d’affetto e rimorso, mentre lacrime improvvise cominciavano a bagnarle le guance.
― Anch’io vi voglio bene, Regina, e non l’avrei mai creduto.
* * *
L’occasione per rivedere Stephan si presentò prima di quanto Regina sperasse, quando Ermenegarda, sapendola sola, bussò alla porta per chiederle se avesse ordini per lei.
Sorrise fra sé: Hans non le faceva mancare nulla, dopotutto era ancora la baronessa di Hezen.
― Sì, Ermenegarda, entrate.
La chiave girò nella toppa, e la domestica, una donna alta e magra, entrò richiudendosi scrupolosamente l’uscio alle spalle.
― Volete guardare quel telaio? ― chiese Regina. ― Ho ingarbugliato dei fili e non riesco più a continuare il lavoro.
La donna si avvicinò alla finestra, dove era stato collocato il telaio. Regina la seguì e le si mise alle spalle. ― Temo di non essere esperta nell’usarlo.
La domestica sorrise senza voltarsi, mentre con dita abili scioglieva i fili. ― Certo saprete fare altre cose, baronessa. Forse vi piace suonare? Potrei farvi avere un liuto.
― No… grazie. Avete visto il barone?
― No, non l’ho mai visto, ma so che ora sta davvero meglio, tanto da rifiutare brodi e decotti e ordinare carne e vino.
E da poter sopportare la sua vista, si trovò a riflettere con amarezza. ― Datemi la chiave, Ermenegarda.
― Ma lui non… ― La domestica si voltò di scatto, comprendendo, e lanciò un grido sorpreso quando vide fra le mani della giovane donna una pesante brocca di peltro sospesa sul suo capo. ―
Per carità, baronessa, non fatemi del male!
― Non voglio farvene, credetemi, ma voglio quella chiave.
La domestica deglutì tesa. ― Se volete fuggire, la mia padrona vi aiuterà; certo lo sapete.
― Non voglio fuggire, voglio vedere il barone. E per farlo devo poter uscire da qui. Se mi darete la chiave, non vi colpirò, ma dirò di averlo fatto e voi non correrete rischi.
― Baronessa, vi prego… il mio signore non mi perdonerà! ― balbettò la donna spaventata. ― E poi a che vi servirà? Se il barone non vuole vedervi, vi scaccerà all’istante. Ho sentito la mia signora pregarlo di ricevervi, ma è stato irremovibile.
― Tutto questo non vi riguarda. Datemi la chiave! ― ordinò con voce più dura. ― Potrete gridare quanto vorrete per discolparvi. ― Agitò minacciosa la brocca per spaventarla, riuscendoci benissimo.
― Vi prego… ― Ermenegarda si sfilò il nastro che teneva intorno al collo e che reggeva la pesante chiave della porta, e lo posò sul tavolino. ― Il padrone mi farà scacciare dopo avermi frustato ―
gemette.
― State certa che ogni colpa dell’accaduto sarà attribuita a me.
Regina indietreggiò piano verso la porta, tenendo d’occhio i movimenti della domestica, e sperando non cominciasse subito a gridare.
Forse la brava donna ebbe pietà di lei, o, magari, era troppo spaventata per riflettere, ma le lasciò il tempo di attraversare il breve tratto di corridoio che la separava dalla stanza di Stephan e cominciò a gridare nel momento in cui lei apriva la porta e vi si rifugiava dentro.
Una domestica stava riordinando il letto del ferito e lanciò un grido sorpreso alla comparsa della baronessa. Stephan, in piedi accanto alla finestra, si voltò di scatto e la guardò con furia.
L’aveva respinta una volta e aveva continuato a farlo perché non si sentiva ancora pronto a incontrarla, e a ragione. Si perse per un attimo a guardarla. Era bellissima, illuminata da un raggio di sole che entrava obliquo dalla finestra. Gli occhi, accesi dalla luce, erano di un viola intenso, e i capelli, che scendevano lisci fin dove il cerchio li imprigionava, si gonfiavano morbidi attorno al viso, pallido e perfetto come l’avorio. L’attimo passò. Era bella, sì, ma era falsa come Giuda, e lui non le avrebbe più permesso di dominare il suo cuore.
― Cosa fai, qui? Non ti ho mandato a chiamare ― disse brusco, umiliandola davanti alla domestica. ― E cosa sta succedendo? ― aggiunse sentendo le grida di Ermenegarda.
― Ho rinchiuso la domestica nella mia stanza. L’ho colpita per sottrarle la chiave: dovevo parlarti.
Improvvisamente le labbra dell’uomo si piegarono in un sorriso ammirato, che subito dopo si fece amaro. ― Niente può impedirti di ottenere quello che vuoi. Non sei riuscita a blandirla?
Regina rimase in silenzio.
Lui fece un cenno alla giovanissima domestica. ― Hai sentito, ragazza? Provvedi a far uscire la tua compagna, e… ― continuò guardando Regina ― di’ alla tua signora che non voglio essere disturbato.
La giovane s’inchinò, si fermò timida davanti a Regina, che le fece scivolare nella mano la chiave, e sparì oltre la porta, richiudendola alle sue spalle.
― Devi avere cose importanti da dirmi ― disse lui ironico.
Regina lo guardava: pochi giorni erano bastati a restituirlo alla vita. Era ancora magro, ma i muscoli del torace e delle braccia non mancavano di vigore; la pelle aveva perduto quella patina malsana e gli occhi chiari erano luminosi, accesi, ora, da una luce di sospetto.
― Sì, dovevo, ora più che mai.
― Ora più che mai? ― ripeté lui.
Regina comprese che aveva rischiato di tradire Lieselotte. ― Io… ― mormorò ― non potevo più resistere. Stephan, ho molte cose da spiegarti, forse molti torti…
― Sì, molti torti ― la interruppe lui gelido. Si allontanò dalla finestra e sedette accanto al letto.
― Molti e molto significativi. Ma non capisco per quale ragione debba la vita proprio a te. Perché,
Regina?
Lei gli si avvicinò. ― Ti prego, ascoltami ―. Tese una mano per prendere la sua, ma venne respinta.
― Risparmiami le preghiere, Regina! E le lacrime ― aggiunse vedendo che lei lottava per ricacciarle indietro. ― Dimmi soltanto la vera ragione che ti ha spinto a salvarmi.
― Quando ho scoperto che eri vivo…
― Già… Hans mi ha detto che affermi di avermi creduto morto. Che cosa può averti dato tanta certezza? Ti sarebbe bastato cercare di vedermi.
Regina emise un breve sospiro. ― Sì, ora lo comprendo. Ma allora non ho potuto.
Lui la guardò con amara ironia. ― Ricordo, il tuo cavaliere bruno ti trascinava a forza fuori dal castello.
― Non ho potuto perché non sopportavo di vedere il tuo corpo privo di vita! Io stessa ti avevo visto cadere, mi pareva quasi di aver udito il tuo grido di dolore e poi… poi mi fu detto che eri morto.
― Ti fu detto? ― Stephan si sporse in avanti e rabbiosamente le prese il polso, attirandosela contro. ― Maledetta strega! Non voglio ascoltare più le tue menzogne! Non conti più nulla per me! ―
E bruscamente la lasciò libera.
Disperata lo guardò. ― Non sono menzogne. Se avessi saputo che eri vivo ti sarei rimasta accanto.
I miei messaggi, durante l’assedio, non mentivano. Volevo… e voglio rimanerti accanto.
― Quanta devozione! Ma hai già mentito molte volte. Ricordi, Regina, mi avevi quasi convinto che mi amavi, ma cosa mi dicesti quando ti mostrai il cofanetto? E quando venni nella tua stanza prima della battaglia? E poi non bastò che io dovessi vederti partire con Bossi, lui stesso venne a dirmi della vostra tresca.
― Non ci sono mai state tresche! ― gridò sentendosi impotente. ― Non ho mai peccato di adulterio, né ho mai pensato a lui quando ero con te. Lui ti ha mentito, perché era ossessionato dal desiderio di vendetta.
― Io userò la spada, quando sarà il momento ― disse piano il barone, fissando nel vuoto, quasi assaporando il momento in cui avrebbe ricacciato nella gola del suo nemico le parole brucianti che aveva osato pronunciare. Riportò lo sguardo su di lei, sentendo violenta la rabbia per quello che entrambi gli avevano fatto. Dannata donna, tanto bella e tanto appassionata da far impazzire un uomo. Dannata donna, che ancora desiderava, nonostante tutto! ― Sono dunque soltanto gli altri a mentire? Mentivano anche i miei occhi quando ti vidi andartene con quel cane?
Regina si sentì vinta. Non voleva ascoltarla. Non voleva crederle, non le avrebbe mai creduto. ―
Pensi anche tu, come Hans ― chiese con voce spenta ― che io ti abbia salvato per poter agire come spia dei milanesi?
― No, non è questo che penso. Credo invece che tu non avessi vita facile a Milano, con il marchio infamante del matrimonio con uno svevo, e senza nessuna possibilità di contrarre un nuovo legame.
Io ero ancora vivo e il tuo innamorato preferiva prendersi il gusto della vendetta invece di liberarsi definitivamente di me. Regina Celeste Balestrieri trattata con disprezzo dai suoi pari e come una meretrice dal suo drudo. Molto meglio tornare a essere la baronessa di Hezen.
Regina scosse la testa. Quali speranze poteva avere, se questo era quel che pensava di lei?
― Liberandomi, ti garantivi un’accoglienza amichevole nella casa di mio fratello. Speravi nella mia gratitudine; forse nel mio perdono ― continuò lui.
Regina arrossì. Voleva amore, non sterile gratitudine, e voleva perdonare ed essere perdonata. ―
È così difficile? ― disse piano, con una punta d’amarezza.
Stephan strinse le labbra. Non era difficile, era impossibile. Non avrebbe mai dimenticato che era appartenuta a un altro.
In quei lunghi giorni in cella, quando era ancora in sé, l’aveva avuta sempre negli occhi, nella mente e nel cuore. La vedeva fra le braccia dell’altro e avrebbe voluto ucciderli entrambi. Qualche volta immaginava di essere di nuovo libero e di averla tra le mani; allora non la uccideva, ma se ne serviva come di un oggetto per il suo piacere. Solo un oggetto. Guardò il suo viso, osservò i suoi
seni, stretti nella veste di seta, che si alzavano e si abbassavano al ritmo del respiro e decise che così sarebbe stato. Non l’avrebbe toccata, però, non ancora, anche se la voglia di lei si stava facendo sempre più pressante. Non l’avrebbe toccata fino a quando non fosse stato certo che non portava in sé il figlio del milanese.
― Vuoi la mia gratitudine? Sia pure. Ma non avrai altro.
Regina avrebbe voluto parlare ancora, ma le parole le morirono sulle labbra. Il destino che Lieselotte le aveva annunciato le si stava delineando davanti agli occhi. Un tempo lui l’aveva amata. Un tempo… Nulla era più finito di un amore morto. Forse aveva sbagliato a cercare di vederlo, aveva sbagliato a non andarsene.
― E ora vattene ― concluse lui con aria annoiata. ― Ti manderò a chiamare quando vorrò parlare con te.
Regina ebbe un attimo di esitazione, quindi si allontanò in silenzio, uscì e richiuse piano l’uscio alle sue spalle.
Fuori l’attendeva Lieselotte, che le si avvicinò con ansia.
― Mi dispiace, ma vedo dal tuo sguardo che non hai ottenuto nulla.
Ma si ingannava: qualcosa che non aveva chiesto lo aveva ottenuto. Da quella notte non fu più rinchiusa nella sua stanza.
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