IL PUGNALE E LA PERLA NERA
Capitolo 3 di 36

Scritto il 12/09/2026
da PITTI DUCHAMP


⏱ ~21 min · 4119 parole

Occasioni inaspettate

 

“Sua Signoria cerca di voi, Marchesina. È in biblioteca” le disse una cameriera la mattina successiva.

“Ha detto per che cosa?”.

“Credo abbiate una visita”.

Lo stomaco di Caterina si strinse dall’emozione e seppe per certo di essere arrossita. Corse a perdifiato verso la stanza che tutti chiamavano biblioteca ma che non ne aveva in realtà l’aspetto, fornita solo di qualche scarno scaffale pieno di libri dozzinali. Quella del Castello Alabardi o quella di casa sua in Piemonte a Monteverde sì che erano biblioteche, straripanti di raccolte in molte lingue su ogni argomento possibile. Sua madre poi seminava opere di saggistica e romanzi ovunque: ognuna delle abitazioni dei Marchesi vantava un ragguardevole numero di volumi e anche Milarciano, la tenuta piemontese di suo fratello Sebastiano, ne era colma.

Fece due profondi respiri per calmare l’agitazione prima di bussare alla porta ed entrare nella stanza calda e ospitale dove troneggiava un tavolo rettangolare con un’unica larga zampa centrale. Fu accolta dalla figura pingue e gioviale del Conte Velasca e da quella massiccia, possente e attraente del suo Principe che le regalò un sorriso brigantesco e sbruffone, irresistibile.

“Buongiorno, Marchesina” la salutò con quell’aria complice come a chiedere mi hai pensato stanotte? Caterina gli restituì il saluto e uno sguardo carico di risposte: sì, ti ho pensato tutta la notte, in modo vergognoso e osceno.

“Il Principe chiede il privilegio di potervi scortare in una passeggiata. Non ho indicazioni dai vostri genitori, ma sono sicuro che non vi negherebbero un’uscita mattutina” argomentò il Conte Velasca. “Inoltre chiede che voi lo possiate accompagnare alla rappresentazione a La Pergola per la sera dell’Epifania. Considerata l’opinione che il Granduca ha del Principe Vattilieri non posso che concedervi il mio permesso se anche voi siete d’accordo, Marchesina. Sono sicuro che vostro padre sarebbe della mia stessa opinione” continuò.

Voi non conoscete abbastanza mio padre, pensò Caterina tra sé. E di nuovo si rimproverò perché avrebbe dovuto esprimere quel pensiero a voce alta: stava disubbidendo consapevolmente ai suoi genitori comportandosi da figlia ribelle e ingrata visto che invece di tornare al Castello Alabardi, come avrebbero voluto i suoi, avrebbe passeggiato da sola con un uomo.

“Grazie, Conte. Sono felice di accettare l’invito, non c’è niente che ami di più che il teatro e la lirica. E sono contenta di uscire stamattina, il Principe deve aver indovinato quanto ami camminare. Prendo il soprabito” disse invece con il cuore che batteva furioso dalle parti della gola.

“In realtà, Marchesina, ho portato un cavallo anche per voi. Avete voglia di fare una cavalcata?” chiese Filippo con il suo solito modo lento di parlare, molle e quasi stucchevole in contrasto con una tonalità profonda, come se non fosse evidente che quello che pronunciava era un ordine e non una proposta. La sua voce parve a Caterina più suadente del canto delle sirene per Ulisse e le ginocchia persero subito la loro fermezza quando gli occhi si incrociarono.

“Oh sì, non sapete quanto!” rispose Caterina con genuino entusiasmo. “Datemi il tempo di cambiarmi allora. Ci vediamo tra mezz’ora”.

“Ai vostri ordini” la canzonò lui mimando un inchino esagerato.

Caterina corse più veloce che poté nonostante le ginocchia ormai ridotte a un ammasso di gelatina continuassero a non rispondere ai comandi della testa. Mentre infilava il suo completo da cavallerizza, con la gonna di velluto azzurro e la piccola tuba, si sentiva leggera e felice, con il cuore che batteva forte e la mente affollata di aspettativa. Non stette lunghi minuti a rimirarsi allo specchio né utilizzò belletti o fermagli complicati per i capelli. Aveva troppa fretta di trascorrere tempo con il suo Principe per perderne in compagnia della sua immagine riflessa, e in non più di un quarto d’ora fu pronta.

La coppia salutò il padrone di casa fingendo una formalità che, loro lo sapevano, era crollata dal primo momento di quel bacio infuocato a Palazzo Pitti.

Filippo aveva condotto con sé per la sua Ninetta una bellissima bestia: una cavalla bianca araba dai muscoli elastici e dall’aspetto vivace.

“Spero che cavalchiate meglio di quanto parliate di politica” la provocò lui prendendo le redini del suo stallone persano.

Caterina finse di non prestargli attenzione concentrandosi ad accarezzare il pelo corto e lucido dell’animale che le era destinato. I suoi sensi però erano tutti in allerta, come una gazzella che deve difendersi da un leone troppo scaltro: sa perfettamente che il leone vincerà, che la mangerà e quasi anela a quel momento per mettere fine alla lenta agonia dell’attesa.

“Non riuscirete a litigare con me anche stamattina. Sono troppo felice. Non cavalco da molti giorni e ne avevo una voglia matta. Dove avete trovato questa cavalla splendida? E come si chiama? E di che razza è la vostra cavalcatura?”.

“Efesto è un persano, è una razza nata per volere della casata dei Borboni. È diventata una sorta di simbolo del nostro Regno. La vostra cavalla invece si chiama Zahira e non l’ho trovata” le rispose lui ridendo. “I cavalli sono una mia grande passione e li allevo a casa, a San Garlizio”.

“Che meraviglia! Allevate cavalli di tutte le razze?”.

“Prevalentemente persani e arabi. Sto provando ad allevare anche salernitani, ma gli arabi mi piacciono di più”.

“Sono selvaggi ed eleganti… come siete voi” gli rispose Caterina sbattendo le lunghe ciglia con fare civettuolo.

“Anche voi siete così, Nine’, siamo fatti della stessa pasta. Ho creduto che il vostro temperamento necessitasse di uno sfogo per rasserenarsi. Le donne…ehm… sanguigne come voi non possono rimanere rinchiuse per molto”.

“Non so se offendermi o prendere le vostre frasi come complimenti” disse mentre saliva sulla cavalla senza bisogno di nessun aiuto e, sotto lo sguardo ammirato di lui, assumeva una posizione naturale e disinvolta.

“La mia è solo una costatazione. Siete esuberante e appassionata. Avete bisogno di aria e di libertà. Se vi sono negate, diventate irritabile e nervosa. Mi sbaglio?”.

Filippo cavalcava con signorile eleganza, sembrava tutt’uno con il destriero, come se fosse un prolungamento dell’animale, o al contrario che il cavallo lo fosse del corpo possente del suo cavaliere. Il gigantesco stallone persano era nero come la paura che incuteva, con coda e criniera singolarmente lunghe, selvagge come la chioma del suo padrone.

“Sembra che mi abbiate compresa, Principe. Dovreste convincere mia madre di queste vostre intuizioni. Fosse per lei non dovrei staccarmi dai saggi di politica e dovrei imparare una lingua dietro l’altra. Mi fa leggere montagne di libri noiosi, ma dice che sono molto importanti” disse Caterina sbuffando rassegnata.

“Non lo metto in dubbio. Siete una mente acuta, anche se dovete essere dirozzata”.

”Come prego? Per vostra informazione, Principe, io non disdegno la lettura e attività intellettuali” fece lei offesa.

“Eppure parlate prima di aver pensato e sono certo che pronunciate certi giudizi solo perché li avete sentiti dire in famiglia. È giusto rispettare la famiglia, ma siete abbastanza grande da poter avere le vostre idee”.

“Dopo tutto non credo mi abbiate compresa poi così tanto. Peccate di presunzione e siete un superbo. Non potete pensare di sputare sentenze su di me dopo avermi vista sì e no tre volte” lo rimproverò Caterina alzando il mento come ad assumere una posizione di superiorità.

“Non offendetevi, piccere’. Non è necessario che le convinzioni di vostro padre debbano essere anche le vostre. Siete giovane e avete la possibilità di viaggiare e di imparare a farvi un’opinione vostra, senza il filtro delle idee della vostra famiglia”.

“Lo dite perché non concordate con la nostra visione dell’Italia”.

“Vi sbagliate, lo dico perché se non troverete idee, valori, principi che sentite davvero vostri, sarà difficile che possiate trovare una vostra collocazione nel mondo. Come… come quando cercate di imparare una lingua: ne conoscete la grammatica e le parole ma non riuscite a interiorizzarla, non conoscete i modi di dire, non potete scherzare o pronunciare con disinvoltura motti di spirito in quella lingua. Perché non è la vostra, non vi appartiene. Trovate delle idee che vi appartengano e troverete il vostro posto nel mondo ”.

“Vi capisco meno di quando parlate in napoletano” rispose lei arresa scuotendo la testa. In realtà capiva benissimo cosa stava cercando di dirle il suo Principe che da sbruffone qual era di solito, sembrava in quel momento serio e profondo, ma si rifiutò di dare troppo credito ai suoi consigli. Del resto un conto era farsi influenzare da suo padre, diverso era farsi manovrare da un bell’imbusto che le offuscava il poco ben dell’intelletto che possedeva.

“Siete così giovane, piccere’. Quanti anni avete?”.

“Diciassette” gli rispose lei guardandolo incantata.

Filippo sorrise. “Non così giovane quanto dimostrate allora. Non vi davo più di quindici anni”.

“E voi siete molto più grande di me?” chiese Caterina quasi volesse sapere di quanto le era superiore.

“Ho venticinque anni, e mi piacerebbe molto che mi chiamaste Filippo, almeno se siamo soli”.

I cavalli battevano sul selciato di Piazza Santa Croce, l’attraversarono e quando, dopo qualche minuto, giunsero in Corso dè Tintori, Caterina indicò un palazzo lungo la strada.

“Quella è casa mia. O meglio, è casa di mia madre. Mio nonno l’ha lasciata a lei insieme al Castello Alabardi e alla tenuta in Toscana. Il resto della sua eredità, in Piemonte, è di mio fratello Sebastiano che ha ereditato anche il titolo”.

“Le case in questa città sono tutte uguali, tutte così smorte”.

“Come potete parlare così di una delle città più belle del mondo?”.

“Non avete mai visto la mia di città, bagnata dal sole e dal mare” disse Filippo con aria che sembrò nostalgica. Poi continuò a informarsi: “E vostro fratello erediterà da vostra madre anche le proprietà in Toscana?”.

“No, saranno tutte mie. Non che sappia bene cosa farne, ma forse, quando sarà il momento, tra più anni possibile, ne avrò un’idea”.

“E perché invece che abitare in questa casa siete ospite di una famiglia tanto sgradevole?”.

Caterina lo guardò male, eppure non poté che sorridere. “Sono stati loro a insistere per ospitarmi in occasione dell’ultimo dell’anno. Mia madre avrebbe voluto che rimanessi in Mugello mentre mio padre ha accettato di permettermi di partecipare alla festa. Solo che non avrebbe lasciato che rimanessi qui da sola. Un conto è stare in campagna, al Castello Alabardi, circondata dal nulla, altro è trovarsi in città”.

“Posso comprendere. Vi assicuro che avrei messo sotto assedio la vostra camera da letto”.

Caterina rise ancora con un trillo gioioso e cristallino sulle belle labbra distese e lo guardò storto. “Siete incorreggibile e molto spiritoso”.

“I vostri genitori sono molto severi?” chiese Filippo curioso.

“Non direi che severi sia la parola giusta, piuttosto li definirei molto attenti a proteggermi. Ma stiamo parlando solo di me. Ditemi della vostra famiglia” disse interessata.

“Ho solo mia madre. Poi un incredibile numero di cugini sparsi tra la Spagna e il Regno delle due Sicilie” rispose lui con quel sorriso affascinante e solare.

“La Spagna?”.

“Mia madre è originaria di Madrid”.

“Deve essere una donna affascinante” disse Caterina con l’aria sognante immaginandosi la bellezza esotica del Paese e la sua lingua musicale pronunciata dal suo Principe.

“Non la vedo da molto…” rispose lui elusivo. Poi evitando altre domande chiese: “Vi manca molto la vostra famiglia?”.

“Come potrei sentire la mancanza di qualcuno con un uomo così spiritoso che mi tiene compagnia?” disse lei in un moto di sagacia.

“Non ne dovete conoscere molti di uomini simpatici. Voi al nord siete così pedanti”.

“Questo non è vero” fece lei fingendosi ferita. “Conosco molti uomini di cui adoro la compagnia” mentì solo per civettare e per darsi delle arie. In realtà suo padre le permetteva di rado di frequentare la società torinese.

“E tutti pensano come voi di poter venire nel Regno delle Due Sicilie e spadroneggiare come vogliono? Voi che siete mezza toscana non capite l’ingiustizia di questa pretesa?”.

Caterina si irrigidì e rispose: “Io sono piemontese, sono fedele alla casata dei Savoia come lo è la mia famiglia da secoli. Mia madre è toscana ma lo è solo per metà visto che suo padre era piemontese”.

“E a lei piacerebbe che il Granducato fosse smantellato per le ambizioni di Carlo Alberto?” chiese Filippo a bruciapelo.

Quell’argomento era sempre stato motivo di disappunto tra i suoi genitori. Caterina stette un attimo in silenzio, poi rispose orgogliosa: “Mia madre è fedele al nome che porta e ai doveri nei confronti di suo marito e del suo Re, Carlo Alberto di Savoia”.

“Voi cosa pensate invece?”.

“Penso che vorrei essere italiana. Né piemontese né toscana… solo italiana”.

Filippo sorrise e si sciolse i capelli neri e lunghi come la criniera dello stallone. Quel nastrino che imprigionava la sua essenza fu estirpato affinché le ciocche scure ricadessero libere sulle spalle piene e larghe a coprire la perla nera. Finalmente era se stesso: mezzo nobile arrogante, mezzo pirata spaccone.

Erano entrati nel verde del Parco delle Cascine e i cavalli già fremevano per la voglia di correre. Imboccarono prima la strada acciottolata che costeggiava l’Arno e poi, dopo qualche centinaio di metri, lasciarono l’argine per inoltrarsi nei viottoli che portavano all’interno del parco.

“So’ fessarie” disse lui accompagnando il tono languido della parlata con un sorriso sbuffato.

“Siete una arrogante e un presuntuoso!” scattò offesa Caterina scurendosi subito in volto.

“Io non sono arrogante, io sono un Principe. Ho tutte le ragioni per essere presuntuoso”.

“Siete un borbonico retrogrado! Possibile che non vediate il buono delle idee liberali e mazziniane?”.

“Sono stupidaggini, Nine’. Il mio popolo non starebbe certo meglio sotto il governo di un Re lontano e straniero, al contrario. Il vostro Regno di Sardegna è arretrato e affamato rispetto alla mia terra” rispose Filippo serio, parlando con calma e fermezza nel suo italiano strascicato dalla sensuale cadenza napoletana, quello che usava quando erano da soli, quello che denotava l’intimità tra di loro, quello che faceva sciogliere le povere ginocchia di Caterina.

"Il vostro popolo ha lottato molto per avere una Costituzione, ma i vostri sovrani sono sleali e tradiscono la loro gente con la stessa facilità con cui ingaggiano prostitute. Sono serpenti meschini e viziosi. Non si meritano fedeltà” disse lei in tono rabbioso ripetendo a memoria le cose che tante volte aveva sentito dire da suo padre.

Filippo rise di gusto. “Jate cuoncio cuoncio, Nine’. State buona, piccola furia”.

“Nessun popolo dovrebbe accettare una tale disonestà da parte dei propri regnanti” continuò Caterina ferma nelle convinzioni che le venivano da suo padre e sua madre.

“Che ne sapete voi? Pensate davvero che i siciliani o i napoletani potrebbero rimanere fedeli al vostro Re? L’Italia unita sarebbe un’ingiustizia, in fila con molte altre che la mia gente ha subito negli ultimi secoli. Gli ingenui credono che sarebbe una liberazione, io credo che sarebbe solo il passaggio a un giogo lontano per distanza e cultura. Se mai ci sarà un’Italia unita sarà un bagno di sangue e il mio popolo sarà sacrificato. Il Vostro Re saccheggerebbe le nostre ricchezze e le casse scarne del Piemonte verrebbero rimpinguate con i tesori dei Borboni” profetizzò Filippo guardando davanti a sé con un misto di malinconia e realismo.

“Come potreste non apprezzare le innovazioni che il nostro Re porterebbe nella vostra terra?”.

“Non avete nessuna innovazione che possa interessarci, Nine’. Non vogliamo un Re piemontese” soffiò un sorriso amaro “o' Re burbone è comm’a noi, non è uno straniero”.

“Non andreste d’accordo con mio padre”.

“E chi se ne fott” disse lui sbruffone, ridendo sguaiato con un gorgoglio basso mentre Caterina lo guardò irosa, colpita nell’orgoglio. Poi lui riprese: “Come potete pensare che sia una cosa giusta che un Re straniero venga nella mia terra, spadroneggi con i suoi soldati, esiga i soldi delle tasse per portarli fino a Torino e levi alle madri i figli migliori per arruolarli nel suo esercito a nord della Penisola? Come potete voi piemontesi essere così presuntuosi e tracotanti da pensare che il popolo ne sarebbe felice? Voi non sapete di cosa parlate e immagino vostro padre ne sappia quanto voi. E 'na bbestemmia pe' ‘a libbertà”.

I cavalli camminavano calmi, facendo scricchiolare a ogni passo il prato sotto gli zoccoli pesanti, ubbidendo ai comandi dei cavallerizzi che chiacchieravano, fianco a fianco, nel verde del parco, immersi nella luce gelida del sole di gennaio che con fatica operava un lento disgelo sui fili d’erba irrigiditi.

Caterina iniziò a pensare che il suo Principe dicesse cose sensate. Vi trovava un filo logico nonostante non conoscesse affatto la realtà da cui proveniva. Se ne stupì e capì il perché sua madre aveva sempre nutrito qualche dubbio sulle persistenti convinzioni di suo padre. Avere anche un altro punto di vista la stava velocemente aiutando a valutare le cose con maggiore senso critico, eppure le idee che suo padre e suo fratello le avevano inculcato fino da bimbetta erano ancora ben radicate nella sua mente. Si sentì all’improvviso confusa, insignificante e povera. Non aveva visto che casa sua da quando era nata. Firenze, Torino, Monteverde, Milarciano, Castello Alabardi. I viaggi più lontani erano stati a Rodi, dove suo padre aveva una villa a picco sul mare e adorava passare lì una parte dell’estate. Come le sarebbe piaciuto viaggiare, soggiornare in altri Paesi, poter conoscere cose e luoghi, persone e lingue diverse, respirare arie differenti, mangiare cibi strani ed esotici e abbeverarsi ai pozzi di culture lontane dalla sua. Non nel buio soffocante della sua aula a Monteverde, ma fuori, in giro per il mondo. Libera.

“Sono sempre stata molto protetta… e sono sempre stata convinta della legittimità e della bontà delle idee per cui mio padre ha lottato una vita intera”.

“Un uccellino in una gabbia troppo stretta cercherà sempre di fuggire. Voi non state bene in gabbia. Al massimo potete sopportare un anello attaccato a una lunga catenella”.

“E voi? State bene in gabbia?”.

“Io non sono in gabbia”.

“No? Avrei pensato invece che almeno una parte di voi lo fosse. Siete sgarbato, indecente e spregevole tanto quanto siete educato, cortese e galante. Allora, chi siete?”.

“Sono un uomo con molte sfaccettature... un uomo molto… molto attratto da voi. Anzi, se posso essere sincero, sto pensando di sposarvi da che vi ho conosciuta” disse Filippo a bruciapelo.

“Santo cielo, Filippo! Non ci siamo visti che un paio di volte! Non potete parlare sul serio” rispose lei cercando di mantenere un po’ di contegno mentre il cuore le faceva capriole di felicità nel petto.

“Siamo stati baciati dalla passione al primo sguardo, non potete negarlo”.

“Di cosa state parlando?” chiese Caterina con una smorfia vezzosa sulla bella bocca rossa.

“Do fatt ca bruc’ e desiderio comm’a me, Nine’[6]” disse lui serafico, lanciandole un’occhiata complice e talmente ammaliante che la ragazza perse una staffa da un piede e rischiò di rovinare sul prato morbido.

“Siete… non potete dirmi queste cose. Non vi è permesso” disse Caterina poco convinta con la voce bassa e gli occhi fissi sull’arcione della sella.

“E chi mi negherebbe il permesso, sentiamo…” rispose lui spaccone “vostro padre? Non avrete certo intenzione di raccontargli cosa faremo a letto?”.

“Non… non…” balbettò Caterina arrossendo fino alle orecchie. Una vampata di calore sostituì il gelo che l’aveva schiaffeggiata fino allora.

“Non, non cosa?” chiese Filippo sorridendo sornione e sporgendosi con il busto ampio verso Caterina. “Non ci verrete a letto con me?” continuò provocandola, rendendo la voce morbida e dolce come una colata di caramello.

Prima di permettere al cuore di impazzire, travolta dall’ondata inebriante di zenzero e spezie, Caterina tossicchiò nervosa, riprese la staffa e provò a smorzare la tensione tra di loro con un’esplosione di entusiasmo.

“Zahira scalpita, Principe… mi starete dietro?” chiese mentre ridendo e sprizzando spensierata giovinezza sciolse le briglie della cavalla e lasciò che galoppasse nell’aria gelida e umida del verde cittadino.

Filippo la seguì. Il suo stallone era potente e dopo poche centinaia di metri le tagliò la strada e la fece fermare.

Nel folto del parco, dove i cespugli bassi lasciavano il posto a boschetti ben curati, Filippo e Caterina scesero dai cavalli, divertiti dalla piccola gara sostenuta.

“Dove avete imparato a cavalcare?”.

“Mi ha insegnato Luchino, lo stalliere di Monteverde, la tenuta di mio padre. Lui viene dalla Maremma, la sua è una famiglia di butteri”.

“Butteri?”.

“Sì, mandriani”.

“Oh, capisco” fece lui prendendola in giro, come se Caterina avesse detto la più grande delle verità. Poi si avvicinò a lei, le cinse la vita e notò che non solo non lo rifiutava ma appoggiava le mani sulle sue braccia in un gesto di confidenza fisica.

“Dio mie quanto si bella, Nine’”.

Mal protetti dal boschetto di querce che poco serviva a riparare la stazza enorme di Filippo, si scambiarono un bacio. Non più la carezza morbida né l’impeto di passione che aveva caratterizzato fino allora i loro interludi. Questa volta il dare e l’avere fu completamente bilanciato. Un bacio complice e morbido, lento e deciso. La lingua di Filippo esplorò senza pudori la bocca rossa e carnosa della sua Ninetta che, in equilibrio sulle punte, fece scivolare le mani lungo le braccia gonfie di muscoli, sulle spalle ampie e granitiche fino ad arrivare dietro la nuca a riempirsele delle folte ciocche scure del suo Principe. Non si sarebbe più staccata, si aggrappò a lui cercando un contatto più ampio, aderendo con l’addome al suo corpo scolpito e maledicendo i troppi strati di stoffa.

“Mi fai provare cose nuove e troppo forti, Filippo” sussurrò nella bocca ancora stretta a lui.

“E perché dovrebbe essere un male?”.

“Troppo spesso l’apparenza inganna. Potresti essere una persona cattiva, farmi del male”.

“Non potrei mai farti del male, soffrirei io dieci volte più di te” le sussurrò Filippo senza smettere di stringerla.

“Ti sto concedendo il mio cuore con troppa leggerezza” rispose lei rimproverando se stessa, mossa ancora dalla vergogna per quel piacere peccaminoso che sentiva di nuovo salirle dal ventre e arrivare fino ai capezzoli per farli intirizzire.

“Io il mio cuore te l’ho dato quando ti ho visto la prima volta”.

“Tu sei un borbonico, mio padre ha sempre lottato per un’Italia unita. Non sarà così facile avere la sua benedizione. Non so come reagirà…”.

“Ci leveremo il dubbio quando chiederò la tua mano” disse troppo sicuro di sé.

“Lo farai davvero o mi stai solo illudendo? Non cambierai idea tra una settimana o un mese? Potresti essere incostante e mutevole come la luna e il mio cuore si sta già elevando ad altezze da cui è troppo pericoloso precipitare”.

“Solo tu mi hai fatto pensare al matrimonio. Solo a te darei il mio nome”.

“Come puoi essere così sicuro che non cambierai idea? Che mi amerai per tutta la vita?”.

Parlavano ancora abbracciati, lui la teneva stretta, stretta sussurrandole piano nell’orecchio decorato dal gioiello di rubino.

“Avrò modo di convincerti. Purtroppo le prossime settimane potremo vederci poco perché il Granduca è in gravi difficoltà politiche e avrà bisogno di tutto l’aiuto possibile. Dovrai essere paziente”.

“Di sicuro il Marchese di Villamarina aiuterà Leopoldo. Lui saprà consigliarlo nel modo giusto”.

“Ninetta… in futuro sarà meglio evitare di parlare di politica. Vedi, il mio obiettivo è proprio quello di ostacolare il lavoro di Villamarina. E non c’è dubbio che ci riuscirò”.

“Come puoi?” reagì Caterina confusa. “Il governo toscano è di parte democratica. Non accetteranno l’influenza né degli austriaci né del tuo Regno. Mi auguro che in caso di difficoltà il Granduca si rivolga come è giusto al mio Re”.

“Leopoldo è entrato in guerra con motivazioni assurde e in modo altrettanto irragionevole sta conducendo la sua politica interna. Se allenterà i suoi legami con l’Impero austriaco perderà il trono di Toscana e questo non piacerebbe a nessuno, se non a Carlo Alberto di Savoia”.

“Come puoi pensare di avere il benestare di mio padre se complotti per la disfatta della mia Patria? Come potrebbe pensare di unirmi a un uomo che non ama il Piemonte quanto lo amiamo noi? Che è fedele a un’altra bandiera, a un altro Re?”.

Filippo smise di parlare, la guardò negli occhi stringendola ancora più forte con una mano grande aperta sulla sua schiena e l’altra chiusa sulla sua vita sottile, a imprigionarla. Riprese possesso della sua bocca, quella fragola matura che lo ipnotizzava, sentendola debole e cedevole contro di lui, ingenua e seducente. Le sue manine morbide e affusolate si insinuarono nel tepore tra la nuca e il folto manto di capelli, la sua lingua rispose docile ai suoi assalti, si lasciò mangiare e succhiare, abbandonata e fiduciosa come la giovinetta che era. Se le parole non l’avessero convinta ad arrendersi al sentimento che stava crescendo tra loro, veloce e improvviso, pensò Filippo, ci avrebbero pensato i suoi baci. Lei era sua a dispetto di un padre mazziniano e di un Re Savoia spietato e ambizioso.

⏱ ~21 min

FINE CAPITOLO
LA LETTURA CONTINUA SEGUENDO LA FRECCIA
SE IL LINK NON È ATTIVO IL CAPITOLO È IN ARRIVO

 




 


Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.

i commenti sono soggetti a moderazione

Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.