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Ethan – Niente punti deboli
Cammino a passo lento e strascicato verso il Commissariato mentre mille pensieri, mille dubbi, mille sensazioni contrastanti mi gravano addosso e mi tolgono il respiro.
Può andare peggio di così? Certo, può sempre andare peggio e quanto accaduto questa settimana ne è la prova.
Mi sento schiacciare da qualcosa più grande di me e, mentre salgo le scale verso il reparto Anticrimine, mi sento stordito e confuso.
Ogni passo è una fatica, ogni respiro un singulto. Quando arrivo in cima sono così scosso che ci metto qualche secondo a rendermi conto che questa non è una mattina come le altre. Sta accadendo qualcosa di strano.
Sono sul pianerottolo e dall’interno sento provenire delle voci concitate.
Anzi una voce. È solo una quella che sta praticamente urlando tanto da far vibrare le pareti e appartiene a una donna. Molto giovane e molto arrabbiata.
Che diavolo succede?
Mi affretto a raggiungere la porta e la supero ancora più in fretta. La scena che mi trovo davanti è quanto di più incredibile io abbia mai visto.
Il Commissario Capo Riccardo Bolle è in piedi in mezzo al corridoio a fronteggiare una… Una ragazza. Nemmeno una donna. Avrà al massimo venti anni, ma credo anche qualcuno in meno e non sta solo sbraitando. Punta minacciosa il dito contro Bolle e altri miei colleghi che si trovano esattamente nella mia situazione: impietriti con gli occhi sbarrati e gli sguardi confusi a cercare di capire che sta succedendo.
«Sono tutte cazzate», urla lei. «Mio padre non aveva motivo di stare lì. Non frequenta mai quel posto e aveva detto a mia madre che doveva andare in banca».
«Signorina…», comincia il Capo con voce profonda e comprensiva, ma lei non lo lascia nemmeno finire.
«E non mi dica che è normale che le persone mentono. Lo so da sola che è così, ma ciò non significa che non ci sia qualcosa di strano in tutta questa faccenda. Dovete indagare ancora, non fare finta di non vedere».
Santo cielo, questa ragazza ha coraggio da vendere e una grinta fuori dal comune. Si rende conto con chi sta parlando e le accuse che sta lanciando? Ma chi diavolo è?
«Samanta Bonetti», mi sussurra un collega vicino al mio orecchio, come mi avesse letto nel pensiero.
Trattengo il fiato mentre mi volto verso l’ispettore Michelangelo Santorini. È lui ad avermi dato l’informazione.
«Bonetti? La figlia dell’uomo morto quindici giorni fa?»
Santorini china il capo in un cenno che vale molto più di mille parole e finalmente comprendo che cosa sta accadendo. Lo comprendo molto bene. Serro i denti ancora più nervoso di poco fa.
«Non crede nella versione ufficiale sulla morte del padre?», domando con le parole che stentano a uscire dalla mia gola.
«No. Il caso è stato archiviato questa mattina e tempo mezz’ora lei era qui a minacciare il Commissario Capo di scoprire la verità e denunciarci tutti. Finora ci ha chiamato imbroglioni, scansafatiche, ladri, corrotti… E sono solo gli epiteti migliori».
Cristo!
«Lo sa che rischia l’arresto?»
«Credi gli importi? Guardala».
La sto guardando. In realtà non riesco a spiccicarle gli occhi di dosso e non tanto per i suoi bei lineamenti armoniosi, le labbra piene e morbide e le forme sinuose che catturerebbero qualsiasi sguardo maschile, ma perché è alta non più di un metro e settanta, in forma ma non certo muscolosa, e sta affrontando un uomo alto almeno venti centimetri più di lei, armato e in grado di farle passare un mucchio di guai, eppure non mostra alcuna traccia di paura o esitazione. Come non si cura di tutti gli altri poliziotti tra agenti e ispettori che la circondano. Sì, la guardo e ne resto ammirato. Questa ragazza ha le fiamme che gli scorrono nel sangue, come un drago sputafuoco pronto a incenerire chiunque provi a ostacolarla ed è magnifica!
«È solo una sciocca!», esclama Santorini, con tono secco e di colpo torno alla realtà.
«Sciocca?», sussulto. «Sta lottando per ciò in cui crede».
L’ispettore mi fissa per alcuni istanti, poi scuote la testa.
«Se le dai ragione sei uno sciocco anche tu. Anzi lo sei di più. Suo padre è morto e il dolore la fa sragionare. Le fa vedere fantasmi e complotti dove non esiste nulla. Le fa cercare una spiegazione dove non c’è altro che fatalità. Tu che scusa hai?»
Scuse? Davvero me lo sta chiedendo? Non ho bisogno di alcuna scusa e Santorini può pure cercare di tacitarmi con una di quelle sue occhiate intense piuttosto famose tra noi giovani agenti. Occhiate che sanno di scaltrezza, intelligenza e, soprattutto, esperienza, ma che in questa situazione hanno poco effetto su di me. So di cosa parlo molto più di quanto crede e poco mi importa se lui è un ispettore molto stimato qui dentro tanto che si vocifera sarà il prossimo Commissario Capo, anche io non sono uno stupido.
«Sono un poliziotto», gli ricordo. «Cercherò sempre la verità finché non sarò convinto di averla trovata, proprio come quella ragazza».
Lui sospira.
«Allora, caro mio, avrai presto delle grandi delusioni… Proprio come quella ragazza».
Santorini mi indica il centro del corridoio in cui ancora si sta tenendo l’accesa discussione e mi accorgo che la situazione è cambiata. Bolle ha appena fatto un cenno a un agente che con decisione si sta avvicinando a Samanta. Lei se ne accorge e reagisce mettendosi sulla difensiva. Gambe semi piegate, pugni stretti… Ma cosa vuole fare? Se all’aggressione verbale aggiungerà anche quella fisica, finirà davvero agli arresti.
Prima ancora di pensare agisco. Balzo in avanti e mi metto tra lei e il mio collega.
«Ascolta», la blocco prima che possa dire o fare altro.
Tendo le mani avanti in segno di resa e uso il mio tono più dolce e accomodante.
«Così non otterrai nulla se non di finire nei guai».
Lei non mostra segni di sorpresa per il mio intervento, al contrario. Serra gli occhi, furiosa e pronta a dare battaglia, nonostante io sia ancora più grosso e più alto del Commissario.
Non ha paura proprio di niente e nessuno, eh?
«Non mi importa», scatta. «Io voglio…»
«La verità», la anticipo mentre sento la sua determinazione, mista a rabbia e dolore, colpirmi come un pugno nello stomaco.
Come può una ragazzina avere tanta forza?
«Sì, esatto e non è quella che mi avete raccontato voi».
«E quindi credi che risolverai qualcosa dandoci degli stupidi? Credi che le minacce e gli insulti risolvano il tuo problema e rendano giustizia a tuo padre? Credi che otterrai qualcosa facendoti arrestare e incriminare per aggressione?».
Lei si morde il labbro mentre le mie parole vanno a segno e le iridi le si offuscano di qualche lacrima. È molto veloce a nasconderle, abbassando il capo e questo mi scuote più di tutto il resto.
«Sono convinto tu possa trovare una strada migliore di questa. I colpevoli non sono qui».
Non so perché ho detto una cosa simile. Non so perché vederla affranta mi abbia indotto a sputare fuori tali parole, ma il fatto è che la sua forza è rara, forse anche unica ed è qualcosa di troppo prezioso perché io lasci che si perda.
E di nuovo le mie parole funzionano, forse pure troppo. La vedo rialzare la testa di scatto e fissarmi con due occhi che mi lasciano senza fiato. Sono fieri, battaglieri e irradiano una luce quasi mistica che avvolge tutta la sua figura.
«Hai ragione. Ci deve essere un’altra strada e costi quel che costi io la troverò».
Non dice altro, solo questo, poi si morde le labbra quasi a sangue e, prima che io possa aggiungere altro, fa un passo di lato e se ne va via, quasi correndo. La guardo sparire oltre la porta e poi, nella mia testa, la immagino uscire dal Commissariato con un nuovo obiettivo, uno scopo. Non so quale di preciso, non ho compreso le sue intenzioni, ma ciò che ho visto e udito è stato abbastanza per farmi provare una vergogna viscerale.
Quella ragazza non si arrenderà. Nonostante sia sola e praticamente impotente di fronte alla tragedia che l’ha colpita, nonostante probabilmente non potrà proprio nulla per quietare la propria rabbia e il proprio dolore, lei non si darà per vinta.
Allora perché io stavo per farlo? Sono un poliziotto e risolvere i casi è il mio lavoro. Ho un partner, degli amici, dei colleghi… Perché ho pensato di non potercela fare? Io posso farcela. Posso affrontare tutto ciò che sta accadendo.
Serro i pugni, mentre mi aggrappo a tale convinzione e ogni mia cellula si rianima. Intorno a me i colleghi si disperdono, tornano al loro lavoro, persino il Commissario Capo sparisce nel suo ufficio, ma io resto lì, immobile, per fissare dentro di me il calore bruciante di tale sensazione e fare del fuoco di quella ragazza, il mio fuoco.
Almeno fino a quando qualcuno non chiama il mio nome. Qualcuno che non posso in alcun modo ignorare.
Mi volto e davanti a me ho il mio partner, il motivo per cui poco fa stavo per arrendermi. O meglio non lui, ma sua moglie, Diana. È morta cinque giorni fa in un incidente stradale ed è stato devastante. Non solo per me, ma soprattutto per lui.
I suoi occhi sono due pozzi profondi di angoscia e dolore e quasi mi vergogno a poggiargli una mano sulla spalla in un veloce quanto inutile gesto di solidarietà. Solidarietà di cosa? So forse cosa significa perdere la donna che si ama? Dover guardare la propria figlia di soli dieci anni negli occhi e dirle che sua madre non c’è più? Io sono orfano, è vero, ho perso i miei genitori quando avevo solo tre anni. Troppo piccolo per ricordare anche solo il viso o la voce delle persone che mi hanno messo al mondo, quindi ho vissuto la loro assenza, la solitudine, ma mai, mai la perdita e ora di fronte a tutta questa sofferenza che leggo nei suoi occhi, mi sento di nuovo schiacciato da qualcosa più grande di me.
Solo per un attimo però. Il tempo di concentrarmi sulla nuova forza che grazie a Samanta Bonetti sento scorrermi nelle vene e cerco di infonderne in parte anche a lui.
«Aron, io…»
«Ragazzo, dobbiamo parlare», mi interrompe lui.
Parlare di cosa? Ora?
Sembra importante perché non mi dà nemmeno il tempo di rispondere. La sua mano si posa sulla mia spalla e con presa ferrea mi spinge a raggiungere un angolo isolato del Commissariato.
Tira fuori una sigaretta dalla tasca dell’abito nero che indossa e con gesto nervoso me la offre. Non si può fumare qui, ma non ho il coraggio di ricordarglielo. Eppure non è per tale motivo che rifiuto.
«Non fumo, lo sai», gli rammento con gentilezza.
Le sue labbra si piegano in un sorriso amaro mentre si mette la sigaretta in bocca e la accende in una lunga aspirata.
«Non fumi, non bevi, sorridi spesso…», afferma tra il fumo che mi viene addosso e mi brucia in gola. «Per questo piacevi tanto a Diana».
Al nome della moglie la voce del mio amico trema ma non tanto da interrompere il suo discorso.
«Diceva che eri un’anima pura. Un sognatore e per questo forse inadatto a fare il poliziotto. Che avrei dovuto farti fuggire ora che eri ancora giovane».
Io un’anima pura e un sognatore? Mi definirei più che altro idealista, ma non mi pare il caso di contraddire una donna defunta.
«Anche lei mi piaceva», rispondo goffamente, ma tirando fuori solo la verità.
Al di là di quello che lei pensava o meno di me, Diana era veramente una donna eccezionale proprio come suo marito. Dolce, gentile, amorevole… E insieme loro due erano la famiglia che non ho mai avuto. L’uno il mio mentore, l’altra colei che mi aveva accolto dentro casa come un fratello minore.
«Sì, be’, ecco la fine che ha fatto», riprende brusco Aron e la mia attenzione torna tutta su di lui.
Non solo per le parole che pronuncia ma anche per il tono. È pieno di odio. Odio, non sofferenza ed è ciò che mi lascia più confuso.
«Morta a soli trentacinque anni per colpa mia», afferma.
Colpa sua?
«Non hai fatto piovere tu», gli ricordo. «Non l’hai costretta a uscire sotto la pioggia. Non hai fatto esplodere la gomma che le ha fatto perdere il controllo dell’auto».
Aron dà una seconda aspirata e stavolta non lascia che il fumo mi venga addosso. Lo ingoia come fosse un dolce nettare, poi soffoca la tosse nel palmo. Palmo che non è più vuoto ma contiene un foglietto.
«Cos’è?», chiedo, notandolo.
Lui me lo porge e torna ad aspirare.
«L’ho scoperto ieri sotto il cuscino di Giorgia».
Mentre lo apro penso a qualche disegno, a un messaggio, a uno scarabocchio o qualsiasi cosa possa scrivere una bambina di dieci anni a cui è appena morta la madre, ma quello che mi trovo davanti agli occhi è qualcosa di molto diverso.
Un messaggio scritto a computer. Breve, ma molto esplicativo.
“A te e alla bambina serve riposo. Fa’ che non sia eterno”.
Sono appena arrivato in fondo alla frase eppure ho bisogno di rileggerla una seconda volta e poi una terza e una quarta prima di poterne accettare il vero significato. Alzo gli occhi sul mio amico e ora capisco. Quell’odio… Lo sto provando anche io e il sangue nelle vene mi si scalda a tal punto che quel maledetto biglietto potrebbe andare in cenere.
«Non è stato un incidente», sussurra roco Aron.
Chi? Cazzo, chi può aver fatto una cosa simile? Chi può ammazzare una donna innocente per colpire il marito? Chi può minacciare una bambina? E per quale motivo? Be’, ce ne può essere uno solo.
«Quindi è vero», ringhio, faticando a non farmi udire da chi ci sta intorno. «La rapina, la sparatoria… Tutta una puttanata. Abbiamo ragione noi».
«Tu. Avevi ragione tu», sottolinea Aron. «Tu hai capito fin dall’inizio che il caso era più complicato di quanto potesse sembrare. Hai sentito puzza di bruciato per primo e questo conferma le tue abilità, Ethan. Diventerai un ottimo poliziotto».
Ma chi se ne frega di cosa diventerò. Non capisce? Significa che siamo vicini a scoprire tutto. Che siamo vicini a prendere un assassino. Un assassino che si sente braccato per questo ha osato uccidere la moglie di un poliziotto e minacciare sua figlia e per questo va fermato a ogni costo.
Un velo rosso mi cala sugli occhi e scatto prima ancora di accorgermene.
«Devi portarlo subito alla scientifica. Parlare con il Commissario Bolle. Far cominciare le indagini, prend…»
Aron non parla. Scuote semplicemente il capo con tanta disperazione che la mia voce muore prima che io possa concludere.
«Io devo occuparmi di mia figlia».
Cosa? Che sta dicendo?
«Ho perso Diana, non posso perdere anche lei. Ha bisogno di me non di un padre assente tutto il giorno e che rischia la vita. Men che meno di un padre che la mette in pericolo. Io devo proteggerla».
Sbatto gli occhi ma se potessi sbatterei anche le orecchie perché non credo a ciò che ho appena udito.
«Vuoi mollare? Vuoi lasciargliela vinta?»
«Credi che io voglia?», ruggisce così forte che attiriamo l’occhiata curiosa di qualche collega. «Credi che io sia contento di lasciare impunito chi mi ha portato via la donna che amo? Non ho scelta, ragazzo. Lo capisci?»
No, o meglio, fino a pochi minuti fa forse avrei capito e forse… Forse mi sarei arreso anche io, ma adesso no.
«Non è ciò che vorrebbe Diana», lo incalzo. «Lei…»
Gli occhi di Aron lampeggiano furiosi e comprendo di essermi spinto troppo oltre.
«Diana vorrebbe che io proteggessi nostra figlia a qualsiasi costo», tuona soffocando la voce per evitare di farsi udire. «Sono entrati in casa mia, nella sua camera. Hanno lasciato un biglietto sotto il suo cuscino mentre io dormivo nella stanza a fianco. Cazzo, Ethan! Potevano ucciderla in qualsiasi momento, anche insieme a sua madre! E potrei agire come dici tu, andare dal Capo, denunciarli, fare partire una caccia all’uomo e magari lo prenderemmo anche, ma se nel frattempo le accadesse qualcosa? Come me lo perdonerei?»
Deglutisco, sentendomi solo un bastardo arrogante, tuttavia non posso accettarlo. No, non posso.
«Non possono restare impuniti, Aron. Non possono vincere così. Delle persone sono morte e Giorgia non è l’unica figlia a essere rimasta orfana di un genitore», gli ricordo.
Il solo pensiero di tanto dolore mi manda fuori di testa. I denti mi fanno male per quanto li digrigno, mentre le unghie mi incidono la carne dei palmi.
«Lo so, ragazzo, ma dovrà pensarci qualcun altro. Io devo rendere conto a mia figlia adesso».
Forse… Forse ha ragione. Non posso pretendere che lui rischi ciò che gli è rimasto. E se davvero accadesse qualcosa alla bambina io, dopo averlo convinto a non arrendersi, come mi sentirei?
Sì, ha ragione. Deve pensarci qualcun altro e so con precisione chi.
«Va bene, vai! Lascia, vivi sereno, proteggila, ritrova la tua felicità. Ci penserò io. Li prenderò anche per te».
Un’altra boccata di fumo poi Aron getta la sigaretta a terra. La calpesta con un piede con forza come se sotto quella scarpa non ci fosse un mozzicone ma la testa di un serpente velenoso, poi i suoi occhi tornano nei miei.
«Cercheranno di far fuori anche te, ragazzo, ne sei consapevole? Se sono arrivati a…»
La sua voce trema senza riuscire a proseguire e grosse lacrime gli appannano la vista.
«Cercheranno di farti fuori», ripete dopo un po’ con notevole sforzo.
E allora? Come ho detto anche a Santorini, non mi tirerò indietro finché non avrò trovato la verità. Sono un poliziotto, è il mio lavoro. Inoltre, rispetto ad Aron, io ho un grosso vantaggio.
«Io non ho famiglia. Non ho figli, non ho moglie e nemmeno una fidanzata. Niente madre, padre, nemmeno un cane o un gatto. Nemmeno un pesce rosso. Non ho nessuno», gli ricordo, tuttavia lui non pare convinto.
«Hai te stesso, ragazzo. Se non hai nessuno colpiranno direttamente te».
Colpire me? Cazzo, non vedo l’ora. A quel punto capiranno quanto possa essere difficile.
Sorrido. Per la prima volta in tutta la giornata mi ritrovo a sorridere di gusto.
«E io li aspetterò. Ma dovranno essere veloci. Molto veloci perché da oggi in poi gli starò con il fiato sul collo».
La mano di Aron torna sulla mia spalla e questa volta il contatto tra noi ha il sapore di un abbraccio. Mi pare di scorgere nel mio amico anche una lieve increspatura delle labbra che potrebbe assomigliare a un sorriso.
«Lo so. Per questo in due anni fianco a fianco ti ho insegnato tutto ciò che potevo. E se non lo dici tu, allora lo dico io. Diana si sbagliava, non sei affatto un sognatore. Sei giovane. Cristo, hai solo venticinque anni e anche arrogante, ma dannatamente in gamba e figlio di puttana al punto giusto. Per questo posso accettare di andarmene senza sensi di colpa. Tu riuscirai».
Ci può giurare che riuscirò. Non mi farò fermare da niente e nessuno.
«Solo… Stai attento», continua preoccupato, stavolta per me. «E ricorda: finché non li avrai presi, loro cercheranno di colpirti nel tuo punto debole».
Non mi ha sentito?
«Non ne ho».
Aron tuttavia non è d’accordo. Punta lo sguardo alle mie spalle e, quando mi volto, noto Giorgia. Sta vicino alla porta, abbarbicata alle gambe di sua nonna con la faccia nascosta tra le pieghe del suo vestito e, guardandola, Aron si scioglie, letteralmente. Non c’è più traccia di odio in lui, o rabbia, o dolore, solo un immenso amore.
«Già. Ma non sarà per sempre così e non potrai scegliere. Perché i punti deboli arrivano e basta», sussurra commosso. «E d’un tratto diventano il tuo mondo mentre tutto il resto svanisce».
Il mio amico sospira, poi lentamente ritira la mano che ancora tiene sulla mia spalla. La infila in tasca e si incammina verso ciò che rimane del suo mondo mentre io… Io rimango lì a riflettere sulle sue parole.
È vero, ha ragione. I punti deboli arrivano senza che nemmeno ce ne accorgiamo e allora sei fregato. Vincono loro, i bastardi che si divertono a usare le vite delle persone come pedine. Ma visto che lo so, io posso fregare loro.
Aron ha detto che non si può scegliere e invece sì, io ancora posso. Io scelgo. Io non fornirò loro qualcosa per colpirmi. Diventerò impenetrabile a chiunque e a qualsiasi cosa… Finché non li avrò presi tutti, uno dopo l’altro. È la mia promessa, il mio nuovo scopo. Ciò che da ora in poi animerà le fiamme dentro di me.
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