IL PUGNALE E LA PERLA NERA
Capitolo 4 di 36

Scritto il 13/09/2026
da PITTI DUCHAMP


⏱ ~19 min · 3869 parole

Frequentazione pubblica

 

6 gennaio 1849

 

Le settimane successive si prospettavano molto impegnative per Filippo che nonostante la giovane età si destreggiava piuttosto bene tra i diplomatici italiani della corte di Toscana.

Durante l’anno appena trascorso, l’Europa aveva subito innumerevoli scossoni e la guerra aveva macinato morte e distruzione in ogni angolo del Vecchio Continente. A marzo il Granduca aveva capeggiato uno sparuto gruppo di volontari toscani che brandivano il tricolore in ausilio all’esercito piemontese in un conflitto contro l’Austria. Ma quando arrivarono i primi successi per l’esercito sardo, il trono sotto le lunghe gambe slanciate di Leopoldo II di Toscana cominciò a vacillare. La vittoria del Regno di Sardegna, infatti, avrebbe significato un rafforzamento delle mire espansionistiche dello stato sabaudo, anche a discapito del Granducato. Così Leopoldo si ritirò in fretta e furia in Toscana dove cercò di contrastare i liberali più radicali presenti nel parlamento ringalluzziti dalle sue stesse aperture - o debolezze a seconda di come le si volesse leggere.

Il compito del Principe di San Garlizio, portavoce del Borbone, in questo contesto di timore e confusione era quello di accaparrarsi l’alleanza del Granduca in funzione anti piemontese, mentre l’ambasciatore del Regno di Sardegna, il Marchese di Villamarina, osso duro e politico tra i più astuti, tentava ogni carta per indurre Leopoldo a chiedere aiuto a Carlo Alberto per riportare l’ordine nel Granducato.

Per Filippo dunque la compagnia di Caterina non era importante solo dal punto di vista sentimentale. La frequentazione assidua e pubblica con la figlia di un nobile piemontese, leale alla casata dei Savoia ma molto vicino ai Lorena per affetti familiari, avrebbe reso chiaro a tutti che aveva l’implicito benestare del Granduca riguardo alla sua persona, e di conseguenza alle proposte da lui avanzate per conto del Re Ferdinando di Borbone.

Caterina, ingenua, dal canto suo non aveva compreso che esponendosi con lui in pubblico poteva attribuirgli molto più credito e importanza sia agli occhi del Granduca che in società, svantaggiando così l’operato di Villamarina. Lei sentiva solo il cuore battere più forte e una nuvola di farfalle che svolazzavano nello stomaco ogni volta che pensava al suo Principe. Cercava di relegare le remore legate ai precetti dei suoi genitori in una stanza chiusa a chiave in fondo al castello dei suoi sogni, convincendosi che se loro non avessero saputo niente, nulla sarebbe successo.

Arrivato il fatidico pomeriggio dell’Epifania che precedeva lo spettacolo teatrale a La Pergola, Caterina ordinò che le fosse preparato un bagno e si immerse nell’acqua profumata con le essenze che suo padre le procurava grazie ai commerci marittimi che aveva in società con un Duca irlandese. Rimase nell’acqua fino a che non si fu freddata cercando di calmare l’emozione per la serata. Una cameriera abile le lavò, districò e acconciò i lunghi capelli lisci impreziosendoli con pettini e forcine decorati con piccole e candide perle. Indossò un abito di pesante broccato con una sottogonna a due strati di crinolina. La gonna era a sua volta composta da due strati di broccato, uno color avorio e quello più superficiale che si apriva sul davanti e di cui era fatto anche il corpetto, rosso porpora. La scollatura a barca non sembrava così profonda quando lo aveva ordinato al sarto torinese, invece era a dir poco esagerata. Guardava riflesse nello specchio le colline morbide dei suoi seni che compressi facevano capolino dal bordo dell’abito. Le maniche poi cominciavano da metà spalla lasciando libere le linee del collo e delle clavicole. Era troppo scoperta, ma ormai era tardi e non si poteva fare altrimenti. In compenso, pensò, la gonna aveva così tanti strati che Filippo non avrebbe potuto infilare le sue mani enormi, ruvide e callose sotto tutta quella stoffa. E quasi se ne dispiacque.

Quando la Contessa venne ad annunciarle che il Principe era arrivato, Caterina perse un battito e cominciò a respirare un po’ in affanno.

“È questo l’effetto che vi fa quel giovane? Non si può dire che non abbia fatto colpo, nevvero? Siete molto elegante, forse troppo scollata ma non volgare. Potete andare, vostra madre approverebbe”.

“Grazie Contessa” rispose Caterina in un sussurro.

Scortata dalla Contessa, scese la stretta scalinata che l’avrebbe portata nell’atrio dove Filippo la attendeva. Lui indossava l’alta uniforme del suo reggimento, era bello, grande, alto e sembrava un eroe invincibile con l’orecchino nero che riluceva su un lobo. Selvaggio, con la barba appena accennata sulla pelle olivastra del volto e i capelli morbidi imbrigliati in un nastro di seta, dallo sguardo così sensuale e dal sorriso così affascinante che lei faticò a non inciampare per le scale.

“Ci vedremo a teatro allora. Non dovrete preoccuparvi di niente, noi vi terremo d’occhio e mi aspetto che veniate a salutarci” disse la donna con piglio fiero guardando Caterina ma riferendosi al Principe e cercando di mantenere una facciata di alterigia. Tutta quella fatica per ospitare quella presuntuosa ragazzina e questo era il ringraziamento! Era molto seccata nel vedere che la sua ospite sarebbe stata nello stesso palco del Granduca e nessuno, né il Principe né la Marchesina, aveva ventilato l’idea che si sarebbero potuti accodare. Lei e la sua famiglia avevano dovuto faticare per rimediare i biglietti e quasi avevano rischiato di non poter essere presenti.

“Certamente, Contessa. A più tardi”.

“Si bell’comm’nu ciore e primmavera, Nine’[7]” le disse Filippo non appena si furono allontanati.

“Comincio a capire la tua lingua, sai?” gli rispose Caterina sorridendo e cercando di sembrare indifferente al complimento.

“Quando vivrai a Napoli dovrai impararla per forza”.

Lei non rispose, ancora poco incline a credere che un matrimonio potesse essere una decisione da prendere sulla base di un’infatuazione potente ma improvvisa. Non erano necessari mesi o anni di conoscenza? Sua madre non le aveva sempre detto di cercare di non fermarsi alle apparenze in nessun ambito della sua vita? Eppure lui era così sicuro, così certo di quello che diceva… sembrava che niente potesse scalfire la sua volontà, come se esistesse soltanto la sua e che nessuno potesse permettersi di mettere i bastoni tra le ruote al Principe di San Garlizio. Allontanò per il momento quei dubbi e si concentrò sul calore che, attraverso la stoffa della manica e quella spessa dei guanti, sentiva arrivare dal braccio del suo Principe.

Quello de La Pergola era uno dei migliori teatri di tutta la Penisola: nonostante non fosse molto grande, era un’opera di finissima architettura e scultura con i palchetti arricchiti di intarsi dorati e lo spazioso palco granducale rivestito di velluto rosso cardinale. La sua forma ovale permetteva un’acustica superba e il soffitto a volta era decorato con un delicato affresco dai colori pastello che sorreggeva un lampadario fatto di mille schegge di cristallo delle dimensioni di un albero capovolto.

Caterina amava moltissimo il teatro e quei rari spettacoli a cui aveva assistito l’avevano scossa nell’anima. Le trame delle tragedie, le liriche e le ambientazioni suggestive erano per lei la più sublime forma d’arte che l’uomo avesse inventato. Si riempiva di passione ogni volta che l’unico maestro di musica che aveva avuto varcava la soglia di Monteverde. Sfiorare i tasti del pianoforte era per lei un piacere inimmaginabile, ma siccome la Marchesa non apprezzava il bel canto né l’armonia delle note e non era versata nelle arti, aveva preferito indirizzare la figlia alla riflessione politica e alle letture di saggi e romanzi. Caterina per assecondare la madre aveva fatto di necessità virtù, apprendendo quel tanto che bastava a rendere fieri di lei i suoi genitori e sognando un giorno di poter essere libera di far ammuffire i saggi politici in favore di pianoforte e pennelli.

In teatro le musiche dei Masnadieri di Giuseppe Verdi riecheggiarono tra i palchi e la platea lasciando Caterina incantata dalle note sublimi. La cantante era molto brava, giudicò, dalla voce limpida e giovanile, mentre il tenore era potente e profondo e un attore con un volto piuttosto espressivo.

Durante la pausa della rappresentazione uscì dal palco al braccio di Filippo, emozionata dalla sua vicinanza. Lui la lasciò solo un attimo diretto a procurarle qualcosa da bere per rinfrescarla visto che la giovane non aveva saputo trattenere qualche lacrima per il dramma. Il foyer era fresco, e le pareti bianche unite al pavimento a scacchiera di marmo bianco e nero davano l’idea di luminosità ancora di più dei lampadari di cristallo a otto braccia accesi.

“Siete una visione, Marchesina” si sentì apostrofare da una voce alta e dalla parlata gutturale.

“Vostra Grazia” si inchinò Caterina davanti al Duca Mitroslovcki. Un brivido di diffidenza la fece sussultare leggermente alla vista dell’austriaco. Non riusciva proprio a digerire quel volto all’apparenza garbato. C’era qualcosa di cattivo nello sguardo subdolo dell’uomo, qualcosa che la metteva a disagio. Meno male che il suo Principe era lì, si trovò a pensare.

“I Conti Velasca vi accompagnano?”.

“No, Vostra Grazia, sono qui con il Principe Vattilieri”.

“Capisco” rispose il Duca scurendosi all’istante. “Sebbene non sia incline a invidiare chicchessia, stasera invidio San Garlizio. E ditemi, ho la possibilità di rubarvi a lui per una semplice chiacchierata?”.

“Vostra Grazia” li interruppe Filippo giungendo con la bibita “se voi aveste al braccio la Marchesina, la cedereste?”. Dava sfoggio della sua stazza e del suo status per intimidire l’avversario. Prepotente, ciò che era suo, era suo e basta.

“No, di sicuro. Spero comunque che i vostri sforzi siano diretti più al vostro incarico che alla conquista delle grazie femminili di cui mi dicono fate incetta” gli rispose il Duca piccato. “Sapete bene che io sono un militare e cerco di interferire il meno possibile nelle questioni politiche, eppure è necessario che il vostro lavoro sia svolto nel migliore dei modi”.

San Garlizio aveva trascorso la maggior parte delle ultime settimane a sventolare davanti al naso granducale l’idea di un’alleanza con il Regno delle Due Sicilie in funzione anti piemontese e, non incline ad accettare rimbrotti, disse: “Il Regno delle Due Sicilie ha tutto l’interesse a mantenere uno stretto sodalizio con l’Impero austriaco”.

“Allora ve ne ricordate?” chiese il Duca sarcastico.

“Mi ricordo pure che l’alleanza con il Granducato sarebbe gradita oltre che all’Imperatore anche al Papa, già amato ospite del mio Re, in funzione anti mazziniana” continuò Filippo con la medesima ironia rispondendo a tono al Duca. Il Santo Padre stava subendo un esilio intollerabile a causa dei mazziniani che inneggiavano alla Repubblica Romana. “Non mi risulta invece che voi siate di nessuna utilità al Granduca”.

“Non devo essere utile al Granduca. Io rispondo direttamente a Sua Maestà l’Imperatore d’Austria. Lo terrete a mente, vero?” chiese il Duca con fare mellifluo, come a sottolineare la sua implicita importanza rispetto al ruolo del Principe che invece dipendeva dal Re delle Due Sicilie.

“I miei obiettivi sono chiari e li sto perseguendo senza sosta” rispose Filippo fissando duro il Colonnello negli occhi.

“Forse vi state concedendo troppe distrazioni… sebbene ne comprenda il fascino” disse severo il Duca. “Si dice che le dame di mezza Firenze cadano ai vostri piedi”.

“Non so da chi abbiate sentito queste stupidaggini, ma mi meraviglio che un nobile militare del vostro spessore vi dia credito. Inoltre, Vostra Grazia, il Principe Vattilieri non deve rendere conto a voi dei suoi incarichi” rispose Filippo seccato, ritornando alla sua parlata molle accompagnandosi con gesti della mano grande, quasi a voler scacciare una moschina fastidiosa che gli svolazzava davanti al naso. Quella moschina che aveva allungato gli occhi sulla sua Ninetta, che la guardava con troppa insistenza, che fissava la scollatura audace del vestito senza neanche porsi il problema di mascherare la sua impudenza.

“È cosa nota, Principe. State mietendo vittime davvero e me ne compiaccio, se questo vostro fascino può indurre il Granduca a voltare le spalle a suo cognato Carlo Alberto di Savoia. Solo… permettetemi un consiglio, cercate di farvi meno nemici. In politica bisogna sapere… ehm… cedere qualcosa” disse il Duca fissando il suo sguardo lubrico sulla curva morbida del collo di Caterina, nudo e abbagliante, per spostarlo poi sulle labbra rosse appena increspate in una mossa concentrata.

Filippo sorrise, talmente sicuro di sé da non darsi il minimo pensiero per le velate minacce del Duca, e rispose: “Vostra Grazia, vi consiglio davvero di mirare altrove. Siete… âgé e una cavalcatura troppo focosa non è più alla vostra portata. Adesso se volete scusarci, il Principe Vattilieri riporterà la sua incantevole accompagnatrice al proprio posto”. Continuò a sorridere, deridendo il Duca in modo fin troppo chiaro dopo aver marcato bene il proprio titolo.

Mitroslovcki, paonazzo dalla rabbia, si inchinò a Caterina con un sonoro sbattere di tacchi e si allontanò dalla coppia.

Caterina rispose al saluto dando poca importanza al battibecco tra i due uomini. Si era distratta mentre i due parlavano, tranquillizzata dalla presenza imponente del suo Principe. Gonne multicolori e signori eleganti componevano un variegato panorama nella grande hall del teatro e si sentiva in un sogno. I discorsi politici erano per lei una nota stridente in quella parentesi di mondanità.

“Devo andare a farmi vedere dai Conti Velasca, l’ho promesso alla Contessa” disse una volta da soli.

“Certamente Nine’, andiamo” rispose Filippo e la condusse verso il palchetto dei Conti che li accolsero con una profusione di salamelecchi.

“È stato cortese da parte vostra venire a salutarci!” disse il Conte stringendo la mano al Principe con poco vigore. Era così alto e grande in confronto a lui, così massiccio, con una fisicità così concreta e carnale, piena e spessa.

“Sono io che devo ringraziare voi per aver permesso alla Marchesina di accompagnarmi. E per meglio porgervi i miei omaggi, mi fareste cosa gradita se accettaste il mio invito per una cena a casa mia”.

“Oh, ma che splendida idea! E quale gentilezza! Accettiamo con piacere” fece la Contessa rubando la parola al marito, troppo compiaciuta di avere gli occhi indiscreti di molti girati verso il loro palco.

“Potrebbe essere domani sera? Provvederò a far arrivare un invito anche al Capitano Bendellini”.

“Oh, sì, grazie!” rispose Carlotta entusiasta.

“Bene, manderò una carrozza a prendervi domani sera”.

Poi porse di nuovo il braccio a Caterina e se la riportò via disinvolto, come se ormai fosse di sua proprietà e quell’assioma non potesse essere più messo in dubbio da nessuno.

Non girarono che un corridoio per uscire dal piano dove i Conti avevano il loro palco, che Caterina fu fermata da una donna sconosciuta. La ragazza appariscente aveva capelli scuri e un volto che non si sarebbe potuto definire né bello né brutto fino a che non scoprì due file di denti candidi e diritti dai quali faceva capolino un impertinente incisivo leggermente storto. Un difetto accattivante che rendeva il suo sorriso unico e malizioso. Aveva scintillanti occhi castani che lampeggiarono d’invidia quando si posarono sull’abito rosso di Caterina e sulla presenza massiccia al suo fianco.

“Buonasera, Marchesina”.

“Buonasera a voi, signora” rispose Caterina senza riconoscere la ragazza che la trattava invece con familiarità.

“Non ci conosciamo di persona. Sono Isidora Camorrini, la vedova del Barone di Gustalla. Conosco molto bene vostro fratello Sebastiano”.

“Oh… oh… beh, è cortese da parte vostra salutarmi” fece Caterina precipitando in un terribile impaccio. Quella donna aveva una relazione clandestina con suo fratello e adesso si stava presentando come se quella circostanza le desse il diritto di essere sua amica.

“Forse avete notizie di vostro fratello? Sono diverse settimane che non si fa vedere in città”.

“No purtroppo non ne ho” le rispose lei asciutta.

“Capisco…” fece Isidora pensierosa “beh, considerata l’amicizia che mi lega a Sebastiano, potremmo ben sedere vicine, no? Per sfortuna in platea non ci sono posti accanto a me”.

Farsi vedere in pubblico insieme a Isidora avrebbe dato adito a una serie infinita di illazioni da parte di tutta la società fiorentina e Caterina non aveva certo bisogno di chiacchiere che la coinvolgessero. La sua ingenuità non arrivava fino al punto di non aver compreso la macchinazione della giovane vedova che era un’approfittatrice nemmeno tanto intelligente. Sua madre Elena si era sempre rifiutata di farsi avvicinare anche nelle rare occasioni in cui si erano incrociate, nonostante la Baronessa avesse fatto di tutto per entrare nelle sue grazie nella vana speranza di diventare la moglie del figlio. Durante l’ultimo anno la Marchesa aveva ribollito di rabbia un migliaio di volte almeno sapendo che a Firenze giravano voci su un possibile matrimonio tra Sebastiano e quella volgare donnetta alla ricerca di posizione sociale e soldi. Lui intanto non aveva mai dato conferma di qualche tipo di impegno, sollevandola da qualsiasi obbligo nei suoi confronti, ma di contro non aveva mai dato neanche cenno di volersene liberare. Non che la Marchesa Elena della Spada si sarebbe fatta obbligare ad avere rapporti amichevoli con una odiosa provincialotta che allargava le cosce per il sollazzo di suo figlio, intendiamoci. Se qualcuno non le piaceva, non aveva nessuna remora nel dimostrare la propria avversione. Eppure un accordo sentimentale con suo figlio l’avrebbe costretta per lo meno a conoscerla, cosa che Elena si era sempre rifiutata di fare.

“Sono ospite del Principe di San Garlizio nel palco granducale. Non ho un mio palco. Sarà sicuramente per un’altra occasione” rispose Caterina senza la benché minima intenzione di presentare Filippo all’amante di suo fratello.

“Lo spettacolo sta riprendendo, Ninetta” intervenne lui traendola in salvo dall’invadenza di Isidora.

“Sì, Principe” rispose formale cercando di salvare le apparenze almeno davanti a Isidora. “Vogliamo andare?”.

“Certamente” annuì senza curarsi di salutare la ragazza che avevano piantato in asso.

Isidora rimase di sasso non solo per essere stata così snobbata dalla giovinetta che le aveva voltato le spalle, ma perché il bel giovane che rispondeva al titolo di Principe di San Garlizio l’aveva chiamata Ninetta, segno inconfondibile di un’intimità segreta.

“Perché non mi hai presentato la tua amica?” le chiese Filippo curioso.

“Non è una mia amica. È l’amante di mio fratello e ha avuto l’indecenza di avvicinarsi a me! Ha cercato anche di invitarsi nel palco granducale! Senza neanche conoscermi!”.

“Sta ‘nfucat’a signora[8]. Tuo fratello ha buongusto”.

“Non direi. È volgare e sarà di sicuro anche promiscua”.

“Per certi ruoli è una caratteristica fondamentale e molto attraente” la canzonò lui malizioso.

La giovane coppia rientrò nel palco e si sedette nella terza fila del grande ballatoio. Non appena la luce si abbassò, Caterina si avvicinò all’orecchio di Filippo e disse: “Se mai diventerai mio marito ti legherò a me tanto stretto che non ti sarà possibile scappare tra le braccia di un’altra donna. Giuro che ti ucciderei altrimenti”.

Filippo sorrise di un sorriso compiaciuto nella penombra del palco, sentendo l’alito caldo di Caterina sussurrargli la sua gelosia. “E come intendi legarmi a te?” le bisbigliò soffiandole sul collo nudo.

“Sono sicura che ciò che offre un’amante lo può dare anche una moglie. A seconda dei casi anche con ehm…maggiore soddisfazione”.

Nel teatro rischiarato solo dalle luci del palcoscenico, Caterina e Filippo, vicini tanto da percepire i battiti sincronizzati dei loro cuori impazziti, si fissarono negli occhi per un lungo istante resistendo alla voglia di baciarsi.

“Sei troppo giovane Ninetta per aver già capito come si conquista un uomo”.

“Sono una donna. Lo so da quando sono nata come si conquista un uomo”.

Poi Filippo le prese una mano e con reverenza se la portò alla bocca depositandovi un bacio che di casto non aveva neanche l’idea. Rimasero così, mano nella mano fino alla fine della rappresentazione. Lei con il cuore in gola, lui che ogni tanto muoveva le dita per solleticarle la pelle sensibile del polso, regalandole brividi struggenti.

Al riaccendersi delle luci Filippo salutò e ringraziò il Granduca e condusse la sua accompagnatrice verso l’uscita del teatro.

“Sarei potuta tornare con i Conti”.

“E così farmi rinunciare a un intero viaggio in carrozza con te? Ho troppa voglia di baciarti, piccere’”.

“Mi fai arrossire” gli rispose lei sorridendo e fingendo un pudore che in realtà non provava. Si sentiva scandalosa e combatteva, vincendo facilmente, contro i sensi di colpa che la sua educazione le imponeva. Con il suo Principe tutto era naturale e bellissimo. La sua bocca, le sue mani, i suoi dolcissimi abusi avevano svegliato una passionalità disinibita che lei non credeva di avere. Desiderava ogni scabroso assalto che lui le prometteva, ogni perversa promessa dei suoi occhi.

Quando salì in carrozza, avvolta nel mantello foderato di pelliccia, si trovò in un attimo intrappolata nell’angolo più striminzito, schiacciata dal corpo enorme di Filippo che senza nessuna delicatezza e nessun preavviso si era avventato sulle sue labbra. Avrebbe dovuto urlare. Caterina sapeva che la morale comune le avrebbe imposto di ribellarsi a quell’assalto bestiale, eppure non ci riuscì e incurante del dolore che le procurava essere compressa contro la parete dura della vettura, gli cinse la nuca e lo tirò ancora più vicino a sé.

“Te magnarrije e vase, Nine’[9]”.

“Filippo…” gli rispose lei in un languido sospiro.

Filippo cercava di dominare l’eccitazione da quando, nel buio del palco, lei lo aveva guardato gelosa, come una piccola pantera dagli occhi di cristallo, con la bocca rossa che pareva brillare nel buio del teatro, umettata dalla lingua che Ninetta ci passava sopra, assassina e incantatrice. Solo uno sguardo era bastato perché il suo membro reagisse d’impulso al richiamo istintivo del sesso e del possesso. Adesso che erano soli nella sicurezza della sua carrozza la lotta diventò ancora più dura. Mentre la testa gli diceva di rispettarla, il corpo gli imponeva di prenderla. Incapace di frenare i suoi desideri, intrufolò una mano nella generosa scollatura a barca e se la riempì con la carne morbida e setosa di un seno.

“Filippo!” esclamò lei più per la sorpresa che per lo sdegno. “Non puoi… fermati ti prego” lo implorò lei.

Imperterrito, sordo alle finte richieste di Caterina che respirava affannata e inarcava la schiena per meglio offrirsi, lui abbassò il bordo del vestito, facendo saltare qualche punto di cucitura. “Fatti assaggiare, piccere’” le disse con la voce impastata di desiderio e, senza chiedere il permesso, afferrò con le labbra la punta di un capezzolo già dritto e duro per lui.

Caterina rilasciò un respiro che parve arrivare dalla stanza più nascosta dell’anima, ebbe un tremito e poi fece scivolare una mano sulla testa del suo Principe, come a tenerlo fermo lì a succhiarla, a indurla in quello stato di esaltazione fisica, a provocarle quel bollore liquido tra le lunghe gambe che non chiedevano altro che di essere accarezzate.

La mano libera di Filippo cominciò a trafficare con le gonne mentre la bocca rimaneva impegnata a lambire il capezzolo sensibile.

Ma il loro tempo finì ancora prima di cominciare. Il cocchiere avvisò che erano arrivati a casa dei Conti. Caterina si riebbe, arrossata e affannata, ma neanche un filo di pudore o di vergogna sciuparono il suo sorriso.

“Hai fortuna, piccere’, ti avrei presa qui nei prossimi cinque minuti” le disse Filippo con il respiro ansimante e lo sguardo scurito di desiderio mentre lei risistemava alla meglio il corpetto del vestito.

“Sei una belva feroce, non un Principe” cinguettò compiaciuta di fargli quell’effetto.

“L’hai capito allora?” disse lui ridendo con quel suo gorgoglio basso e sensuale. “Ti aspetto domani sera. Cerca di metterti un vestito meno scollato o non riuscirò a starti lontano”.

“Buonanotte, mio Principe” lo salutò Caterina baciandogli dolcemente le labbra, sorridendo felice di essere del tutto in suo potere.

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