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Mad Dog – La situazione perfetta
Secondo le informazioni il nostro uomo aveva annunciato il suo arrivo al b&b per le 9:30 tuttavia sono quasi le 11:00 e ancora non si è visto. È più di un’ora che stiamo chiusi qui in questo dannato abitacolo e io mi sono ampiamente stancato, non tanto di aspettare quanto di evitare di respirare per non far entrare il profumo di Samanta nelle narici. Questa mattina lo avverto più potente di ieri e mi sta deconcentrando.
«E se fosse arrivato prima e lo avessimo perso?», domanda d’un tratto lei che forse è stanca quanto me di questo appostamento.
«La sua macchina non è qui», la informo e prima che possa porre una domanda inutile rispondo a quello che le sta passando per la testa. «Sì, conosco modello di vettura, anno di immatricolazione e targa. Qui non c’è», ribadisco, ma lei non si arrende.
E quando mai!
«Ciò non toglie che possa essere arrivato in taxi».
Il nostro uomo non è tipo da taxi né da autobus se è pure questo che sta pensando, tuttavia su una cosa ha ragione: non posso escludere al cento per cento che lui ci abbia anticipato.
«Dobbiamo andare a controllare», suggerisce Samanta.
No, non dobbiamo niente.
«Controllare significa entrare ed entrare significa ben più di osservare», le faccio notare.
Ha già dimenticato gli ordini? Evidentemente sì perché sbatte gli occhi e mi scruta perplessa.
«Non ho capito. Non è previsto che entriamo? E come dovremmo fare a trovare le prove che ci servono?»
Non certo esponendoci.
«Il nostro compito è cercare di capire dove va il nostro uomo, con chi si incontra, cosa combina. Ciò significa scattare foto, intercettare conversazioni, tenere gli occhi aperti. O credi di entrare, mostrare il distintivo e chiedere di lui?»
«E come potrei?», sbuffa indispettita. «Non so nemmeno il suo nome».
Non lo sa perché non gliel’ho detto e non gliel’ho detto proprio per evitare troppi dettagli pericolosi. Dobbiamo solo tenerli d’occhio e non è necessario lei sappia tutto, ma in effetti almeno un minimo glielo devo. Anche perché non posso continuare a chiamarlo “il nostro uomo”. Mi sento deficiente.
«Cristiano Dicenta. Questo il nome», mugugno. «Nella vita è un costruttore, ma in realtà è un capetto della droga che controlla lo spaccio della parte sud-ovest della regione. O meglio, dovrei dire, sospettiamo che sia ecc, ecc».
«Mancano le prove, giusto? Ecco perché siamo qui».
In realtà non solo. C’è altro che dovrei svelarle.
«Dicenta potrebbe essere qui in città per incontrare altri capetti come lui. Ultimamente c’è stato molto movimento e con Alessandro aravamo convinti che si stesse preparando qualcosa di importante. Magari una qualche riunione in vista di qualche collaborazione».
«Vuoi dire che stanno pensando di formare un unico gruppo?», sussulta Samanta.
«No», la riprendo. «Voglio dire che forse si incontrerà con altri del suo stesso calibro. Non saltare a conclusioni avventate e del tutto inventate. Prove, ricordi? Ci servono prove».
Samanta mugugna qualcosa. Non capisco cosa, forse si tratta solo di un verso, poi però diventa molto pensierosa. Punta lo sguardo al finestrino, verso l’edificio che ospita il b&b per qualche secondo poi afferra il cellulare e digita qualcosa sullo schermo. Non ci sarebbe nulla di male in tutto ciò se non per il fatto che ha dipinta in faccia l’espressione di chi ha appena avuto un’idea.
«Cosa cerchi?», le chiedo.
«Un secondo e ti dico».
Un secondo per i miei gusti è anche troppo.
Allungo una mano e le strappo il cellulare dalle dita.
«Ehi!», protesta, ma la ignoro, fissando invece il display.
È un sito internet di un b&b, anzi, proprio di quello che abbiamo di fronte solo che ciò che vedo non si può definire esattamente un bed and breakfast.
«C’è un ristorante all’interno», affermo scorrendo le foto.
«E una sala biliardo, un pub e una SPA privata, con tanto di piscina al coperto e riscaldata», finisce lei per me. «Sai che significa, vero?»
Merda, sì e meglio di lei.
«Dicenta non andrà da nessuna parte. L’incontro si svolgerà qui», ruggisco e non solo perché odio scoprire di avere avuto informazioni sbagliate, ma perché c’è un’altra conseguenza logica che mi dà ancora più fastidio.
E, ovviamente, è proprio Samanta a tirarla fuori, con notevole soddisfazione, anche.
«E ciò significa che dobbiamo entrare».
E ciò significa proprio che dobbiamo entrare. L’alternativa è lasciar perdere e magari andare a sbattere al muro l’informatore che ha commesso un errore simile, ma sono mesi che sto dietro a Dicenta e questa è la prima vera e importante occasione di scoprire qualcosa di tangibile.
Fanculo! Proprio oggi che sono con Samanta. Nemmeno il destino ce l’avesse con me.
Tiro un pugno contro il volante per sfogare la frustrazione, poi però comincio a studiare un piano di azione. Se davvero dobbiamo agire, e pare proprio che ci aspetti questo, non possiamo improvvisare. Non del tutto almeno. Quindi la prima decisione è presto presa.
«Vado io, tu resta qui».
Samanta sgrana gli occhi e comincia a sbattere le sopracciglia così veloce che temo si senta male e lo so che non dovrei chiedere, che dovrei anche evitare di guardarla, ma non posso farne a meno.
«Cosa non ti sta bene?»
È troppo orgogliosa e piena di sé per pensare di rimanere in disparte?
Lei scuote la testa con finta indifferenza poi sbuffa.
«Mi chiedo solo che accadrà se Dicenta decidesse di farsi una nuotata. Chissà se in costume si nota la tua cavigliera di sorveglianza. E chissà cosa ti inventerai se qualcuno del personale la vedesse. Immagino quindi che per non avere problemi, nel caso, eviterai la piscina. E così addio alla nostra indagine. No, no, mi va tutto benissimo», conclude sarcastica. «Sempre che la piscina non venga usata».
Digrigno i denti. Ha nuovamente ragione, ma non intendo accettare quella che so già essere la sua proposta. Perché sì, tutta questa manfrina è solo per averla vinta.
«Non entrerai tu!», tuono. «Scordatelo!»
«Certo che no», sussulta lei e non c’è alcun sarcasmo nel suo tono.
Dice sul serio.
«Una donna lì da sola sarebbe un fatto strano esattamente quanto te e la tua inseparabile cavigliera».
E allora cosa propone esattamente?
«Andremo insieme. Ci fingeremo una coppia in vacanza che si prende qualche ora di relax. Nessuno farà caso a noi, è la situazione perfetta».
Ins… cosa? Una coppia? La situazione perfetta? Che cazzo dice? E pare pure molto soddisfatta.
Apro la bocca per rispondere a tono quando lei deve intuire. Protende le braccia e le mani con i palmi aperti verso la mia faccia e sorride rassicurante.
«L’ho già fatto. Funziona. Nessuno si mette a fissare una coppia. E nel frattempo possiamo sentire tutto».
Lo ha già fatto. Giusto, che coglione! Perché non ci ho pensato prima? Forse perché è la stronzata del secolo.
Cristo santo!
Mi sporgo verso di lei, così vicino che le nostre labbra arrivano quasi a sfiorarsi. Quasi, in realtà mi fermo a pochi millimetri e non perché voglio baciarla, anche se per un istante mi chiedo come sarebbe mordere le sue labbra arricciate in quel sorriso compiaciuto, ma perché voglio che mi veda bene, molto bene e comprenda ciò che sto per dirgli. Sillaba per sillaba, lettera per lettera.
«Non accadrà mai», ruggisco. «Noi non entreremo come una coppia, tu non entrerai da sola. Piuttosto, me ne vado, adesso, all’istante e vaffanculo alle prove».
«Ma così…», prova a protestare.
«Così è come lavoro io», la blocco con tono ancora più secco. «Io vado e tu resti».
Non pare convinta tuttavia non osa più ribattere. Ammutolisce, fissandomi offesa, mentre io continuo a starle addosso. E non intendo allontanarmi, non ancora. Voglio un cenno della sua arrendevolezza prima e non ne vedo. Al contrario. Le sue iridi lampeggiano, le sue labbra sono serrate in una linea sottile. Aspetto e aspetto ancora, ma lei non cede.
Davvero non capisce perché sarebbe un disastro? E va bene.
«E se ci guardassero che faremmo?», le do corda. «Ci metteremo a scambiarci effusioni amorose così da allontanare occhiate indiscrete?»
Perché è questa la sua via di fuga, immagino.
Samanta si rianima all’improvviso.
«Sì, certo. Ti ho detto che mi è già successo. Basta un bacio. Un semplice bacio».
Un semplice bacio?
«E con chi ti è successo?», indago, avvicinandomi quel tanto che basta per toccare, con la stessa leggerezza di un petalo di un fiore, le sue labbra con le mie.
Samanta inspira bruscamente, bloccandosi per un nanosecondo, ma si riprende subito.
«Un collega. Un agente. Stavamo pedinando un sospettato, eravamo in borghese. Quello si è girato e noi ci siamo baciati. È stato…»
Soffio sulla bocca di Samanta mentre sta ancora parlando. Un flebile soffio, caldo e provocante e lei ammutolisce, trattenendo il fiato. Le sue pupille si dilatano e la vedo deglutire con affanno.
«Semplice?», finisco per lei, sussurrando mentre guardo e riguardo la sua bocca leggermente aperta.
Le labbra secche che agognano una goccia di saliva e la lingua che saetta velocemente a leccarle… Inutilmente. Non è la sua lingua che vogliono ora quelle labbra, ma la mia. Quella con cui la sto lusingando senza tuttavia soddisfarla.
«È stato un contatto veloce? Qualcosa di insignificante?», continuo imperterrito. «Magari dato a un mollusco che non sa nemmeno cosa significa baciare una donna. Prometterle paradisi di piacere in un solo respiro, ammaliarla con un singolo tocco».
Samanta deglutisce ancora mentre nei suoi occhi leggo la nebbia del desiderio cominciare a offuscarle la mente. Ma non basta, non ancora. Manca un’ultima stoccata.
«Quando io bacio una donna», le rivelo, agganciando il suo sguardo con il mio in quella che è una muta promessa di erotiche perversioni. «La faccio mia».
La mia lingua guizza fuori dalla mia bocca e con lentezza disegno il contorno delle sue labbra. Lei rabbrividisce lasciandosi andare a un flebile gemito, poi con altrettanta lentezza mi ritiro. Bocca, viso, corpo… Mi allontano da lei prima che la mia piccola lezione mi si ritorca contro e mi faccia perdere lucidità. In realtà sono già a buon punto. Ho il cazzo duro, che pulsa e freme, ma la mia dimostrazione è riuscita.
Samanta è pietrificata al suo posto, il respiro affannato e le guance rosse e scommetto che ora ha ben chiaro il motivo per cui la sua idea è una cazzata. Almeno come io ho chiaro il fatto che se resto qui dentro non solo rischio di saltarle addosso, ma non porterò a termine la mia missione.
Apro lo sportello e scendo velocemente, quindi mi affaccio al finestrino e ribadisco il concetto.
«Io vado, tu resta!», tuono.
Lei finalmente mi concede quel cenno di assenso che aspettavo, tuttavia non è abbastanza stordita da smettere di rompere i coglioni.
«Come pensi di entrare?», domanda. «Vai lì a chiedere una camera? Sei senza bagagli e non è credibile. E i documenti? Non puoi dargli il tuo».
Santo cielo, ma che devo fare per azzittirla?
Vado al portabagagli e prendo il borsone da palestra che vi tengo sempre dentro. Contiene un cambio completo e anche qualcosa in più.
«Ho tutto il necessario», taglio corto.
«E per i documenti?», insiste.
Quello è ancora più facile. Tiro fuori da una tasca nascosta del medesimo borsone un mazzetto di contanti di grosso taglio e glieli sventolo davanti.
«Raramente se disponi di questi, servono documenti», sogghigno.
Samanta sgrana gli occhi fissandomi come li avessi rubati, ma non ho rubato nulla. Sono solo pronto a ogni evenienza.
«Prima lezione, mia piccola allieva».
Mia piccola allieva… L’ho detto per prenderla in giro tuttavia sono ancora eccitato e subito la immagino ai miei ordini, pronta a soddisfare tutto ciò che le chiedo; magari prendendomi in quella bella bocca l’uccello in erezione, oppure stringendolo nel palmo e cominciando a masturbarmi.
Il cazzo mi sussulta nei boxer e sono costretto a usare tutta la mia forza di volontà per non andare oltre con le fantasie e tornare al discorso importante che intendevo farle.
Mi schiarisco la gola e proseguo.
«Nel nostro lavoro ci sono sempre inconvenienti, emergenze e intoppi, a volte più grossi di ciò che crediamo. Un cambio, dei contanti e un’arma di riserva spesso ti salvano la vita».
Soprattutto se ti aspetti da un momento all’altro di dover fuggire per evitare che qualcuno uccida te o le persone a cui tieni. Quest’ultima parte non la dico ovviamente, ma non ce n’è bisogno. Samanta stringe gli occhi come avesse capito molto bene ciò di cui sto parlando, quindi mi resta solo una raccomandazione da aggiungere, ma è la più importante di tutte.
«Non so quanto starò dentro, ma tu per nessun motivo devi raggiungermi. Chiaro?»
«E se finissi nei guai come ti recupero?»
Domanda del cazzo. Non c’è nulla da temere.
«Non sarò nei guai».
«Come, Mad?»
Che significa come?
Alzo la gamba e le mostro la cavigliera.
«Sono in libertà vigilata, Tati. Che cazzo di guai posso avere? Di sicuro non penseranno io lavori con la polizia».
Lei si morde le labbra come non ci avesse pensato, ma io sì ed è questo che conta.
«Non c’è e non ci sarà alcun motivo per il tuo intervento», ribadisco.
Finalmente Samanta non ha nulla da obiettare. Non che sia contenta, tuttavia resta in silenzio. E per fortuna perché cominciavo a pensare di doverla minacciare con un altro bacio. O forse ci speravo solamente. Quelle sue labbra arricciate di orgoglio ferito… Cristo, quanto mi eccitano!
Mi mordo la lingua di modo che il dolore riporti il sangue a fluire in un organo capace di razionalità, quindi volto le spalle alla macchina e mi decido ad avviarmi verso il b&b. Anzi, verso “Il B&B”, si chiama così, come se rappresentasse per antonomasia la categoria e, mentre mi avvicino, ne studio la struttura.
Da fuori non si direbbe lo stesso posto visto sul sito, ma qualcosa di molto più alla mano. L’edificio è piuttosto datato. Direi che risale agli anni settanta, forse addirittura sessanta. Mattoncini rossi a vista, balconi lunghi e stretti, sei piani in tutto con tanto di attico. Forse la piscina si trova proprio lassù o forse è nel sotterraneo, in un luogo più riservato dagli sguardi indiscreti dei palazzi a fianco. Ve ne sono quattro disposti tutti intorno e, da ognuna delle finestre, si potrebbe spiare cosa accade all’interno. Magari anche intercettare qualche discorso, tuttavia…
Guardo con attenzione quei quattro palazzi e, mentre studio se la cosa sia fattibile, mi torna in mente un dettaglio: Dicenta non è uno stupido. È un pesce ancora piccolo ma molto furbo tanto che finora si è ben guardato dall’uscire allo scoperto. Se ha scelto questo luogo per un incontro significa che non è così semplice spiarlo. In effetti l’idea di Samanta sarebbe stata molto buona se solo io non fossi io e lei non fosse lei. Se io non fossi pronto a darle ben più di un bacio e lei non godesse all’idea e no, non posso ricadere nella fantasia di me e lei insieme, non adesso.
Scaccio dalla testa quest’ultimo pensiero idiota e faccio il mio ingresso nella struttura. Non so cosa mi aspettassi di preciso, tuttavia, appena varco la soglia, i miei sensi entrano in allerta. Questo posto è molto diverso da ciò che sembra o meglio, che vuol far sembrare dall’esterno e mi chiedo perché. Insomma, per descriverlo userei parole come raffinato, elegante, ricercato… I pavimenti sono di marmo chiaro, la reception è un piano di cristallo impreziosito da intarsi dorati che come un’edera si arrampicano lungo i quattro lati formando una specie di altare e l’uomo alla reception… Lui squadra me e il mio abbigliamento casual composto da jeans, maglietta e scarpe da ginnastica, con tale disprezzo che mi sento esattamente ciò che sono: un infiltrato in un posto dove non dovrei essere. Almeno non dovrei esserci vestito così e del tutto impreparato.
«Desidera?», mi chiede perplesso.
Avere tra le mani chi mi ha dato informazioni sbagliate ficcandomi in questa situazione e torcergli il collo, ma ormai sono qui e qui devo restare.
Sollevo lo zaino e mi stampo in faccia l’espressione più altezzosa che riesco mentre elaboro una scusa qualunque per la mia improvvisata.
«Sosta non prevista. Ho bisogno di una camera per stanotte».
«Una sola notte?», continua sempre con quel tono mentre nella mia testa definisco i dettagli.
«Sì, ma avrò bisogno anche di un’indicazione su una boutique dove rifarmi il guardaroba. Mi hanno derubato di tutto ciò che avevo, vestiti compresi e questi stracci sono tutto ciò che mi è stato fornito alla polizia».
Annuso con disprezzo la mia maglietta e storco il naso.
«E non vedo l’ora di togliermeli di dosso. Un amico mi ha mandato qui dicendomi che avrei trovato ciò che cercavo. Mi sono forse sbagliato?»
L’uomo si illumina peggio di Samanta quando sorride ed ecco che avviene la magia.
«Non si sbagliava», afferma accondiscendente. «Troverà una boutique al secondo piano e, se volesse rilassarsi, visto il brutto incidente, abbiamo anche una piscina e una Spa molto riservata. Se poi avesse bisogno anche di compagnia…»
Ma che diavolo di posto è questo? Mi ci manca solo una prostituta in camera a impedirmi di indagare.
«Della compagnia mi occupo da solo, grazie», lo fermo con un gesto della mano. «Anzi, ho già provveduto. Se può darmi la camera, intanto».
«Se può darmi il documento…»
Il documento, certo!
Sollevo il mento come mi avesse appena offeso poi lo scruto con lo stesso disprezzo che lui ha riservato a me poco fa.
«Come faccio a darle documenti se le ho appena detto che mi hanno ripulito?», domando arrabbiato.
«Ma… Ma…», comincia a balbettare quello. «Non posso farla entrare senza documenti».
Certo che può. Apro il mio borsone e tiro fuori alcune banconote quindi gliele sbatto sul tavolo.
«Il mio amico mi ha prestato questi… Credo vadano bene come documenti. Altrimenti andrò altrove», ruggisco.
L’uomo scatta quasi sull’attenti poi mi porge in fretta una chiave magnetica.
«Mi scusi, signore. Ha ragione, signore. La sua camera, signore. Terzo piano, signore».
E tu sei un coglione, signore!
Non glielo dico ma lo sguardo che gli rivolgo parla da solo. Gli strappo la carta dalle mani e mi avvio con passo che oserei definire regale, all’ascensore. Ormai sono entrato nella parte e mi sto quasi divertendo. Quasi perché in realtà, mi chiedo se io non abbia agito troppo avventatamente. E se Dicenta avesse cambiato piani? Se fosse altrove e io bloccato qui a fare la parte del riccone derubato e perdessi una ghiotta occasione di incastrarlo? E se mandassi Samanta al Commissariato a indagare? No, quest’ultima ipotesi è da escludere. Sia mai che trovasse qualcosa e decidesse di agire da sola. Ormai ho scelto questa strada e devo percorrerla fino in fondo. Da qualche parte mi porterà, spero.
Salto dentro l’ascensore ma ho appena premuto il pulsante per raggiungere il terzo piano che sento una voce all’ingresso. Il tono è fermo, autoritario e non appartiene all’uomo alla reception, ma a uno sconosciuto.
«La nostra camera», lo sento ordinare.
Non dice altro. Niente buongiorno, né per favore e io blocco le porte che si stanno già richiudendo.
Che sia lui?
Mi sporgo in avanti senza farmi vedere e focalizzo il nuovo arrivato.
Bingo! È proprio Dicenta. Non l’ho mai visto di persona e così da vicino ma in foto… Ho visto migliaia di sue foto e non c’è dubbio. È proprio lui. Un metro e settanta circa, occhi piccoli, capelli scuri con qualche spruzzo bianco ai lati, e magro. Tanto magro. Se non sapessi chi è lo scambierei per un ometto mezzo rachitico e insignificante. La voce al contrario… Quella è molto diversa ed emana tutta la pericolosità di un uomo che ambisce al potere e non si fa scrupoli a commettere dei crimini.
Dicenta comunque non è solo. Con lui ci sono tre scagnozzi di cui almeno uno armato – sospetto lo siano tutti e tre – e che non si preoccupa di nasconderlo. L’uomo ha le mani sui fianchi e pare mostrare apposta la fondina legata sotto l’ascella come fosse un avvertimento.
Per chi esattamente? Per il receptionist che ora è così rigido da sembrare un pinguino? O forse ci sono altri occhi che li stanno osservando?
Mi guardo intorno alla ricerca di ulteriori presenze, ma non scorgo nessuno. Deduco quindi sia a beneficio del pinguino e pare funzionare. Il tipo prende i documenti lanciandovi una sola occhiata, poi li restituisce senza registrare nulla e consegna la card della stanza ripetendo la tiritera ossequiosa e fastidiosa del “signore”.
«Grazie, signore. Scusi, signore. La sua camera, signore. Secondo piano, signore…»
Mi trattengo dallo sbuffare mentre deduco di non avere altro da udire, quando d’un tratto il pinguino afferma qualcosa che invece ha la capacità di attirare la mia attenzione più di quanto non abbia fatto finora.
«Come da Lei richiesto, la Spa numero uno è tutta sua per le prossime ore, signore. Sua e dei suoi amici, appena arriveranno».
Tendo l’orecchio e anche la testa per continuare a osservare la scena mentre trattengo il fiato. La Spa? I suoi amici?
«La numero uno?», domanda Dicenta, visibilmente alterato.
Ha i tratti del viso così tirati che posso quasi vedere le venuzze sotto la pelle delle guance scavate.
«Avevo detto che non volevo essere disturbato in alcun modo».
«E non lo sarà, signore, glielo assicuro», sussulta il pinguino che ora è più pallido di Dicenta. «Le due Spa sono indipendenti e separate. Impossibile accedere dall’una all’altra».
Dicenta tuttavia non è affatto rassicurato. Anche da qui vedo il suo sguardo saettare nervoso verso il gorilla armato e il povero pinguino si sdraia praticamente sul bancone, cominciando a gemere.
«Sono solo un dipendente», mugola con le dita intrecciate a preghiera. «Il padrone si sarebbe insospettito se avessi occupato tutti e due i centri benessere per tutto il giorno senza che risultasse un ospite di spicco. Ho dovuto, davvero. A meno che non accettiate di essere registrati».
Parole peggiori non poteva scegliere.
Dicenta diventa rosso di collera e per un attimo penso che il pinguino abbia appena pronunciato le sue ultime parole. E lo pensa anche il diretto interessato perché si nasconde di corsa sotto il ripiano della reception, dimenticando forse che è di cristallo e completamente trasparente. Per lunghi e gelidi momenti Dicenta continua a fulminarlo con gli occhi. Ha le vene del collo gonfie, le mano destra mezza alzata in una specie di segnale, mentre il poveretto trema come una foglia.
Deglutisco nervoso e serro i denti così forte che li sento stridere. Non vorrà davvero ammazzarlo? Nel caso dovrò intervenire ma… Dai, porca puttana, non può pensarlo sul serio. Dicenta è uno spacciatore non un pazzo assassino. O almeno lo spero.
Il silenzio, spezzato solo dai mugolii indistinti del pinguino e dagli sbuffi esasperati di Dicenta, si protrae per qualche altro secondo, poi d’un tratto quest’ultimo abbassa la mano e la tensione, almeno la mia, si spezza di colpo.
«Alzati, idiota!», ruggisce rabbioso, ma non più furioso. «E appena arrivano i miei ospiti, mandali da me».
Quello piega la testa due o tre volte, così forte che fra poco la vedrò staccarsi dal corpo e rotolare per terra e io tiro un sospiro di sollievo.
Ho visto e udito abbastanza ed è arrivato il momento di dileguarmi.
Mi ritiro nell’ascensore lasciando che le porte si chiudano e la cabina comincia a salire. Il grande specchio appeso alla stretta parete mi restituisce la mia immagine e non mi meraviglia di trovare sul mio viso un grande sorriso soddisfatto.
Chi non lo sarebbe al mio posto?
Quello che era iniziato come un disastro si sta rivelando un grosso colpo di fortuna. Devo solo andare in camera, chiamare il pinguino per riservare la Spa numero due, procurarmi un costume, cambiarmi e poi portarmi dietro tutto il materiale necessario per spiare l’incontro che avverrà a pochi metri da me. Materiale che ho qui ben nascosto in un doppiofondo del mio zaino.
«Lezione numero due, mia piccola allieva», sussurro come Samanta fosse qui.
Ci ho preso gusto davvero.
«Bisogna sempre essere preparati a ogni evenienza».
Do un colpetto alla borsa e nello specchio vedo il mio sorriso allargarsi sempre più.
Finalmente avrò le prove per beccare Dicenta e magari anche i suoi ospiti. Quanti saranno? E chi? Ci sarà anche quello che mi interessa di più? Sì, spero proprio di sì e ciò significa che non posso fallire, non stavolta.
Ma in fondo questa è una situazione perfetta. Cosa potrebbe andare storto?
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