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Io e Elliot ci siamo goduti questi ultimi giorni assieme andando per templi, visitando Arashiyama, passeggiando attraverso la bellissima e molto suggestiva foresta di bambù, ammirandone la maestosità. Al suo interno per esempio, il sole filtra appena e fa davvero freschetto anche se magari la temperatura è piuttosto mite. È che quelle canne sono molto spesse e alte quanto un palazzo di tre piani almeno!
Siamo andati a Nara a visitare il grande e bellissimo Tōdai-Ji Temple, il Yakushi-Ji e il santuario Kasuga, senza contare il piccolo particolare che quella cittadina davvero caratteristica è completamente invasa dai cervi.
Sono ovunque e passeggiano indisturbati per le strade e il grande parco davanti al Tōdai-Ji. Si fanno avvicinare e accarezzare… è stata un’esperienza bellissima! E poi è divertente vedere come ti accerchiano non appena comperi dei cracker fatti appositamente per loro. Tirano sciarpa, cappotto, maglia, ti spingono… sembrano come impazziti!
Ho riso mezz’ora quando Elliot ha iniziato a chiamare aiuto con le braccia sollevate sopra la testa, con l’ultimo cracker ben saldo in mano, mentre attorno a lui si erano ammassati una cosa come quindici cervi di ogni taglia super affamati, che sembravano proprio urlare: CIBO! CIBO! CIBO!
Io ovviamente sono rimasta in disparte a ridere e a filmare il tutto, sotto le suppliche e le minacce di lui. Ma non ho ceduto. Era dannatamente spassoso.
Abbiamo passato questi giorni a ridere, a mangiare ogni genere di piatto tipico, a cercare i locali più particolari e poco frequentati dai turisti.
Mi ha persino accompagnata a vedere la zona dove è cresciuto mio padre. A visitare la sua vecchia casa e a fare un giro nel campus dove si è laureato.
Siamo anche andati a far visita ai miei nonni al cimitero, ma siccome nessuno dei due aveva la minima idea di cosa fare in un cimitero buddista, ci siamo limitati a fissare le lapidi in pietra grigia, uno accanto all’altra, e adagiato i fiori sopra il selciato, salutandoli con fare alquanto impacciato.
Ci siamo trattenuti all’incirca una quindicina di minuti e lui è rimasto sempre in silenzio mentre io avevo la mia personale chiacchierata mentale con loro. Mi sono presentata, ho detto che mi dispiaceva non averli potuto conoscere e per come erano finite le cose con i miei genitori. Anche se non potevano sentirmi mi ha comunque fatta stare meglio questa conversazione silenziosa. L’ho trovata liberatoria.
Poi, senza che ci fosse il bisogno di dire nulla, in contemporanea ci siamo avviati fuori dal cimitero.
In tutti questi giorni non ci siamo più messi nella condizione di restare soli in una camera da letto. E io ho ignorato quello che il mio cuore va urlandomi dal primo momento che ho incrociato i suoi occhi di cacao. E non solo il cuore, a dire il vero. Grida che sono aumentate da quando mi ha regalato la collana e mi ha chiamata Piccolo Fiore di Giada.
So di essere nei guai. Guai enormi.
E la consapevolezza che domani lui ha il volo di ritorno per la Spagna, mi spezza in due.
Ma tento di non darlo a vedere. Non è proprio il caso di sbandierare i miei sentimenti ai quattro venti! Anche perché lo so che mi prenderebbe per pazza.
Come ultima giornata nella città ci siamo dati alla casualità.
Vaghiamo per le strade affollate di Kyoto girando in tutte le vie che ci appaiono particolari, scoprendo scorci unici e poco turistici, tempietti pieni di offerte, negozi e ristoranti tipici.
Ci siamo strafogati di onigiri, melon pan, dolcetti con la marmellata di atsuki, al tè verde matcha e chi più ne ha, più ne metta.
All’ora di cena rotolavamo tanto avevamo mangiato nell’arco di tutta la giornata, ma questo non ci ha impedito di entrare nel primo ristorante che ci è sembrato carino per cenare.
Da domani digiunerò.
E ora eccoci qui, a parlare di tutto, ma anche di niente, mentre aspettiamo che il cameriere ritorni con le nostre bevande.
Abbiamo scovato un localino niente male.
Cucinano okonomiyaki e sui tavoli in legno si trovano quelle piastre per mantenere calde le pietanze.
I tavoli sono più bassi rispetto al pavimento e sulla pedana dove si cammina c’è la una moquette grigia, perché qui le scarpe bisogna lasciarle dentro ad appositi armadietti fuori dalla sala.
Lo adoro.
Stiamo ricordando le cose fatte durante queste bellissime e stancanti giornate, di tutto quello che abbiamo visto e di quanto sia riuscito a migliorare il suo giapponese da quando è qui.
«Quindi cosa farai appena tornato a casa?» indago prendendo un sorso dal mio bicchiere ghiacciato di Highball. Wow. Decisamente alcolico!
«Per prima cosa credo che dormirò per almeno tre giorni di fila!» sorride adagiandosi allo schienale imbottito della sua panca.
«Immagino!» ridacchio giocherellando con le bacchette in osso tinte di nero.
«Poi non lo so…» sospira spegnendosi un po’. «Immagino che mi toccherà entrare nell’azienda di mio padre. Sarà impaziente di mettermi sotto» scrolla leggermente le spalle, fingendo disinteresse.
«Mi ripeti di cosa si occupa tuo padre?» Faccio spazio alla cameriera in chimono blu che, inginocchiandosi con grande maestria e scioltezza, appoggia sopra la nostra piastra accesa la nostra cena.
«È nel ramo pubblicitario» spiega con aria piuttosto assorta.
Si vede proprio che l’idea di lavorarci non gli piace, così decido di cambiare svelta argomento. Non voglio in alcun modo rovinare questa nostra serata.
«E dimmi, Mouthy…» inizio a tagliarmi un pezzo dalla mia cena con l’apposita paletta. «Quali sono i tuoi hobby?»
«I miei hobby?» Fortunatamente la mia idea funziona, perché gli vedo rispuntare la sua solita aria spensierata.
Annuisco leccandomi uno sbaffo di salsa. «Sì! Praticamente non so molto di te, mentre tu sai moltissime cose di me.»
«Ma non è contro le regole andare sul personale?»
«Va beh, non mi devi dire la via dove sei cresciuto, o il tuo cognome. Solo qualche hobby o passione!»
«Okay, hai ragione. Dunque… cosa posso raccontarti? Laureato in marketing con la passione per i viaggi e l’avventura. Mi piace arrampicarmi, fare surf, andare a ballare, suonare la chitarra, anche se più che suonarla la strimpello malamente. E poi… boh! Non lo so! Credo sia tutto», conclude prendendo un lungo sorso dal suo bicchiere di Highball.
«Cavoli, quanti hobby!» Sono davvero sorpresa.
«E tu quali hobby hai?» Mi rigira la domanda mangiandosi in un sol boccone metà della sua cena.
«Oh, beh… io ho passato gli ultimi sedici anni a danzare e quello era il mio hobby e il mio lavoro. Mi allenavo dieci ore al giorno, o anche di più, tutti i giorni. Non mi restava molto tempo per fare altro» agito le spalle e aggancio i capelli dietro le orecchie, mentre Elliot fischia scioccato.
«Dieci ore al giorno? Ma sono tantissime!»
«Se vuoi essere la migliore!» Mi schiaffo in faccia un’aria superba infilzando il mio okonomiyaki.
«E tu lo eri, giusto?» Si appoggia con i gomiti sul piccolo pezzo di tavolo dove non c’è la piastra calda.
«Ero la prima ballerina!» Ammicco con fare fiero.
Elliot resta qualche istante in silenzio a fissarmi con aria assorta, mordicchiandosi come sempre il labbro inferiore. Poi prende un altro lungo sorso dal suo bicchiere, azzanna un nuovo boccone e infine si appoggia contro lo schienale della panca.
«Sai…» inizia tuffandosi con gli occhi nei miei, spezzandomi il respiro in gola dalla loro potenza. «Mi sarebbe piaciuto molto vederti ballare» confessa con estrema tranquillità, mantenendo il contatto visivo ben saldo.
Con il cuore che mi palpita in gola e le orecchie che mi bruciano per l’estrema agitazione, ingoio il piccolo groppo e cerco di trarre dei profondissimi respiri senza farmi scoprire.
«Ti… ti sarebbe piaciuto, sì.» Cerco di darmi un tono strafottente, anche se non sono certa di esserci riuscita in pieno.
«Oh, non ne dubito!» mormora con voce vellutata, scivolando un po’ in quella sua inflessione spagnola da capogiro.
Per interrompere questo contatto visivo fatto di fulmini, scintille e ormoni, mi fiondo sul mio drink e ne bevo più di metà in un sorso solo.
E la serata va avanti così.
Ridiamo, beviamo e mangiamo.
Beviamo e ridiamo.
Sento sempre di più l’alcool entrarmi in circolo nel sangue, e alla fine della cena siamo decisamente alticci.
Forse la colpa è di quel secondo bicchiere di Highball che ci siamo scolati per accompagnare i gyoza di carne che abbiamo deciso di dividerci dopo l’enorme okonomiyaki, oppure del sakè caldo che abbiamo bevuto per tentare di digerire, fatto sta che ora stiamo passeggiando per le vie della città, ridendo e cantando come due matti molto ubriachi.
«Ne vuoi uno?» biascico porgendogli uno di quei lecca-lecca dai quali non mi separo mai, mentre ne afferro uno alla ciliegia, lo scarto e lo metto in bocca, camminando all’indietro sopra al ponte che attraversa il fiume diretti al nostro albergo.
«No e onestamente non dovresti mangiarlo nemmeno tu!» esclama serio fermandosi ad ammirare il fiume Kamo che scorre impetuoso sotto di noi. Una lunga lingua d’acqua nera, a tratti illuminata da qualche pagliuzza dorata dei riflessi dei lampioni che costeggiano tutto il suo percorso.
«Guarda che me li lavo i denti dopo!» sorrido giocherellando con il lecca-lecca.
Elliot abbozza un sorriso storto, donandomi un’occhiata in tralice. «Oh, non è della salute dei tuoi denti che io mi preoccupo, kōhana[14]!»
«E di cosa?» Oscillo lievemente a destra e sinistra.
«Perché…» rilascia un pesante sospiro, prima di passarsi una mano sul volto. Lo sfrega con vigore, borbotta qualcosa e poi pianta gli occhi nei miei, avvicinandosi di qualche passo. «Perché, quando tu mangi un lecca-lecca, il mio cervello malato pensa subito al sesso e a cos’altro la tua bocca favolosa potrebbe succhiare in quel modo» spiega con una sincerità che mi lascia attonita, rimanendosene totalmente serio, con voce arrocchita dall’eccitazione.
Io, d’altro canto, sono completamente sotto shock, e credo anche che le sue improvvise parole mi abbiano fatto sparire del tutto i fumi dell’alcool.
«Cosa?» squillo sgranando gli occhi. Un virulento rossore mi scivola dall’attaccatura dei capelli alla punta dei piedi, innalzando persino la temperatura corporea.
«Oh, sì!» Si avvicina di altri due passi. «Quel giorno che ci siamo incontrati sullo Shinkansen, per tutto il tempo che tu hai mangiato quel dannato lecca-lecca non sono riuscito a pensare ad altro! Sono persino dovuto andare in bagno a spruzzarmi un po’ d’acqua fresca in faccia!» ride grattandosi la punta del naso, fermandosi a raccogliere un petalo di ciliegio appoggiato sopra la spessa ringhiera in pietra.
Sono sconvolta. Sento proprio i cigolii degli ingranaggi del mio cervello che tentano di ripartire per farmi dire una frase di senso compiuto. Cosa non facile.
«Come? Ma… ma io non me ne sono accorta!» Cioè, voglio dire… mi sarei accorta se lui mi avesse fissato per metà viaggio, no?
No?
«Eri assorta nella tua lettura e nella tua musica, mentre io non riuscivo a smettere di fissarti le labbra che si muovevano contro quel cavolo di dolcetto all’arancia!»
Lentamente faccio scivolare il lecca-lecca alla ciliegia fuori dalla bocca. Non riesco più a mangiarlo dinanzi a lui. Sollevo timidamente lo sguardo sul suo volto velato di un leggero rossore, e vago alla disperata ricerca di qualcosa da ribattere.
A questo punto mi andrebbe bene anche un verso incomprensibile. Ma niente.
Elliot smette di ridere e restiamo qualche istante a fissarci in un perfetto silenzio, interrotto solo dal rumore del fiume sotto di noi e da qualche auto che ci sfreccia accanto.
All’improvviso, senza che io me ne renda conto, lui riempie lo spazio fra di noi con una sola e felina falcata, mi incornicia il viso in maniera decisa ma delicata tra le mani calde, mi attira prepotentemente a lui e collide la sua bocca con la mia, in un bacio che è un’invasione suadente e possente, di quelle che ti estirpano completamente il respiro dai polmoni e ti fanno sentire tra le nuvole, catapultandoti il cuore in gola per farlo battere talmente tanto da sembrare che ti scoppi in un milione di coriandoli da un momento all’altro.
NOTE TRADUZIONE
14- Piccolo fiore
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