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Mad Dog – Imprevisti
Lì fuori ne può trovare altre come lei. Che stronzata! Grande almeno come quella di trascinarla qui e averla. Grande come quella di averle quasi permesso di dire ciò che le leggevo negli occhi.
Cristo Santo! Quegli occhi mi stavano uccidendo e non oso immaginare come avrei reagito alle sue parole, per questo ho dovuto interromperla. E comunque adesso abbiamo cose più importanti di cui occuparci.
Cattaneo sta arrivando.
Non ho finito nemmeno di pensarlo che qualcuno bussa alla porta del bagno con insistenza e anche parecchia maleducazione.
«Ehi, tesoro. Sei ancora lì?»
Il tesoro è qui, ma è il mio tesoro e non glielo cedo.
Faccio cenno a Tati di restare in silenzio e non muoversi ma, prima che io possa uscire, mi mette la fialetta di veleno davanti alla faccia.
Cosa dovrei farci? Crede davvero che io abbia bisogno di drogarlo?
Lei deve intuire il mio pensiero. Mi tira per il braccio e mi sbatte la fialetta nel palmo con espressione truce.
«Se lo picchi ci sguinzaglierà altri problemi alle calcagna», sussurra pianissimo eppure fin troppo forte per i miei gusti. «Se lo avveleni, poco più che ricorderà cosa è successo. Dieci gocce lo stordiranno con tanto di allucinazioni, venti si sentirà parecchio male, trenta e finirà in coma irreversibile nel giro di un’ora».
Cattaneo torna a bussare.
«Ho capito, vuoi che venga a prenderti», sghignazza mellifluo.
Tati ha ragione. Non possiamo crearci un altro nemico quindi non solo devo usare la Belladonna, ma anche in modo che lui non sospetti chi siamo veramente. Peccato! Ho le mani che mi prudono dalla voglia di menare uno o due pugni. Magari la prossima volta.
Stringo le dita intorno alla fialetta ed esco dal bagno. Il problema è che anche Tati mi segue e, nonostante la mia occhiataccia, non fa cenno di tornare a nascondersi. Si posiziona invece davanti al lavandino e mi fa cenno di celarmi dietro una colonna vicino all’ingresso. Crea una piccola rientranza nella parete laterale ed è perfetta per prendere qualcuno alle spalle. Talmente perfetta che è dove mi sono nascosto quando ho preso di sorpresa lei.
«Vuoi fare da esca?» le chiedo.
In realtà ciò che le ho appena domandato è se è pazza e sto cercando di usare tutta la mia autorità su di le sia con lo sguardo che con la postura del corpo, per farle cambiare idea. Ma quale autorità. Tati ha fatto e sempre farà quel che cavolo le pare, anche con me e incazzarmi non servirà a nulla.
Alzo gli occhi al cielo e mi sistemo nella nicchia proprio nel momento in cui la maniglia si abbassa. Quando Nico fa il suo ingresso ciò che trova è una ragazza piegata in avanti verso lo specchio intenta a rimettersi a posto i capelli e a mostrare il culo. Non posso vedere lo sguardo del nuovo arrivato da dove sono, ma so che punta proprio su di esso, così come so anche che scivola sulle sue gambe per poi tornare sul culo, immaginando di scoparsela almeno due volte prima di domattina.
Quante gocce per il coma irreversibile? Trenta? Il trenta viene prima o dopo il dieci? No, perché all’improvviso non so più contare.
«Ti piace farti rincorrere, vero?», sogghigna Cattaneo.
Tati si volta verso la porta e con fare seducente gli sorride. Non è uno dei suoi soliti sorrisi, ma è abbastanza per attirare il pollo verso di lei e farmi sbattere i denti con forza.
«Mi piaceva capire se saresti venuto», pigola e i miei denti stridono.
«Oh, ma verrò eccome».
Forse ho appena spaccato un molare.
«Magari nella tua bocca?»
No, magari no.
Attendo che Cattaneo compia un secondo passo e gli piombo alle spalle.
Gli afferro un braccio piegandogli con violenza dietro la schiena poi lo sbatto contro uno dei lavandini. Gli schiaccio la guancia contro il ripiano e gli arrivo con la faccia all’orecchio.
«Forse, caro il mio stronzo, non ti è chiaro. Lei non devi toccarla».
«Figlio di… Lasciami!», esclama, dimenandosi. «Lasciami o chiamo…»
«Chi? I tuoi amichetti di prima? No, non qui. E anche venissero, sono pronto».
Sono pronto davvero e lui non può dubitare della verità nelle mie parole, tanto che torna subito a più miti consigli.
«Ok, ok. Lasciami e me ne andrò subito».
Rido ma senza alcuna ilarità.
«E pensi che mi basti?», ringhio e sono così credibile che Cattaneo sbianca.
Per forza. Non è una recita la mia, anzi mi sto trattenendo. Pagherei per poterlo pestare, ma lo attende qualcosa di forse ancora peggiore.
«Cosa vuoi? Soldi? Posso darteli, ne ho parecchi. Mio padre…»
«Non me ne frega un cazzo né dei soldi né di tuo padre. Voglio che tu paghi. Voglio vederti ricacciare gli occhi con i quali l’hai guardata».
Cattaneo sgrana gli occhi sgomento e non solo. Spalanca la bocca in un urlo, forse perché gli ho appena tirato il braccio slogandogli la spalla ed è in questo momento che compio la mia seconda mossa. Gli premo le guance per tenergli aperta la mascella e verso le gocce dalla fiala direttamente nella sua gola. Solo che non è facile contarle con lui che si agita come un forsennato.
«Stronzo, se non stai fermo, sbaglierò e ti ucciderò».
Incredibile ma funziona. Cattaneo si paralizza e io posso contare le mie dieci gocce senza rotture di coglioni.
Quando lo lascio andare il suo corpo cade in terra come un sacco di patate.
«Cosa… Cosa mi hai dato?», chiede cercando di tossire, sputare e ficcarsi due dita in gola per vomitare.
Tutto inutile. Può vomitare anche l’anima ma da quanto mi ha detto Tati la Belladonna fa effetto subito.
«Belladonna», rivelo con un ghigno che mi va da parte a parte. «Dieci gocce».
«Quindici», mi sussurra Tati senza farsi udire. «Gliene hai date quindici».
«Ops».
Lei alza gli occhi al cielo, ma non è come crede. O meglio, solo in parte.
Nico Cattaneo deve restare fuori gioco per qualche ora, magari anche un giorno e darci il tempo di tendere la nostra trappola. E forse sarò troppo crudele ma ne va della nostra vita e non ho tempo di pentirmi o sentirmi in colpa.
«Volevi che dopo corresse a raccontare a qualcuno quanto successo? Magari a Furlan per ritrovarcelo addosso con più violenza?»
«Allora dobbiamo sbrigarci», sbuffa lei. «Fra poco non sarà in grado di parlare. Avrà le allucinazioni e forse anche il vomito».
Da ciò che vedo, molto poco. Il veleno sta già facendo effetto. Nico è pallido, ha la fronte imperlata di sudore freddo, le pupille dilatate e le gambe che tremano. Inoltre è debole. Fatica persino a tenere la testa alta per guardare me. Chissà se è già abbastanza intontito da rispondere alle mie domande senza remore?
«Ti va se ti interrogo?», vado dritto al punto per tastare il terreno.
Mi aspetto che Cattaneo esiti, almeno qualche istante, invece la sua faccia imbambolata sorride.
«Su che materia? A matematica non sono molto bravo, ma a storia sono un drago».
Santo cielo, altro che intontito è proprio partito.
«Storia va benissimo», sghignazzo, presentendo già una vittoria. «Soprattutto la storia del tuo amico Domenico Furlan».
«Zio Mimmo, ma certo. Lo conosco benissimo».
Zio Mimmo? Non commento. Di nuovo invece vado al punto centrale.
«Due giorni fa eri con lui, tuo padre e Cristiano Dicenta al B&B. Voglio sapere perché».
«Per affari, ovvio», afferma sicuro sempre con quel sorriso idiota. «Soldi e potere».
Troppo generico.
«Avete parlato di unire i vostri traffici? Di collaborare nel gestire lo spaccio? Di uccidere qualcuno magari, oppure corrompere, minacciare, ricattare, rapire…»
«Droga. Abbiamo parlato della partita di droga che arriverà fra due giorni. È un grosso carico e sarà la nostra prima collaborazione».
Finalmente ci siamo.
«Dove arriverà? A che ora?»
Cattaneo sussulta e si porta il braccio sano allo stomaco mentre emette un verso di dolore.
«Sono iniziati i crampi», interviene Tati. «Non c’è molto tempo».
La vedo prendere il telefono e chiamare l’ambulanza mentre io ripeto la mia domanda.
«Dove arriverà? A che ora?»
Cattaneo strizza gli occhi con forza, ma risponde.
«Dopodomani alle sedici al porto di Genova con una nave, la Black…»
Un altro spasmo gli impedisce di finire la frase. Si piega in due mentre un verso rauco gli esce dalla gola. Come se non bastasse il suo corpo trema come una canna al vento.
«La Black cosa?», lo incalzo.
Lui mi guarda un’ultima volta senza abbandonare il suo sorriso idiota poi s’irrigidisce e vomita. Cibo, liquidi, forse anche l’anima, in spasmi violenti che lo scuotono da capo a piedi finché sviene, crollando sul suo stesso vomito.
«Con cinque gocce in meno…», sento borbottare alle mie spalle.
Ok, lo ammetto. Un pochino in colpa mi ci sento, ma solo un pochino. Quel tanto che basta per accovacciarmi su di lui e tastargli il polso.
«Il polso è buono».
«Per tua fortuna. Comunque l’ambulanza sta arrivando. Non è in pericolo di vita. Diciamo che starà di merda per quarantotto ore».
«Si ricorderà qualcosa di tutto questo?»
«Ne dubito. Al massimo crederà sia stato un sogno o un’allucinazione. Comunque non si ricorderà di noi. Quando ho chiamato ho detto che un uomo si era sentito male dopo aver bevuto un drink».
Perfetto. Un po’ meno il fatto che non sappiamo il nome completo della nave, tuttavia per attirare Furlan ciò che è in nostro possesso basta e avanza.
Ora dobbiamo solo studiare come far cadere il nostro uomo in trappola. Certo, non sarebbe male poter usare la Belladonna anche su di lui ma Furlan non è stupido come Nico.
Ci faremo venire in mente altro. Ora è il momento della nostra ennesima fuga.
Mi rialzo in piedi e allungo una mano per prendere quella di Tati, ma lei non è al mio fianco. È alla porta, mezza dentro e mezza fuori, a controllare il locale.
Mi avvicino in silenzio, ma lei balza indietro all’improvviso, sbattendomi contro.
«Tati, che cazzo…»
«Furlan. Furlan è qui, nel locale».
«Qui, nel locale?», ripeto come un pappagallo.
Cerco di guardare a mia volta ma lei me lo impedisce. Mi prende un braccio e comincia a tirarmi dalla parte opposta.
«Sì e non è solo. Cattaneo senior è con lui, con relative guardie del corpo. Almeno una decina di persone».
Merda! E Cattaneo cercherà il figlio. Proprio adesso? Proprio stasera?
Abbiamo fatto tutto questo casino e avvelenato una persona per attirarlo in trappola e ora siamo fregati?
Mi guardo intorno alla ricerca di una via d’uscita, ma non c’è, non qui almeno. Il bagno è cieco. Non ci sono finestre da cui scappare o altre porte. Il problema è che se provassimo a sgattaiolare via dal locale per la porta principale, rischieremmo di essere visti… E riconosciuti. Furlan sa benissimo chi siamo. E allora c’è solo una soluzione.
Prendo il telefono e compongo il numero del Crystal Dreams.
«Che vuoi fare?».
«Dire che c’è una bomba. Funziona sempre».
Tati mi ruba il telefono dalle mani mentre scuote il capo con decisione.
«Così scatenerai il panico. Ci sono un sacco di persone qui dentro. Potrebbero verificarsi incidenti e esserci dei feriti. Inoltre per i paramedici arrivare qui da Nico sarà impossibile. Non puoi farlo».
Per potere posso. Non voglio semmai, ma non vedo molte altre soluzioni.
«Hai idee migliori?», le chiedo così come lei ha fatto con me stamattina, costringendomi ad accettare questa stronzata di Nico Cattaneo. «Magari un altro tentativo di seduzione. Chi stavolta? Cattaneo senior? Forse babbo e figlio hanno gli stessi gusti. O forse vuoi provare direttamente con chi vuole ucciderti? Ma valuta bene. Guarda dove ci ha portato questo tuo piano».
Sono ingiusto, lo so. Anzi, più che ingiusto. Non è colpa sua se ci troviamo nei guai, ma in questo momento non so come uscirne e la mia rabbia ha preso il sopravvento.
Per fortuna non accade lo stesso a Samanta. Mi fissa, scura in volto, poi mi restituisce il telefono.
«Ok, fai come credi. Magari però, invece di un allarme bomba, basterà far scattare l’allarme antincendio. La gente non andrà nel panico e uscirà con più ordine dal pub».
Ecco perché dico che non si merita uno come me accanto. Non sono uomo dalle mezze misure quando qualcosa mi sta a cuore, mentre a volte le mezze misure sono proprio quelle che servono per salvaguardare ciò che mi sta a cuore. E non parlo solo di lei, ma anche di tutte le persone innocenti presenti qui dentro. Non sono tutti criminali e non è giusto che qualcuno finisca all’ospedale per causa mia.
Chissà, forse se avessi incontrato Samanta prima, sarei riuscito a evitare molti errori. Forse se avessi avuto lei accanto dieci anni fa…
Coglione! Dieci anni fa lei era poco più di una ragazzina e anche non fosse stato così, averla accanto le avrebbe solo rovinato la vita. Così come succederebbe adesso.
«L’unico problema è arrivare all’allarme antincendio», mi richiama lei strappandomi dalle mie riflessioni. «È dall’altra parte della sala, vicino al bar».
Bar gremito di quei famosi dieci uomini più Cattaneo e Furlan. Fanculo! Siamo punto e a capo quindi. A meno che…
Un’idea mi balza improvvisamente in mente. Un’idea geniale, come se un velo mi fosse stato appena tolto dagli occhi fornendomi la soluzione perfetta. Troppo perfetta e anche semplice. Dov’è la fregatura? Eppure più ci penso, più cerco ogni possibile falla, più non ne trovo. E ciò significa che sì, ho appena capito come andarcene da qui senza rischiare nulla né noi, né le persone lì fuori. E nemmeno Nico, che ancora aspetta i suoi paramedici.
«Sbaglio o hai un piano?», mi domanda Samanta.
No, non un’idea, ma il piano.
La prendo per le spalle e la bacio.
Non per un motivo preciso, solo perché, dopo tanta angoscia, ora vedo una via d’uscita e sentire le sue labbra sulle mie mi è parso il modo migliore per festeggiare.
«Ok», ridacchia lei. «Sono tutta orecchi. Che hai in mente e cosa devo fare?»
Lei niente. Assolutamente niente.
«Hai presente il motivo per cui siamo qui?»
«Avere informazioni da quel disgraziato e ritorcerle contro Furlan per attirarlo in trappola?»
«Esatto», esulto. «Ebbene, abbiamo le informazioni quindi ora scatta la trappola».
E pongo l’accento su quell’avverbio di tempo.
«Ora?», sobbalza lei capendo al volo. «Cioè intendi ora, ora? Mentre lui è lì a una porta di distanza da noi?»
Già. È proprio questo il punto.
«Che sia a una porta di distanza o a una città intera cambia poco. Lui non lo sa. Chiamiamo, lo ricattiamo, gli diamo un appuntamento fra dieci minuti da qualche parte e lui scapperà via da qui permettendoci di andarcene. Per quanto riguarda Cattaneo… Lui non ci conosce. Può vederci quanto vuole».
Tati sbatte gli occhi confusa non tanto per il mio piano ma per lo stesso dubbio che attanagliava me fino a poco fa.
«Possibile sia così semplice?».
«Vedi controindicazioni?»
Perché sono sicuro al novantanove per cento che non ce ne siano, ma se anche lei non ne trova… Allora siamo al cento per cento.
«No», ammette quasi sorpresa. «In effetti no».
Stavolta è lei a sporgersi su di me e baciarmi per poi regalarmi un sorriso radioso che le illumina il viso.
«Fai quella telefonata».
Non me lo faccio ripetere due volte. Sollevo il telefono per connettermi al database della polizia e cercare il numero di Furlan quando l’apparecchio comincia a emettere uno strano suono. Un bip acuto e incessante, una specie di allarme.
«Mad», mi chiama Tati.
Del suo sorriso non c’è più traccia. Al suo posto c’è invece un’espressione carica di angoscia e paura mentre solleva un dito tremante e indica la mia gamba.
No, non la mia gamba ma la caviglia.
«La cavigliera, Mad», biascica lei e il mio cuore perde un battito mentre un brivido mi scende lungo la schiena, paralizzandomi. «È appena scattato l’allarme della cavigliera».
E ora, che diavolo faccio? Eravamo a un passo dall’avere Furlan. Dopo tanta fatica… Ora che cazzo mi invento? Eppure qualcosa per tirarci fuori dai guai deve esserci. Almeno a lei. Di me mi importa poco. Anche finissi in prigione, mi basta che lei…
Sbatto gli occhi colpito dalla consapevolezza.
Aspetta! La cavigliera è un pericolo per me, non certo per lei.
Ecco! Ecco cosa fare.
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