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Mad Dog – Un dannato casino
Non so e non credo nemmeno di voler sapere per quale motivo lei sia qui. Perché ha disubbidito e fatto di testa sua ficcandosi e ficcandomi nei casini, non adesso almeno, ma Cristo, se questo stronzo non si allontana da lei, non solo si ritroverà senza falangi, ma anche senza occhi.
E non intendo fra qualche secondo, ma subito.
Il tipo però non si sposta, mi guarda in parte confuso, in parte sorpreso, in parte troppo sicuro di sé e ciò significa che sono stato poco convincente. E va bene. Riproviamo. In fondo si dà a tutti i condannati una seconda possibilità.
«Forse non sono stato chiaro», riprendo più affilato di un bisturi.
Finalmente il tipo ha una reazione. Solleva le sopracciglia e mi scruta sogghignante.
«Sei stato chiarissimo, invece. Se non la lascio mi spezzi le dita».
Vedi che non ha capito niente? Il problema delle persone è proprio questo, non ascoltano.
Mi spiace, ma io ce l’ho messa tutta.
Sospiro rassegnato, poi agisco. Con uno scatto mi insinuo tra lui e Samanta, poi mi accovaccio e mi sollevo di scatto. Il crack della sua mascella contro la mia nuca mi rimbomba nelle orecchie e, appena l’uomo si porta le mani al viso per il dolore, barcollando indietro come un ubriaco, lo mando a terra con un calcio. Il tonfo fa tremare il pavimento e ora l’uomo non è più tanto sicuro di sé.
Prova a parlare ma con la mascella rotta ciò che produce sono solo suoni inarticolati. Mi avvicino. I suoi occhi sono pieni di dolore e anche paura mentre lo scruto dall’alto al basso e ha ragione, perché se crede che io abbia finito qui, si sbaglia di grosso.
Mi accovaccio al suo fianco e gli afferro la mano, o meglio le dita. Le stringo tra le mie mentre lui tenta una minima resistenza ma cosa crede di fare? Ora sono io quello che sogghigna.
«Non ho detto: “lasciala o ti spezzo le dita”. Ho detto che lo facevo e basta», preciso. «Che tu la lasciassi o meno era ininfluente. Ormai l’avevi toccata».
Serro la presa pronto a portare a termine la mia minaccia quando Samanta mi ferma.
«No, non…»
Non dice altro forse perché mi sono appena voltato a guardarla e nei miei occhi sento ardere tutta la rabbia che sto provando, la stessa che sto per mettere nel mio colpo.
«Non, cosa?», le chiedo gelido. «Sai, vero, cosa stava per farti?»
Lei deglutisce, portandosi le mani intorno al corpo tuttavia si fissa sullo sconosciuto. Non so cosa vede, ma d’un tratto recupera la sua sicurezza ed è con essa che torna a parlarmi.
«Non è necessario. Sono…»
«Chi? Chi sei tu, anzi chi siete voi?»
Non sono stato io a interromperla, anche se mi sarebbe piaciuto vista la stronzata che stava per proferire. Un uomo è appena comparso dalla porta in fondo al corridoio, quella che dà accesso alla Spa numero due e non è solo. Con lui ci sono altri tre compari e tutti e tre ci puntano un’arma contro.
Serro i denti. Come supponevo, la nostra posizione si è appena complicata. E chi devo ringraziare? La donna che anche adesso non perde occasione per starsene zitta.
«Noi siamo ospiti che sono stati appena importunati da questo qui. È amico vostro?», domanda indignata con le mani sui fianchi e il petto in fuori come se il suo corpo non fosse già abbastanza in mostra.
E non parlo del fatto che è in costume, cosa normale in una Spa o piscina che sia, ma del fatto che indossa quel costume. Un due pezzi composto da una brasiliana e un top a triangolo che sembrano fatti apposta per eccitare qualsiasi uomo nelle vicinanze. Di sicuro eccitano me e il desiderio unito alla rabbia non è mai una bella combinazione.
Perché cazzo è conciata così? Possibile non si sia resa conto delle conseguenze? Conseguenze a cui io ora devo porre rimedio.
Lascio andare la mia preda e mi alzo in piedi, sbuffando verso i nuovi arrivati, poi prendo la parola e il controllo della situazione. Spero solo di non perderlo per primo questo cazzo di controllo.
«Non vogliamo guai. Né averne, né provocarne», spiego cercando di usare un tono più accondiscendente di quello che userei in un’altra situazione. «Ma lui le ha messo le mani addosso».
I tipi guardano il loro amico steso in terra e quello che ha parlato, una sorta di capo, mi fissa dritto negli occhi. Ha un’espressione neutra sul viso e questo lo rende ancora più pericoloso. Non riesco a capire se sia irritato o indifferente al mio comportamento.
«E tu lo hai pestato», dice semplicemente.
«Non si tocca ciò che è mio. E lei è mia», ringhio.
È una recita. Solo una merda di recita per salvarci la pelle, eppure ho appena pronunciato tali parole che qualcosa mi si smuove dentro. Una specie di senso di possesso. Una specie, ho detto, ma solo perché vederla spaventata e indifesa nelle mani di quel coglione mi ha fatto saltare i nervi, almeno tanto quanto le occhiate che il tizio e i suoi due compari le stanno riservando.
Hanno finito o no di spogliarla con gli occhi? Non vedono il loro amico gemente e dolorante con la mascella spaccata? Quanti altri connotati dovrò smontare entro stasera?
Mi sposto di lato così che siano costretti a guardare me e soltanto me poi arretro fino a chiudere Samanta tra il mio corpo e la parete. E non mi limito a bloccarla lì, ma mi schiaccio su di lei di modo che il mio corpo la protegga.
Lei trattiene il fiato, sussultando, ma non protesta – e vorrei anche vedere! – mentre io attendo la replica del mio avversario. Pare intento a riflettere sulla situazione, lanciando occhiate ai suoi compagni, poi a me, poi ancora all’amico sul pavimento, e io non gli metto fretta. Se riusciamo a evitare lo scontro è meglio per tutti. Prima perché loro sono armati e io no, secondo perché teoricamente sono qui per raccogliere delle prove, non per rendermi pericoloso agli occhi di coloro che devo spiare.
Questo esercizio di pazienza, però, mi sta mettendo a dura prova. Il respiro di Samanta mi colpisce il collo, le sue mani, chissà per quale motivo, si sono abbarbicate alle mie braccia e i suoi capelli, quei lunghi capelli che lo stronzo le tirava provocandole dolore, mi solleticano la schiena nuda. Sì, nuda perché anche io sono in costume visto che prima di tutto questo me ne stavo beatamente appostato nelle stanze a fianco a svolgere il mio lavoro, e quindi posso anche sentire i suoi seni morbidi con tanto di capezzoli turgidi, premere sui miei muscoli.
Serro i denti per placare l’eccitazione crescente che alimenta di pari passo anche la mia ira, ma non posso nulla per addolcire il mio tono.
«Non solo l’ha toccata ma le ha fatto male. Deve ringraziare di essere ancora vivo», tuono.
Nel proferire tali parole gli occhi di lei in quel momento mi tornano vividi alla mente e un’altra vampata d’ira mi scalda il sangue.
A ben pensarci quasi mi dispiace di essermi fatto fermare da Samanta.
«Lupo non voleva», si affretta a intervenire l’uomo.
Forse ha intuito che sono a un passo dal fregarmene di quelle pistole e finire ciò che avevo cominciato. «E non sapeva», mugugna. «Faceva solo il suo dovere. È una guardia del corpo e protegge il suo capo».
Il suo dovere un cazzo! Chi vuole prendere in giro? Ma se non mi do una calmata e oso ribattere ora, finisce male davvero e non solo per loro. Più stiamo qui e più è rischioso. Non devo dimenticare il mio obiettivo e non intendo mandare tutto a puttane per colpa di Samanta. Se arrivano altri scagnozzi, se continuiamo ad attirare l’attenzione, non solo ci esporremo a essere scoperti, ma rischiamo anche che Dicenta, Cattaneo e Furlan si insospettiscano e annullino l’incontro, spostandolo chissà quando e chissà dove.
Serro i denti mentre sopprimo un ringhio feroce. Se dovesse accadere Samanta me la pagherà molto cara. Altro che fare coppia con me e imparare i miei segreti. Si ritroverà a mettere timbri sulle denunce di scomparsa delle gatte in calore.
Richiamo a me ogni briciolo di autocontrollo e do l’unica risposta che può permetterci di andarcene da questo dannato sotterraneo.
«Certo, lo capisco», acconsento. «Per quanto mi riguarda è tutto a posto».
Mi prodigo persino in una specie di sorriso amichevole e quando l’altro fa altrettanto, tiro un sospiro di sollievo. Sospiro che tuttavia dura poco. Il tipo torna a parlare e non è ciò che mi aspettavo di udire.
«Per quanto mi riguarda invece non è tutto a posto».
Merda!
«Devo capire chi siete. Anche io faccio solo il mio lavoro».
L’uomo fa cenno ai suoi compari di recuperare il ferito e mentre quelli lo sollevano a braccia e lo trascinano via, estrae la sua pistola e ce la punta contro.
Doppia merda! E ora che mi invento? È troppo lontano perché io possa disarmarlo e non ho nulla per contrastare un proiettile. Nulla a parte un’idea folle. Un’idea che non è nemmeno mia ma che, porca puttana, è l’unica che ci resta.
E non posso credere che sto per farlo davvero, ma, o così, o un bel buco in fronte. Benissimo, vorrà dire che lei pagherà anche per questo. Per ora però, apriamo le danze.
Mi sposto di mezzo passo e lascio che Samanta venga allo scoperto, poi le circondo le spalle con un braccio, attirandomela contro.
«Come vi ha detto prima lei, siamo ospiti e come ho detto io, lei è mia», comincio e perché non vi sia alcun dubbio allungo il braccio in modo che la mia mano penzoli sulla spalla di Samanta quindi sfioro il tessuto liscio e setoso che le ricopre il seno.
Lo accarezzo con la punta delle dita, stuzzicando il capezzolo e quando lo sento creare un piccolo rigonfiamento sul costume, mi intrufolo sotto il triangolo e le racchiudo il seno nel palmo. Lei trattiene il fiato in un singulto, ma io non mi fermo.
Al contrario, continuo a toccarla senza mai smettere di fissare il mio avversario. Avversario che si sta distraendo dal suo compito. Guarda me, ma sempre più spesso la sua attenzione vira su Samanta e su quelle mie dita che si muovono sotto al suo costume. Sta funzionando e non è questo il momento di smettere.
«Siamo qui immagino per lo stesso motivo del vostro capo», proseguo. «Per rilassarci e divertirci un po’».
Mi posiziono dietro a Samanta schiacciando quello che è ormai un cazzo durissimo in mezzo al suo culo quindi con la mano libera le accarezzo la pelle liscia della pancia piatta. Mi muovo in cerchi concentrici poco sotto l’ombelico, ma a ogni cerchio guadagno terreno verso la meta più succulenta.
Ormai lo sguardo del mio avversario è tutto per lei.
«Ecco perché eravamo diretti in piscina. Ma la mia cara signora qui, si è persa».
«Persa?», chiede quello, socchiudendo gli occhi.
Con le dita ho appena sbattuto contro l’elastico della brasiliana e vedo il suo sguardo annebbiarsi di eccitazione.
Esatto, proprio ciò che mi serve.
«Persa», ripeto. «Ha problemi di orientamento, al contrario di me. Io vado sempre dritto all’obiettivo».
Sogghigno e nel pronunciare tali parole do all’uomo ciò che si aspetta e agogna. Supero l’esile barriera dell’elastico e scivolo a toccare Samanta in mezzo alle gambe, dritto nella sua carne calda, umida e pulsante.
Fanculo! Non è umida, è bagnata ed è un richiamo impossibile da ignorare così come il suo sospiro di piacere che mi colpisce i timpani con la stessa forza di una martellata.
Mi mordo le labbra quasi a sangue per resistere, ma come posso resistere se lei si scioglie letteralmente sui miei polpastrelli?
Sento i suoi umori bagnarmeli e, prima che me ne renda conto, un mio dito si fa strada nella stretta fessura. Si tuffa fino in fondo e mi procura tanta soddisfazione che il primo pensiero è di abbassarmi immediatamente il costume ed entrare dentro di lei.
Al primo pensiero però ne segue un secondo: cosa sto facendo? È una recita e non prevede di scoparmela. Tuttavia il mio corpo non sembra d’accordo con tale decisione e al primo dito se ne aggiunge un altro. Senza esitazione né remore mi spingo dentro la sua fica, una, due, tre volte, entrando e uscendo, affogando e riemergendo, quasi del tutto dimentico del motivo per cui ho iniziato tutto questo.
Quasi, perché mentre piccole scosse di piacere mi serpeggiano lungo la spina dorsale e si fa sempre più strada l’idea di liberare la mia erezione e prendermi ciò che voglio, con la coda dell’occhio mi accorgo che non è ancora sufficiente. Quella maledetta pistola è sempre puntata su di noi. Che cazzo aspetta ad abbassarla, che me la sbatta davvero? Magari davanti a lui e mentre si masturba. Sì, probabilmente gli piacerebbe, ma non a me e ora sono stanco della sceneggiata.
Alzo la testa e inchiodo il tipo con un’occhiata di fuoco mentre mi preparo a giocare la mia carta finale. Quella che uso solo in casi estremi… Come questo, praticamente.
«Allora, amico?», lo richiamo nervoso e non certo per finta. «Posso andarmene a scaricare l’incazzatura che il tuo compare mi ha procurato, oppure sei deciso a tenerci qui? Sappi che non solo non permetto a nessuno di toccarla, ma nemmeno di vederla nuda. Non a caso porto questa alla caviglia».
Indico il mio braccialetto di sorveglianza e il tipo si illumina in un lampo di consapevolezza. Finalmente si decide ad abbassare l’arma e anche a mollare la presa.
«Certo, amico», mi rifà il verso. «Ma occhio a evitare che ficchi ancora il naso dove non dovrebbe».
L’unico posto dove in questo momento sto pensando di farle ficcare il naso…
Mi mordo il labbro prima di finire la frase, stavolta davvero a sangue e il dolore mi aiuta a recuperare la lucidità, o almeno quel tanto che basta per non mettere in pratica subito e qui tutte le fantasie che mi stanno passando per la testa, quindi ritiro le mie mani da Samanta.
Non del tutto in realtà, giusto il necessario per smettere di udire i suoi gemiti, ma col cazzo che mi allontano da lei. Non ho solo paura di cosa potrebbe fare, ma negli ultimi minuti mi si è scatenato dentro un devastante senso di possesso.
Me la tengo quindi appiccicata contro stringendola per le spalle e torno a rivolgermi al mio avversario.
«Grazie della comprensione».
Gli strizzo persino un occhio poi, più veloce che posso, entro in ascensore trascinandomi dietro Samanta e la sua stupida valigia.
Che merda ci fa con una valigia? Anzi, torniamo alla prima vera domanda. Che merda ci fa qui?
Ora che le porte si sono richiuse e la cabina ha cominciato a salire allontanandoci da occhi e orecchie indiscrete, vorrei finalmente dare sfogo a tutto ciò che finora ho tenuto ben represso dentro, ma non posso. Cristo Santo, non posso perché se lo facessi succederebbe un disastro. Altro che spezzare le dita a uno scagnozzo di Dicenta o affrontare un criminale armato di pistola. Mi trasformerei in un vulcano in piena eruzione con tanto di schizzi di lava così bollente da sciogliere la lamiera dell’ascensore. E non parlo solo della collera che preme per venire liberata, ma anche del mio uccello che smania per essere soddisfatto.
E allora serro bene le labbra per evitare che anche un solo respiro sfugga al mio controllo mentre tento disperatamente di recuperare la calma. Cosa non facile visto chi è con me in questo ascensore e dove ho ancora le mani. No, non tra le sue gambe, ma sulle sue spalle, tuttavia la differenza è poca. Mi sta troppo vicina e sono ancora fottutamente eccitato oltre che incazzato.
Quando poi lei sospira di sollievo e si gira verso di me con un sorriso a piegarle le labbra, la mia pazienza s’infrange come un vaso di cristallo che cade al suolo dal centesimo piano di un palazzo.
E non mi fermo. Porca puttana non fermo né le mie mani né tantomeno le mie parole perché non può combinare una cosa simile e sorridere. Non con me.
La spingo rudemente contro la parete come stava facendo quel tizio quando sono arrivato a salvarla. In realtà quello stava per spogliarla, ma preferisco ignorare il dettaglio. Inoltre lui le faceva male, mentre io non sto usando la forza. Voglio solo renderle chiaro un concetto.
«Che intenzioni avevi lì sotto? Stavi per farci ammazzare».
Non sto urlando, affatto. La mia voce mi esce roca e graffiante direttamente dal petto, ma così è ancora peggio e Samanta se ne rende conto. Il suo sorriso muore all’istante e lei abbassa il capo, colpevole. Non mi impietosisce, nemmeno un po’. Abbiamo rischiato troppo perché io gliela faccia passare liscia.
«Tati, merda! Non dovevi entrare, per alcun motivo. Hai visto che è successo e hai visto che quelli non scherzano. E il costume, la valigia?»
Ora che ho aperto la diga è quasi impossibile per me smettere e viene tutto fuori con la stessa potenza di un’onda anomala alta venti metri.
«Non dovevi scendere da quella cazzo di macchina», sbraito.
Non doveva per alcun motivo, eppure ero stato chiaro e i fatti mi hanno dato ragione. Ma lei, no, doveva fare di testa sua. E continua ancora adesso con lo sguardo ferreo che sempre la contraddistingue e senza alcuna paura, nemmeno della mia ira o delle parole pungenti che le sto vomitando addosso. Anzi, esse paiono rianimarla.
Mi schiaffeggia la mano e si libera dalla mia presa, o meglio, le permetto di allontanarsi perché stare a contatto continua a non essere sicuro. Anche adesso non posso fare a meno di guardare le sue labbra che si arricciano in una smorfia sdegnosa e desiderare di morderle, per poi entrare nella sua bocca e sentire il suo sapore sulla lingua e poi saggiare un altro sapore, quello che ancora porto sulle dita. Voglio leccare, succhiare e bere ogni goccia del suo piacere e poi unire il mio al suo mentre i nostri corpi sudati s’intrecciano l’uno all’altro.
«Dovevo invece», sbotta lei e la mia attenzione torna alla conversazione, o almeno il novanta per cento di essa.
L’altro dieci continua a fantasticare.
«E ho sbagliato è vero, ma è stato per un buon motivo».
Un buon motivo? So io qual è questo buon motivo.
«C’ero io qui. Me ne occupavo io. Tu non servivi».
E dopo quanto accaduto la sfido a sostenere il contrario. Eppure lo fa eccome.
«Certo che servivo, avevi bisogno di me».
Ha veramente detto che avevo bisogno di lei? Rido perché non posso fare altro, ma non c’è ilarità nel suono che mi esce dalla gola, solo tanta amarezza. Io bisogno di lei? Perché? Perché lei è una poliziotta e io no?
«E per cosa avevo bisogno di te, per una scopata?», le sputo contro.
Questa è davvero pessima, persino per me. Non è mia abitudine rivolgermi così a qualcuno tantomeno a una donna ma, fanculo! Sono al limite. Il sangue mi scorre veloce nelle vene, il cazzo mi pulsa nel costume ed è ormai troppo tardi per ritirare quanto proferito. È troppo tardi per tutto anche per richiudere queste dannate porte dell’ascensore che si sono appena aperte sul piano della piscina.
Il corridoio è perfettamente illuminato e quattro uomini sono intenti a fissarci.
Non so chi siano, non ho modo di voltarmi e focalizzarli ma Samanta sì. Si gira verso di loro poi compie un gesto totalmente inspiegabile. Mi si lancia contro, mi circonda il viso con le mani e mi bacia.
Mi bacia, porca puttana, labbra su labbra, in un momento in cui io sto già andando a fuoco e Dio solo sa come riuscirò a fermarmi. Anzi se riuscirò a farlo, perché appena i miei denti pizzicano quei due pezzi di carne morbida, il fuoco divampa in un vero incendio.
Prendo la testa di Samanta tra le mani, intrecciando le dita ai suoi capelli, schiacciandola contro di me così che niente e nessuno possa allontanarla e non mi importa più se ci stanno guardando o del perché mi è saltata addosso. Non mi importa della piscina, della missione, di Dicenta e dei suoi amichetti. Mi importa solo di bere il suo respiro. Un caldo e inebriante respiro che mi scende lungo la gola e mi invade il petto facendomi desiderare di più. Molto di più.
Avevo detto che un bacio tra me e lei non sarebbe stato nulla di semplice e avevo ragione più di quanto credessi, perché questo bacio… È un dannato casino.
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