MAD DOG
Capitolo 2 di 34

Scritto il 25/06/2026
da MARIKA SM


⏱ ~22 min · 4355 parole

Samanta – Chi diavolo è?

 

DIECI ANNI DOPO
 

Devo calmarmi, devo calmarmi, devo calmarmi!

Non mi calmo, non mi calmo, non mi calmo!

Ma devo farlo, devo farlo, devo farlo!

Ci provo, ci provo, ci provo!

Sembro pazza, sembro pazza, sembro pazza!

Faccio un bel respiro e tacito le mille voci che mi urlano nella testa da ore, se non da giorni. Santo cielo, se continuo così diventerò davvero pazza e invece devo restare lucida perché oggi è il mio primo giorno. Non come agente di polizia. No, quello ormai è il mio pane quotidiano da ben otto anni di cui tre come agente scelto, ma il mio primo qui, dove tutto è finito. O forse dovrei dire dove tutto è cominciato.

Sono davanti al Commissariato che vidi per la prima e ultima volta dieci anni fa e mi pare di riconoscere gli odori, i colori, persino i sassolini sotto le mie scarpe. È tutto impresso indelebile nella mia memoria, persino le facce, per quanto so che è impossibile. Basta vedere come sono cambiata io. Nessuno riconoscerebbe in me la ragazzina che in quei giorni buttava rabbia addosso a chiunque avesse l’ardire di provare ad aiutarmi. Rabbia che con il tempo ho imparato a trasformare in tenacia e determinazione, le stesse che mi hanno riportata qui a mantenere la promessa fatta sopra a una fredda tomba in un cimitero…

Ma ora sto andando fuori tema.

Dicevo, devo restare lucida perché finalmente sono dove volevo essere e mi stanno aspettando.

Prendo un bel respiro e scaccio ogni fonte di distrazione, poi apro le porte del Commissariato e vi entro con passo deciso come se questo fosse un posto come qualunque altro. O meglio, il mio nuovo posto di lavoro. I tre agenti all’ingresso, appena mi vedono entrare, mi squadrano da capo a piedi.

«Agente Bonetti?», mi chiede il primo, un ragazzo sui venticinque anni, alto, magro come un chiodo ma dall’espressione gentile.

«Sono io», confermo con un sorriso. «Il Commissario…»

«La sta aspettando», mi anticipa. «Conosce la strada?»

Sì, purtroppo la conosco.

Chino il capo in segno di assenso e senza perdere altro tempo, mi avvio per le scale.

«C’è l’ascensore», mi richiama la voce del collega.

Certo che c’è, ma io non lo prendo quasi mai.

«Preferisco le scale», replico sempre sorridente anche se sento l’agitazione tornare a crescere.

Un altro gesto del capo, più nervoso del precedente e salgo la prima rampa. I muscoli d’un tratto sono tesi, le gambe sembrano pezzi di legno, mentre i ricordi mi assalgono.

Seconda rampa, terza rampa…

A ogni passo che mi avvicina alla sezione Anticrimine il cuore mi batte sempre più forte nonostante io stia facendo di tutto per tenerlo a bada. Mi concentro sul respiro anch’esso accelerato, conto gli scalini, scaccio i brutti ricordi, ma niente pare funzionare, al contrario. Il cuore mi arriva in gola e poi sale su, fino alla testa dove rimbomba come gli spari di un cannone non appena raggiungo la porta dietro la quale di trova il mio immediato futuro.

«Sezione Anticrimine», leggo in un sussurro, per poi deglutire il niente.

Ho la bocca terribilmente asciutta. Perché? Perché sto crollando così proprio adesso? Questo è esattamente ciò che desidero da tanto tempo e non mi lascerò distrarre dalle paure di una ragazzina ormai morta e sepolta.

Serro i denti per mettere tutto questo caos a tacere, poi allungo la mano verso la maniglia, quando una voce mi blocca.

O forse dovrei dire una voce e una figura mastodontica che mi si avvicina da dietro. Non posso vederla ma posso sentirne la presenza oltre che distinguerne l’ombra proiettata sul pavimento.

«Si è persa?», domanda con tono brusco.

Più che un’offerta di aiuto mi pare una richiesta poco educata di togliermi dai piedi e mi volto per fornire la mia risposta altrettanto poco educata.

«No, so esattamente dove sto andando».

Vorrei aggiungere altro, ma la voce mi muore quando focalizzo chi ho davanti. Non un collega, come avevo supposto, ma un uomo in abiti casual tanto grosso, muscoloso e dall’espressione truce da sembrare appena uscito da qualche film thriller, di quelli dove hai a che fare con un pazzo maniaco serial killer che rapisce, tortura e uccide le persone per puro divertimento. Lo sconosciuto davanti a me, ovviamente, sarebbe il pazzo maniaco anche se i suoi occhi azzurri, profondi e intensi, assomigliano a stalattiti luccicanti dentro una caverna buia. E a ben guardare oltre i lineamenti spigolosi, la barba di qualche giorno, le sopracciglia contratte e le labbra serrate, non è così spaventoso. Al contrario. Una parte di me è convinta ci sia un uomo affascinante se non addirittura bello nascosto dietro tanta insolenza.

«Allora si scansi. Mi sta impedendo di entrare», mi ordina, riportandomi alla realtà.

Molto, molto nascosto, tuttavia non ha torto. Sono ferma qui immobile da non so quanto e non sto dando una bella impressione. Ma bella impressione su chi e perché? Questo tipo maleducato non mi è nulla e men che meno devo dimostrargli nulla.

Senza dire una sola parola in più mi sposto di lato e lo lascio passare. Anzi, gli apro direttamente la porta e gli faccio un mezzo inchino come presa in giro. Non so per quale motivo io lo abbia provocato, forse perché non mi è piaciuto lo sguardo sprezzante che mi ha lanciato mentre mi superava, fatto sta che invece ho proprio sentito il bisogno di dargliela quella piccola dimostrazione di cui parlavo.

Non mi mette paura anche se è grande e grosso. E il messaggio arriva dritto a destinazione.

L’uomo si ferma a metà della soglia, un piede dentro e uno fuori quindi mi squadra con maggiore attenzione di quanto non abbia fatto finora. Direi che mi sottopone a una radiografia completa e d’un tratto il piede che era dentro torna indietro, mentre la porta si chiude.

Siamo di nuovo soli sul pianerottolo, faccia e faccia. Lui mi guarda, io lo guardo. Lui non dice nulla, io non dico nulla. Lui continua a squadrarmi torvo, io continuo a restare impassibile. Perché riconosco quando qualcuno tenta di mettermi in soggezione e farmi abbassare lo sguardo, magari anche agitarmi e indurmi a balbettare, scusarmi, indietreggiare… E non funziona con me. Anzi non sono mai stata tanto calma in vita mia e forse dovrei persino ringraziare lo sconosciuto. Non c’è in me più alcuna traccia di stupide ansie tanto che, forte della mia sicurezza, mi stampo un sorriso strafottente in viso.

E restiamo così, intenti in questa battaglia silenziosa per non so quanto tempo finché è lui a spezzare per primo il silenzio.

Uno a zero per me.

«La sua arma non è assicurata», mormora.

Certo, come no. E questo è il suo patetico tentativo di fregarmi?

«La mia arma va benissimo», ribatto sicura.

«Così crede. In realtà se si avvicinasse un malintenzionato da dietro, come ho fatto io prima, potrebbe rubargliela senza difficoltà».

Senza difficoltà?

«Ne dubito», continuo secca e mi sto seccando veramente.

Chi è quest’uomo? Comincio a credere sia proprio un collega, magari un ispettore, ma che vuole da me e che vuole dimostrare? Qualunque cosa sia non mi interessa. La sfida è durata abbastanza.

«Ho un appuntamento. Entri oppure si sposti. Sta chiudendo il passaggio», gli rifaccio il verso, ma lui non si muove di un millimetro.

Prende invece il respiro mentre i suoi occhi si assottigliano. È un movimento impercettibile insieme a un altro ancora più invisibile: le sue pupille si dilatano inglobando quasi del tutto l’iride. È solo un attimo, una frazione di secondo e comprendo… E subito dopo agisco. Sguscio alle sue spalle e gli sferro un calcio dietro al ginocchio. La gamba gli cede, portandolo alla mia altezza, cioè esattamente dove lo volevo, e gli stringo un braccio intorno al collo, premendo sulla sua carotide per poi chinarmi vicino al suo orecchio a restituirgli la minaccia che lui non ha proferito se non con quelle pupille dilatate.

Minaccia o una prova per vedere se la novellina è all’altezza? Non mi importa. Una cosa deve essergli chiara, chiunque egli sia.

«La mia pistola è assicurata bene», sussurro gelida, lasciando che le sillabe sibilino contro i suoi timpani. «E tu non la tocchi».

Altri due secondi di pressione sulla sua gola, poi lo spingo via balzando nel contempo indietro e portandomi fuori tiro da ogni sua possibile reazione. Sono pronta anche allo scontro se è questo che vuole, tuttavia lui non vuole.

L’uomo si alza lentamente e si gira. Non fa mostra di avere dolore al ginocchio e il colorito del suo viso è esattamente come prima dello scontro, segno che non sono stata io a vincere ma lui a permettermelo e mi fissa. In silenzio come poco fa e stavolta, lo ammetto, fatico a restare impassibile davanti a quei suoi occhi penetranti. Mi stanno di nuovo radiografando alla ricerca di non so cosa, eppure mi costringo a non reagire. Trattengo persino il fiato per non muovere muscolo mentre lo stomaco si contorce in uno strano sfrigolio. Un secondo, due, dieci, finché apre la porta e svanisce dietro di essa, silenzioso e veloce come è comparso; così veloce che per un attimo dubito che l’incontro sia avvenuto davvero.

Eppure non posso sbagliarmi. Sento ancora la sua giugulare pulsare contro il mio braccio quando gli ho stretto il collo e i muscoli tonici della schiena contro il mio petto.

No, non me lo sono sognato. È stato tutto reale. Ma che voleva da me lo sconosciuto? Umiliarmi? Mettermi alla prova? Prendermi in giro? Cosa? E chi diavolo è? E perché quei suoi occhi me li sento ancora addosso come avessero marchiato con il ghiaccio la mia pelle?

«Mad Dog!», esclama qualcuno dal vano scale. «Lo chiamano tutti così».

Sussulto, rendendomi conto solo adesso della presenza di un agente a metà tra la seconda e la terza rampa. È il ragazzo di poco fa, quello che mi ha accolta al mio arrivo.

«Pessimo incontro come primo giorno», sorride imbarazzato, venendomi incontro. «Anzi, come prima mezz’ora. Eppure mi meraviglio che ti abbia rivolto la parola. Non lo fa con nessuno. Al massimo, sempre che si accorga di te, ti fulmina con gli occhi».

Mad Dog. E chi è?

«Forse sono solo capitata sulla sua strada», scherzo per riportare alla normalità tutta questa strana faccenda.

«No. Lui non parla proprio mai con nessuno, anche se questo nessuno gli sbarra la strada. Al massimo si schiarisce la gola e attende che il malcapitato di turno balzi via veloce come una lepre spaventata».

Ora mi pare stia esagerando.

«Fa così paura?»

«A noi giovani sì. Ai più anziani… Dipende. Lui era uno di noi e chi lo conosce per lo più lo odia. Ma in generale… Hanno tutti timore di incontrarlo».

Era uno di noi? Non ci sto capendo più niente.

«Non è un poliziotto?», sgrano gli occhi.

L’agente scuote gravemente la testa.

«Lo è stato fino a dieci anni fa».

«E poi?»

«Poi è stato arrestato. Si è fatto cinque anni e ora è in libertà vigilata. Se l’è guadagnata lavorando per la polizia».

No, aspetta, questa non l’ho capita.

«Che significa…»

Purtroppo non ho modo di continuare la mia domanda né di soddisfare la mia curiosità.

La porta si apre di scatto e un altro collega, stavolta credo proprio un ispettore, si affaccia sul pianerottolo. Ha occhi molto scuri e un sorriso sardonico sulle labbra.

«Agente Bonetti? È in ritardo e il Commissario Santorini non ha tutto il giorno».

Perfetto! Una lavata di capo prima ancora di aver messo piede nell’ufficio del Capo.

Saluto in fretta il ragazzo quindi mi rivolgo all’ispettore.

«Eccomi!»

Quello mi dà una squadrata – ma guardano tutti così da queste parti? Non hanno mai visto un’agente donna? – quindi mi indica un ufficio in fondo al lungo corridoio che ho davanti.

Un corridoio che ricordo fin troppo bene, quasi mattonella per mattonella, ma meglio tenere segregati tali pensieri altrimenti perderò di nuovo la calma.

«L’ultima porta a destra», spiega.

Focalizzo la mia meta e muovo un passo in quella direzione, ma l’uomo mi richiama.

«A destra, non a sinistra».

Non sono sorda né tantomeno stupida.

«Ho capito, grazie», replico celando la risposta sarcastica che mi è salita sulla punta della lingua.

Di nuovo m’incammino tuttavia sento lo sguardo dell’uomo addosso. Mi segue fino al mio obiettivo ed è ancora lì quando busso alla porta del Commissario Capo. Che io lo trovi lì anche quando uscirò? Be’, non è affar mio. Ora ho altro a cui stare attenta. Una voce mi invita a entrare e ho bisogno di tutta la mia concentrazione per tenere a freno la tensione.

«Buongiorno, scusi il ritardo», comincio impettita quando siamo faccia a faccia. «Ero…»

«Occupata a non farti rubare la pistola, sì lo so», afferma il Commissario.

È un uomo robusto dalla folta barba sale e pepe, il viso tondo e lo sguardo penetrante dietro la montatura nera dei suoi occhiali e, per quanto abbia un’aria piuttosto pacifica e mi stia sorridendo benevolo, qualcosa mi suggerisce che sia un uomo da prendere con le pinze.

«E a quanto pare quel che ho letto su di te corrisponde al vero», continua.

Prende un foglio da una cartelletta e comincia a esaminarlo.

«Hai ottenuto ottimi risultati nella tua giovane carriera. Massimo dei voti al concorso per agenti a soli diciannove anni, massimo dei voti al corso in Accademia a Trieste, ma soprattutto ottimo elemento nel tuoi anni come agente semplice. E adesso sono tre anni che sei agente scelto e mi vieni raccomandata dal tuo Commissario Capo come risorsa preziosa».

Rimango spiazzata e non per i complimenti, che non ricevo per la prima volta, ma perché il Commissario tra tutto il resto, ha fatto riferimento a quanto accaduto con quel Mad Dog. Come lo sa? Glielo ha riferito lui? E chi cavolo è quell’uomo? Mi tornano in mente le parole dell’agente all’ingresso e ora sono più curiosa che mai. Talmente curiosa che vorrei chiedere spiegazioni o anche solo informazioni ma dubito Santorini sia la persona più adatta. Credo a lui piaccia più fare domande che rispondere.

«Perché?», chiede infatti d’un tratto.

«Perché cosa?».

Ho appena parlato per la prima volta da quando ho messo piede nel suo ufficio e ho la bocca secca e impastata. Di conseguenza la voce risulta più dura di quanto vorrei. Spero di non essere sembrata irrispettosa.

Lui alza il viso dal foglio e mi scruta da dietro le spesse lenti.

«Perché chiedere il trasferimento. Sei stata tu a voler venire qui. Trieste non ti piaceva?»

Mi schiarisco la gola e riprovo.

«Trieste è meravigliosa, ma non è la mia città di origine. Io sono nata e cresciuta qui fino alla maggiore età. Dal giorno in cui me ne sono andata sapevo che vi avrei fatto ritorno».

Non so cosa ho detto di preciso ma il Commissario pare leggere nelle mie parole più di quanto io abbia detto. O probabilmente lui sa.

Stupida! Ma certo che sa, insomma, è un poliziotto e dello stesso Commissariato, che probabilmente era qui anche allora, anche se non mi ricordo di lui. E perché dovrei? Venni qui solo una volta e quel giorno infernale ero così sconvolta che non ho memoria di alcun viso o nome, nemmeno quello del poliziotto che mi impedì di prendere a pugni qualche agente e finire nei guai. Tuttavia a questo punto mi aspetto che il Commissario dica qualcosa invece si rimette semplicemente a guardare il foglio. Lo ripone nella cartellina e poi nel cassetto della scrivania per tornare infine a focalizzarsi su di me.

«Sono sicuro ti troverai bene qui».

Tutto qui? Non ha altro da aggiungere? Be’, nemmeno io anche se… Il volto di Mad Dog, la sua voce, il suo comportamento mi tornano alla mente in ogni dettaglio e non posso evitare di indagare.

«Chi è lui? Mad Dog».

Il Capo sorride, per nulla sorpreso. Anzi, è come se attendesse la domanda.

«Vedo che già conosci il suo soprannome».

«Sì, mi è stato riferito», replico vaga.

«E che altro sai?»

Come immaginavo gli piace guidare la conversazione non subirla, ma in fondo è colui che comanda e questo è il suo ruolo.

«Che è un ex poliziotto condannato per qualche reato e che ora collabora con la polizia in libertà vigilata».

La risposta pare divertirlo molto anche se non so perché e non mi viene spiegato. Mi viene posta invece un’ulteriore domanda.

«E sai anche perché lo chiamano Mad Dog?»

In effetti no.

«Sono stata convocata qui prima di scoprirlo», ammetto senza alcuna riluttanza, e ora sono proprio curiosa.

Soprattutto mi incuriosisce il lampo che leggo negli occhi del Commissario. È un misto di ammirazione, ma anche rabbia.

«È pazzo?», ipotizzo.

Ovviamente non lo credo. Il mio intento è smuovere questa conversazione che pare non andare da nessuna parte. Soprattutto non va nella parte da me sperata, almeno finora.

«No, non lo è, ma questo lo sai già», mi spiega il Commissario che all’improvviso ha cambiato tono.

Si è fatto serio, quasi malinconico.

«È solo un uomo che è sceso negli abissi e ne è riemerso a fatica. Un uomo da cui è meglio stare alla larga, Bonetti. Non ama socializzare, non ama parlare, non ama avere intorno persone, soprattutto se sono poliziotte giovani e curiose. E se infrangi una sola di queste regole allora capirai quanto può mordere forte un cane rabbioso».

Quindi mi sta dicendo di farmi i fatti miei e stargli lontano? Nessun problema. Non sono qui per cercare guai, non di questo tipo almeno. Se non fosse venuto lui a rompermi le scatole io poco più che lo avrei notato.

No, questa è una menzogna. Non avrei potuto non notarlo, ma era solo per dire che non me ne frega niente del cane pazzo o quel che è. Sono qui per svolgere il mio lavoro e mantenere una vecchia promessa.

«Capito, signore», affermo, scattando quasi sull’attenti.

«Capo».

Sbatto gli occhi confusa.

«Come?»

«Niente signore solo Capo o Commissario o al massimo Santorini. Io sono ben lungi dal tramutare l’acqua in vino e camminare sulle acque».

«Capito, Capo», ripeto un po’ meno impettita, ma di nuovo vengo ripresa.

«No, non credo. Da oggi tu lavorerai con Mad Dog».

Sgrano gli occhi e probabilmente anche la mascella cade per metà a terra perché è vero, non ho capito e continuo a non capire.

«Ma non ha appena detto…»

«Di non rompergli le palle, è vero. Ci lavorerai standogli alla larga».

Le cose sono due. O sono inebetita io oppure il Commissario parla un’altra lingua.

«Si può spiegare, per favore?»

Lui si alza dalla sua sedia. Si stiracchia i muscoli di braccia e gambe poi fa il giro del tavolo.

«Ti serve un collega più anziano, non puoi lavorare da sola. Ce n’è solo uno a disposizione in questo momento ed è l’ispettore Alessandro Bonfigli. Bonfigli è anche l’unico disposto a lavorare con Mad quindi… Tu lavorerai con Mad».

Santo cielo, mi gira la testa.

«E questo Bonfigli, sarebbe?»

«Quello che ti è venuto a recuperare sul pianerottolo e a controllare che Mad non ti avesse fatto fuggire a gambe levate».

Non è stato il Commissario a parlare ma proprio l’ispettore in questione, che ha ancora le labbra arricciate nel sorrisetto di prima, e all’improvviso mi sento accerchiata. Perché Bonfigli non è solo. Insieme a lui c’è il cane pazzo ed è su di lui che focalizzo la mia attenzione per il semplice motivo che se ne sta appoggiato con la spalla allo stipite, le braccia incrociate al petto e sulla faccia un’espressione quasi incazzata, sebbene io la veda solo per metà. Ha lo sguardo rivolto al corridoio come se volesse trovarsi da tutt’altra parte.

Scommetto che la causa del suo pessimo umore è la stessa che ha appena innervosito me. Nemmeno io sono felice della nostra collaborazione, tuttavia preferisco non darlo a vedere. Anzi, mi mostro più che soddisfatta. Raddrizzo il busto e allungo la mano per presentarmi. Non a Mad Dog, ma all’ispettore Bonfigli.

«Non è facile farmi scappare a gambe levate, come ha potuto vedere. Samanta Bonetti, piacere».

Mi faccio avanti con un sorriso e lui mi stringe gentilmente la mano.

«Dammi pure del tu, Samanta», replica Bonfigli. «Niente formalità in questo tipo di lavoro».

Il Commissario si schiarisce la voce e Bonfigli si corregge subito.

«A parte con il Capo, ovviamente».

Ovviamente, anche se in realtà mi sembra che tra i due, anzi tra i tre, Mad Dog compreso, ci sia molta familiarità, quasi fossero vecchi amici e questo mi confonde ancora di più. Com’è possibile? Lui è un criminale in libertà vigilata. Come può stare qui dentro al pari, se non al di sopra, di altri poliziotti?

La curiosità mi porta a tornare a squadrarlo e lui non tarda ad accorgersene. Si volta, mi fissa, serra i denti, quindi di nuovo mi ignora, mezzo incazzato.

Santo cielo, più che un cane pazzo mi pare un orso. Non è tuttavia un buon motivo per essere altrettanto maleducata.

Mi sposto nella sua direzione e mi presento anche a lui, stesso sorriso che ho riservato all’ispettore, stessa mano allungata che attende la sua.

«Samanta, piace…»

«Come ti chiamano?», mi interrompe brusco.

La domanda mi prende di sorpresa, ma magari è il suo modo di rompere il ghiaccio tra noi.

«Sam», rispondo in automatico.

Mad Dog resta impassibile come in ogni istante in cui ho avuto a che fare con lui. Mai, nemmeno per un secondo, sulla sua faccia ho visto un’espressione diversa da quella che ha adesso e che potrei definire arcigna. I suoi tratti paiono scolpiti nella pietra. Quest’uomo sorride mai?

«Gli amici mi chiamano Sam», insisto gentile. «Puoi farlo anche tu. Oppure Sammy, come preferisci».

Non mi aspetto che la dolcezza irrompa in lui al pari di un raggio di sole tra le nuvole, ma nemmeno che la sua replica sia appuntita come una freccia contro il bersaglio.

«Allora io ti chiamerò Tati».

Tati? È più il nomignolo per una ragazzina e io non lo sono, ma immagino che sia il suo ulteriore tentativo di sminuirmi. Non importa. Non c’è riuscito una volta e non ci riuscirà adesso, a maggior ragione davanti a due miei superiori.

«Nessuno mi chiama Tati», preciso senza che alcuna traccia della mia irritazione trapeli nella voce. «Gli amici mi chiamano Sam», ripeto, scandendo bene le parole. «Qualcuno Sammy».

Ora sì l’espressione di Mad Dog subisce un mutamento. I lineamenti si contraggono e le sue iridi svaniscono, inglobate dalle pupille. M’irrigidisco mentre lui mi si avvicina, muovendosi lentamente come un leone a caccia e mi aspetto quasi di venire attaccata come poco fa sul pianerottolo, invece si ferma a un passo da me, così appiccicato da far pesare tutti i suoi due metri di altezza. Sono costretta a gettare del tutto il capo indietro per continuare a guardarlo negli occhi e lui è costretto a chinarsi come se stesse parlando, non con una ragazzina ma, peggio, con una bambina.

E per un attimo mi ci sento. Maledetto lui, per un attimo al suo cospetto sono una bambina indifesa.

«Esatto, è proprio questo il punto», tuona con voce tagliente sulla mia faccia. «Io non sono e non sarò mai tuo amico. Da me dipenderà la tua sopravvivenza quindi, quando sentirai chiamarti con un soprannome che nessun altro usa con te, saprai che sono io ed eseguirai all’istante i miei ordini».

Da lui dipenderà la mia sopravvivenza? I suoi ordini?

«Sempre che tu voglia vivere», aggiunge arrogante, poi si tira indietro.

Mi volta le spalle e se ne va mentre io… Io sento una gran rabbia ribollirmi nel sangue.

Come diavolo si permette di trattarmi così? Forse lo avrei accettato dal Commissario, magari dall’ispettore Bonfigli, ma non da lui. Fino a prova contraria io sono il poliziotto. Giovane, magari con poca esperienza ancora, ma sempre poliziotta mentre lui è in libertà vigilata. Eppure qui pare che goda di parecchia autorità e anche simpatia. Perché il Commissario Capo non è intervenuto? E Bonfigli?

«Gli piaci», ridacchia addirittura quest’ultimo.

Mi prende in giro?

«Non guardarmi così, dico sul serio», aggiunge notando la più profonda contrarietà dipinta sul mio viso. «Ha appena detto che farà in modo di non farti ammazzare».

E questo significa piacergli? Ma il fatto è che non me ne frega niente di piacergli o meno, non accetto che mi si manchi di rispetto o che mi si tratti come un’incapace. Non lo accetto, porca miseria!

«Dove sta? Dove posso trovarlo?», esplodo, guardando Bonfigli.

«Che intendi fare?», sussulta il Commissario.

E me lo chiede?

«Mettere i puntini sulle “i”. Allora? Dove sta?»

Forse sono stata sgarbata visto che sto parlando con il Capo, ma, diavolo! Sono fuori di me.

«Porta qui davanti», indica Bonfigli.

Ah, il famoso ufficio a sinistra dove l’ispettore si è assicurato che io non entrassi. Cosa c’è? Sua maestà non gradisce di essere disturbato?

Parto decisa in quella direzione quando il Capo mi richiama.

«Bonetti, cosa esattamente ti è sfuggito del concetto: stagli alla larga?»

Nulla, proprio nulla, ma ora sono io che devo ribadire un concetto a lui. A tutti in realtà.

«Anche io so mordere».

Mi chiudo la porta alle spalle prima che uno dei due, o entrambi, possano far valere su di me la propria autorità quindi mi lancio oltre il corridoio, nell’ufficio di Mad Dog, come risulta dalla targhetta appesa alla porta.

Ma quest’uomo non ce l’ha un nome? Un nome vero, intendo.

Comunque sia irrompo nella stanza senza bussare, senza chiedere permesso, così come lui non ha chiesto il permesso di umiliarmi, ma qualsiasi cosa io volessi dirgli, qualsiasi concetto volessi impiantare in quella sua zucca arrogante quando sono scattata in difesa della mia dignità ferita, mi muore in gola appena i miei occhi mettono a fuoco la scena che ho davanti. Mad Dog è in piedi vicino a una scrivania di freddo acciaio, in mezzo a una stanza spoglia e con una maglietta sporca di caffè in mano. La sua maglietta, quella che si è appena tolto lasciando scoperto il busto e mostrando l’intricata e contorta ragnatela tatuata sulla sua schiena.

Il problema è che quello non è un tatuaggio ma…

Deglutisco, nonostante io sia senza saliva.

Quelle sono cicatrici. Profonde, innumerevoli, impressionanti cicatrici.

Santo cielo, cosa gli è successo? 

 

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