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Cosa c’è di più bello del Giappone immerso nel delicato rosa dei fiori di ciliegio nel massimo della loro fioritura?
Io credo davvero pochissime cose.
Sto passeggiando per il silenzioso Sentiero Dei Filosofi, che in giapponese si dice: Tetsugaku-No-Michi, godendomi in pieno la magica quiete e la favolosa atmosfera che albergano su questo selciato.
Sono circa due chilometri di sentiero partendo dal Ginkaku-Ji, il tempio d’argento, dove ho appena trascorso un’ora a fare una marea di foto insieme ad altri duemila turisti.
Non nascondo che ogni tanto mi sono guardata attorno per vedere se incrociavo ancora quei due bellissimi occhioni color cacao, ma niente.
Non che io morissi dalla voglia di vederlo, ovvio!
Okay, non ci credo nemmeno io a questa enorme stronzata.
Continuo la mia passeggiata, respirando a pieni polmoni l’aria priva di smog di questa zona, scattando in continuazione foto a qualsiasi cosa con il mio tablet.
Agli alberi totalmente rosa.
Ai petali di ciliegio che galleggiano sulla superficie cristallina del piccolo ruscello che mi borbotta vicino.
Ai piccoli ponticelli in legno che ogni tanto appaiono per unire le due sponde di pietra.
Alle casette in legno tipiche di questo angolo di mondo.
Alla miriade di gatti che popolano il sentiero. Si vede proprio che qui è considerato un animale che porta fortuna! A un certo punto scopro che gli hanno addirittura creato una sorta di casetta con tetto in plastica e svariati cuscini e ciotole con un vecchio carretto. Molto carino! Come adorabili sono i suoi attuali inquilini pelosi sonnacchiosi. Avrei voglia di coccolarmeli tutti! Ma come mi avvicino di un paio di passi si mettono già tutti sull’allerta, così lascio perdere e mi limito a scattargli un paio di foto.
Ho sempre voluto un animale in casa, ma a mia madre non piacciono molto. Più che altro ha paura dei cani e i gatti le danno fastidio perché si fanno le unghie un po’ ovunque, così da piccola l’unico animale che potevo tenere era il mio pesciolino rosso. Red. Non ho mai spiccato molto per inventiva. E poi, quando stavo al convitto, erano vietati.
Ma ora, quando torno da questo viaggio, quasi quasi un salto al canile o in un gattile ce lo faccio!
Continuo a camminare e a guardarmi meravigliata in direzione del Nanzen-Ji, uno dei cinque grandi templi Zen della città, contornata esclusivamente dallo scricchiolio dei miei passi sul selciato e da qualche uccellino in vena di cantare una canzone alla sua innamorata.
Devo dire che passeggiando qui non sembra nemmeno di essere nella medesima città di ieri sera o questa mattina!
L’andirivieni è molto esiguo e i rumori completamente ovattati.
Mi è capitato di incrociare un paio di persone in bicicletta, un ragazzo che faceva jogging, qualche altro turista e pochissimi altri esseri umani.
È così rilassante!
Se potessi prenderei una di quelle piccole casette in legno e mi ci trasferirei seduta stante.
«Buongiorno.»
Mi blocco sul posto manco avessi trovato della colla a presa rapida per terra.
Questa voce calda e morbida, come una sciarpa di lana in inverno, decorata da quell’inflessione sexy dovuta all’accento particolare…
Ruoto di scatto sui piedi fino a quando non mi imbatto nel favoloso, radioso e contagioso sorriso di Elliot, il quale se ne sta tranquillo a pochi passi da me con le mani infilate nelle tasche della sua felpa nera con il cappuccio, abbinata a un paio di jeans molto aderenti con uno strappo su un ginocchio.
I capelli castani sono tutti spettinati, come se avesse passato gli ultimi cinque minuti con la testa fuori dal finestrino di un taxi, ed è... beh! Bello. Bello in un modo caldo e confortante.
Sento le mie labbra muoversi per inseguire un sorriso più timido e incredulo.
Ci sono più di un milione di persone a Kyoto, escludendo il gran volume di turisti che ogni giorno affiora per le strade ricche di storia, e noi due come facciamo a scontrarci di continuo?
«Buongiorno anche a te. Continuiamo a incontrarci, vedo!»
«Già! Direi che è proprio una fortuna sfacciata la mia» la sua voce è calda e vibrante, mentre si avvicina con passo misurato e tranquillo, mentre il mio battito mi tira colpi alle costole sempre più esagitati a ogni centimetro guadagnato da Elliot nella mia direzione.
«Fortuna sfacciata?» ripeto, sentendomi avvampare fino alle orecchie.
«Sì! Ci tenevo proprio a rivederti.» Si ferma vicino a me, con la leggera brezza primaverile che oltre al dolce profumo dei fiori di ciliegio mi porta al naso anche quello proveniente dalla sua pelle, il quale è più pungente, ma maledettamente più accattivante e seducente.
«Come mai? Vuoi compagnia durante questa infinita passeggiata?»
«Beh… sì, perché no? Questo sentiero è praticamente senza fine!» esclama passandosi una mano fra i capelli, sconvolgendoli ancora di più.
«Vieni anche tu dal tempio Ginkaku-Ji?» curioso allacciandomi meglio la zip del giacchetto di pelle, in seguito a una folata di vento più insistente.
«Sì, ma c’era troppa gente. Comunque è davvero bellissimo l’effetto che ha la sabbia sotto i raggi del sole, sembra realmente polvere d’argento.»
«Hai ragione. È piaciuto molto anche a me.»
Riprendiamo la camminata, chiacchierando di cosa abbiamo visto questa mattina, del tempio d’argento, del sentiero e di cos’altro vorremo provare a visitare durante la giornata.
Proprio come ieri, scopro che è molto facile e semplice parlare con lui e questa lunga passeggiata diventa ancora più piacevole e non mi accorgo nemmeno del tempo che vola via veloce come i fiori rosa attorno a noi trasportati dalla brezza.
All’improvviso però il ginocchio destro inizia a farmi male. Ma è tutta colpa mia. Sono le due del pomeriggio e io sto passeggiando da più di quattro ore, senza essermi mai seduta, ma cerco di ignorarlo. Non voglio dovermi fermare e spezzare questo strano incantesimo.
Purtroppo, però, dopo altri dieci passi, lui decide per me e cede di botto sotto al mio peso.
Peccato che sto camminando accanto al ruscello e questo improvviso passo falso rischia di farmi cadere in acqua.
Fortunatamente due braccia calde e forti riescono ad afferrarmi al volo, trattenendomi dal fare una pessima, e alquanto imbarazzante, caduta, optando per una più piccola, meno dolorosa e breve.
Elliot ha avuto i riflessi buoni, devo ammetterlo, peccato che nel movimento improvviso per trattenermi e tirarmi indietro, ha perso lui l’equilibrio, facendo cadere entrambi sul piccolo sentiero di selciato, sopra un morbido tappeto di petali di ciliegio rosa ed erba, con lui sotto e io sopra.
Ecco. È esattamente la medesima posizione in cui ho sognato di trovarmi con lui proprio ieri notte.
Solo che c’erano molti meno indumenti tra di noi e molta più privacy. Per quanto l’idea di rotolarmi con lui sopra questo manto verde e rosa non mi dispiacerebbe per nulla!
E smettila di pensare sempre lì!
«Tutto bene?» chiede con voce roca e sottile, gli zigomi adorabilmente velati di rosso mentre mi scruta con le iridi scure venate da sottili pagliuzze dorate nascoste in parte dalle ciglia folte. Il suo respiro alla menta mi lambisce caldo il volto, mischiandosi per un momento al mio più rarefatto.
Colpa della caduta, non di certo perché sono spalmata su un sexy ragazzone spagnolo come la cioccolata sul pane!
A fatica mi risollevo mettendomi seduta sopra l’erba, deglutendo a vuoto un paio di volte. Ho la bocca impastata come se fosse piena di melassa. Lasciandolo libero di alzarsi a sedere a sua volta.
«Sì. Ahm, scusami tanto. Non volevo caderti addosso come un sacco di patate» tento di sorridere imbarazzata, distendendo con fatica la gamba destra e appoggiandomi al tronco molto scuro e nodoso della pianta di sakura dietro di me.
«Meglio me che dentro l’acqua! E poi…» appoggia le braccia sulle ginocchia piegate verso di lui. «Io non mi lamento di certo! È stato piacevole averti sopra di me e farti da tappetino.» ghigna ammiccante, nonostante persino il suo volto non è immune dal rossore, esattamente come il mio.
«Ma quanto sei adulatore?» Mi fingo rilassata, incurvando un angolo delle labbra verso l’alto.
«Naa! Solo sincero, ecco.» Si stringe nelle spalle larghe e io scuoto la testa, cercando di celare un po’ di imbarazzo con l’ausilio dei capelli sciolti.
«Okay, ragazzo sincero, credo che ora dovremmo alzarci, perché…» nell’esatto istante in cui provo ad appoggiare il peso del corpo sulla gamba malandata, una nuova fitta simile a dieci lame acuminate e roventi conficcate nella carne mi trafigge al ginocchio, facendomi cadere ancora una volta con il sedere per terra.
«Ehi!» Lo sento avvicinarsi a me e dal suo tono intuisco che inizia a essere preoccupato, ma io al momento ho gli occhi strizzati dal dolore mentre tento di massaggiarmi il ginocchio.
«Adaline, tutto bene?»
«Tutto bene, tranquillo» la voce mi esce a fatica attraverso i denti stretti, mentre non smetto di massaggiarmi il ginocchio.
«Senza offesa, ma a me non sembra. Hai qualcosa che non va alla gamba?» Si inginocchia di fronte a me, sfiorandomi titubante la mano che tengo stretta attorno alla rotula.
«No, davvero io…» temporeggio e mi lecco le labbra, poi alla fine butto fuori un fiotto d’aria e tento di rilassare l’intera postura mentre torno adagiata all’albero alle mie spalle. «Sono stata operata al legamento crociato posteriore un anno fa.» Schiudo piano le palpebre e tento di metterlo a fuoco attraverso la cortina di dolore che mi offusca la visuale.
Provo di nuovo a stendere la gamba, ma è tuttora rigida e dolorante, pertanto rilascio andare un nuovo respiro e mi arrendo. Temo che non me ne andrò da questo giardinetto tanto presto, tanto vare mettersi comoda.
«Davvero? E come te lo sei rotto?»
«Danzando. Ero…» Aria e deglutisco. «Ero la prima ballerina in una famosa compagnia in Inghilterra e durante le prove per la Bella Addormentata, il mio compagno nel pa de deux non mi ha sorretta bene, facendomi cadere a terra, e così è finita la mia brillante carriera nella danza classica.» concludo stringendomi nelle spalle, fingendo che sia tutta acqua passata.
È trascorso più di un anno da quell’orribile giorno e ancora non ho ben capito come mi sento al riguardo.
Ho trascorso tutta la mia intera vita danzando, con il solo obbiettivo di entrare in una importante compagnia di ballo e ci ero riuscita, diventando persino l’Etoile, ma ora non so davvero cosa fare.
È la domanda che più mi martella nel cervello dal mio rientro dall’ospedale. Da dopo che i medici mi hanno detto, senza troppe cerimonie, che per la carriera da ballerina era chiusa. Cosa ne farò, adesso, di me stessa?
«Cavolo! Mi dispiace davvero molto! E… e cosa fai adesso? Immagino che dopo aver passato tutta la tua vita a ballare, tu ti senta alquanto sottosopra.» Si sistema accanto a me, con la schiena appoggiata al tronco del grande albero di ciliegio che fa oscillare i suoi lunghi rami sopra di noi cullato dal vento.
«Ancora nulla. Ho passato gli ultimi mesi a fare fisioterapia e a sorbirmi l’ansia di mia madre» sorrido rilassandomi, grazie al fatto che ora il ginocchio mi fa un po’ meno male. «Ma onestamente non lo so cosa farò. Mi piacerebbe viaggiare, questo sì, non sono andata spesso in vacanza fino a ora, ma per il resto non ne ho proprio idea» ammetto con completa sincerità.
«Anche io vorrei poter viaggiare di più», replica lui guardando dritto davanti a sé la distesa infinita dei tetti a pagoda che si erge oltre il sentiero.
«E perché non puoi farlo?» curioso voltandomi meglio verso di lui.
Un’improvvisa zaffata del suo profumo mi solletica nuovamente l’olfatto.
Ragionandoci bene mi ricorda un po’ l’odore delle notti d’estate. Caldo, frizzante ed eccitante insieme.
«Beh, perché non appena tornerò a casa dovrò iniziare a lavorare nell’azienda pubblicitaria di mio padre e il tempo per viaggiare all’insegna dell’avventura sarà decisamente esiguo» sospira malinconico, grattandosi un occhio.
«Ho la netta sensazione che l’idea non ti attrae molto.» Gli do un piccolo colpetto alla spalla con la mia, in un vano tentativo di conforto.
«È così evidente?» ridacchia inclinando la testa di lato, fissandomi in tralice con occhi furbetti.
«Giusto un po’!» Ricambio l’occhiata.
«Repollo[4]! È che… stare dietro a una scrivania, vestirmi in giacca e cravatta, le riunioni… sono decisamente cose che non fanno per me!»
«Da come me ne parli sembra che tu non abbia scelta» constato osservandolo confusa.
Mi regala un sorriso mesto, passandosi una mano fra i capelli. «A meno che io non voglia creare una terza guerra mondiale in famiglia… sì. Direi decisamente che non ho molta scelta.»
«Oh! Bel problema» sospiro sporgendo un po’ il labbro all’infuori per soffiare via un capello da davanti il naso.
«Già.»
«Già…» ripeto assorta, ripensando alla sua situazione e alle sue parole. «Senti, cosa… cosa vuol dire quella parola spagnola che hai detto prima?»
«Intendi repollo?»
Annuisco arrossendo un po’. Ho la sensazione che mi piaccia sentirlo parlare spagnolo.
Elliot si gratta la punta del naso ritrovando un piccolo sorriso. «È come dire cavolo, accidenti… un’esclamazione insomma!» Scrolla le spalle fissando un punto indefinito davanti a lui.
«Repollo…» ripeto assorta tra me e me, notando che il suo sorriso aumenta ancora un po’.
Restiamo qualche minuto in silenzio, ognuno perso nei propri pensieri e riflessioni, poi mi viene in mente una bella idea per ingannare il tempo intanto che il mio ginocchio si rimetta del tutto.
Afferro la confezione di sandwich con pane bianco e cotoletta che ho comperato questa mattina al combini vicino al mio albergo, insieme a due melon pan, una bottiglietta d’acqua e una di tè verde al gelsomino.
«Che ne diresti di un pic-nic? In fondo sono le due e mezza e, non so tu, ma io non mangio nulla da colazione e sto morendo di fame!» Poso il tutto sul prato in mezzo a noi.
«Ottima idea!» squilla prontamente estraendo altre tre confezioni di tramezzini dal suo zaino, più cinque onigiri, sei merendine, una bottiglietta di Cola e due di acqua.
Sgrano gli occhi sorpresa. «Ti prego, dimmi che queste sono le provviste per i prossimi tre giorni!»
«A dire il vero sono le mie provviste giornaliere. Sono uno che non si ferma mai fino all’ora di cena e camminando tanto brucio anche molte calorie» spiega sistemando il suo bottino insieme al mio.
«Oh! Mi dispiace allora interferire con i tuoi piani. Se vuoi riprendere con i tuoi giri, non…»
«Non lo dire nemmeno per scherzo» mi interrompe svelto aprendo un onigiri. «E poi cosa c’è di più tipico di questo? Un pic-nic sotto i ciliegi in fiore…» corruga la bocca all’infuori in una maniera alquanto adorabile. «Com’è che si chiama?»
Ci rifletto un attimo mordicchiandomi l’interno di una guancia. «Hanami mi sembra», rispondo azzannando il primo tramezzino.
«Sì, giusto. Quindi godiamoci questo Hanami in questo bellissimo luogo, seduti sopra un letto di fiori di ciliegio. È davvero un momento perfetto.» Solleva la bottiglietta in plastica di Cola inclinandola verso di me per incitarmi a brindare, così io afferro quella di tè e la sbatto delicatamente contro la sua.
«Kampai!» esclamo prima di berne un sorso.
«Cin-Cin anche a te» replica regalandomi un piccolo occhiolino.
E così ce ne rimaniamo seduti sotto l’albero per delle ore.
Mi dimentico del programma, dei templi che volevo visitare e anche delle occhiate curiose che ci lanciano i passanti.
È così fantasticamente piacevole che non mi importa più di niente.
Nemmeno del mio ginocchio malconcio.
«Ehi! Hai i capelli cosparsi di petali rosa.» ridacchio rigettando dentro la borsa gli avanzi e le cartacce.
«Davvero?» Prova a levarseli da solo, ma alcuni non se ne vogliono proprio andare.
«Aspetta, faccio io.» Mi avvicino e mi appresto ad aiutarlo, quando lui all’improvviso solleva il volto, portandosi pericolosamente a portata di bacio.
Ci fissiamo da così vicino che non so dove finiscono le mie ciglia e iniziano le sue, per non parlare dei nostri nasi, i quali si stanno sfiorando, creando delle micro scintille elettrostatiche nell’esigua aria che separa il mio corpo dal suo. Le nostre bocche sono incredibilmente vicine. Il suo respiro bollente al profumo di Coca-Cola mi accarezza le labbra e io mi sento come se mi stesse già baciando, anche se non è così, mentre ho il cuore che pare volermi schizzare in orbita dall’agitazione.
Quanto vorrei colmare questi scarsi millimetri che ci dividono e adagiare le mie labbra sulle sue!
Non penso ad altro da ieri.
Ma non posso.
«Ahm…» mi schiarisco la gola cercando qualcosa da dire, mentre insisto a rimanere pericolosamente vicina alla sua magnetica presenza.
«Sai cosa significa per i giapponesi il fiore di ciliegio?» Fa scivolare le sue bellissime iridi luminose attraverso il mio viso, soffermandole esattamente sopra la mia bocca.
Non vorrei. Giuro su tutto quello che ho, che non vorrei proprio, ma qualcosa dentro me fa schiudere le mie labbra, facendomele persino umettare velocemente con la punta della lingua, cosa che causa un inspessimento del nero nel suo sguardo turbolento, e uno strano sibilo dal fondo della sua gola.
«No. Non lo so.» Sono sorpresa da quanto la mia voce risulti arsa al momento.
Elliot solleva la mia mano, la quale tiene in pugno ancora l’ultimo petalo che gli ho tolto dai capelli e la porta vicino alla sua faccia. «È il simbolo della fragilità, ma anche della rinascita, della bellezza e dell’esistenza» racconta accarezzandomi l’interno del polso, prima di soffiare via il petalo di ciliegio, ancorando di nuovo i suoi occhi ai miei.
«È… è bello!» Ho i polmoni che lavorano a tutto regime, espandendomi il petto fino quasi a mandarlo a sbattere contro il suo.
«Sono d’accordo e lo trovo molto adatto a te» sorride piano. «Sai, c’è una cosa che volevo dirti da quando ti ho vista ieri in treno», mormora sfiorandomi il palmo della mano ancora stretta alla sua, facendomi percorrere l’intero corpo da una miriade di brividi.
«C-cosa…»
«Che hai gli occhi più belli che io abbia mai visto in tutta la mia vita. Sono così unici e ipnotici che è quasi impossibile non rimanerne folgorati e ipnotizzati.» Intreccia le dita alle mie, avvicinandosi pericolosamente alle mie labbra.
«Aspetta!» Lo blocco puntandogli una mano sul petto. «Elliot, non credo sia il caso» dico con la morte nel cuore.
«¿Por qué? [5]Io invece credo che sia terriblemente[6] il caso!» sorride mordicchiandosi il labbro inferiore.
Ignorando il bruciore alle guance cerco di mantenere il controllo dei miei ormoni e del mio corpo, i quali al momento me stanno urlando contro di tutto, per la brusca e stupida interruzione.
«Elliot, io al momento sono in una fase della mia vita dove regna il caos e sono venuta qui in Giappone per staccare la spina e capire cosa farne di me ora che tutto mi è crollato addosso e… e poi io non sono il tipo di ragazza che riesce a scindere le due cose. Il divertimento e i sentimenti. E so che baciare te sarebbe problematico» spiego tutto d’un fiato nella speranza che non mi prenda per matta.
O mi mandi al diavolo, cosa assai probabile dopo il mio due di picche.
Okay, non è un vero e proprio due di picche, ma l’ho comunque mandato in bianco!
Elliot rimane per qualche istante in silenzio a scrutarmi serio in volto, con fare assorto. «Vuoi dire che non possiamo più nemmeno vederci?»
«No, possiamo!» mi affretto a rispondere. «Anzi, mi piacerebbe passare il tempo insieme a te. Se per te va bene tenere il tutto su un livello più amichevole.»
«Quindi solo amici?»
Annuisco. «Solo amici» confermo, per nulla convinta.
«Amigos[7] che fanno sesso?» Solleva malizioso un sopracciglio, stampandosi un gran ghigno tutto malizia, che a me strappa uno sbuffo divertito.
«Solo amici, Elliot. Niente sesso!»
«E va bene.» Indietreggia un po’ da me, la qualcosa mi crea una piccola punta di dispiacere ad altezza gola.
Okay, molto più che piccola.
Mi piaceva la sua presenza così vicina alla mia, ma è giusto così. Sono anche contenta che l’abbia presa bene, mi sarebbe dispiaciuto offenderlo.
«Credo che dovremmo buttare giù un paio di regole per questi sette giorni di condivisione della vacanza.» Incrocio le braccia al petto tentando sfrenatamente di darmi un tono serio.
«Regole?» Inarca un sopracciglio in un arco di perfetta perplessità.
Annuisco con vigore, giusto per dare più colore a quanto sto per dire. «Sì! Tipo… niente baci, niente sesso, niente scambio di cognomi, numeri di telefono con la falsa promessa di sentirci anche una volta tornati a casa. »Mi infilo una liscia ciocca di capelli dietro l’orecchio, prima di cercare e scartare un lecca-lecca all’arancia dalla borsa.
«Cavoli come sei severa!» esclama scioccato. «Ma va bene», conviene infine allungando le gambe davvero lunghe davanti a lui. «E poi adoro le regole!» commenta allegro.
Provo a piegare il ginocchio destro. Lo distendo. Lo ripiego… ottimo. Sono finalmente pronta a ripartire!
«Adori le regole?» Mi sollevo con un po’ di fatica in piedi, scrollandomi dai jeans ciuffi d’erba, petali di ciliegio e foglie.
«Sì», conferma alzandosi a sua volta.
«Sei l’unico al mondo che le adora, lo sai?» ghigno sistemandomi meglio la pashmina rosa attorno al collo.
«Beh, niña[8]…» si china verso di me, anche perché io gli arrivo a stento alla spalla. «È che adoro infrangerle!» Solleva metà bocca in un ghigno sfrontato, mentre si gode lo spettacolo della mia faccia che divampa violentemente di rosso acceso.
Ha detto? «Ma queste non le infrangerai.» Assottiglio lo sguardo con fare minaccioso, ma lui non si lascia scivolare via la sua aria maliziosa, anche perché so di risultare poco credibile al momento.
«Staremo a vedere», replica tornando dritto con la schiena e sistemandosi meglio la tracolla, pronto a partire.
Decido di lasciar perdere questo discorso e insieme ci incamminiamo lungo il sentiero dei filosofi, con tutto intorno a noi che inizia ad assumere le delicate sfumature color pesca del sole che ha preso a scivolare lentamente oltre le case e le montagne.
Siamo rimasti seduti a poltrire molto di più di quello che credevo.
«Oh, dimenticavo! Visto che abbiamo iniziato, io proporrei assoluta sincerità in questi sette giorni. Non raccontiamoci cavolate o cose così. Ci stai?» Allungo una mano verso di lui per suggellare il patto.
Elliot la stringe ferreo con un sorrisetto ancora più furbetto dipinto in volto. «Mi piace questa cosa della sincerità!»
«Mi fa piacere che tu sia d’accordo.» Faccio per allontanarmi, ma lui mi trattiene attirandomi ancora di più attaccata al suo corpo.
«In onore di questa nuova regola, c’è giusto una cosa che dovrei dirti.»
«Dimmi pure.» Le farfalle dentro al mio stomaco volano impazzite sbattendo da tutte le parti, sbraitando a tutto andare: «Fattelo! Cosa cavolo stai aspettando, cretina!»
Non è facile ignorarle.
Elliot fa scivolare ancora una volta le sue iridi attraverso il mio volto, soffermandole sulla bocca e leccandosi lentamente con la punta della lingua la sua dischiusa. È come se mi stesse già assaggiando. E questo gesto è una delle cose più sensuali che io abbia mai visto.
«Sei in assoluto la ragazza più bella che io abbia mai incontrato, o sognato, e al momento brucio dal desiderio incontrollabile di sapere che sapore hanno le tue labbra. Mi dios! Ni siquiera se puede imaginar cuánto![9]» dichiara con estrema tranquillità, anche se gli occhi sono improvvisamente due vortici oscuri e infiniti, e la voce ancora più vellutata, avvolgente, anche se mentre passa allo spagnolo diventa decisamente più graffiante, facendo urlare la mia vagina di disperazione.
Deglutisco allontanandomi di un passo da lui con le gambe malferme. Ci vuole distanza qui. chilometri e chilometri di distanza.
«Niente baci, ricordi?» Vorrei potermi fare aria alla faccia con una mano. È possibile avere un orgasmo solo per sentire parlare spagnolo?
Lui sbuffa infilandosi le mani nelle tasche dei jeans. «Sì, sì! Lo so. Per ora!» Ci tiene a precisare, con la punta della lingua stretta tra i denti perlacei.
Scuoto la testa e sospiro sommessamente.
Questo ragazzo torturerà i miei nervi e i miei ormoni nei prossimi sette giorni.
Me lo sento.
TRADUZIONI NOTE
4- Cavolo!
5- Perché?
6- Terribilmente
7- Amici
8- Bambina
9- Mio dio! Non puoi immaginare quanto!
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