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Nella sua vita c’era sempre stata una costante: quella di avere pessime idee e fantastiche illusioni.
Quel giorno, ad esempio, sapeva che non sarebbe dovuto scendere in piazza, o che non avrebbe proprio dovuto prendere il treno il mattino precedente. Sapeva che sarebbe stata una pessima idea ancora prima di comprare il biglietto. Ma aveva nella testa quella fantastica illusione di trovare Andrea tra le maschere che affollavano Piazza San Marco nel giorno di Carnevale, che non aveva voluto ascoltare la parte razionale che gli sussurrava che non sarebbe finita bene. Una sorta di sesto senso: il suo istinto doveva averlo capito che non sarebbe stata la grande sorpresa che aveva immaginato.
Ma come ignorare il desiderio di poter vivere quella scena da film che lo avrebbe visto correre verso il proprio amore per gettarsi tra le sue braccia e baciarlo sotto una pioggia di coriandoli senza che nessuno si accorgesse di nulla? Sarebbero stati tutti nascosti dietro ceramica e merletti, dietro baute e tabarri, parrucche e sete. Le gondole nere sulla laguna, l’odore dell’acqua. Una fantasticheria irrinunciabile.
Però lì nella piazza – avvolto dalla confusione di turisti, residenti e maschere che celavano qualsiasi intenzione, comprese le sue –, la pessima idea si stava rivelando con una chiarezza disarmante.
E Davide non era pronto.
Era stato bello farsi trasportare da quella magia, come un sassolino in mezzo alla corrente.
Venezia, durante il Carnevale, diventava qualcosa che sembrava sfuggire al tempo per rituffarsi nel passato. Aveva troppi colori, troppo oro e troppe espressioni congelate nella ceramica.
E troppi turisti.
Davide si era chiesto più volte, mentre sgomitava tra i presenti che affollavano San Marco, come diamine facessero i residenti a vivere con quell’overtourism incontrollato, vedersi quasi strappare dalle mani quelli che erano i loro posti per litigarseli con gente che sarebbe rimasta lì per un week-end o poco più, e avrebbe venduto la nonna pur di avere la foto nello scorcio sul canale più pittoresco di tutti.
Aveva già visto uno sprovveduto finirci dentro.
Eppure anche quello era passato in secondo piano quando, nel cuore della bolgia, aveva finalmente avvistato Andrea, grazie al costume incantevole di velluto bordeaux e oro che da giorni intasava le loro chat. Glielo aveva confezionato suo padre, sarto e artigiano del Carnevale.
Gli occhi gli rimasero incollati ai pantaloni corti al ginocchio, che seguivano le sue cosce con eleganza, e così il giustacorpo che gli faceva da giacca. Un lungo mantello toccava terra e veniva trascinato di una decina di centimetri. Era palese che tutto fosse stato cucito su misura. Sembrava il principe di una terra tanto lontana quanto misteriosa.
Impossibile non rimanere incantato, folgorato dalla perfezione di quel momento, proprio come lo aveva immaginato, tanto che per un attimo credette che la fantastica illusione potesse diventare reale…
Eppure gli bastò seguire il modo in cui Andrea tese la principesca mano al suo fianco per trovarsi le gambe falciate dalla pessima idea. Quella stessa mano – che Davide aveva immaginato venisse rivolta a lui – venne stretta da quella di una dama con un costume che faceva il paio perfetto con quello del suo ragazzo. Creati assieme, per essere una coppia ed essere unica.
Di quell’abito, però, Andrea non gli aveva mandato neppure mezza fotografia.
Davide non sapeva che avrebbe avuto una compagna, che avrebbe sfilato con lei, che lontano dagli sguardi delle altre maschere sarebbero state quelle labbra che avrebbe baciato e a lei che avrebbe sorriso, stringendola alla vita con le gondole che facevano da sfondo.
A lei, qualunque fosse il suo nome.
Di tutto questo, Davide non aveva mai immaginato niente, ma rimase a guardarlo, mentre sfilava via la maschera dal volto e le lacrime arrivavano a bagnargli le labbra chiuse e silenziose.
La fantastica illusione si dissolse, la pessima idea gli batté la spalla.
Davide lasciò cadere la maschera e si voltò, affinché la folla se lo riprendesse più disilluso, più solo e con il cuore spezzato.
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