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Lena
Il negozio di Sara è la fiera dei cliché sulla stregoneria, a cominciare dalla campana a vento in forma di gufo appollaiato al centro di una mezzaluna appesa a un gancio a destra della porta, per passare alla scopa di saggina rigorosamente rivolta con i rametti verso l’alto e al ferro di cavallo inchiodato all’architrave girato a mo’ di U, e concludere con il nome che campeggia in caratteri gotici sulla vetrina: “Il pozzo dei desideri.”
E tutto questo solo guardandolo da fuori.
Dentro c’è una distesa di cristalli, tarocchi, lampade di sale, incensi, pendoli, bastoni da rabdomante, set di rune, pietre, ciondoli, amuleti, sacchettini di erbe, libri di magia, gnomi e fatine, coltelli rituali e coltelli per raccogliere le erbe, candele, pergamene di incantesimi, calderoni, tuniche, pentacoli e pentagrammi. In pratica, tutto quello che sia mai stato associato alla magia. Bianca, rigorosamente bianca, come Sara dice immediatamente a chiunque si affacci sulla soglia del suo negozio.
Seduta sulla panchina di fronte, nella larga strada pedonale fiancheggiata da palme che frusciano allegre al vento, mentre aspetto che Sara chiuda per la pausa pranzo mi sforzo di capire se a renderlo così sfacciatamente sopra le righe sia il negozio in sé o la sua posizione. “Il pozzo dei desideri” infatti si trova tra uno studio di architetti, con la sua linearissima vetrina dotata di quella patina adesiva che non lascia vedere dentro, su cui spicca lo squadratissimo nome dei professionisti affiliati, con tanto di targhe in ottone sulla cornice in marmo, e uno di quei negozi dove riparano gli elettrodomestici rotti, con la vetrina ingombra dei più disparati apparecchi che sembrano grottescamente concreti se paragonati al “Manuale per difendersi dalle influenze negative”, protagonista assoluto della vetrina di Sara in questi giorni, perché di recentissima pubblicazione.
In effetti un tritatutto difficilmente potrebbe gareggiare per conquistarsi la sua fetta di attenzione. A meno che, chiaramente, non lo si stia cercando per preparare una frittata da offrire agli dei nel momento “libagioni” di un Sabba.
A volte vorrei non sapere queste cose, poi mi ricordo che vorrebbe dire non avere Sara e Becca nella mia vita, il che la renderebbe decisamente meno tollerabile.
Appena esce Sara ho la risposta alla mia domanda: a rendere “Il pozzo dei desideri” così spudoratamente esoterico non sono né la posizione né l’assortimento, ma la sua proprietaria.
Sara ha concluso la scuola dell’obbligo, non ha fatto le superiori e sicuramente non ha seguito nessun corso all’università, eppure guardandola ho l’impressione di vedere tutte le lezioni di marketing condensate in forma umana davanti a me, mentre nelle orecchie mi risuona la voce monotona del docente titolare della cattedra, che ripete: “sii la tua impresa”.
E Sara lo è, senza ombra di dubbio. Sono sufficienti le sue gonne lunghe e l’orecchino pendente con la falce di luna per capire esattamente che genere di attività gestisca. Quando poi si concentra lo sguardo sul suo viso, diventa immediatamente ridondante la rassicurazione che si riceve sul tipo di magia che viene proposta oltre quella soglia, perché Sara ha il volto più sereno che io abbia mai visto e ti sa regalare i sorrisi più calorosi del mondo. Anche solo vedendola, senza conoscerla, potresti immaginare che è il genere di persona che porta fuori un ragno raccomandandogli di fare attenzione perché non lo calpestino inavvertitamente.
“Ciao tesoro!” mi saluta vedendomi, genuinamente felice. “Grazie per essere venuta.”
Sara ringrazia sempre, anche se la stai incontrando esclusivamente per fare un favore a te stesso o, come in questo caso, per fare qualcosa che serve a entrambe.
Si volta per dare due veloci giri di chiave al negozio, poi infila il mazzo nella borsa a sacco che le pende dalla spalla e mi viene incontro per abbracciarmi. Ovviamente i suoi abbracci non sono di quelli formali, rigidi e legnosi: lei ti preme contro di sé e ti strizza tutta, non si risparmia mai.
La ricambio con lo stesso calore, che riservo solo a due persone al mondo, godendomi il profumo di incensi vari che impregna i suoi vestiti e, ormai, la sua intera persona.
“Come stai?” mi chiede mentre ci incamminiamo verso il parcheggio nella piazza che si apre alla sommità della salita pedonale.
Lo chiede sul serio, non come formula abusata di inizio conversazione. E quindi io sul serio rispondo.
“Abbastanza bene.”
Mi lancia un’occhiata di lato, studiandomi per qualche istante con quegli occhi identici a quelli di Rebecca, poi torna a guardare davanti a sé, con la testa alta e il portamento fiero di una regina, salutando passanti e altri negozianti: Sara conosce chiunque.
“Tu come stai? A casa come va?”
E la sento, improvvisa, la sua tristezza mista a preoccupazione. Mi sfiora come aria fredda, leggermente fastidiosa.
“Bene.”
Non dico nulla, non faccio nessun gesto, per la verità non la guardo neppure, ma lei sa. E capisce.
Infatti sospira.
“Ne parliamo dopo, vuoi?” mi propone.
“Certo.”
Ed è come se tornasse il caldo accanto a me: riesco a sentire l’impegno che impiega nel ricacciare indietro i pensieri. È uno sforzo enorme, che molti non riescono neppure a fare, ma che lei fa sembrare una passeggiata. Torna il suo sorriso e non ha nulla di forzato, non è falso. Per me che so, è eroico.
La sua mano mi stringe un istante il braccio: è il suo modo di dire “grazie”.
“Sei pronta?” mi chiede, emozionata come ogni volta.
“Sì” rispondo con un tono decisamente più neutro. Lo sono sempre, non è necessario che mi prepari in alcun modo. È come se qualcuno mi chiedesse se sono pronta a sentire: il mio udito funziona, quindi sento.
Tuttavia c’è un aspetto essenziale perché tutto funzioni al meglio: non devo sapere niente sulla nostra destinazione o, per essere più precisi, sulla persona che incontrerò. E Sara, che lo sa perfettamente, nulla mi dice. Sono anche sicura che, come ogni altra volta, si sia anche premurata di spiegare bene le regole a chi l’ha contattata per richiedere il nostro intervento.
Accompagnata dal familiare cigolio, che rimane comunque agghiacciante, della portiera del passeggero, salgo in macchina e mi ritrovo nell’abitacolo della Panda verde acqua di Sara, con la quale condivido l’anno di nascita. Se dovessi definirla in un solo termine sarebbe “essenziale”: non c’è un solo dettaglio superfluo, neppure il rivestimento della portiera, che per più di metà è lamiera a vista. Eppure tra un gemito e uno scoppiettio, la macchina si avvia stoica, pronta a portarci verso la nostra meta che, a giudicare dalla direzione che prendiamo, dev’essere fuori città.
Non appena ci lasciamo alle spalle il traffico pigro del centro e imbocchiamo la strada statale che segue la linea della costa il nostro viaggio diventa “vibrante”: il motore reagisce pronto (più o meno) alla pressione sull’acceleratore, ma l’aumentata velocità non agevola sicuramente la conversazione. Ci sentiremmo a stento.
Quindi affondo meglio nel sedile, mi sistemo gli occhiali da sole sul naso e mi godo lo spettacolo dei raggi che luccicano sulla superficie del mare alla nostra sinistra, talmente calmo oggi che si distinguono le correnti che lo attraversano per via delle diverse gradazioni di azzurro. Dai finestrini spalancati entra quel profumo tipico di salsedine e alghe, ammucchiate da qualche parte sulla costa rocciosa che scorre rapida sotto di noi.
Poco prima di raggiungere la cittadina successiva Sara svolta a destra, imboccando una delle innumerevoli stradine che si inerpicano sulla collina immediatamente a ridosso del litorale e che portano a vari gruppetti di case disseminati qua e là, come moderni paesetti di un presepe.
Gloriosa, la Panda arranca con qualche sbuffo, supera con indifferenza un paio di buche nel cemento grezzo graffiato dai solchi a lisca di pesce tracciati per incanalare l’acqua piovana, e raggiunge serenamente la cima, dove la strada termina in un ampio spiazzo ghiaioso su cui si affacciano tre villette di nuova costruzione, identiche tranne che per il colore. Sviluppate in lunghezza su un unico piano, tutte hanno il tetto tappezzato di pannelli solari e un giardinetto ricoperto d’erba sintetica delimitato da siepi di bosso che risultano altrettanto artificiali nel loro perfetto taglio squadrato, geometrico, quanto di più lontano dalle caotiche forme che assume la natura quando è lasciata a se stessa. Cartelli di “Area videosorvegliata” costellano le recinzioni di ognuna mentre quelli di “Attenzione cane da guardia” fanno bella mostra di sé sui cancelli elettrici.
Attraverso le sbarre del primo vedo un pastore tedesco, che ci osserva poco amichevole: sembra sfidarci a muovere un altro passo. Il guardiano della seconda casa invece sembra latitare e quello della terza, se è l’unico, non direi che rappresenti una grande minaccia: è un grosso pastore maremmano dagli occhioni languidi che lacrimano imbrattandogli un po’ il pelo candido del muso.
“Amore, ma sei vecchissimo!” commenta Sara vedendolo.
Ovviamente Sara è una di quelle persone che per strada salutano i cani.
“Sai qual è?” chiedo.
Nello spiazzo in cui abbiamo parcheggiato ci sono altre due auto parcheggiate oltre alla nostra Panda: un SUV e una Micra vecchiotta. Dalla posizione direi che il primo è dei proprietari della casa con il cane lupo, mentre la seconda sembra appartenere a quella con il maremmano.
Tra me e me spero che la nostra meta sia quest’ultima: ho notato una certa correlazione tra quel tipo di enormi, vistose e ingombranti auto e la più assoluta distanza dei loro fieri proprietari da me, le mie convinzioni e la mia vita. Ma sono consapevole che il pregiudizio potrebbe anche essere solo dovuto al fatto che anche mio padre ne ha uno.
“Numero… otto” risponde Sara leggendo sul palmo della mano sinistra. Non mi scompongo neppure: odia la tecnologia e infatti è l’unica persona che conosca, e con ogni probabilità l’unica dell’intero Occidente, a non avere uno smartphone.
Torno a guardare i tre cancelli.
“è quello di mezzo” dico scorgendo le due piastrelle cementate sul pilastro, decorate in modo da formare il numero.
Niente indizi automobilistici quindi…
“Andiamo” dice incamminandosi.
Il pastore tedesco ringhia il suo avvertimento, subito blandito da uno “Sh, sh” che normalmente immagino lo farebbe schiumare di rabbia ma che, provenendo da Sara, naturalmente sortisce l’effetto sperato.
Se non fosse la persona che è le suggerirei di fare la scassinatrice.
Suona al citofono e prima del proprietario di casa risponde l’abbaiare nevrotico e acuto di un cagnetto, chiaramente di piccola taglia.
“Sara?” chiede una voce robotica attraverso l’apparecchio.
“Siamo noi, buongiorno.” Avvisa sempre già al telefono che la visita sarà effettuata con un’altra persona.
“Arrivo subito. Entrate pure intanto.”
Un “bzz” e l’accendersi del lampeggiante sul pilastro alla nostra sinistra precedono l’apertura del cancello.
Entriamo mentre l’abbaiare si fa contemporaneamente più insistente e all’improvviso più lontano e attutito, segno che il cagnetto è stato chiuso in qualche stanza.
Avanziamo sul vialetto e ci fermiamo davanti alla porta d’ingresso.
E io mi preparo.
Come si apre vedo una signora sulla sessantina con i capelli corti freschi di tinta e piega, trucco leggero ma impeccabile, abiti comodi ma non sportivi né sciatti: morbidi pantaloni neri di lino e una camicia smanicata dello stesso tessuto, beige e decorata con disegni di grandi margherite stilizzate, definite solo dai neri contorni. L’insieme dà una generica impressione di cura rilassata.
Sorride vedendo Sara, poi scorge me.
E il sorriso si pietrifica un po’.
È un momento importante quello del primo incontro: sono molte le considerazioni che si fanno dopo una semplice occhiata e molte sono le sensazioni che mi assalgono, tanto da essere destabilizzanti. Anche per questo esagero il mio look: i capelli asimmetrici, il tatuaggio in bella vista sull’avambraccio e quello che si intravede sotto la clavicola, lo spesso eyeliner, i miei abiti scuri, gli stivali anche ora che siamo in estate, tutti i miei anelli, il piercing al sopracciglio e al labbro, danno di me un’impressione ben precisa, che so prevedere e quindi gestire.
In quest’epoca in cui si finge di non far caso più a niente in realtà pesiamo continuamente le persone che incontriamo, incasellandole subito in categorie da cui poi, forse, le sposteremo conoscendole meglio, ma che ci danno immediatamente un’idea generale di chi abbiamo davanti.
Lo fa chiunque e lo faccio anche io, ne sono pienamente consapevole, e so che con ogni probabilità a questa signora non più giovanissima e di ceto medio-alto non piacerò. Al contrario, so di suscitare interesse in persone come Sara, che cercano l’insolito più del tradizionale.
Vanno benissimo entrambe le reazioni.
Quello che invece non va bene è una persona che mi guarda e non riesce a capirmi, perché la sua confusione e il suo tentare di comprendermi mi disturbano a molti livelli.
“è un piacere conoscerla Loredana, io sono Sara” interviene, protendendo la mano che la signora prende un po’ esitante. “E questa è Lena” prosegue lasciando la sua stretta per poggiare entrambe le mani sulle mie spalle, da dietro, in un gesto atto a mostrare il suo assoluto apprezzamento per me. “La meravigliosa assistente di cui le ho parlato.”
Come da copione, la signora a quella presentazione si rilassa: distende le spalle e fa un secondo sorriso, stringendo anche la mia mano. Sara in genere piace alla gente e per questo motivo le persone tendono a fidarsi del suo giudizio: se io le piaccio, e lo mostra in ogni modo già durante le telefonate preliminari, allora evidentemente sono a posto.
“è un piacere conoscervi e avervi qui. Quindi…” inizia la signora, tendendosi nuovamente ma per tutt’altra ragione.
“Come le ho spiegato” prende subito in mano la situazione Sara, “abbiamo bisogno di essere sole, senza interferenze. Se potesse aspettare qui fuori sarebbe perfetto.”
“Ah, sì… Certo” dice la signora Loredana. Anche questa reazione è tipica: lo sanno perfettamente, perché Sara lo spiega molto chiaramente già al telefono, ma nonostante questo sembrano sempre sperare di poter assistere. “Pippo è chiuso nel bagnetto di servizio, come mi ha detto di fare.”
“Benissimo. A tra un po’.”
La signora si fa da parte. Siamo quasi entrate quando parla.
“Spero che…”
“No” la interrompe Sara, gentile ma ferma. “Non dica altro. Va bene così” la rassicura sporgendosi verso di lei per prenderle entrambe le mani nelle sue.
Brava Sara, penso tra me: io non devo sapere niente.
La porta blindata si richiude dietro di noi con un suono tanto più attutito quanto più alto è stato il suo costo. Questa quasi non si sente, quindi è costata un bel po’.
Abbasso lo sguardo, fissandolo sulle grandi, squadrate piastrelle di cotto, per non lasciarmi distrarre da eventuali foto mentre seguo Sara con la sacca della sua attrezzatura sulle spalle.
Nel mio campo visivo compare un divano in pelle bianca e subito dopo il tavolinetto di fronte. Mi siedo e con gesti automatici inizio a tirare fuori tutto, aiutata da lei, mentre la mia mente comincia ad astrarsi.
A margine della mia concentrazione mi rendo conto di quando Sara inizia ad aggirarsi per la casa per effettuare la fumigazione con la salvia e a seguire sento il succedersi di battiti di mani, campanelle e canti. Nel suo vagabondare, torna un paio di volte nella sala che sto occupando io per controllare a che punto siamo: non esiste un tempo prestabilito, ogni situazione è diversa, a sé. Il tutto potrebbe richiedere un minuto scarso, in caso di responso negativo, oppure arrivare anche a un paio d’ore per le circostanze più confuse.
Alla fine torno in me, sbattendo le palpebre due o tre volte e tornando a vedere la fiamma che danza allegra sul cero blu scuro, grande quanto il mio polso. A giudicare da quanto si è consumato versando le sue lacrime sul piattino sottostante, il tutto è durato circa mezz’ora stavolta.
Mentre aspetto che Sara finisca le sue litanie e torni da me, mi guardo cautamente attorno, spostando solo lo sguardo, e vedo la foto che cercavo in bella mostra sul ripiano di una libreria. Mi sforzo di nascondere il sorriso che mi suscita l’aria birichina di Sergio, colta perfettamente dallo scatto.
Quando infine Sara torna l’ultima volta, rendendosi conto che la visita è terminata, fa suonare le campanelle secondo un preciso, complicato ordine, che dovrebbe segnalare la conclusione ufficiale. Poi mi affianca, accucciandosi accanto a me per riporre nuovamente l’attrezzatura nella sacca, rimasta per tutto il tempo ai miei piedi. Quando le nostre teste sono abbastanza vicine condivido in un mormorio il mio responso.
“Un cappotto rosso, una treccia in un cofanetto, una foto in bianco e nero insieme a una donna dell’inizio del secolo scorso” mormoro.
Richiusa la sacca mi alzo e me la carico sulla spalla, da brava assistente, e la seguo fuori.
La padrona di casa sentendo la porta aprirsi si volta di scatto, il viso un insieme di tensione, aspettativa e un pizzico di sospetto, talmente esile in verità che probabilmente riesco a individuarlo solo io.
“Loredana…” esordisce Sara avanzando verso la donna con le braccia protese per afferrarle le mani. “Il suo Sergio è qui.”
* * *
Aspetto fuori dalla macchina con la schiena poggiata contro la portiera, le gambe distese e le caviglie incrociate, e le braccia strette attorno al corpo, mentre lascio che il sole riscaldi piacevolmente i miei vestiti, scacciando i tremori che mi colgono ogni volta.
Sollevo la mano che tiene il bric di succo di frutta e mi costringo a prendere un altro sorso. Da un lato, il liquido fresco che mi scorre in gola scendendo fino allo stomaco rallenta il processo di ripresa, dall’altro è molto utile per rinsaldare il legame con il mio corpo.
Non assisto mai alla seconda parte della visita: di tutte le emozioni altrui che ho imparato a schermare, il dolore non è incluso nella lista e ogni volta che per qualche motivo sono costretta ad assistervi ho l’impressione che mi si appiccichi addosso, che mi inzuppi tutta di disperazione, speranze disattese, torti non riparati, rimorsi e cose non dette.
Lascio che sia Sara a occuparsene: la sua spiccata empatia la rende la persona perfetta per gestire questo aspetto. Ha la rara capacità di trasmettere forza, speranza e coraggio senza trasformarsi in uno di quei pamphlet da libri di autoaiuto sulla linea di “Dio non mette sulla tua strada ostacoli che non puoi superare”, ovviamente declinato in base al pubblico cui è destinato: karma, dei di altre religioni, energie cosmiche e quant’altro. Idiozie irritanti per chi non ci crede e banali ripetizioni di concetti triti e ritriti per chi invece lo fa.
Sara riesce a ottenere un risultato decisamente migliore con la sua semplice presenza, mentre trasmette il nostro messaggio.
Il mio, per la verità.
“Grazie, grazie di cuore!” sento dire da una voce colma di emozione.
Mi volto e adesso sì, lascio che le sensazioni della signora mi raggiungano e mi contagino un po’: gioia, un pizzico di sorpresa, incredulità, speranza e, più di tutto, gratitudine.
“Grazie anche a te Lina!” mi urla la signora Loredana sbracciandosi nella mia direzione, talmente entusiasta da poter perdonare anche il mio aspetto per lei così poco ortodosso.
Ricambio sventolando una mano sopra al tettuccio della Panda mentre Sara, forse per la settecentesima volta, combatte la sua inutile battaglia in difesa del mio bistrattato nome: “è Lena.”
Le ho già detto altrettante volte che non mi importa, ma non si arrende. Non sarebbe da lei.
Mi raggiunge e saliamo entrambe in macchina, ritrovandoci nell’abitacolo surriscaldato dal sole.
“Hai ancora freddo?” mi chiede, premurosa.
“No, apriamo i finestrini. Sto bene.”
Ruota la manovella con tutta l’energia necessaria provocando un coro di cigolii fino a che il vetro raggiunge metà altezza, mette in moto e iniziamo lentamente il viaggio di rientro inserendoci nel traffico ora più intenso, che ci consente di conversare senza dover urlare.
“Allora?” mi chiede, emozionata.
“Sergio era un tipo ironico e sua moglie una gran rompipalle: gli faceva mettere le pattine in casa. Mi ha chiesto se conosco qualche trucchetto per spostare gli oggetti: gliele farebbe trovare volentieri in mezzo alla stanza, la sera, tanto per spaventarla un po’.”
Sara scoppia a ridere. “Però è ancora qui” commenta poi, con dolcezza.
“è una rompipalle, ma è stata la sua compagna per quarantasei anni. Sergio dice di non avere praticamente ricordi che non siano legati a lei. è stato un bel matrimonio, erano buoni amici.”
Mi volto quel tanto che basta per vedere il sorriso sognante di Sara, poi sento la sua mano trovare la mia gamba e stringere un po’, in quel suo gesto che dice tutto. E lo avverto, quanto vorrebbe poterlo fare, so cosa darebbe per sentire quello che sento io. Lo struggimento per quello che non potrà mai essere mi rosicchia un po’ l’anima.
Ma non c’è nulla da fare, è qualcosa che non si può imparare né tantomeno insegnare: io sono in grado di comunicare con i morti, Sara no.
“Loredana era entusiasta: ha insistito per darci un extra” mi confida, trafficando alla cieca nella sua borsa che ho dalla mia parte, accanto ai piedi, e tirando fuori una busta bianca che mi piazza in mano.
“Lo era davvero” commento guardandoci dentro. “Ci ha dato cinquanta Euro in più!” Considerando che le nostre visite ne costano cento, è davvero un extra non da poco. “Comprensibile in effetti, considerando che siamo le quinte che contatta, secondo Sergio: mi ha detto che le altre le avrebbe volentieri perseguitate se avesse potuto. Mi dispiace non avergli potuto insegnare neanche quello. Le hanno spillato quasi tremila Euro, tra tutte.”
Sara impreca sottovoce prima di commentare: “Speriamo che si fermi qui.”
Non è detto, in effetti: alcuni si quietano dopo aver avuto le prove che cercano della presenza del caro estinto e la rassicurazione sul fatto che stia bene. Ma per altri diventa una specie di droga, che alimenta l’illusione di poter protrarre un rapporto che però non può più esistere, soprattutto se il defunto è una persona molto giovane o addirittura un bambino. È comprensibile ma fuorviante e Sara in questi casi, in occasione di una seconda e categoricamente ultima visita, fa sapere alla persona in lutto che l’anima in questione ha lasciato la Terra per ascendere ad altri piani non più raggiungibili.
La disperazione rende vulnerabili e c’è pieno di gente che non si fa il minimo scrupolo ad approfittarsene. Nel novantanove percento dei casi si tratta di truffe belle e buone. Tecnicamente lo è anche quella di Sara, dato che nonostante tutti i suoi tentativi e i suoi studi non percepisce niente di niente, ma ci sono io con lei, quindi se si esclude l’innocente spettacolo che mettiamo in piedi a beneficio di eventuali, e in realtà non così rare, registrazioni della nostra attività per mezzo di videocamere nascoste, non facciamo nulla di illegale.
Naturalmente Sara non era del tutto a suo agio all’idea di chiedere soldi e all’inizio della nostra piccola società abbiamo fatto qualche visita gratuitamente, poi però si è resa conto di come la gente sembri molto più propensa a credere a qualcuno che si fa pagare cinquecento Euro una “seduta” piuttosto che a noi che prestavamo gratuitamente la nostra consulenza. Così abbiamo fissato una tariffa di cento Euro, che Sara non esita ad abbassare nel caso in cui la persona che la contatta sia veramente in difficoltà. Con sua sorpresa, le richieste da allora sono triplicate e la gente sembra molto più soddisfatta.
La parte più difficile è stata convincere lei a tenersi la metà della cifra, ma la verità è che senza di lei io non farei niente del genere: non voglio mostrarmi, non voglio attirare l’attenzione su di me rivelando le mie capacità e non voglio avere a che fare con la gente. E d’altro canto lei non potrebbe far nulla da sola, quindi da tre anni a questa parte la nostra società prospera sulla base del compromesso.
Per quanto riguarda invece miei eventuali scrupoli, sono poco incline a farmene di questo genere: se avessi un talento artistico come quello di Becca non avrei problemi a farmi pagare, così come se fossi nata con l’orecchio assoluto e un dono per la composizione musicale. Il fatto che le mie abilità siano così insolite e rare non le rende automaticamente svalutabili, ma ammetto che in questo l’impronta trasmessami mio malgrado da mio padre e la scelta universitaria alla quale mi ha costretta potrebbero avere il loro peso.
In ogni caso, questi soldi fanno sicuramente comodo a Sara e alla sua famiglia, soprattutto adesso.
E anche a me.
Avverto una piccola scossa di impazienza al pensiero del barattolo nascosto nella mia camera, quello in cui ripongo i miei risparmi.
Quello che custodisce il sogno mio e di mia madre.
Perciò obbedisco senza fiatare quando, proseguendo il discorso, mi dice: “Prendi il mio portafoglio. Dovrei avere venticinque Euro. Così puoi cambiare i cinquanta e prendere i tuoi settantacinque.”
Già che siamo in argomento, provo a sondare un po’ la situazione.
“Come va con Salvo?” le chiedo infilando i soldi nel mio portafoglio e rimettendo il suo nella borsa, assieme alla busta con la sua metà del guadagno.
Sara sospira e percepisco lo sforzo che fa per nascondermi la sua preoccupazione.
“Non ha ancora trovato niente, ma continua a cercare.”
L’impresa edile per la quale ha sempre lavorato suo marito è fallita due mesi fa dopo un’agonia durata anni durante la quale il proprietario ha fatto del suo meglio per tenersi a galla e garantire uno stipendio ai suoi operai, almeno i più bisognosi. Negli ultimi periodi era rimasto addirittura solo Salvo, con il quale il capo lavorava fianco a fianco nei cantieri, finché non è stato costretto a chiudere bottega per poter pagare le tasse prima che gli pignorassero la casa dove vive con la famiglia. In un mare di farabutti, il signor Franco Di Pietro è davvero una brava persona, ma sfortunatamente non attrezzata per fare miracoli. “Quando capita, aiuta Franco con qualche lavoretto.”
“E Mattia?”
Sorride subito al nome del nipotino di due mesi appena, poi fa una smorfia di dolore finanziario. “è un po’ costoso, ma va tutto bene.”
“Sara…” la sprono.
Sospira, consapevole del fatto che io avverta perfettamente la bugia. “Laura non ha già più latte, quindi Dante deve pagare quello artificiale.”
Perfetto, ci mancava solo quello. Dante, il fratello maggiore di Bec, ha messo incinta la sua ragazza con la quale si sono lasciati durante la gravidanza. Sono in buoni rapporti e tiene quasi sempre lei il bambino che Dante vede comunque spesso, ma nessuno dei due ha un lavoro che consenta loro di mantenerlo. Laura era commessa a tempo determinato in un negozio di abbigliamento che improvvisamente, proprio durante la gravidanza, si è trovato guarda un po’ in esubero di personale, e Dante è apprendista in un negozio di termoidraulica con uno stipendio del tutto insufficiente a mantenere un neonato. E in più c’è Matteo, il fratello poco più che maggiorenne di Bec, che a settembre inizierà l’ultimo anno dell’istituto tecnico per geometri e per tutta l’estate farà tirocinio nello studio di un amico di Salvo, esperienza importante per il suo futuro, ma che sfortunatamente dà diritto a un rimborso spese che non coprirebbe neanche l’abbonamento dell’autobus.
Quindi, riepilogando, nessuno nella famiglia di Becca sta a contemplare la precaria situazione economica senza muovere un dito e tutti si impegnano al massimo delle possibilità, compresa Rebecca che ogni mattina lavora come cameriera in un bar, appena ne ha l’occasione fa qualche ora di insegnamento in un circolo ricreativo e arrotonda vendendo tutti i quadri che riesce, mantenendosi fin dai tempi della scuola e dando alla sua famiglia tutto quello che le avanza. Il fatto però è che a volte, semplicemente, il massimo non è abbastanza.
Anche per quello alla fine ho accettato di lasciarmi coinvolgere nel progetto “Hooded Shadows” due mesi fa, quando Salvo ha perso il lavoro, senza immaginare però che i video amatoriali realizzati da Teo e Nico avrebbero riscosso un qualsiasi tipo successo. E invece stanno superando le loro già (per me) spropositate aspettative: piacciono, piacciono davvero, e stanno portando visualizzazioni e le prime timide sponsorizzazioni e, di conseguenza, anche i primi soldi. Soldi che in questo momento fanno decisamente comodo, ma che ancora non bastano.
A nessuno: né a loro né tantomeno a me.
Quasi spero che contro ogni logica quella stupidaggine della pellicola Spectra che hanno ordinato funzioni, perché ci darebbe davvero una grossa mano.
Sento una musichetta alzarsi fino a coprire il rombo del motore: è la suoneria del telefono di Sara.
“Guardi chi è per favore?” mi chiede.
Lo recupero dalla borsa.
“è un cellulare” rispondo osservando lo schermo. “Non hai il numero salvato.”
“Sarà uno di quei call center, ma non si sa mai” dice, mettendo la freccia per accostare a bordo strada e rispondere. Il silenzio improvviso che si leva non appena spegne il motore è quasi assordante.
“Pronto? Sì, sono io.”
Mi aspetto il consueto: “non sono interessata, il fornitore attuale è perfetto, grazie”, e invece la sento dire: “Capisco. E quanti anni ha la bambina?”
Mi volto a guardarla, solo in parte incuriosita e in (buona) parte già scocciata: sapevo che sarebbe successo ancora.
I suoi occhi vagano oltre il parabrezza, ma la sua mente è concentrata sulla telefonata.
“Sì certo, possiamo incontrarla senz’altro. Domani…” Lancia un’occhiata interrogativa a me. Faccio cenno di sì: la domenica ho un solo impegno e domani non farà eccezione, anche se già so che questo incontro sarà una perdita di tempo. “Sì. Nel primo pomeriggio potrebbe andarvi bene?” propone, sapendo perfettamente che è quello che avrei proposto anche io: il mio appuntamento è alle 17:30, come sempre da cinque anni a questa parte. Avere dei punti fissi aiuta, mi avevano detto…
Torna a guardarmi e, mentre la persona all’altro capo le risponde, mi dice in silenzio, muovendo solo le labbra: “Da me?”
Annuisco di nuovo: è la soluzione migliore, soprattutto perché ha parlato di una bambina. Sarà più a suo agio e… beh, potremo avere subito la prova della verità di ciò che affermano, o molto più probabilmente del fatto che si siano inventati tutto.
“Alle 14:00 è perfetto. Le lascio l’indirizzo. Quella cosa su internet dovrebbe farvici arrivare facilmente. Mappa, sì.”
Accenno un vago sorriso tra me: Google Maps, quella magia sconosciuta a Sara.
“Ci sarà anche Lena, la mia meravigliosa assistente” avvisa come da protocollo. “Mi segno il suo numero: se dovessero esserci problemi ci sentiamo. Benissimo, a domani. Buona giornata.”
“Un altro mitomane?” chiedo caustica appena chiude la conversazione.
È colpa di quella trasmissione: sapevo che avrebbe rintuzzato l’interesse nei confronti del mondo degli spiriti. A dire la verità però non mi aspettavo fino a questo punto: è la terza telefonata che riceviamo nelle ultime settimane, da parte di gente che, galvanizzata dalle scemenze che già hanno detto in televisione presentando il nuovo programma, crede di avere straordinarie doti medianiche. Le prime due si sono concluse con un niente di fatto, e così sarà sicuramente anche per la terza.
“Non possiamo saperlo. Mi è sembrato sincero” dice, stringendosi un po’ nelle spalle.
Non replico nulla: non avrebbe senso perché Sara, esattamente come Becca, crede nella buona fede di chiunque. Pessima inclinazione.
“è il fratello” mi informa.
“è sicuramente un mitomane” deduco: ci manca solo qualche ragazzetto in cerca di scoop da postare sui social.
“è adulto, direi” mi anticipa, seguendo perfettamente la mia linea di pensiero. “Almeno, così mi è sembrato in base alla conversazione che abbiamo avuto. Sembra preoccupato.” Lo sembrano sempre… “La ragazzina ha dodici anni.”
Annuisco lentamente. Dodici anni: un’età difficile in ogni caso.
“E… dice di vederli, Lena.”
Scoppio a ridere, adesso sicura al cento percento che non sia vero.
“Al massimo avremo perso un po’ di tempo” prosegue Sara, tranquilla come d’abitudine. “E se invece fosse vero…”
Già, ma non lo è. Non lo è mai, e sicuramente non lo sarà questa volta.
“Potremmo aiutarla” concludo senza crederci neanche un po’.
“Non sarebbe magnifico?” mi chiede, con gli occhi che le brillano.
Impiego qualche istante a rispondere.
“Sì… lo sarebbe.”
E questo lo penso veramente.
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