MAD DOG
Capitolo 26 di 34

Scritto il 17/09/2026
da MARIKA SM


⏱ ~19 min · 3814 parole

Samanta – Fuga

 

«Mad, andiamo», lo chiamo vedendo che non si muove.

Continuo persino a tirarlo per il braccio anche se non so esattamente per quale motivo. Non possiamo andare da nessuna parte e ora non possiamo davvero. Non Mad, almeno.

Quel maledetto aggeggio ha cominciato a suonare e non importa il perché. Non importa che nella testa mi frullino domande sul coinvolgimento di Milo o chissà che altro, importa solo che, se la polizia lo prende, lo manderà in prigione, o peggio.

Mad tuttavia continua a restare immobile come fosse imbambolato tranne per il fatto che prima si sgancia dalla mia presa, poi sbatte gli occhi in una specie di risveglio improvviso.

«Andiamo!», insisto.

«Andare dove, Tati? Non ricordi perché siamo bloccati qui?»

Sì, certo che lo ricordo, maledizione, ma lui non può nemmeno restare.

«Se corriamo veloci verso l’ingresso forse riusciremo a uscire senza che nessuno ci veda», propongo di getto con la prima cosa che mi è venuta in mente.

«Per ritrovarceli alle calcagna? No, grazie».

E allora che vuole fare? Perché sta facendo qualcosa. Non è più immobile e sta ticchettando velocemente sul display del cellulare.

«Che combini?», domando sconvolta.

«Cerco il numero di Furlan. Abbiamo un piano, seguiamo quello».

Cosa? Deve essere impazzito. E perché è così tranquillo? Di solito la sua rabbia è visibile in ogni poro della pelle. Perché adesso è calmo e imperturbabile come le acque di un lago di montagna? Forse è così sconvolto che ha perso la testa.

«Tra poco saranno qui», gli ricordo con la voce che diventa sempre più acuta mano a mano che la paura cresce. «Ti prenderanno e ti spediranno in prigione. Sai che significa».

«Certo ma so anche che più tempo daremo a Furlan di sfuggirci, più ne avrà per colpirci. Abbiamo un piano, seguiamo quello», ripete. «La polizia ci metterà qualche minuto per arrivare».

Non capisco se ci crede veramente o lo dice solo per evitare che in me si scateni il panico, ma è troppo calmo per essere solo una recita e ciò significa che ci crede davvero.

Ok, se ne è convinto allora mi fido, come sempre.

«Chiama, maledizione!», esclamo con la bocca secca. «Chiama quello stronzo».

Mad non aspettava certo il mio permesso e infatti sento già il primo squillo della telefonata che ha appena messo in vivavoce.

«Pronto».

«Ehi, testa di cazzo», comincia Mad. «Sai chi è venuto a conoscenza del bel carico che arriverà a Genova dopodomani alle sedici?»

Cavoli, è andato dritto al punto.

Furlan non risponde, ma Mad non si scompone. Al contrario, usa il suo silenzio per provocarlo ancora di più».

«Sì, esatto. Hai indovinato il nome. Il mio nome», precisa minaccioso. «Lo stesso che ti perseguita da dieci anni. E sai cosa me ne farò di tale informazione?»

Furlan finalmente ritrova la voce.

«Immagino non andrai alla polizia», grugnisce.

«No, certo che no. Ma solo se ti presenti fra dieci minuti al marciapiede Uno della stazione dei pullman».

La stazione dei pullman? Perché lì? Forse perché è vicina, ma non troppo così da costringere Furlan a uscire il prima possibile.

«Se non ti vedrò arrivare, puoi scordarti il carico. Ah, a proposito, puoi scordartelo anche se tenti qualche scherzo. Avrò le spalle coperte».

«Dalla tua amichetta?», domanda lui prima che Mad riattacchi. «Sai che posso arrivare a te come a lei?»

M’irrigidisco, non per la minaccia ma per la reazione di Mad. Digrigna i denti, con le iridi che lampeggiano d’ira e con il telefono che quasi scricchiola nel suo palmo per la forza con cui lo stringe…

Ora va lì fuori e gli spacca la faccia.

Invece con mia grande sorpresa prende un respiro profondo e risponde con un tono incredibilmente indifferente.

«Veramente noi siamo arrivati a te. Fra dieci minuti», afferma, poi richiude.

Wow! Non sono sorpresa, sono sconvolta e, se non fossi anche nel panico a causa di questa maledetta cavigliera che continua a suonare martellandomi il cervello come un conto alla rovescia di una bomba, gli farei tutti i miei complimenti. Probabilmente gli sorriderei e gli darei un altro bacio, ma appunto sto tremando per ciò che potrebbe accadere a momenti quindi…

Guardo l’orologio.

«Quanto dovremo aspettare prima di uscire senza rischiare di incontrarlo? Trenta secondi?»

Dio, saranno i trenta secondi più lunghi della mia vita. Mi pare di udire pure delle sirene. È la polizia? O magari l’ambulanza? Nico è ancora svenuto nel proprio vomito.

«Trenta un cazzo, Tati», sbotta Mad. «Usciamo subito».

COME SUBITO MA…

Compie un balzo verso di me e quel “ma” si infrange contro le sue braccia che mi sollevano e mi gettano sulla sua schiena nemmeno fossi un sacco di patate.

«Posso…»

«Cosa, correre? Hai i tacchi, ricordi?»

Già e di chi è stata l’idea?

Mad balza fuori dal locale come se dentro al bagno fosse appena scoppiato un incendio poi corre verso l’uscita il più velocemente possibile mentre io cerco nella folla la presenza di Furlan. Non è facile. Sono a testa in giù e continuo a sobbalzare contro la schiena di Mad, tuttavia non mi pare di scorgerlo. Non c’è traccia nemmeno dei suoi uomini o di Cattaneo.

Quando usciamo, nonostante lo smog del traffico e il fumo che si innalza da qualche sigaretta nelle vicinanze, l’aria che respiro a pieni polmoni mi sembra la più pura che esista. E non solo perché non puzza di birra, alcool e soprattutto del vomito di Nico Cattaneo, ma perché siamo fuggiti da quella che credevo sarebbe stata la nostra tomba. O la nostra prigione.

«Ce l’abbiamo fatta», sospiro, recuperando un battito cardiaco più simile alla normalità che a un principio di infarto, ma Mad non è della mia stessa opinione.

«Veramente il difficile viene ora. Reggiti!»

Reggermi? No, deve mettermi giù. Cosa intende…

Mad scatta in avanti e riprende a correre persino più veloce di prima e non capisco come diavolo faccia. La sua gamba… Deve fargli male, ma forse non è nemmeno il problema più grande.

Da questa posizione scorgo chiaramente la sua cavigliera che anche sotto i vestiti si illumina come un albero di Natale. Oltre al rumore che a ogni istante cresce d’intensità.

«Mad», lo richiamo battendogli un pugno sulla schiena. «Dobbiamo toglierla. Così ci seguiranno».

«Lo so, ma dubito in quel vestitino tu abbia qualcosa per forzarla».

E anche questo, chi lo ha scelto? Tuttavia io forse non ho nulla, ma lui sì.

«La tua pistola. Useremo quella».

«Spararmi non mi pare una buona idea, ne ho una migliore».

«E sarebbe?»

«Reggiti! Ecco la mia idea».

Ma che diavolo significa?

«Mad», lo chiamo ancora battendogli non uno, ma tre o quattro pugni sulle spalle.

Finalmente lui si ferma e mi mette anche a terra. Non per lasciarmi andare, però. Mi blocca invece le mani nelle sue mentre mi scruta torvo.

«Tati, porca puttana! Fra dieci minuti incontriamo Furlan e non abbiamo tempo per togliermi quell’aggeggio infernale. Dovrò rischiare».

Rischiare cosa?

«Porca puttana lo dico io», sbotto. «Ora sei un ricercato», gli ricordo. «Ricercato ufficiale non solo dai poliziotti corrotti che vogliono ucciderci. Significa che ogni carabiniere, finanziere o vigile del traffico, potrebbe arrestarti. Significa che…»

Mad sussulta così violentemente che ammutolisco.

«Che… Che succede?», farfuglio.

«Tu sei una poliziotta!», esclama lui, illuminandosi in volto come avesse appena trovato il segreto per la vita eterna. «Come ho fatto a non pensarci prima? Sei una poliziotta e puoi arrestarmi».

Io posso… Dannazione, è vero. Io posso!

Ho appena il tempo di focalizzare che mi sento sollevare e capovolgere sulla sua spalla, esattamente come prima, ma con una differenza: ho un telefono tra le mani.

«Tu chiama, io corro».

Come fosse facile con il corpo che sussulta a ogni balzo, ma se lui può correre con una gamba ferita portandomi persino in braccio, io posso fare una cazzo di telefonata per tenerlo fuori dai guai.

Compongo il numero del commissariato e, appena sento il click dall’altra parte, mi qualifico.

«Agente scelto Samanta Bonetti. Mad… Ethan Cooper», mi correggo. «È sotto la mia custodia. Non è un fuggitivo».

«Sam, sono io. Milo».

Milo? Perché risponde lui al telefono?

«Scusami, ho dovuto».

Ha dovuto? Che significa? Quindi è stato lui a far scattare l’allarme?

«Santorini vi sta cercando. Hanno scoperto la vostra presenza al B&B, poi pure alla pasticceria».

Merda!

«Sei stato tu a parlare?», lo accuso, ma più perché mi si strozza il respiro in gola che per una reale convinzione.

«No, no», si affretta lui. «C’erano delle telecamere sul retro e vi hanno beccato. Santorini ha dato di matto. Qui c’è il caos. Siete spariti e così ha controllato la posizione di Mad Dog. È corso a casa sua, di persona e quando non lo ha trovato e ha capito che il segnale era stato manomesso, ha fatto intervenire la polizia postale. Non ho potuto fare niente».

No, immagino di no, ma comunque questo è un gran casino.

«Sam, tornate qui. Parlate con il Capo», insiste Milo. «Spiegate tutto quanto».

Mad scuote con vigore la testa poi allunga il braccio e mi ruba il telefono.

«Senti, agente dei miei stivali», tuona furioso con il fiato che gli esce fuori dalla bocca in un verso simile al barrito di un orso. «Non porto Tati in commissariato nemmeno se fosse l’ultimo posto sulla faccia della Terra. Piuttosto preferisco tornare in prigione. Quindi, facciamo una cosa. Passami il Capo. Ci penso io».

Non so che cosa risponde Milo, non riesco a udirlo, ma certamente niente di buono.

«E allora, pensaci tu. Vai da lui e parlaci», gli ordina con tono gelido e letale. «Ventiquattro ore. Non ci serve altro. E nel frattempo… Contatta chi di dovere e annulla la mia ricerca. Sono in custodia a un agente di polizia e non sto scappando da nessuna parte, semmai sto andando a prendere un figlio di puttana».

Mad chiude la conversazione ed è così furioso che ho quasi l’impressione voglia lanciare il telefono e frantumarlo. Sono anzi sicura che ci stia proprio pensando finché con uno sbuffo lo ripone in tasca. Borbotta qualcosa tra sé e sé e accelera ancora l’andatura, ma solo per alcuni secondi. A un tratto il suo passo rallenta e diventa più incerto. E non solo quello. Il respiro si fa più pesante, quasi un ansimare.

Si sente male!

«Mad, mettimi giù. Non puoi continuare così».

«E tu non puoi correre con quei tacchi».

Be’, a questo posso rimediare. Me li sfilo lanciandoli via proprio davanti alla sua faccia.

«Ecco e ora mettimi giù».

Niente da fare, come avessi parlato al vento o a un testone che più testone non si può.

«Mad, merda!», sbraito. «Se svieni non mi aiuterai. Ti ho detto…»

«Non è per me», mi rivela lui e stavolta non usa la voce grossa, al contrario, il tono è basso, quasi un lamento. «Il Capo è all’ospedale da Bonfigli. La sua situazione è peggiorata. È in coma irreversibile».

Irreversibile?

Trattengo un singulto mentre il cuore mi tambura nel petto e nemmeno il fatto che la cavigliera smetta improvvisamente di suonare e illuminarsi, segno che almeno un problema è stato risolto, mi aiuta a stare meglio.

«Dobbiamo beccarli, Tati», mi richiama Mad e nella sua voce avverto il tormento bruciante che lo consuma.

Quello che sta passando, ma anche quello che farà passare ai suoi nemici.

«Fanculo, non tra ventiquattro ore, ma subito».

Sì, ha ragione, per questo ora più che mai pretendo di camminare sulle mie gambe.

«Se arrivi davanti al tuo nemico senza fiato, spossato e con una gamba che ti fa un male del diavolo, ti sarai giocato la tua più grande possibilità degli ultimi dieci anni», gli faccio notare. «Posso correre, Mad. Mettimi giù. Permettimi di essere la tua partner e non un peso morto da portare».

Non so cosa lo abbia colpito del mio discorso. Non so se è il senso in generale, ciò che gli ho appena fatto notare o una parola di preciso, ma per la prima volta negli ultimi minuti mi dà ascolto. Si ferma all’improvviso, appoggiandomi delicatamente a terra, quindi mi prende il viso tra le mani, fissandomi con due iridi azzurre e limpide che mi mozzano il fiato.

«Tu sei la mia partner, la mia compagna».

Compagna?

«L’unica da più di un decennio. E non ti porto sulle spalle perché sei un peso morto, ma perché ho paura di perderti e sento il bisogno di averti più vicina possibile. Di toccare il tuo calore, di sentire il tuo respiro su di me, il tuo cuore che batte».

«Per te», mi sfugge prima che io possa fermarmi, oppure che possa lui. «Batte per te, Mad».

Lui serra le labbra così forte che diventano rosse per poi aprirle in una smorfia che è un misto di fastidio e amarezza.

«No, Tati. Deve battere per te, per mantenerti in vita».

Proprio non vuole accettare il mio amore, eh? Ma forse nemmeno me lo aspettavo. Ciò non toglie che io lo provi e che mi preoccupi per lui più che per me stessa.

Allungo anche io le mie mani verso il suo viso. Gli accarezzo le guance mentre lo guardo in quelle iridi che sembrano tremare sotto il peso delle emozioni che prova e gli propongo un patto.

«Ok, resto viva. Ma anche io voglio che tu resti vivo quindi da ora si fa così. Corriamo insieme, mano nella mano. Così nessuno dei due dovrà rinunciare a ciò che desidera».

E perché capisca le mie ferme intenzioni, mi scosto di un passo e allungo il palmo verso l’alto. Tuttavia prima che lui risponda, ho un’altra condizione, se così vogliamo chiamarla.

«E anche davanti a Furlan saremo insieme. Ti pare accettabile? Se per te non lo è, dimmelo subito, così anche io cercherò un modo per fregarti».

Perché tanto lo so che sta progettando come estromettermi, come sempre.

Mi aspetto che lui tentenni, che faccia passare lunghi e interminabili secondi prima di fare la sua scelta, invece il suono della mia voce non si è ancora spento, che il suo palmo scivola nel mio. Non in una stretta per suggellare un accordo, ma in un’unione di fiducia, promesse e progetti.

«Ho smesso di provare a fregarti. Tanto mi si ritorce sempre contro», sorride. «Quindi per me va bene. Se prometti che farai di tutto per evitare di farti ammazzare, io prometto la stessa cosa».

Sorrido a mia volta.

«Allora cominciamo a correre. I dieci minuti sono quasi scaduti. Non vorrai arrivare tardi».

«Dopo dieci anni?», ridacchia lui. «Ormai il tempo è mio amico».

«Peccato che sia anche l’unico che ti resti».

Non sono stata io a parlare ovviamente, ma un’ombra appena sbucata dal fondo del vicolo come un fantasma che attraversa i muri.

Mad mi afferra e mi tira dietro di lui, fronteggiando quell’ombra, ma un’altra voce arriva a noi da dietro le nostre spalle.

«Però, complimenti per la scena. Molto romantica e commovente».

Mad si sposta e mi spinge contro il muro nascondendomi tra esso e le sue spalle. Ora non vedo più niente, posso solo udire: le voci nel vicolo, il verso roco che rimbomba nella cassa toracica di Mad come una specie di ringhio di avvertimento, il mio cuore che pare un tamburo durante una danza tribale.

«È quasi un peccato averla interrotta», riprende la prima voce e io non so chi sia o a chi appartenga, ma Mad sì, forse perché nel frattempo il fantasma è uscito allo scoperto e Mad può vederne il viso.

«Furlan! Brutto pezzo di merda. Come…»

«Come facevo a sapere dove trovarti?», lo anticipa. Ma se fino a poco fa suonavi e ti illuminavi peggio di un albero di Natale. Credevi davvero cadessi nel tuo tranello?»

Quindi ci ha visto uscire dal Crystal Dreams e ci ha seguiti. Ma no, non è possibile. Lui lì non c’era. No, la spiegazione è un’altra. Magari…

Magari la più terribile di tutte.

Deglutisco con la bocca secca.

«Puoi accedere al segnale della cavigliera, vero? Ti hanno fornito ogni mezzo per darci la caccia».

Non vedo la reazione di Furlan, ma la sento.

«Ah, quindi sei ancora viva, tu, lì dietro? Il cane rabbioso non ti sta soffocando?»

Ha evitato di rispondere e ciò significa che ho colto nel segno. Lo so io, come lo sa Mad.

«Chi?», tuona lui. «Chi è l’infame che si è venduto?»

«E credi che lo venga a dire a te?», ridacchia divertito. «Non sei nella posizione di dettare regole. Sei con le spalle al muro, letteralmente».

Mad non si scompone e nemmeno io. Sì, siamo letteralmente con le spalle al muro, ma sempre letteralmente, abbiamo ancora qualche cartuccia. Mad è armato ed è proprio alla sua arma che punto. Posso prenderla, sfruttando la mia posizione nascosta, magari mentre il mio partner prende tempo.

Sollevo il braccio e cerco con le dita il ferro freddo e duro dell’arma. Deve essere qui da qualche parte, incastrato nella cintura dei suoi pantaloni, alla base della schiena. Mad sussulta appena sente il tocco leggero delle mie dita, ma è un movimento impercettibile che noto solo io a cui ne fa seguito subito un altro.

Si sposta leggermente di lato e la mia mano va a sbattere contro il calcio della pistola. Il mio palmo si chiude automaticamente su di esso e velocemente me ne approprio mentre un silenzioso urlo di esultanza mi esplode in testa.

Mad, ha capito, Perfetto! Peccato invece io non abbia capito in quanti siano i nostri avversari. Se solo mi lasciasse più spazio io potrei…

«Sei il solito vigliacco, Furlan», urla il mio partner. «Un bastardo senza palle. Vuoi quindi finirla così? Ucciderci in un vicolo in quattro contro due?»

Quattro quindi. Dio, quanto amo quest’uomo. Continua a farmi da scudo con il proprio corpo senza tuttavia negarmi le informazioni che mi servono. Solo lui poteva riuscirci.

«Uccidervi? No, in realtà no. I piani sono cambiati. Almeno i miei».

Non ho capito. Cosa ha detto? Non vuole più farci fuori? E quindi che vuole? Che significa che i suoi piani sono cambiati? Quelli di chi sono rimasti uguali? Chi è la persona a capo di tutto? Perché a questo punto significa che non è lui e deve esserci uno che comanda. Uno che tira le fila, che muove le pedine in campo, che ha emesso la nostra condanna a morte. E in che rapporti è Furlan con questa persona? Che c’entra con Guercini?

Dio, mi sta scoppiando il cervello con tutte queste domande che mi si riversano in testa e continuare a pormele non mi aiuta. Anche perché il mio compito è un altro. Mad pensa a parlare, prendere tempo e carpire informazioni, io penso a tirarci fuori dai guai.

Scuoto la testa per sgombrarla da questo caos e preparare un piano di fuga, ma Furlan dice qualcosa che attira la mia attenzione.

«E comunque io sono senza palle? La tua amichetta sa cosa combinasti dieci anni fa con suo padre? Agente Bonetti, lo sai?», urla rivolto a me.

Trattengo il fiato, non so perché. Mad mi ha raccontato. Insomma, so ogni cosa, eppure questa allusione a quel giorno… Fatico a riempire i polmoni e Mad se ne accorge.

«Tati, non stare ad ascoltarlo. È la sua strategia».

Lo so benissimo che è la sua strategia ma come non ascoltarlo se parla di mio padre?

«Lei sa tutto», ringhia Mad e forse dovevo rispondere io non lui, ma ho un groppo in gola.

«Tutto? Davvero?», continua Furlan, infervorato. «Anche il fatto che il giorno previsto per l’incontro con Bonetti una telefonata partì dall’ufficio dell’agente Ethan Cooper verso il mio cellulare? Che in quella telefonata io fui informato dell’incontro? Sa che Cooper arrivò in ritardo all’appuntamento dandoci il tempo di mettere in atto l’agguato?»

Milo mi aveva parlato della telefonata e non gli avevo creduto. O meglio, non avevo neppure voluto prendere in considerazione la cosa tanto da non farne menzione con Mad. Quindi è vero? Quella telefonata c’è stata? Ed è questo che accadde? Mad avvertì Furlan? No, è impossibile»

«Tati», mi richiama Mad. «Sono cazzate. Vuol farti perdere la testa».

E ci sta riuscendo benissimo. Quel groppo in gola diventa sempre più grande e mi impedisce di respirare.

Eppure Mad ha ragione: non posso credere alle parole di Furlan. È un assassino. Non avrebbe alcun motivo per dirmi queste cose se non per mettermi contro il mio compagno. Così come Mad non avrebbe alcun motivo per mentirmi a meno che non fosse colpevole. E lui non lo è.

Tuttavia la ragione è una cosa, l’emozione un’altra e in questo momento quest’ultima mi sta sopraffacendo.

«Cazzate?», chiedo d’un tratto proprio a Mad. «Eppure anche Milo mi ha raccontato la stessa versione dei fatti. Anche lui raccontava cazzate?»

Non so perché l’ho detto ad alta voce, ma l’ho detto, così come non trattengo le parole successive.

«O insisti nel sostenere che lui è d’accordo con tutti loro?»

«Tati», mi chiama ancora Mad con voce bassa, piena di angoscia, collera, amarezza e qualcosa si smuove dentro di me. «Per favore, abbi fiducia in me, come hai fatto fin dall’inizio».

È vero. Ho sempre avuto fiducia in lui. Anche quando non sapevo la verità, o quando non era niente per me se non un bastardo, anche quando non lo amavo, anche quando Milo cercava di allontanarmi a tutti i costi. Ho accettato i suoi pregi e i suoi difetti senza tentennamenti, perché dovrei cominciare proprio ora ad avere stupidi dubbi? Per di più dubbi instillati dalla lingua biforcuta di un serpente velenoso. Per quanto ne so potrebbe essere stato proprio uno dei complici di Furlan alla polizia a manipolare i file e far trovare a Milo quella telefonata, per metterci l’una contro l’altro. Sì, potrebbe essere questa la spiegazione e ora mi sento una vera stupida per aver creduto anche solo per un secondo a tali menzogne.

Maledetto Furlan! Non gli permetterò di manipolarmi.

Inspiro a fondo e cancello ogni altra distrazione che non sia Mad, poi appoggio una mano sulla sua schiena e la muovo in una lenta e dolce carezza.

«Ci sono», gli sussurro in modo che solo lui possa udire. «Sono qui… Con te».

Lo sento sospirare.

«Temevo…»

Non deve temere nulla, anche perché finalmente ho trovato un modo per uscire da questo vicolo. Sarà stata l’adrenalina, o forse la rabbia, chissà, ma ora ho le idee più chiare.

«Tu continua a parlare con lo stronzo», lo anticipo. «Quando ti batterò un colpo sulla schiena, abbassati velocemente».

«Abbassarmi?», sussulta come avessi proferito un’eresia. «Significa lasciarti esposta».

No, il contrario.

«Significa avere lui sulla mia linea di tiro».

Mad trattiene il fiato alcuni istanti poi lo vedo piegare il capo.

«Ok, tu ti fidi di me e io mi fido di te, ma fai attenzione», accetta.

Ho tutta l’intenzione di stare attenta anche perché se sbaglio pure lui rischia di restare colpito.

«Ho promesso, giusto?», gli ricordo mentre lo accarezzo ancora.

Un altro suo sospiro.

«Giusto. Al tuo segnale», acconsente.

Stringo i denti e serro la mano sulla pistola.

Al mio segnale!

 

 

FINE CAPITOLO
LA LETTURA CONTINUA SEGUENDO LA FRECCIA
SE IL LINK NON È ATTIVO IL CAPITOLO È IN ARRIVO

 


 



 


Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.

i commenti sono soggetti a moderazione

Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.