MAD DOG
Capitolo 21 di 34

Scritto il 01/09/2026
da MARIKA SM


⏱ ~19 min · 3741 parole

Mad Dog – Diverso dal solito

 

Sono davvero uno stronzo egoista. Pretendo lei sia mia, tuttavia non voglio essere suo.

Il problema però non è il volere, ma il potere. Come posso appartenerle se non appartengo nemmeno a me stesso? Se il mio futuro e tutto ciò che sono è appeso a un filo? Domani potrei essere morto o di nuovo in prigione. No, non posso legarla a me, né adesso né dopo. Insomma, qualsiasi cosa ci sarà nel dopo, ma anche avessimo successo, anche tornassi a essere libero, non sarò mai ciò che ero. Resterò sempre in parte il cane rabbioso che sono e lei non si merita uno come me. Lei è luce e non può essere offuscata dalla mia oscurità.

Insomma, guarda come ha reagito alle mie parole. Mi meritavo un bel vaffanculo e invece lei ha avuto un solo attimo di incertezza, uno solo, per poi chinare il capo in un segno di assenso e tornare la Samanta di sempre: forte, battagliera, sicura di sé. Chi altri ne sarebbe stato in grado?

Nessuno. Lei è davvero unica per questo il meglio che posso fare adesso è trovare chi vuole ucciderci, a cominciare proprio dall’uomo che lei stessa ha appena nominato.

Domenico Furlan!

«Perché sospetti di lui?», domanda.

«Perché Furlan era sposato e sua moglie aveva un fratello, un tale gallerista morto ammazzato di nome Emilio Guercini».

Samanta spicca quasi un salto dalla sorpresa.

«Furlan e Guercini erano cognati?»

«Sì e dopo la morte del cognato la carriera di Furlan è schizzata alle stelle. Prima non se la cavava male, ma niente in confronto a dopo. Improvvisamente cominciò ad avere grandi commesse. A essere molto stimato, onorato… Il suo nome era su metà dei cantieri sparsi per la Regione e oltre ed ebbe anche la sua bella cattedra all’Università. Coincidenza? Non lo so, ma non si può dire che il lutto gli abbia fatto male».

Samanta piega la testa di lato, pensierosa.

«No, ma questo come lo collega a mio padre e alla morte di Guercini?»

Serro i denti. Già, come?

«È ciò che non sono mai riuscito a scoprire», affermo scacciando ogni possibile esitazione. «Ma Furlan il giorno della morte del cognato era stranamente irreperibile, come se fosse scomparso dalla faccia della Terra. La moglie ne aveva persino denunciato la scomparsa. Lui si giustificò dicendo che era fuori città, impegnato in alcune riunioni e l’allarme era dovuto a una la moglie apprensiva, ma non si era mai sentita scusa più ridicola né vista coincidenza più strana. No, il mio istinto mi ha sempre portato a sospettare di lui in questi anni. Deve entrarci qualcosa».

Trattengo il fiato in attesa della sua reazione. Samanta corruga le sopracciglia poi scende dal letto su cui era tornata seduta e comincia a camminare per la stanza. Compie tutto il perimetro camminando svelta e a grandi passi mentre si morde nervosamente le unghie e di tanto in tanto borbotta qualcosa. Non la interrompo. Prima di tutto perché sta riflettendo, seconda cosa perché è buffa. Mi incanto a guardare il suo corpo snello che quasi balzella come una cerbiatta da una parte all’altra. I capelli sono spettinati e la maglietta troppo lunga di Sonia le arriva quasi alle ginocchia ma non per questo è meno sexy. Emana grazia, bellezza, intelligenza, quasi fosse una creatura eterea. Eterea Samanta?

Sorrido del pensiero bislacco. Devo essere ridotto male se quell’esserino cazzuto e rompipalle mi appare celestiale e ancora più male se sto davvero sorridendo come fa lei, senza senso e a sproposito.

Ecco cosa mi accade a causa di questa donna: perdo me stesso.

«Ok, quindi Guercini viene torturato e ucciso», comincia a parlare lei e io ritorno bruscamente alla realtà.

Una realtà dove invece devo restare lucido.

«Fatto a pezzi da qualcuno che è un vero sadico», continua facendo un breve riassunto. «Poi sappiamo di mio padre che si era incontrato con Guercini alcune volte prima di essere ucciso. Quindi Furlan comincia a fare carriera, a essere ricco e importante. Anni dopo denuncia la corruzione nell’Ordine e tra i suoi colleghi con relativa collusione malavitosa. Riceve la scorta e nel frattempo diventa anche uno dei boss che controlla il giro di droga nella regione insieme a Cattaneo e Dicenta. In tutto ciò è implicata anche la polizia, ma non sappiamo né chi, né come. Sappiamo solo che il mio ritorno ha dato parecchio fastidio e ancor più la mia collaborazione con te tanto che ora vogliono ucciderci».

«Ucciderti», preciso. «Di me non so quanto gli importi. Se muoio meglio, ma altrimenti chi se ne frega. Mi hanno lo stesso in pugno».

«Be’, a me importa», sbuffa lei. «Ma evitiamo l’argomento o non ne usciamo più. Questo è tutto, giusto?»

Mi fissa in attesa della mia conferma, ma no, non è tutto. Solo che ciò che manca riguarda direttamente suo padre per cui devo stare molto attento a scegliere le parole giuste.

«Prima che riuscissero a incastrarmi e fossi quindi costretto a concludere le mie indagini, scoprii un'altra cosa importante».

«Riguardo a mio padre».

Non è una domanda ma un’affermazione. Come diavolo l’ha capito?

«I muscoli del viso si sono contratti in una smorfia. Ho imparato che quando temi di dirmi qualcosa assumi un’espressione più arcigna. Ho fatto due più due», ammette, sollevando le spalle.

E come sapeva che me lo stavo…

«E se vuoi sapere come sapevo che te lo stavi chiedendo…», mi interrompe di nuovo. «Di nuovo, ho solo imparato a leggere le tue smorfie».

Il che significa che sono proprio nella merda.

Incrocio le braccia al petto e la scruto di traverso.

«Hai finito? Posso parlare?»

«Sì e non temere di ferirmi o altro. Sono pronta a qualsiasi cosa», afferma sicura.

Lo so, lo vedo nel suo sguardo che non ammette altri tentenamenti da parte mia.

«Non è nulla di spaventoso o che infanga la memoria di tuo padre», la rassicuro. «Semplicemente avevo scavato nei rapporti tra lui e le gallerie d’arte. Non era un appassionato».

«Mio padre e l’arte erano due mondi paralleli. Gli piaceva la musica, ma la pittura… No, decisamente no», scuote il capo.

E questo conferma ciò che scoprii allora.

«Sì, esatto. Per questo mi chiesi cosa potesse volere da un gallerista. Cercai di capire se fossero vecchi conoscenti, compagni di scuola, parenti o se i figli fossero andati a scuola insieme, che so, ma niente di tutto questo. A parte quei due incontri non ho trovato legami».

«E se fosse il contrario?», ipotizza lei riprendendo il suo cammino in cerchio. «Se non era mio padre ad aver cercato Guercini, ma lui ad aver cercato papà?»

Non la seguo.

«E per cosa? Tuo padre era un operaio».

Mi pento all’istante dell’uscita infelice. E per fortuna che mi ero ripromesso di stare attento alle parole.

«Tati, non intendevo…»

«Ho capito cosa intendevi», mi anticipa per nulla offesa. «Che poteva volere un gallerista con la puzza sotto il naso, abituato all’alta società, da uno che lavorava in fabbrica?»

Sì, era proprio per questo e anche se lei è fantastica e ha capito al volo, mi sento lo stesso un verme. Per questo ciò che dico subito dopo non ha nulla a che vedere con i nostri ragionamenti, ma solo con il tentativo di rimediare.

«Sono sicuro che avesse le sue competenze. Qualcosa che lo distingueva da tutti gli altri».

Come detto è solo un tentativo di rimediare alla mia mancanza di tatto, eppure lo sguardo di Samanta s’illumina all’improvviso. Corre da me e mi prende le mani tra le sue.

«Papà non era operaio. Faceva l’operaio», esulta con un sorriso pieno di ammirazione nei miei confronti, come se fossi chissà quale genio.

Non capisco.

«E quindi?»

«E quindi lavorava lì, ma le sue competenze erano altre. Era un esperto di decriptazione».

«Un cosa?», domando con gli occhi sgranati.

«Decrip…»

«So cosa significa», la blocco. «Intendo. Che cazzo ci faceva in fabbrica un esperto di decriptazione di codici?»

«Perché al mondo esistono le merde che se la prendono con le brave persone», sbuffa.

Sì, ne so qualcosa.

«Prima che io nascessi lavorava in una grande azienda come esperto informatico», comincia a raccontare. «Finché si licenziò e cambiò lavoro. Fu costretto. Il suo capo era un ricco arrogante assetato di potere e mio padre aveva troppa coscienza e scrupoli per lavorare con uno come lui. Solo che al suo capo non andò giù ricevere una lezione morale da un semplice informatico e ancor meno cedere alla concorrenza un elemento molto valido, così fece in modo di fargli terreno bruciato intorno. Si inventò accuse di furto, spionaggio industriale… Non furono mai provate ovviamente, visto che era tutto falso, ma la sua reputazione fu rovinata. Papà non riuscì più a trovare lavoro e finì in fabbrica. Tuttavia la decriptazione di codici era la sua passione. A casa, nei ritagli di tempo, non smetteva mai di lavorare su quella».

Cristo santo! Che sia davvero questo il collegamento?

«Tati», la chiamo con la speranza che mai come adesso è stata tanto viva in me. «Sai il nome dell’azienda per cui lavorava?»

Lei sbatte gli occhi.

«Cosa te ne fai di quel nome? È roba vecchissima».

Non così tanto.

«Se davvero è stato Guercini a contattare tuo padre, come ha saputo di lui? Come sapeva chi fosse e cosa fosse in grado di fare? Possiamo partire da qui. Trovare il collegamento e poi magari capire il perché».

Ora mi segue.

Inspira l’aria tutta insieme poi a si guarda intorno alla ricerca di non so cosa. Slaccia le mani ancora racchiuse nelle mie e corre fuori dalla camera. Tempo un minuto, o forse mezzo, e ritorna ancora da me, perlustrando ogni angolo. Su accuccia persino sul pavimento, con il culo all’aria e il busto sotto al letto, tra l’altro fornendomi un eccitante spettacolo delle sue curve strette nei leggins che magari le staranno pure lunghi, ma di certo non larghi.

«Hai perso qualcosa?», indago.

«Un computer», afferma. «Sonia deve avere un computer. Possiamo usare quello per compiere le nostre ricerche».

Sta piegata a pecora a cercare un pc?

«E lo cerchi sotto al letto?», la sfotto.

«Magari non lo usa più e lo ha riposto qui sotto».

«O magari è un portatile e, come tale, lo porta via con sé», le suggerisco.

Lei scuote la testa con vigore.

«No, deve essere qui. Aiutami!»

Ma io voglio aiutarla solo che non a cercare uno stupido computer e non in posti ridicoli. La raggiungo e afferrandola per i fianchi la sollevo di peso. La rimetto in piedi e la giro in modo che mi guardi negli occhi e smetta di agitarsi.

«Non ci facciamo niente con un computer. Tutto ciò che ci serve è un cellulare».

«I nostri li abbiamo buttati per non essere rintracciati».

Me lo ricordo molto bene, ma non stavo parlando dei nostri.

Vado ai miei vestiti, quelli che avevo a casa del ragazzetto rompicoglioni. Infilo una mano nella tasca posteriore dei miei pantaloni e ne estraggo un telefono usa e getta.

Samanta sbatte gli occhi, poi scuote il capo.

«Quindi non solo gli hai scassinato la serratura e rubato la pistola. Pure il telefono».

«Un telefono, non il. Non è il suo e fossi in te mi chiederei perché il tuo amichetto ha uno di questi così irrintracciabili, ma devo ricordarti che tu lo hai lasciato svenuto in mezzo a un bosco e in mutande?»

«Perché dai per scontato che portasse le mutande?».

Non so se Samanta nota prima il mio sguardo riempirsi di collera, o la mia gola emettere uno strano verso ferino, ma ciò che so è che si affretta ad alzare le mani in segno di resa mentre si allontana di un passo.

«Scherzavo! Scherzavo! Aveva le mutande e comunque era troppo buio e non ho visto proprio nulla mentre lo spogliavo».

Se stava cercando di migliorare la situazione, direi che invece l’ha peggiorata.

«Quindi non hai visto ma hai toccato», affermo, sentendo qualcosa rasparmi in gola.

Qualcosa tipo le fiamme di un drago sputafuoco, ma Samanta scoppia a ridere e prima che io possa aggiungere altro me la ritrovo con le braccia al collo e un sorriso che illumina non solo il suo viso, ma anche il mio.

«Non sapevo ancora di essere tua. Ora che lo so, non spoglierò altri che te».

Mi sta prendendo in giro. Ne sono consapevole e di solito mi arrabbierei, invece d’un tratto ho solo una voglia bruciante di baciarla. E forse non dovrei, insomma, il tempo non è nostro alleato e se le mettessi le mani addosso non so dove finirei, ma un bacio, un solo e veloce bacio me lo concedo.

Ed eccolo qui il mio errore. Un contatto tra noi non è mai stato veloce nemmeno prima. Come può esserlo adesso che ho provato la sensazione di farla mia?

Appena le nostre labbra si sfiorano, la passione esplode improvvisa e la mia lingua cattura la sua in una danza erotica e frenetica. Samanta ha una bocca… Dolce, calda, morbida, succulenta e non vedo l’ora di entrarci dentro. Di sentirla che mi lecca, mi succhia, mi prosciuga fino a bere ogni mia goccia.

Porca puttana, come mi piacerebbe! Così tanto che un fremito mi scuote fin nelle viscere all’immagine che mi si crea in testa e il cazzo mi diventa duro sbattendo contro la zip dei pantaloni, ma… Ma no. Ho ancora qualche neurone lucido e sono consapevole che questo doveva essere solo un bacio. Un bacio a cui porre subito fine prima di andare troppo oltre. Le mie mani sono già senza controllo. La sollevano fino a farla aderire a tutto il mio corpo e mentre lei allarga le gambe circondandomi la vita e appoggiandosi al mio cazzo, si insinuano nei suoi slip per affondare le unghie nella carne morbida e calda delle sue chiappe. Da lì alla fica il passo è breve e…

Cristo! Cristo! Ho bisogno di scoparla ancora.

Eppure quei pochi neuroni sopravvissuti, non so come, riescono a ricordarmi che devo fermarmi, a ogni costo, con ogni mezzo.

Richiamo ogni grammo di forza di volontà di cui dispongo mentre lotto con il mio stesso corpo e quando finalmente vinco la mia battaglia, quando convinco le mie dita a lasciarla andare e la mia bocca a fare a meno della sua, sono così frustrato che quasi aggredisco Samanta.

Senza il quasi. Le ringhio proprio contro.

«Non saltarmi più addosso così».

Lei sbatte gli occhi confusa per poi fissarmi con sguardo colpevole, quanto malizioso.

«E tu smettila di baciarmi come fosse in gioco la tua vita».

Impossibile visto che lei ora è la mia vita. Tuttavia non mi sono appena violentato solo per cominciare a discutere, quanto per riprendere da dove ci eravamo interrotti.

Mi allontano da Samanta il più possibile, per dare il tempo al mio cuore di recuperare un ritmo normale, poi accendo il cellulare rubato al pivello.

«Mad», mi richiama lei prima che io possa premere un solo altro tasto. «Sicuro Milo non si sia accorto del furto e non abbia un modo per localizzarlo?»

No, non lo sono, ma un telefono ci serve.

«Dobbiamo correre il rischio», taglio corto. «Allora dimmi. Che cosa sai dell’azienda in cui lavorava tuo padre?».

«Tutto!», esclama lei entusiasta. «So tutto, persino il nome del cane del proprietario».

Non ce ne frega niente del nome del cane, ma tutto il resto sì, e sto per rispondere con lo stesso entusiasmo quando accade qualcosa che invece mi spezza il respiro in un sussulto di paura: il cellulare che ho in mano comincia a squillare e quel rumore mi arriva fin dentro le ossa.

Samanta si precipita subito da me e sul volto ha scritta la stessa identica domanda che mi rimbalza in testa.

Chi diavolo è?

«Rispondiamo?», mi domanda in un sussurro come se usare un tono più alto ci facesse udire da chiunque stia chiamando.

Rispondere a una chiamata che arriva su un telefono usa e getta rubato a un poliziotto?

«No», è la mia risposta secca.

Ma la mia voce sta ancora echeggiando nella stanza che il telefono ammutolisce da solo, salvo poi vibrare per l’arrivo di un messaggio subito dopo.

«Rispondete, sono io. M.», legge Samanta.

Mi sta praticamente in braccio mentre tiene gli occhi puntati sul display.

«”M” vuol dire Milo».

“M” vuol dire tante cose.

«Tati, non possiamo…»

Un’altra vibrazione e stavolta non c’è alcuna possibilità di fraintendimento.

«E grazie di avermi lasciato mezzo nudo e svenuto in mezzo al bosco».

Sì, è decisamente Milo. Ma ciò non significa che possiamo fidarci.

Per questo quando l’apparecchio riprende a squillare e Tati è già pronta ad accettare la telefonata sollevo il braccio in modo che lei non vi arrivi.

«Mad, è Milo», sbuffa.

«Sì, esatto e sei stata tu ad abbandonarlo perché non ti fidavi più», sottolineo. «Non ti fidavi a tal punto che mi hai tramortito colpendomi sulla ferita con un bastone ».

Se solo ripenso al dolore che ho provato mi sento ancora male e che io sia dannato se le permetterò ora di tornare indietro.

«Non l’ho lasciato lì perché non mi fidavo più di lui. Sì, viste le circostanze mi erano venuti dei dubbi e mi dava fastidio il suo continuo cercare di allontanarmi da te, ma a mente fredda posso essere sicura al novanta per cento che Milo è innocente. Ingenuo, sprovveduto magari, ma non corrotto. E l’ho abbandonato perché tu eri ferito e non potevi sobbarcarti il suo peso nella fuga. Tra lui e te ho scelto te e lo sai benissimo».

Lo so, ma fa comunque effetto sentirmelo dire tanto che il cuore mi salta un battito e sono costretto a concentrarmi sulla discussione in atto e su un terzo messaggio.

“Ho bisogno di parlarvi e incontrarvi”.

Certo, come no. Nemmeno lo leggo ad alta voce in modo che a lei non prendano strane idee.

«I dubbi sono comunque dubbi e sono ciò che ci ha tenuto in vita», riprendo il discorso. «Potrebbe essere una trappola».

«Forse», insiste lei. «Ma quel telefono non può essere rintracciato altrimenti Milo e i suoi presunti complici sarebbero già qui, quindi almeno sentiamo cosa deve dirci. Magari possiamo farci aiutare ancora per le indagini».

«Farci aiutare ancora?»

Il mio è quasi un ringhio e non solo Samanta sobbalza, ma pure io. Non volevo essere così scontroso, ma l’idea mi incendia il sangue.

«Tu starai lontana da Milo non meno di qualche chilometro».

«È la tua gelosia a parlare oppure l’ex poliziotto?».

Non c’entra nulla la gelosia. Quasi nulla in realtà, ma non è certo la motivazione principale.

«L’ultima volta che siamo ricorsi a lui non è finita bene e non importa se lui ci ha traditi oppure è stato così inetto da farsi seguire, il risultato è che per poco non ci rimettevamo la pelle. Mi sono preso una pallottola per evitare che colpisse te», le rammento. «Quindi perdonami se non sono così propenso a rischiare ancora. Ho due gambe ma almeno una la voglio sana. E a te invece ti voglio tutta sana».

«L’altra volta, l’idea di rivolgerci a lui è stata tua», sottolinea lei.

Appunto. Non commetto mai lo stesso errore due volte, ma visto che lei insiste nel cercare di strapparmi il telefono, è il caso che io sia più chiaro.

Mi chino vicino al suo viso perché possa guardarmi non nelle iridi, ma direttamente nelle profondità del mio bulbo oculare poi scandisco parola per parola.

«Dovrà evaporare tutta l’acqua sul pianeta prima che io permetta ancora a quel pivello di aiutarci».

«Merda!», impreca, poi piega le labbra in un broncio e forse è questo a distrarmi.

Solo un millesimo di secondo ma quanto basta perché lei, aiutandosi con il letto, compia un balzo e mi rubi il cellulare dalle mani.

«Tati!», tuono, gettandomi su di lei, ma è troppo tardi.

Il telefono squilla per la terza volta e lei risponde al volo fuggendo via dalla camera come una gazzella. Inutile inseguirla. È troppo veloce e io zoppicante a causa della ferita.

Ecco che cosa si guadagna a perdere la testa per una capocciona. Solo un mucchio di guai.

«Tati», urlo con tutta la voce che possiedo.

Ma lei non è dall’altra parte della casa o chissà dove. Lei è ferma sulla soglia con il telefono ancora premuto all’orecchio e i tratti piegati in una maschera di angoscia. Le pupille sono dilatate, gli occhi spalancati, la pelle pallida.

Con un balzo, e fanculo alla gamba, sono da lei.

«Che succede? Stai bene?»

Mi fissa sconvolta.

«Io sì», balbetta.

Lei sì? E quindi chi invece no? Chi hanno colpito per arrivare a noi? Perché è questo che è successo, me lo sento. La bocca mi si secca mentre rabbia e frustrazione si mescolano in un mix esplosivo.

«Chi?», la incalzo prendendola per le spalle.

Lei deglutisce e infine si decide a fare quel nome.

«L’ispettore Bonfigli. Ha avuto un malore in ospedale. È in coma».

Malore un corno.

Fanculo! Fanculo, fanculo, fanculo! Lo hanno fatto ancora. Hanno ancora fatto del male a qualcuno a me vicino per annientarmi. Qualcuno che non c’entrava proprio niente con tutto questo. Qualcuno che in questi ultimi cinque anni forse è stato il mio unico amico.

Mi giro di scatto e scaglio un pugno contro il muro con tutta la forza che ho. Non solo l’intonaco si sgretola sotto il mio colpo ma anche le mie nocche si macchiano di sangue. Eppure il dolore alla mano non può aiutarmi a distrarmi da quello che mi sta scavando un buco nel petto. Non è minimamente paragonabile.

«Mad?», sussurra lei, toccandomi dolcemente la spalla. «Che facciamo?»

Che facciamo?

Me lo ripeto due o tre volte mentre mi aggrappo al suo tocco per concentrarmi e studiare una strategia. Loro non si fermano davanti a niente e nessuno. Ebbene nemmeno io.

«Andiamo a incontrare Milo», tuono.

«Ma avevi detto…»

«Che non voglio il suo aiuto, infatti. Quello che voglio sono informazioni e non sarò accondiscendente come due giorni fa. Se ha qualcosa da nascondere, glielo farò sputare fuori a pugni».

«Lo chiami essere accondiscendente il tuo comportamento di due giorni fa?», borbotta lei.

Oh sì. Samanta non ha idea di che cosa davvero posso diventare quando perdo il controllo e non lo sa perché nemmeno io ne sono davvero consapevole. Nemmeno io so fin dove potrei spingermi se qualcuno facesse del male a lei.

«Hai un’espressione paurosa», mi fa notare lei spezzando i miei pensieri. «Peggiore del solito», mi sfotte.

Certo perché non è più come al solito. Ora è tutto diverso. Ora ho lei.

 

 

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