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Terzi incomodi
Dopo quella al teatro de La Pergola erano seguite altre serate in cui Caterina era apparsa al braccio di Filippo, cene tra pochi intimi organizzate dal Granduca in cui Leopoldo cercava di mantenere una uguale distanza dal Marchese di Villamarina e dal Principe di San Garlizio. Sempre con l’attenzione rivolta alla sua Ninetta, Filippo permetteva che in molti la corteggiassero delicatamente, come un marito orgoglioso che sfoggia il suo tesoro più prezioso e lascia che se ne beino anche gli altri, consapevole che mai potranno averlo. Lasciava che ballasse e godesse dello splendore della sua giovinezza, la scrutava sbavante da lontano rivolgendole pensieri che spaziavano dalla religiosa adorazione alla peccaminosa sottomissione del suo corpo perfetto, immaginando di tanto in tanto di alzare i paramenti pesanti e accarezzare le lunghe, sinuose gambe lisce che si muovevano eleganti sotto le gonne. Fino a che il suo desiderio non raggiungeva il limite e allora la portava via per concedere almeno un po’ di tregua dallo struggente tormento che lo assillava. Ogni volta l’intimità tra di loro cresceva, ogni ora che passavano insieme li trasportava in un mondo di complicità, rivelata in pubblico attraverso sguardi, carezze appena accennate, frasi sussurrate e risatine strozzate. Intanto in privato, nel buio della carrozza, la passione tra di loro toccava vertici illeciti e oltraggiosi. E Caterina non si limitava più a subire gli assalti del suo Principe ma li restituiva con uguale ardore, spingendosi a toccarlo là dove avrebbe dovuto vergognarsi di condurre anche solo i pensieri, ormai dimentica di ogni cosa che non fosse passione.
Durante una delle serate volute dal Granduca, fu presente anche il Duca Mitroslovcki, cosa di cui Filippo parve contrariato. Non era ancora riuscito a scambiare con il Colonnello parole che non grondassero astio e di rimando Caterina aveva maturato una profonda diffidenza verso i modi garbati del militare austriaco. Ne avevano parlato una volta, Caterina si era compiaciuta della velata gelosia di Filippo quanto lui si era irritato al ricordo dell’invadenza del Duca.
“È un piacere avere l’occasione di uno scambio con voi, Principe. Mi chiedevo proprio in questi giorni come stia procedendo la vostra missione” gli chiese il Duca salutandolo, mentre Caterina si era intrattenuta per ringraziare il padrone di casa del gentile invito.
“Vostra Grazia state continuando a interessarvi di questioni che vi riguardano poco e indirettamente. Sapete bene quanto me che tra il Regno delle Due Sicilie e l’Impero non esiste nessun accordo formale se non un’alleanza di fatto contro le mire espansionistiche piemontesi”.
“Era solo per la mia tranquillità infatti” disse sorridendo falso il Duca. “Permettetemi, posso informarmi sulla salute della vostra fidanzata?” aggiunse poi per provocare l’interlocutore.
“Inutile che cerchiate la rissa, Vostra Grazia. Sapete bene che la signorina è una cara amica che per accontentare il Granduca mi accompagna a qualche evento mondano. Come vedete” fece Filippo anticipando la riverenza di Caterina che sfoggiava un abito di velluto cangiante color lilla “la Marchesina gode di ottima e splendente salute”.
“Non vi dispiacerà allora, caro Principe, se vi rubo questo gioiello prezioso solo per due passi attorno alla sala”.
I due uomini si battevano in un duello al fioretto fatto di provocazioni e sottili cattiverie. Si parlavano come due poeti dell’amor cortese, ma si guardavano come Leonida guardò Serse alle Termopili, con odio, sfida e insolenza.
Filippo abbozzò una riverenza che avrebbe voluto essere tranquilla invece fu rabbiosa. Caterina gli indirizzò un’occhiata sbieca di rimprovero stringendo le labbra rosse in una smorfia contrariata, appoggiò la mano nuda sulla casacca del Duca e si incamminò con lui per un’informale chiacchierata.
“È molto bello rivedervi, signorina. State bene?”.
“Sì, molto bene, Vostra Grazia, anche se mi mancano molto i miei genitori”.
“Immagino che anche a loro manchiate molto”.
“Ricevo poche lettere dal Piemonte. Sapete, la guerra rallenta tutto, soprattutto le comunicazioni” rispose gelida Caterina incapace di tenere a freno quell’inquietudine che serpeggiava nel suo cervello ogni volta che aveva a che fare con l’austriaco.
“Ne so qualcosa, Marchesina. Ma ditemi, come passate il tempo lontano dal Piemonte?” chiese il Duca con genuino interesse, per conoscere la ragazza.
“Ho davvero poco da fare in città, Vostra Grazia” rispose lei “non ho a disposizione letture piacevoli né tele e pennelli con cui potermi dilettare. Non so suonare molto bene e, anche se sapessi, i Conti non hanno strumenti. In definitiva ho il permesso di uscire con il Principe e di fare qualche passeggiata, molte di meno di quante me ne conceda in campagna”.
“Quindi vi si vede sempre in sua compagnia perché è l’unico modo che avete per uscire?” chiese il Duca cercando di mimare uno scherzo che non gli riuscì, con la parlata gutturale e cacofonica tipica della lingua tedesca, così dura e inflessibile, lontana dalla suadente morbidezza della voce di Filippo, quando le sussurrava complimenti in napoletano.
“No, Vostra Grazia, non volevo certo dire questo, anzi il Principe è quanto di più… ecco, è gentile e piacevole” rispose Caterina balbettando parole sconnesse.
“Siete troppo giovane per presenziare in società con un uomo senza essere né sposata né fidanzata. A teatro eravate bellissima” disse lui cercando di dimostrarsi amichevole, ma con il rimprovero negli occhi.
“È stato un desiderio del Granduca che io mi accompagnassi il Principe” si riprese subito Caterina, stizzita.
“I vostri genitori sono soliti concedervi questo tipo di libertà?”.
“No, generalmente no,” rispose lei titubante subendo il rimprovero velato del nobile austriaco “ma i Conti Velasca sono molto più permissivi dei miei genitori. Ho sempre condotto una vita molto ritirata e, per quanto riguarda la vita di società, mi sto godendo questo soggiorno fiorentino come non mi era mai capitato. Vi ripeto, la mia vita è piuttosto solitaria e… monotona”.
“Come è giusto che sia” rispose lui senza nessuna intenzione di pronunciare parole sgradevoli, ma dando comunque un giudizio sul comportamento di Caterina che non gli era richiesto e per di più poco lusinghiero per lei.
“Siete sicuro di essere la persona adatta a formulare questo tipo di parere su di me, Vostra Grazia?” rispose Caterina con il suo solito piglio permaloso e dando fiato alla bocca prima di pensare con lucidità a una risposta più diplomatica.
Il Duca sorrise e poi cominciò a parlare in tedesco. “Per essere una donna così bella siete anche molto fiera”.
“Dite? Mia madre direbbe impulsiva” gli rispose lei evitando gli occhi insinuanti del Duca e cercando di apparire più disinvolta di quello che era nel parlare una lingua che non le piaceva e che percepiva come nemica. Non le piaceva neanche il Duca, e via via che la loro stentata conversazione procedeva, sempre di più Caterina si sentiva a disagio e inquieta.
“Parlate bene la mia lingua”.
“Non poi così bene. Almeno così dice mia madre”.
“La migliorerete. Esistono accordi tra voi e il Principe?”.
“Non sono cose che possono interessarvi, Vostra Grazia” rispose lei dritta e impettita.
Il Duca sorrise con un ghigno benevolo, uno di quelli che si riservano ai bambini a cui si stanno per perdonare delle marachelle, che Caterina percepì come subdolo mentre si avvicinava a piccoli passi verso la figura imponente di Filippo che li aspettava fingendo di ascoltare con tranquilla attenzione ciò che gli diceva Villamarina.
“Sono dispiaciuto di dovervi lasciare la Marchesina” disse il Colonnello Mitroslovcki rivolgendosi a Filippo “è una compagnia singolare e… molto vivace”.
“Non la lascerete al Principe” intervenne l’ambasciatore piemontese “adesso sono io che pretendo la compagnia della Marchesina. Venite Caterina”.
“Stasera siete molto richiesta. Vuol dire che ci vedremo più tardi” le disse Filippo tranquillizzato dal fare paterno di Villamarina, completamente diverso dall’audacia maschile del Duca austriaco.
Salvatore Pes, Marchese di Villamarina e Barone dell’Isola di Piana, era un politico finissimo e un grande conoscitore dell’animo umano. Per queste sue qualità era stato scelto da Carlo Alberto di Savoia per rappresentare il Regno di Sardegna nel Granducato. Era stato suo il merito di aver condotto Leopoldo dei Lorena all’alleanza con il cognato sabaudo contro l’Austria e il lavoro che stava compiendo in quei giorni mirava ad accaparrarsi anche quello di convincere Leopoldo a restare sul trono affidandosi all’esercito piemontese per ristabilire un governo solido ed esautorare le frange più estremiste. Filippo non negava mai, neanche davanti a Caterina, la difficoltà di ostacolare il lavoro di un uomo dello spessore di Salvatore di Villamarina: ovunque il Granduca apparisse c’era anche lui, preveniva ogni mossa, studiava ogni movimento, ragionava su ogni possibilità e per ogni opzione di comportamento dei suoi avversari aveva pronta una reazione per lui vincente. In certi momenti Filippo lo aveva considerato impossibile da sconfiggere e si era perso d’animo, eppure la presenza di Caterina al suo fianco e il guanto di sfida che gli aveva lanciato il Duca Mitroslovcki gli avevano dato una nuova spinta per agire sulle debolezze e sulle paure di Leopoldo di Toscana.
“Caterina… posso chiamarvi così, vero? Vi ho visto piccolina in fondo, anche se siete ormai adulta”.
Caterina sorrise e annuì mentre il Marchese la conduceva a sedersi su un paio di poltroncine libere nel grande salotto attiguo alla sala dove si sarebbe tenuto l’intrattenimento musicale. Era un uomo di quarant’anni non alto e di corporatura normale, banale lo si sarebbe detto, non era neanche bello ma era di certo di grande presenza con folti baffi scuri spioventi che arrivavano a coprirgli le labbra per intero, il cranio glabro se non per una corta corona di capelli neri sulla nuca. Occhi scuri, penetranti e vigili, un carisma tangibile in ogni suo movimento, in ogni sguardo, e una spina dorsale che di morbido non aveva neanche il pomello del bastone a cui si appoggiava.
“Bene, Caterina, i vostri genitori sanno della vostra ehm… assidua frequentazione con il Principe di San Garlizio?”.
“Marchese, ma…”.
“Oh, no, non mi giudicate invadente. Ve lo chiedo perché si vocifera che siate pronta per l’altare e io non ho avuto nessuna comunicazione da vostro padre. Sapete, in una situazione internazionale così delicata di sicuro lui mi avrebbe avvertito di un così importante… ehm… cambiamento d’umore”.
Il Piemonte non era certo alleato del Regno delle Due Sicilie e un’unione tra due nobili vicini alle due corone doveva essere trattata con una certa discrezione. Caterina si era infischiata delle conseguenze del suo comportamento così libero e disinvolto e non era una cosa che poteva essere tollerata ancora per molto.
“I miei genitori non sono qui e, a differenza delle loro abitudini, stanno concentrando le loro attenzioni su questioni che non mi coinvolgono direttamente. Credo che siano molto in pensiero per il nostro Paese e ricevo poca posta da loro, non ne sanno niente. Del resto il Granduca stesso mi ha presentato il Principe, e i Conti Velasca, dei quali sono ospite, non hanno fatto alcuna obiezione. Non c’è stato altro che qualche innocuo intrattenimento serale, Marchese. Non c’è niente che debba preoccupare i miei genitori. Di sicuro avranno ben altro a cui pensare, oppure non sarebbero tornati in Piemonte lasciandomi da sola, non vi pare?” cercò di glissare Caterina.
“Sono sollevato di sentirvelo dire. Vostra madre è molto legata alla Toscana e voi siete considerata un’ereditiera in questo Paese, ma siete una suddita piemontese, proprio come lo è vostra madre. Dovete tenerlo a mente, Marchesina”.
“I miei comportamenti non possono essere così importanti da spostare l’ago delle manovre internazionali” replicò Caterina liquidando i timori di Villamarina con un gesto della mano.
“Vi sbagliate, Marchesina. La percezione che il Principe dà di sé portandovi al suo fianco è del tutto differente da quella che fornirebbe da solo. Con voi accanto, attraverso l’amicizia che lega il Granduca alla vostra famiglia, sembra quasi avere la legittimazione di Leopoldo stesso. In questo modo contribuite al mio isolamento politico e invece dovreste essere al mio fianco a combattere contro il Principe” spiegò il Marchese con fermezza, cercando di farle capire quanto avrebbe dovuto essere più prudente.
“Capisco” fece Caterina chinando la testa mortificata “vi assicuro che non volevo recarvi nessun danno. Non sono scafata per le questioni politiche”.
“Lo so, ed è per questo che avrei piacere se tornaste in campagna. Caterina, ve lo chiedo in nome del Re e di vostro padre che ha lottato una vita intera per il sogno di un’Italia unita e sabauda”.
“Sono così stupida che vi sarebbe più utile la mia assenza, dunque?”.
“Per l’amor del Cielo, Marchesina, non travisate le mie parole. Siete giovane ma non siete una sempliciotta, dovete capire quello che dico e agire di conseguenza. Non stiamo giocando a scacchi, sono faccende serie. Non vi ho dato della stupida, la figlia di Elena e Ascanio della Spada non può essere una stupida. Ma siete innocente e alla vostra età i sentimenti arrivano sempre prima della ragione” disse Villamarina paziente.
“Non so quando potrò tornare in campagna, ma cercherò di essere più discreta” rispose Caterina con poca convinzione.
“Non basta, non dovrete più accettare i suoi inviti”.
“Ma il Granduca…”.
“Il Granduca in questo momento è davvero molto confuso e la vostra accondiscendenza contribuisce alla sua confusione” rispose fermo Villamarina.
“Marchese, vi prego di perdonarmi se involontariamente ho nuociuto alla causa del nostro Re. Vi ripeto che sarò molto più discreta e non darò adito a ulteriori chiacchiere. Non intendo negarmi il piacere della compagnia del Principe che smetterò di frequentare quando tornerò al Castello Alabardi, per buona pace di tutti” rispose Caterina decisa compiacendosi del tono adulto e sicuro del suo discorso.
“Se questa è la vostra decisione, non mi resta che fidarmi di voi, del vostro buonsenso e della vostra fedeltà al nostro Regno e alle idee di vostro padre”.
“Sì, fidatevi di me” rispose Caterina sentendosi meno sicura di ciò che ostentava. Poi, un po’ desolata, si alzò e raggiunse Filippo scortata dall’uomo con cui aveva conversato con animosità.
“Villamarina! Non è un incanto la mia accompagnatrice stasera?” chiese Filippo entusiasta cercando di sondare il volto di Caterina.
“Oh sì, lo è davvero. Non la si vede così spesso in società a casa nostra, in Piemonte. È evidente che la libertà di cui gode nel Granducato si confà di più alla sua indole rispetto alla clausura di Monteverde. Ogni volta che la vedo in vostra compagnia, Principe, la trovo sempre più radiosa” argomentò Villamarina mellifluo. Poi continuò: “Vi auguro una buona serata, vi prego di inserire i miei più cari saluti nella prossima lettera che scriverete ai vostri genitori”.
“Vi ringrazio. Buona serata a voi” rispose Caterina con un filo di voce.
“Cosa c’è, Ninetta? Ti ha turbato qualcosa che ti ha detto?” chiese Filippo non appena l’ambasciatore si allontanò.
“No, no. Non preoccuparti”.
“Sei diventata pallida. Vuoi che ti riporti a casa?”.
“No, ti prego. Andremo via quando lo spettacolo sarà finito. Vorrei tanto ascoltare i violini. In Piemonte non posso mai”.
“Quando saremo a casa, a Napoli, potrai dedicarti alla musica quanto vorrai. C’è un grande pianoforte inutilizzato a San Garlizio, e mia madre suona la viola. Se riuscirai a farti amare da lei, potrete esercitarvi insieme”.
“Davvero me lo permetterai? E potrò dipingere?”.
“Faremo arrivare i migliori maestri di Napoli per affinare le tue doti” disse. Ci mancherebbe che il Principe Vattilieri non parlasse solo del meglio da offrire alla sua futura moglie.
Caterina sorrise accarezzando per un istante l’idea di vivere con lui, di godere appieno della libertà che lui le prometteva e dell’amore che lui stava alimentando. Eppure da quella conversazione con Villamarina, non seppe più come comportarsi. Il suo cuore le diceva che anche un solo attimo non trascorso con Filippo era sprecato, la ragione invece che ogni attimo che trascorreva con lui era un tradimento verso il Piemonte. Poi a fine gennaio il Granduca, ormai incapace di gestire il governo ultra democratico che non aveva saputo soffocare fino dall’inizio, lasciò Firenze per rifugiarsi a Siena.
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