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Dopo aver cenato con due deliziosi hamburger a base di pollo teriyaki, lattuga e salsa, accompagnati da patatine, cipolle fritte e due melon soda belle frizzanti, Elliot mi ha accompagnata fino al mio albergo, passando attraverso i marciapiedi coperti, dalla cui filodiffusione provengono le dolci note di una canzone min'yō, cioè quel genere di musica folkloristica creata da quegli strumenti in legno con tre corde, la quale fa davvero atmosfera e rende ancora più magica la nostra passeggiata davanti a negozi e bar che stanno ormai calando le saracinesche per la notte.
Attraversiamo il fiume Kamo, ammiriamo il teatro dell’opera, il quale si erge sul lungo fiume con tutte le finestre illuminate di una luce dorata che si riflette sull’acqua nera sottostante.
In questi due giorni ho capito che amo questa città.
Ha tutto quello che puoi cercare in una grande metropoli cosmopolita, unito al fascino magnetico della tradizione antica giapponese. Ogni due passi puoi scovare un piccolo tempio vecchio di centinaia, se non migliaia, di anni accanto a una struttura molto più moderna.
Si potrebbe pensare che stonino messi vicini, invece no! Perché intuisci che questo popolo, nonostante la comodità, nonostante tutte le tecnologie ultra moderne, non rinuncia mai alle loro radici, alla loro cultura, al loro essere.
Questa città ti rapisce completamente.
«Perciò è questo il tuo albergo?» domanda Elliot fermandoci entrambi davanti alla porta a vetri dell’ingresso del Sunline.
La strada è quasi totalmente deserta. Passa giusto una macchina ogni tanto, ma per il resto è tutto piuttosto tranquillo e silenzioso.
«Già! Il tuo dov’è?» Intreccio le dita dietro la schiena, per tentare di placare appena il mio nervosismo.
Come ci dovremmo accomiatare ora?
Abbraccio amichevole?
Stretta di mano?
Pacca sulle spalle?
Pugno contro pugno con tanto di bah-a-la-la-la come su Big Hero 6?
Palpatina al sedere?
No. Nessuna palpatina, non è il caso.
Manteniamoci su una più classica e platonica stretta di mano, che non si sbaglia mai.
«L’ho trovato non molto lontano dalla Kyoto Station.» Si stringe nelle spalle in un gesto incurante.
Spalanco gli occhi scioccata. «Ma è dall’altra parte della città!» esclamo non proprio a bassa voce.
A saperlo non lo avrei fatto allontanare così tanto. Qui i taxi non sono proprio a buon mercato.
«Oh, tranquilla! Adoro camminare» si affretta a replicare agitando davanti alla faccia una mano, per sottolineare l’irrilevanza della mia affermazione.
«Ma sarà a un’ora di camminata!»
«Non preoccuparti, davvero» sorride affabile. «Ma, dimmi, ti piace il tuo albergo?»
Che domanda curiosa! «Ahm… sì! La camera è grande e molto bella.» Alzo e abbasso una spalla, interdetta, spostando il peso del corpo da un piede all’altro.
Elliot sembra riflettere su un suo personale pensiero, poi annuisce sorridendo furbetto, ma non capisco se lo fa per la mia risposta o altro.
«Allora, quali sono i programmi di domani, Ady?» Sprofonda le mani nella tasca centrale della felpa e piega appena la testa verso la spalla.
Incuneo un sopracciglio con cipiglio divertito. «Ady?» ridacchio infilando le mani nelle tasche del giacchino in pelle.
«Non ti piace? Con quale diminutivo ti chiamano i tuoi amici?» Si avvicina di un paio di passi e io reprimo un sussulto.
«Adaline.» Mi esibisco in una piccola smorfia, come a voler sottolineare l’ovvietà della cosa.
Nessuno mi ha mai chiamata con un vezzeggiativo. A parte i miei genitori forse, ma loro si limitano a bambina mia o Dārin (tesoro in giapponese) ma spesso e volentieri mia madre mi chiama semplicemente Adaline, non le piace storpiare i nomi.
Persino Jackson, il mio ex, mi chiamava per nome. Come io del resto facevo con lui.
«Che fantasia! Fra amici è normale usare un vezzeggiativo o un nomignolo!» si lamenta incrociando le braccia al petto.
«E tu? Che nomignolo hai?» indago realmente curiosa a questo punto.
«Mah… dipende! C’è chi mi chiama Lio, chi Remi, il quale ha a che fare con il mio cognome, poi semplicemente E, Mouthy, che in spagnolo vuol dire chiacchierone, e poi…» si avvicina ulteriormente, fermandosi solo quando la punta delle sue Vans sfiora i miei anfibi, invadendomi con il suo buonissimo profumo di estate, mentre il cuore prende a battermi indiavolato in gola. «E poi ci sono volte in cui mi chiamano toro oppure mandrillo. Se vuoi puoi chiamarmi così!» conclude ammiccando con entrambe le sopracciglia, mordendosi il carnoso labbro inferiore e io sono costretta a mordermi a sangue una guancia per non porre la domanda più stupida: «Toro è per le dimensioni?» Perché proprio non mi deve interessare questo piccolo, sciocco, dettaglio sulle sue parti intime.
Obbligo i miei occhi a restare ben piantati sulla sua faccia… la faccia, intesi? «I-io direi che Mouthy ti si addice proprio!» Ce la metto tutta per sembrare di sembrare indifferente e niente affatto incuriosita, facendolo però scoppiare a ridere divertito.
«Capito! E tu che soprannome vorresti?»
Ci ragiono sopra e picchietto un dito contro il mento. «Sceglilo tu. Dopotutto di solito sono gli altri che ci affibbiano un soprannome, non posso farlo io.» Mi allento la sciarpa attorno al collo, nella speranza di rinfrescarmi un po’.
Elliot si picchietta la bocca carnosa con un dito mentre è tutto preso a riflettere sulla questione nomignolo. «Beh, volendo c’è Ady, Lyn, Aly, sexy, meraviglia, micetta, ensueño[10]… quale ti piace di più?»
Come ha detto?
Deglutisco il bolo di saliva. «Gli ultimi non mi sembrano molto soprannomi che si darebbero due amici, anche se l’ultimo non so bene che significa» vorrei che la mia voce fosse meno tremolante e più ferma, ma data la situazione si fa quel che si può.
«Dici? Io credo che micetta ti si addica alla perfezione! Tiri spesso fuori le unghie, non ti lasci avvicinare facilmente e hai gli occhi felini. Sia nel taglio che nel colore» spiega senza smarrire l’aria divertita e maliziosa affissa alla faccia.
«Ma la smetti?» lo rimbecco, scoppiando a ridere. «Meglio uno dei primi tre che hai proposto. Aly non mi dispiace. Ma anche Ady va più che bene» scuoto la testa continuando a ridermela di gusto per la sua costante faccia tosta.
«Okay! Come vuoi… perciò, cosa vogliamo fare domani?»
«Io contavo di finire il tour dei templi qui in zona. Cosa te ne pare?» propongo felice del cambio di argomento.
«Perfetto! Facciamo colazione insieme?»
«Mi sembra un’ottima idea! Ho visto un bar carino proprio andando verso il Kiyomizu-Dera!»
«Ottimo! Allora ci vediamo qui domattina alle nove.» Indica questo punto esatto con l’indice e un occhiolino.
«Aggiudicato!» Prendo a indietreggiare verso l’ingresso dell’albergo. «’Notte, Mouthy!» sorrido rivolgendogli un occhiolino e lui scoppia a ridere.
Quella risata che gli assottiglia gli occhi e gli fa sorgere quelle piccole e adorabili pieghette agli angoli.
«A domani, Ady…» rimane perfettamente immobile, con ancora qualche piccolo strascico di ilarità che gli scuote le spalle.
Faccio per entrare quando mi ricordo di una cosa.
«Non mi hai detto cosa significa!» esclamo voltandomi di nuovo verso di lui.
«Cosa?» Incunea curioso un sopracciglio.
«Quella parola spagnola che mi hai detto prima.»
Elliot allarga le labbra, sollevando le guance magre verso gli occhi. «Ensueño?» chiede mantenendo l’aria sorniona.
Annuisco succhiandomi l’interno di una guancia.
«Sogno», spiega fissandomi con un’intensità magnetica che mi fa arrossire fino al collo, rendendomi totalmente incapace di trovare una risposta sagace con la quale ribattere.
Così mi limito a salutarlo e a entrare svelta in albergo per fiondarmi in camera.
Quel maledetto è un adulatore nato!
E io ho un disperato bisogno di una doccia fredda. O di un round con me stessa. Mentre penso a lui. Che mi tocca. E mi… no. Forse, dopotutto, è meglio la doccia fredda.
Come suona la sveglia mi fiondo fuori dal letto.
Questa mattina sono favolosamente carica.
Mi faccio una doccia veloce, usando il bagnoschiuma al profumo di fiore di loto in dotazione dall’albergo e in meno di quindici minuti mi sto già vestendo.
Oggi sembra una giornata un po’ grigia, il cielo è sfumato da spesse nuvole cineree, così opto per un paio di jeans comodi, una maglia a maniche corte lunga fino a metà fianco rosa chiaro con sopra un maglioncino molto morbido a maniche lunghe bianco.
Mi pettino e asciugo velocemente i capelli, sistemandoli nel medesimo modo in cui li ho sempre portati. Lisci con la riga da un lato, pari fino alle spalle.
È la maniera più comoda per acconciarli facendo la ballerina. Più corti non riesci a sollevarli ben bene, c’è sempre qualche ciuffo che ti sfugge e ti riduci la testa come un puntaspilli a forza di infilarci forcine. Mentre più lunghi ti viene una cipollona enorme e ingombrante. Almeno per me.
Forse tornata a casa mi faccio la frangetta e magari li scalo un po’. O li accorcio. Vedrò! È giunto il momento di provare a cambiare qualcosa per riuscire a svoltare. A distanziarmi del tutto dalla Adaline ballerina. E comunque non è questa la prassi? Nuova vita, nuovi capelli!
Infilo gli anfibi, metto in borsa due bottigliette d’acqua che trovo dentro il minibar, le quali sono gratuite, giacchetto, sciarpa e sono pronta.
Sono così felice dell’idea di passare questa settimana in sua compagnia che mi sento quasi le ali ai piedi!
Certo, più gli sto vicina, più rischio di affezionarmi, ma con tutte queste regole non rischio di portare troppo in là la cosa, evitando al mio cuore di rimanere coinvolto in qualcosa senza futuro, spezzandosi inevitabilmente a metà lunedì mattina, quando lui prenderà il volo per tornare a Valencia.
Alle nove precise le porte dell’ascensore si aprono sulla hall dell’albergo e mentre mi allaccio la zip del giacchetto mi dirigo fuori canticchiando fra me e me.
«¡Buenos días[11], Ady!»
Mi blocco in mezzo all’atrio vivacizzato da un discreto andirivieni di turisti e personale.
Non tanto perché sento la sua voce, che mi causa costantemente un brivido caldo lungo la spina dorsale. Specie quando parla spagnolo.
Tanto per il fatto che la sua voce mi arriva dalle spalle! Dal lato degli ascensori!
Mi volto guizzando sul posto, squadrandolo in lungo e in largo con occhi dilatati dalla sorpresa. «Da dove spunti?» trillo permettendo alle mie iridi di arraffare subito la perfezione della sua t-shirt verde militare sul suo addome favolosamente piatto. Gli calza come una fantastica seconda pelle!
Elliot allarga a dismisura le sue labbra carnose, arricciando gli angoli della bocca in un sorriso accattivante che riscalda l’ambiente come un falò, squadrandomi a sua volta, solo che lui lo fa in maniera più sfacciata e lenta, soffermandosi molto sulle mie labbra e persino sui miei fianchi, succhiandosi mugolando il labbro inferiore.
Oh per tutti i dolcetti mochi!
Ha per caso deciso di farmi sobbollire nei miei stessi ormoni?
«Arrivo dall’ascensore di fianco al tuo» racconta avvicinandosi ancora con il suo passo baldanzoso.
Arriccio le labbra perplessa. «E perché sei uscito dall’ascensore?» Cerco di ignorare il piccolo dettaglio che per colpa dei suoi occhi vagabondi e intensi le farfalle all’interno del mio stomaco stanno andando a fuoco.
Mi slaccio la zip del giacchetto. Sto morendo di caldo.
«Perché è il modo più veloce per scendere dal sesto piano!» Accenna una risata impertinente.
«E che ci facevi al… un momento! Hai forse preso una camera qui?» chiedo sorpresa, felice e spaventata.
Felice perché… beh! Elliot dorme al piano sopra al mio.
Spaventata perché… beh! Elliot dorme al piano sopra al mio.
Tutto chiaro, no?
«Sì, ieri sera. Visto che gireremo sempre insieme mi sembrava sciocco stare ai due antipodi della città. È più comodo così, non trovi?» spiega con fare innocente, mentre entrambi ci avviciniamo alla reception per lasciare le nostre chiavi.
«Ahm… sì, in effetti…» convengo cercando di mascherare il turbinio di emozioni che mi si agitano dentro impazzite per averlo proprio sopra di me.
Intendevo la stanza, non fisicamente!
Dopo una piacevole colazione, ci siamo tranquillamente avviati al Kiyomizu-Dera Temple, anche se con tutto quello che abbiamo fagocitato al bar sarebbe meglio fare la strada di corsa.
Proprio come ogni tempio che ho visitato in questi giorni, anche qui è pieno di gente, sia del luogo, sia turisti che scattano foto come impazziti.
Noi due passiamo mezz’ora a guardarci attorno estasiati, osservando la tipica pagoda giapponese, dove ogni piano rappresenta uno degli elementi cinesi: fuoco; terra; acqua; metallo; legno. Gli svariati edifici bianchi e rossi che decorano la zona, spulciamo fra gli innumerevoli amuleti porta fortuna in vendita, scattiamo foto (e lui ne scatta almeno una ventina solo a me), ci mettiamo in fila per fare una piccola preghiera seguendo quelli in coda davanti a noi, tentando di carpire ogni gesto, ogni movimento… non voglio rischiare di fare la figura della classica turista imbranata.
Mentre Elliot è tutto concentrato nelle sue preghiere, io rimango qualche passo dietro di lui a osservarlo.
Oggi, grazie al fastidioso venticello che ci sferza impertinente, i suoi capelli sono un vero sexy caos. La barba è un po’ più folta, ma non è lunga, di quelle che sporgono oltre al mento e che proprio non mi piacciono. No. La sua è di quelle ruvide. Di quelle che è piacevole sentirsi strusciare contro la pelle morbida del volto o quella più sensibile di altre zone.
Le sue mani, le quali ora sono giunte davanti al volto, sono incredibilmente belle. Dita lunghe, nodose, con le unghie curate, non mangiucchiate e alcuni calli.
Chissà quali hobby ha?
Chitarra?
Arrampicata?
Ce lo vedo proprio come scalatore free climbing, prima di arrivare in cima a una montagna rocciosa e iniziare a strimpellare le corde di una chitarra!
«Tu ci provi?» il suo tono sommesso mi fa tornare con i pensieri alla realtà.
«Uhm… sì! Ho giusto un paio di cose da chiedere, con la speranza che Budda mi dedichi un po’ di attenzione.» Mi metto in posizione e prendo un bel respiro.
«Ma sì! Budda non è schizzinoso. L’importante è che siano parole sincere e non cose peccaminose», sghignazza lanciandomi un occhiolino.
«Dici che potrei offenderlo?» Ricambio l’occhiata prendendo una piccola e leggera monetina da dieci yen.
«Dipende quanto peccaminose sono queste cose! Ma comunque, se vuoi, io sono qui. Pronto ad ascoltarti!»
Assottiglio le palpebre tentando di tenere sotto controllo il rossore che mi avvolge mordace la faccia. «Grazie dell’offerta, Mouthy, ma proverò comunque con Budda!»
Elliot solleva le mani continuando a sghignazzare, indietreggiando per lasciarmi la mia privacy.
Dunque. Eccomi qua.
Com’era?
Lancio la monetina dentro la cassa in legno posta davanti a me, poi suono la campana tirando l’enorme corda intrecciata. Mi inchino due volte. Batto due volte le mani giungendole davanti al viso e chiudo gli occhi.
Accidenti!
Ora che sono qui non so cosa dire di preciso!
Come mi dovrò rivolgere?
Ehi, Budda, come butta?
Troppo amichevole?
Forse è meglio che mi limito a pregare…
Ci sarebbero almeno un milione di cose diverse che vorrei chiedergli, o per le quali dovrei pregare, ma alla fine opto per un semplice: Aiutami a trovare la mia strada!
Speriamo solo che non si offenda per il fatto che io non sono propriamente buddista.
Mi inchino ancora una volta e poi mi volto in cerca del mio compagno di passeggiata, trovandolo con la macchina fotografica in mano e l’obbiettivo puntato contro di me.
«La smetti di farmi foto?» brontolo avvicinandomi a lui.
«È che eri davvero bellissima così raccolta nella preghiera che proprio non ho resistito.» Ha l’aria assorta e profonda mentre continua a fissare l’obbiettivo.
Incuriosita mi avvicino per sbirciare e perfino io rimango incantata da quello che il suo obbiettivo ha catturato.
«Sei un bravo fotografo, lo sai?» constato scendendo la ripida scalinata per poter proseguire il nostro giro.
«Sei un fantastico soggetto, lo sai?» replica lanciandomi una veloce occhiata in tralice, ma in lui c’è ancora quella strana espressione rapita.
Chissà cosa gli è preso all’improvviso?
Ci incamminiamo per il quartiere Higashiyama, facendoci largo attraverso un muro di persone in una stradina stretta in salita, circondata da abitazioni caratteristiche a un piano, massimo due, in legno, alberi che a me ricordano tanto degli enormi bonsai che spuntano da oltre gli alti cancelli, con i loro rami così scuri da risultare quasi neri, i quali si snodano in armoniose e bellissime onde, concludendo in batuffoli di piccole foglioline verdi che ricordano dei pompon.
Ogni passo ti ritrovi davanti a un tipico negozietto di souvenir, ceramica, chimoni, chioschi che vendono ogni genere di delizia gastronomica… tutti questi profumini mi stanno facendo ruggire lo stomaco.
Ogni tanto bisogna spostarsi per lasciar passare un risciò trainato da un ragazzo o una ragazza, lasciandomi sempre a bocca aperta chiedendomi come accidenti fanno! Cioè, non solo stai trascinando un risciò in legno con dentro due persone, ma sei persino in salita! Io sarei stramazzata a terra dopo due passi, ginocchio malmesso o no, ed ero molto abituata all’esercizio fisico un tempo!
Io e Elliot ci stiamo dando allo shopping più sfrenato, curiosando fra confezioni di dolci tipici, cioccolata al tè verde, biscotti, almeno venti versioni differenti di Oreo, maneki neko, braccialetti buddisti, bacchette in legno o in osso e chi più ne ha, più ne metta!
«Finalmente ho capito cosa mi ricordano i tuoi occhi», esordisce all’improvviso mentre stiamo guardando innumerevoli accessori e gioielli.
Io in particolare sto ammirando un braccialetto di preghiera buddista con le palline in legno scuro e uno yen come ciondolo.
Sollevo l’attenzione dal braccialetto a lui, il quale sta osservando assorto una catenina in acciaio con un pendente in giada a forma di goccia.
«Cioè?»
Elliot si avvicina reggendo in mano la collanina, accostandomi poi il ciondolo al viso ad altezza occhi. «Hanno il medesimo colore di una bellissima pietra di giada!» La sua voce è calda e piacevolmente bassa, e le sue iridi si scuriscono di almeno due toni intanto che si legano alle mie, in quel modo curioso che ci accompagna dal primo momento, dal primo sguardo.
Ma perché si ostina a torturarmi così?
«Da-davvero? Uhm… grazie! Sei molto gentile.» Mi sento avvinta dalle caldane manco fossi dentro una sauna o in menopausa!
Il suo sorriso è ora l’emblema della dolcezza, mentre scosta la catenina da me. «Prego!» replica tranquillo riprendendo a guardarsi intorno per il piccolo negozietto.
Cercando di mitigare il mio imbarazzo, il quale accanto a lui sembra perennemente costante, mi dirigo alla cassa, pago i miei acquisti e torno indietro.
«Aspettami qui davanti, io pago un paio di cose e ti raggiungo» mi avvisa indicando la cassa con un dito e io annuendo, esco dal negozietto e mentre lo aspetto, per ingannare il tempo, controllo il mio cellulare.
Come volevasi dimostrare ci sono almeno quaranta messaggi da parte di mia madre.
Ma che cavolo!
A casa nostra saranno le sette del mattino e lei appena sveglia ha avuto le capacità cognitive di scrivermi tutta questa sequela di domande?
Oh per l’amor del cielo!
Le rispondo velocemente e poi ributto il telefono dentro la borsa, emettendo un sonoro e lungo sospiro di frustrazione.
«Fatto! Andiamo?» esclama Elliot rispuntandomi accanto con uno strano sorrisetto enigmatico dipinto di sbieco sul suo bel faccino.
«Certo!» Mi sistemo meglio sciarpa e borsa, rimettendoci in marcia verso il prossimo tempio, chiacchierando e discutendo su tutto quello che incrociamo lungo il cammino e che ci incuriosisce.
NOTE TRADUZIONE
10- Sogno
11- Buongiorno
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