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Lena
“Bec hanno suonato!” urlo scendendo le scale.
Sto per afferrare la maniglia della sua porta quando la spalanca, sorprendendomi: Rebecca non è perennemente, sistematicamente in ritardo come suo fratello, ma è colossalmente distratta, quindi le capita spesso di dimenticare direttamente gli impegni. Il fatto che invece stasera sia pronta e con le mani già tutte smacchiate dall’acquaragia dimostra ampiamente il suo entusiasmo.
“Eccomi!” annuncia con un gran sorriso. “Sono curiosissima!”
Lo sono anche io in realtà, anche se forse mi definirei più fatalista, in questo caso.
“Ah no, aspetta: mi sono scordata una cosa” borbotta tornando in camera.
Ecco, ora la riconosco.
Scendo in soggiorno e dal citofono faccio scattare l’apertura del portone, lascio la porta di casa socchiusa e vado ad aspettare accoccolata nel mio angolo del divano, con le gambe ripiegate di lato accanto a me sulla seduta, mentre do un’occhiata veloce al telefono.
Sento contemporaneamente i passetti leggeri di Bec che scende e quelli da troll delle caverne di Teo e Nico che salgono.
Alzo lo sguardo quando la porta va a sbattere contro il calorifero della parete accanto all’ingresso: da troll sono saliti, da troll sono entrati.
“Ah scusate: la sacca” si giustifica Teo. Osservo rassegnata la vecchia sacca scolorita che contiene tutta la loro attrezzatura. Sapevo che l’avrebbero portata.
Nessuno potrebbe avere dubbi sul fatto che Matteo e Becca siano fratelli: gli stessi capelli ricci e castani, che lui porta lunghi e disordinati attorno alla testa, e gli stessi, bellissimi occhi verdi. Nonostante l’aria un po’ patita da poeta maledetto data dall’estrema magrezza e dal pallore, Matteo condivide con la sorella l’entusiasmo tipicamente hippy per la vita e una fede incrollabile nel prossimo.
È giovane, spero ancora che gli passi.
Alle sue spalle compaiono quattro cartoni delle pizze. Mi basta lanciare un’occhiata al di sopra e incrociare lo sguardo di Nico per avere la non necessaria conferma che l’unica già sicura che il nuovo programma sarà una stupidaggine sono io.
“Glovo!” annuncia entrando.
“Grazie!” ribatte Bec dal suo posto preferito: sul tappeto, a gambe incrociate, con la schiena poggiata contro il pouf verde acqua. “I soldi sono sul cassettone, lascia pure qui le pizze e tieni il resto. Alla prossima!” finge di congedarlo, come se fosse davvero il ragazzo delle consegne a domicilio.
Mentre osservo la scena familiare, che si conclude al solito con Nico che le rivolge un affettuoso dito medio, mi rendo conto all’improvviso di come il ragazzino che è diventato il migliore amico di Matteo da quando si sono ritrovati nello stesso banco, il primo giorno di medie, sia cambiato.
E di come sia cresciuto.
Bassino, piuttosto tarchiato e decisamente mediterraneo nonostante quegli incredibili occhi grigi che spiccano contro la pelle olivastra, da qualche tempo a questa parte ha iniziato a raccogliere i capelli, nerissimi, sulla testa e a farsi crescere la folta barba rasandola sulle guance, in modo che gli definisca la mandibola altrimenti un po’ tonda, ancora da adolescente. Ha iniziato anche a fare pesi e l’aspetto morbido che lo caratterizza da quando lo conosco sta lasciando spazio a un fisico comunque massiccio ma più definito. Cerco di immaginarlo con il dragone disegnato da Becca che progetta di farsi tatuare su tutto il braccio sinistro e riconosco che contribuirà, insieme alla immancabile maglietta nera attillata che deve aver acquistato in stock da cinquanta pezzi, alla nuova, complessiva aria da membro di una gang ispano-americana che sembra aver deciso di voler dare di sé.
Per qualche motivo quest’immagine stride con quella che ho di lui: è come se si stesse sforzando di entrare nella propria pelle o piuttosto di trovarne una da chiamare “sua”. Ammetto però che l’impressione potrebbe essere dovuta al fatto che nella mia mente è ancora il ragazzetto undicenne pieno di brufoli di sette anni fa.
Poggia le pizze sul tavolino davanti al divano e mi porge la mia prima di sedersi al solito posto, accanto a me.
“Sei già sicura che sarà una scemenza, vero?” indovina.
“Ovvio.”
“Ma la Spectra funzionerà” dichiara facendomi un occhiolino prima di addentare la sua fetta grondante condimento.
“Domani proviamo” mi ripete Matteo, per la trecentesima volta.
Scuoto la testa e mi concentro sullo schermo della TV, dove sta per iniziare “Psychic Kids Italia”.
Il format non è nuovo: è un programma andato in onda negli Stati Uniti tra il 2008 e il 2010, condotto oltreoceano da Chip Coffey, un sensitivo che ha utilizzato le proprie capacità anche come detective, aiutando la polizia a indagare su alcuni casi di omicidio. Più di dieci anni dopo, i diritti sono stati acquistati da un network italiano sull’onda del tardivo ma discreto interesse nei confronti del dibattutissimo mondo degli spiriti anche qui, nel nostro più scettico e cattolicissimo Paese, tradizionalmente disposto a credere solo in alcuni e ben definiti fenomeni invisibili.
Forse proprio per questa ragione, in Italia la conduzione è stata affidata a due figure contrapposte: una sedicente medium e un membro del CICAP, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze. Se il secondo non ho dubbi che sia effettivamente lo stimato fisico teorico che dice di essere, sulla prima invece qualche perplessità la nutro, a partire dalle immagini della sigla che la ritraggono con un pendolo in mano e una tavola Ouija e la vedono intenta a condurre quella che suppongo vorrebbe essere una seduta spiritica attorno all’immancabile tavolo rotondo.
Non la conosco di persona e non l’ho mai incontrata, quindi non posso dirlo con certezza, ma di primo acchito diciamo che non mi ispira molta fiducia. Ammetto che il nome che si è scelta, degno della peggior cartomante da fiera di paese, non la aiuta a guadagnare punti ai miei occhi: Madame Lalune…
Dopo una introduzione generica sulle esperienze di premorte e qualche prova fotografica sulla quale nutro più dubbi del fisico del CICAP, passano a presentare i due ragazzini protagonisti della puntata di oggi che, affiancati da solerti genitori, raccontano le proprie esperienze.
Ascolto in silenzio, sentendomi addosso lo sguardo dei miei amici ogni volta che uno di loro fa affermazioni legate all’immaginario del mondo degli spiriti trasmesso e alimentato da letteratura e cinema, che però ha poco o niente a che vedere con la realtà.
“Freddo…” sta dicendo Matilda, la bambina intervistata nella penombra, con un’inquadratura studiatamente puntata sugli occhioni spalancati e vagamente angosciati. “Sento sempre freddo come… una corrente, sulle braccia o sul collo.”
Gli sguardi di Bec, Teo e Nico scattano su di me simultaneamente, stavolta. Mi stringo nelle spalle: i brividi che solitamente assalgono me non sono dovuti al freddo e quella degli ambienti che si raffreddano in presenza di uno spirito è una scemenza, ma non significa che la bambina sia bugiarda né che il padre che la affianca sia un truffatore. Anzi, osservando l’espressione di Matilda potrei quasi giurare che creda veramente in quello che sta dicendo: sembra spaventata. Il fatto è che chiunque sia anche solo un po’ impressionabile se condotto in un luogo adatto, come un posto abbandonato in piena notte ad esempio, sentirebbe “qualcosa”. La mente è davvero molto potente, anche se per la maggior parte delle persone le sue incredibili capacità si sostanziano nell’associare fenomeni casuali, come uno spiffero proveniente da una finestra senza vetri e uno scricchiolio causato dalla fatiscenza dell’edificio, attribuendo all’insieme di percezioni un significato che, in realtà, non hanno.
Ed è quello che sta spiegando anche il fisico del CICAP. È un po’ come il discorso della pareidolia, quella tendenza a trovare forme familiari in immagini casuali, che molto spesso si traduce nell’individuare volti umani in presenza anche solo di tre cavità, che inconsciamente associamo a occhi e bocca. Un fenomeno sicuramente suggestivo, come nel caso del volto su Marte ripreso dalla sonda Viking 1 o della più nota faccia della luna, spiegabile in realtà con la necessità evolutiva di individuare eventuali presenze, e quindi potenziali pericoli, attorno a noi. Ma la luna non ha una faccia, né ce l’ha Marte.
Questo stesso fenomeno è stato peraltro alla base di inconfutabili prove della manifestazione fisica di spettri, che in base alla mia esperienza sono assolutamente impercettibili da parte di qualsivoglia strumento umano, almeno finora costruito, incluse le famose Polaroid con pellicola Spectra che hanno spopolato tra i cacciatori di fantasmi e nelle quali ora ripongono tutte le loro speranze Nico e Teo.
Sono già pronta ad alzarmi per andare a prendere dell’altra Coca senza neanche aspettare la pubblicità, quando compare il secondo bambino. Un ragazzino per la verità, di quindici anni stando alla sovrimpressione.
Morgan.
Mi fermo in mezzo al salotto, con il corpo già rivolto verso la cucina e la testa invece ancora voltata verso la TV, lo sguardo fisso sul protagonista. Lui è più orientato sul fin troppo vasto campionario horror: con tono strascicato e svogliato sta raccontando di ticchettio di unghie, voci cavernose e graffi su braccia e schiena scoperti la mattina, al risveglio.
“Sembra uscito da un video di Billie Eilish” commenta Teo, ma la sua voce mi arriva da lontano.
Mi stringo le braccia addosso, la mano sinistra che sfrega contro il fianco destro.
“Lena?” mi chiama Nico, attento.
Vorrei rispondere, ma fatico a staccare lo sguardo da quello del ragazzino, che fissa lo schermo con i suoi occhi scuri, che non mostrano la minima incertezza. Sento un brivido scorrermi lungo la spina dorsale e mi sento improvvisamente a disagio nel guardare il suo viso affilato, l’espressione dura, le mani lunghe e magre, ossute, che spuntano dalla trasandata maglia nera.
“Che succede?” mi chiede Becca. “Sta dicendo la verità?”
Scuoto la testa e nello stesso momento, finalmente, la regia cambia prospettiva passando a inquadrare il ragazzino da dietro, e io mi riscuoto.
“No… Non credo almeno.” La storia dei graffi al risveglio è uno dei tanti cliché. Eppure… “Non so ha…” La mia mente corre di nuovo a quegli occhi e mi sforzo di concentrarmi su Becca, che mi sta fissando perplessa, esattamente come stanno facendo Teo e Nico. Scrollo le spalle. “No, niente. Mi sembrava che avesse qualcosa di strano. Non so spiegare cosa.”
Potrebbe essere la madre in realtà: molto giovane, trucco vistoso, abbigliamento sopra le righe rispetto alla situazione, che mette in mostra un po’ troppo. Anche attraverso lo schermo mi trasmette una sensazione spiacevole, mi dà l’idea di aver portato il figlio là solo per apparire in TV e farsi notare da qualcuno.
Vado a prendere l’altra bottiglia di Coca e mi convinco che sia quello il disagio che ho provato vedendo suo figlio. A distanza non riesco a leggere le persone come faccio invece quando le ho davanti in carne e ossa, ma le sensazioni del ragazzo devono essere particolarmente intense e probabilmente non voleva essere là. Chissà, forse se fosse stato per lui non avrebbe nemmeno voluto partecipare.
Quello dell’adolescenza è un periodo difficile, mi ripeto pensando alla ragazzina che incontreremo domani, un periodo in cui le sensazioni, positive o negative, si provano all’ennesima potenza.
E io lo so bene…
* * *
Immersa nel sole del primo pomeriggio, inspiro lentamente sintonizzando involontariamente il mio respiro con quello del mare che si frange ritmicamente contro la scogliera, un paio di decine di metri sotto di me. Ogni luogo ha un suo tipico odore; quello che si respira qui è un misto di salsedine, rocce, alghe e ginestre che punteggiano questa zona del litorale.
Strizzo gli occhi e, controluce, seguo la linea della costa verso Ovest, dove la scogliera digrada rapidamente fino a scendere quasi al livello delle acque, nel punto in cui ancora si può scorgere la forma circolare della base del vecchio faro.
“Non si vede niente…”
La voce di Matteo mi spinge a voltarmi verso la vecchia casa e come ogni volta il mio cuore si stringe un po’ quando vedo l’intonaco scrostato, le finestre infrante, il tetto in parte sfondato e coperto da grandi teli di nylon e i rinforzi degli architravi.
Matteo ne supera uno, chinandosi per non battere la testa, e mi raggiunge fuori agitando un’istantanea tra due dita, per farla asciugare più rapidamente.
Si ferma di fronte a me e la guarda.
“Niente” ripete deluso e indispettito, spingendomela in mano. “Niente di niente.”
Osservo la foto e non vedo niente di più della solita cucina vuota e abbandonata.
“E neanche in tutte le altre” prosegue, porgendomi tutte quelle che abbiamo scattato insieme poco fa, da ogni angolazione possibile.
“Mi dispiace Teo, non so come aiutarti più di così.”
“Non mi arrendo” afferma.
“Non lo avevo neanche preso in considerazione.”
Recupera tutte le foto. “Vado a scannerizzarle, vediamo se ne cavo fuori qualcosa.”
“Buon lavoro!” gli auguro, osservandolo attraversare il terreno roccioso e raggiungere a grandi passi casa sua.
Poi, irresistibilmente attratta come sempre, torno a osservare la vecchia casa. A differenza di ciò che ho fatto quando ci sono entrata con Matteo poco fa, abbasso tutte le mie barriere e permetto alle mie percezioni di espandersi, mi lascio avvolgere dall’atmosfera calda che ancora permea questo posto.
E il profumo di biscotti mi avvolge.
Accenno un sorriso mentre da qualche parte, in profondità, il mio cuore si spezza un altro po’, mentre la casa riversa su di me tutte le aspettative, le speranze, le delusioni, i dolori che la hanno animata.
Che cosa complicata, le emozioni: sono un groviglio inestricabile anche per me.
Vorrei correre via, vorrei poter rimanere per sempre qui.
Vorrei che ci fosse ancora lei, qui.
Consapevole di farmi del male, immagino ancora una volta che le cose siano andate diversamente, che tutto sia andato diversamente. E quasi riesco a vederla, la casa restaurata, i muri perfettamente intonacati, le finestre tirate a lucido, aperte, con le tende che si agitano alla perenne brezza del mare. Quasi riesco a vederla, piena di vita come quella gemella alle mie spalle.
La nostra casa.
E quasi riesco a sentire la sua risata…
Poi sbatto gli occhi e tutto torna come prima, in rovina, mentre il suono di quella risata calda e contagiosa si perde, dissipato dal rumore della macchina di Salvo che tossicchiando si allontana.
E di fronte a me c’è di nuovo solo la vecchia casa. La mia casa.
Prima che la realtà si abbatta su di me come un’onda, travolgendomi, rialzo tutte le mie barriere, proteggo di nuovo il mio cuore in pezzi, mi dimentico di nuovo di averlo.
Ed è in questo momento che sento uno sguardo su di me. Mi volto all’indietro: Sara mi sta osservando dal giardino antistante la sua casa, poco più avanti rispetto al tavolo ombreggiato dalla pergola di vite, con un sorriso appena accennato sul volto e una tazza di caffè stretta in mano, sicuramente destinata a me.
Ci incamminiamo l’una verso l’altra e ricambio il sorriso senza fare nessuna fatica, a malapena rendendomi conto che non dovrebbe essere così facile, che dovrei faticare ad appiccicarmi sulla faccia un’espressione che non corrisponde a niente di quello che sento. E invece lo è.
Quando mi passa la tazza vedo il generoso ciuffetto di panna che ha aggiunto sopra al caffè e il mio sorriso diventa autentico: la sua indole affettuosa si manifesta in decine di questi piccoli gesti.
“Ti aspetta, lo sai” mi dice dolcemente, rivolgendo un cenno alle mie spalle.
Annuisco. Lo so…
“Ce la farai” mi ricorda. Lo fa spesso. “Se vorrai.”
“Certo che voglio” rispondo, sicura. “è per questo che da domani scenderò puntuale all’inferno, tutti i giorni dalle 8:00 alle 17:00.” E continuerò a farlo per Dio solo sa quanti anni, quando avrò finito gli studi.
Il sorriso di Sara si fa più accondiscendente. Alla luce inclemente del sole vedo la filigrana di rughe che inizia a disegnarle gli angoli degli occhi, riuscendo a renderla ancora più espressiva, ancora più bella.
“Andrà bene, vedrai.”
Sospiro, consapevole di addentrarmi ancora una volta nel ginepraio di questo discorso sul quale io e Sara non siamo mai state d’accordo.
“Non ci parliamo da quanto? Parlare normalmente intendo, non perché costretti…”
Non risponde nemmeno a quella che era in effetti una domanda retorica.
“Ti vuole bene, a suo modo.”
Sbuffo, quasi divertita.
“Direi che il “suo modo” non corrisponde al mio.” Per niente. E senz’altro neanche al modo di mia madre. Non lo dico, ma so perfettamente che non ce n’è bisogno: Sara mi legge il pensiero direttamente in faccia. Quindi scuotendo la testa la fermo prima che dica quello di cui è convinta e di cui io non mi convincerò mai.
Capisce al volo, come sempre, e passa oltre, con appena un accenno di rassegnazione a incresparle la fronte.
“Ho una buona sensazione per oggi” afferma quindi allegra.
“Ma va?” la prendo un po’ in giro. “Se è buona come quella che hai per la mia estate siamo a posto.”
Assottiglia gli occhi nella mia direzione, ma le sue labbra, generose e rosse esattamente come quelle di Rebecca, si piegano in un sorrisetto che vanifica la finta espressione risentita.
“Ci sono un sacco di vibrazioni positive nell’aria” prosegue imperterrita. “Non le senti?” mi chiede, agitando le dita attorno a sé, nell’aria calda, come se così facendo potesse farmele avvertire.
“No, mi dispiace: sento che il pomeriggio sarà una totale perdita di tempo. Anzi no: la torta era buonissima” mi correggo, passandomi una mano sullo stomaco.
“Secondo me succederà qualcosa di buono” insiste, convinta, con un’aria da fidati di me che mi fa drizzare le antenne.
E stavolta sono io ad assottigliare le palpebre. “Mi hai fatto di nuovo le carte?” insinuo.
Le sopracciglia di Sara si inarcano mentre le sue spalle si sollevano, in una posa assolutamente innocente.
“Potrei averlo fatto…”
Le mie spalle al contrario crollano, ma prima che possa dire qualunque cosa, che comunque sarebbe del tutto inutile, mi anticipa.
“Bec mi ha detto che non è andata bene lo scorso venerdì, con… quel ragazzo. Lo so, so che non sono affari miei, che non ti interessa e che non hai una data di scadenza perché non sei un latticino.”
“Le carte ti hanno detto anche tutte queste cose? Perché stavolta ci hanno preso.”
Mi dà una piccola spinta. “No, per quello non mi servono le carte: ti conosco.”
“E allora sai anche che è un problema solo per te e per Becca, non per me.”
“Vorrei solo che fossi felice.”
Mi viene quasi da ridere.
“Da quando serve un’altra persona per essere felici?”
“Aiuta… La persona giusta, ovviamente.”
“Certo. Fammi capire, la persona giusta sarebbe quella che incontrerò oggi, quindi? Il fratello mitomane, quello adulto.”
Scuote la testa in disapprovazione. “Le carte non sono mai così precise, lo sai” mi ricorda. “Ma…” pausa teatrale “…ci sono vibrazioni positive” ripete.
“Ah sì, giusto.”
Sta per rifilarmi un’altra lezione sull’importanza di saper riconoscere le energie cosmiche, già lo so, quando arriva provvidenziale l’urlo di Teo direttamente da dentro casa: non si sporge neanche dalla finestra.
“Mamma, al telefono! è Laura: Mattia continua a piangere.”
Sara sospira e mi prende la tazza vuota dalla mano, avviandosi veloce verso casa. “A pancia in giù! Le ho detto che deve tenerlo a pancia in giù per fargli passare le colichette!”
“Dillo anche a lei che ci sono le vibrazioni positive oggi!” le urlo dietro, meritandomi una sua rarissima occhiataccia.
Guardo l’ora: sono le 14:10. Beh, fra venti minuti scoprirò se ci sarà almeno una cosa positiva in questa domenica, sempre a parte la torta al cioccolato, mi dico sentendo il mio cuore sprofondare di nuovo un po’, mentre ho la netta sensazione di sentire il ticchettio di un orologio scandire i minuti che mi separano dalle 17:30.
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