IL PUGNALE E LA PERLA NERA
Capitolo 7 di 36

Scritto il 26/09/2026
da PITTI DUCHAMP


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Cuori legati

 

L’incertezza sul domani la fece da padrona in quel gelido inverno. La Penisola era in subbuglio e francesi e austriaci facevano a gara a radere al suolo più città possibili. Il Granduca non aveva saputo controllare Guerrazzi e Montanelli, i due politici che dall’agosto precedente guidavano il governo ultraliberale toscano, ponendo il Paese in una situazione di assurdo conflitto. Da una parte lui, Sua Altezza Reale Leopoldo II di Toscana, sovrano di ispirazioni illuminate e liberali, ma pur sempre primo cugino dell’Imperatore d’Austria e legato a doppio filo all’Impero, nonostante le sue pesanti sbavature anti austriache in occasione della guerra voluta dal Re Savoia contro gli Asburgo. Dall’altra un governo con i suoi parlamentari e ministri che mal sopportava l’ingerenza austriaca sulla Toscana, che parlava di Repubblica ed era imbevuto delle idee mazziniane tanto da aver inviato dei rappresentanti del Granducato alla Repubblica romana. Un governo intransigente e che tendeva verso un patriottismo tutto italiano.

L’ultimo giorno di gennaio il Granduca, confuso dai suoi stessi errori politici e da una bontà d’animo che mal si confaceva al ruolo di governatore in un Paese scosso da idee rivoluzionarie, gettò la spugna. Lasciò Firenze alla sua confusione governativa, senza imporre la sua volontà né proporsi come garante di una certa stabilità politica. La città fu allora travolta dal panico. I nobili, e chi poteva, lasciarono la capitale in cerca di rifugi sicuri fuori dalla Toscana o nelle campagne più alte, verso i monti, dove era più difficile che scoppiassero sommosse popolari.

“Gli affari hanno bisogno di pace e solidità” dicevano i bottegai, e poi, con il sarcasmo fiorentino “ma il grullerello di Leopoldo non è stabile nemmeno su quelle gamberelle lunghe lunghe, figurarsi che randellata in terra se gli sfilano il trono da sotto le mele”.

Così, in questa confusa divergenza di intenti e opinioni chi poteva allontanarsi dai centri nevralgici del potere lo faceva di buona lena. Come gli altri, anche i Conti Velasca cominciarono ad arruffare dei bagagli alla bell’e meglio racimolando tutte le cose preziose e quelle necessarie: i gioielli e tutto l’oro presente in casa per primi, documenti bancari a seguire e perfino tovagliati e lenzuola.

Caterina si chiese per almeno una settimana che fine avrebbe fatto aspettando che prima o poi le comunicassero i loro piani. Le avrebbero fatto la cortesia di portarla al Castello Alabardi? L’avrebbero scaricata nella casa di via dei Tintori? O che altro? E come avrebbe fatto allora a rivedere il suo Principe? Trascorse le ore in compagnia di una fastidiosa angoscia sul suo domani, ingannando l’ansia con letture noiose e vacue conversazioni con Carlotta davanti al tepore dei caminetti accesi.

“Sua Signoria vi cerca, Marchesina. È nella biblioteca” la avvertì il domestico dopo che la prima settimana di febbraio era bella che passata.

Caterina annuì e con passo grave si avviò verso la stanza convinta fosse arrivato il momento che aspettava da diversi giorni. All’apertura della porta apparvero il Conte e la figura elegante e mascolina di Filippo.

“Buongiorno” si inchinò lei con grazia naturale.

“Buongiorno, Marchesina. Ho chiesto e ottenuto dal Conte di Velasca il privilegio di riportarvi a casa vostra, al Castello Alabardi” disse subito Filippo.

Un sorriso di sollievo illuminò il volto di Caterina e il Conte proseguì dicendo: “So bene che sarebbe stato mio dovere riaccompagnarvi, anche perché avrei dovuto farlo già da molti giorni, come avevo promesso a vostro padre. Eppure per come stanno adesso le cose non posso fare a meno di contare sull’ausilio del Principe che è davvero prezioso in questo momento di folle confusione nel Granducato”.

“Sono sicura che i miei genitori non ve ne vorranno né perché mi avete trattenuto in città, a differenza di quello che avrebbero voluto loro, né perché mi state affidando al Principe. Stanno provando sulla loro pelle le difficoltà di un paese in guerra, inoltre la Toscana è amministrata da un governo tra i più traballanti. Bene, a ogni modo! Sarò felice di tornare. Faccio preparare subito le mie cose. Non ci metterò che poco tempo, davvero”.

“Vi aspetterò qui” rispose Filippo.

Caterina saltellò verso la sua stanza felice di poter condividere quel breve viaggio con il suo Principe. Impaziente di essere pronta stipò con l’aiuto di una solerte cameriera tutte le sue cose nel baule. Si vestì con un comodo abito da viaggio indossando il mantello e i guanti di pelliccia e con passo affrettato si lanciò verso le scale.

“Sono pronta, Principe, possiamo andare!” disse irrompendo nello studio dove i due uomini conversavano, da più di un’ora, davanti a un bicchierino di vinsanto.

“Avete fatto in un lampo! Si direbbe che il soggiorno nella mia casa vi sia dispiaciuto!”.

“No, ma che dite, Conte” si schermì Caterina “è solo che sono contenta di tornare a casa. Non sapevo cosa… beh, voi state partendo, quindi…”.

“Non avrete creduto che vi abbandonassimo, vero? Santi numi, vostro padre mi avrebbe rincorso per tutte le vette delle Apuane!” si confessò il Conte burlando visto che più di una volta la moglie gli aveva suggerito di lasciare la Marchesina sola nella casa quasi deserta di via dei Tintori.

Sorrisero tutti e tre. Filippo, con gli occhi scintillanti di avidità, porse il braccio alla sua Ninetta e la scortò fino alla sua carrozza.

La famiglia dei Conti si schierò all’entrata per salutare con distante cordialità Caterina e il suo bell’accompagnatore.

“Non hai una cameriera?” chiese Filippo mentre la carrozza agile partiva. Per muoversi nelle strade cittadine utilizzava una vettura leggera e scattante di legno laccato senza i fregi del Principato di San Garlizio. I due roani che la trainavano erano robusti e piazzati, del tutto differenti dai cavalli arabi con cui avevano scorrazzato per il Parco delle Cascine qualche settimana prima, ma non meno belli.

“No, non ne ho bisogno”.

“Che strano. Le signorine di mia conoscenza viaggiano solo con stuoli di cameriere”.

“Una noia mortale! Mi chiedo che tipo di signorine frequenti!” gli rispose Caterina stizzita. “Io cerco di fare da me. E poi questi nuovi modelli di corsetto che si possono agganciare senza bisogno di un’altra persona sono comodissimi” aggiunse innocente.

“Ah sì?” la canzonò lui. “Non vedo l’ora di vederli”.

Caterina sorrise maliziosa arrossendo. “Quando mi dici queste cose mi metti in imbarazzo…”.

“Vien’ ca’ Nine’… fatte vasa’[10]. Non sai quanto ti desidero”.

Filippo la sollevò con poco sforzo nello spazio angusto della carrozza e se la mise sulle ginocchia, travolto per un attimo dal profumo pastoso di cannella. Le gonne ampie di Caterina sembravano una massa voluminosa senza capo né coda ma lui fu abilissimo a trovare l’orlo del vestito e infilare una mano calda e ruvida sotto gli strati di stoffa mentre con l’altro braccio spingeva la nuca di Caterina per avvicinare la sua bocca alla propria. Quella bocca rossa e piena che si era impossessata di ogni suo pensiero peccaminoso, di ogni più tenero sogno.

Caterina finse di resistere prima di arrendersi alla forza delicata del corpo gigantesco del suo Principe e cedere alle sue labbra calde premute sulle proprie. Si rilassò e si godette appieno la sensazione paradisiaca delle lingue che si contorcevano l’una sull’altra in una danza eccitante. La mano laboriosa di Filippo intanto era salita a sondare la carne nuda e liscia sotto la calza. No, questa volta non avrebbe sciolto la giarrettiera, sarebbe salito su, molto più su percorrendo il sentiero sulle lunghe cosce della sua Ninetta, a toccare quel luogo segreto che lo chiamava a sé per legarlo mani e piedi con il suo potere sensuale.

“Filippo…” sussurrò lei in un ansito che lasciava ogni porta aperta, quasi un invito a inoltrarsi là dove il piacere sarebbe stato più intenso.

“Come hai fatto a prendermi il cuore così velocemente, Nine’? Che sortilegio hai usato?”. Ninetta stava ferma, scossa dai respiri veloci mentre lui armeggiava sotto la gonna per arrivare in mezzo alle sue cosce. La sua Ninetta aveva la pelle liscia come i petali di un’orchidea, la carne soda ed elastica e lui non si fece scrupoli a riempirsene la mano. “Ti amo, Ninetta mia. Me so’ nnammurat’e te in un attimo, ti amo da quando ti ho vista in quel salottino a Palazzo Pitti”.

“Ridillo” gli bisbigliò lei staccandosi un millimetro dalle sue labbra.

“Ti amo, Ninetta. Tu mi ami?”.

“Sì” gli rispose lei nell’impeto dei sentimenti appassionati dei suoi diciassette anni “ti amo”. Scacciò il retrogusto di colpa, inopportuno e indesiderato, dietro il piacere che stava provando. Quelle cose erano sbagliate tra loro, sapeva che non avrebbe avuto l’approvazione di nessuno, eppure il suo cuore le comandava di lasciarsi andare alle mani callose che risalivano le sue gambe e lei moriva di peccaminoso godimento nel lasciarglielo fare.

Quando la mano grande e ruvida, calda ed esperta di Filippo arrivò là dove solo lui era giunto a sfiorarla, Caterina trattenne un respiro. Lui si muoveva con disinvoltura frugando tra le sue carni provocandole un bollore umido sconosciuto e imbarazzante. Con delicatezza arrivò a sfiorare il bocciolo della sua femminilità e lei si arpionò con le mani alle sue spalle, ormai scomposta, con la gonna alzata e le lunghe gambe velate dalle calze aperte a lasciare via libera al suo Principe.

“Filippo… non smettere”.

“Non ti posso fare niente di più qui… voglio arrivare presto a casa mia”.

Caterina si ritrasse quel tanto che bastò per far smettere Filippo di stuzzicarla, anche se dopo un istante lui riprese con la stessa dolce malizia.

“Non dovevamo andare al Castello Alabardi?” gli chiese ansimando.

“Concedimi una notte, solo una notte, Nine’. Dammi sollievo” le disse tenendola ferma contro di sé senza accennare a togliere la mano dal tepore umido del suo sesso.

“Non… Filippo… non possiamo” disse Caterina mentre continuava a muoversi sotto il suo magico tocco, nascondendo il volto e respirando contro il suo collo, quasi si vergognasse del piacere lussurioso che non riusciva a dissimulare.

“Perché no? Tu mi sposerai e non fa differenza che prenda quello che è già mio prima o dopo la benedizione di qualche viscido prete”.

“Chi ti dà la certezza che mio padre acconsenta alle nostre nozze?” gli chiese Caterina immaginando già le scenate di cui sarebbe stata bersaglio da parte dei suoi genitori per essersi innamorata di un borbonico.

“Nine’, io sono un Principe di sangue reale,” disse spostando la mano dall’intimità di Caterina alla pelle della coscia con le dita ancora umide “lo sono per lignaggio e patrimonio. Sono parente di sua Altezza il Re Ferdinando II delle Due Sicilie. Chi potrebbe essere tanto stolto da negarmi sua figlia?”.

“Un patriota piemontese con la fissazione dell’Italia unita e sabauda”.

“Neanche tuo padre arriverebbe a negarmi la tua mano per quanto potrebbe essere disgustato dalla richiesta. Lo comprenderei. Sono certo anzi che per lui sia odioso accettare tanto quanto per me sia difficile chiedere a un giacobino mascherato”.

“Non voglio che parli male di mio padre” lo rimproverò Caterina accigliata.

“Lui parlerà male di me, lo redarguirai?”.

“Sì, se parlerà male di mio marito”.

“Staremo molto tempo a Napoli, e a San Garlizio, a casa mia. Sei disposta a lasciare tutto quello che ti è familiare per stare con me?”.

“Anche domani se potessimo”.

“Bene. Però dovremo aspettare e fare le cose per bene. Le nostre famiglie e i nostri Sovrani si meritano il rispetto che gli è dovuto e coinvolgeremo anche loro nelle nostre decisioni”.

“Non mi hai mai parlato della tua famiglia” chiese Caterina come scesa dalla nuvola di piacere su cui l’aveva portata, tornando alla realtà.

Filippo si irrigidì, con dolcezza le abbassò la gonna e la rimise a sedere accanto a lui sul sedile. Sbuffò: in un attimo l’espressione di schifo e disprezzo sul piccolo volto di sua madre, quell’espressione che riservava solo a lui, si disegnò nella sua mente facendolo sentire ancora sbagliato. Come se dovesse darle prova di non essere come suo padre, come se non avesse fatto altro per tutta la vita che cercare di dissociarsi dall’uomo che sua madre chiamava ‘bestia immonda’.

“Non ne parlo volentieri, ma visto che ne farai parte hai tutto il diritto di saperne qualcosa. Mio padre è morto dieci anni fa di sifilide. Mammà vive nella sua casa vedovile” raccontò Filippo guardando fisso davanti a sé.

“Come ha fatto a salvarsi dal contagio?”.

“Si è sollevata dall’incombenza di dare un erede a mio padre con la mia nascita, poi hanno sempre condotto vite separate e questo l’ha salvata”.

“Non si amavano?” chiese Caterina ingenua.

“Si sono sempre odiati da che ho ricordo”.

“Mi dispiace” rispose Caterina pensando un attimo a suo padre e sua madre che si amavano alla follia “per un bambino deve essere orribile vedere i genitori odiarsi”.

“Immagino che tuo padre adori tua madre… se è bella quanto te lo comprendo”.

“Oh sì, lo è davvero. Sai che il Granduca è sempre stato innamorato di lei? Anche adesso la cerca sempre e mio padre muore di gelosia. Però non credo sia per la sua bellezza che mio padre la ama. Credo che siano proprio due anime gemelle” spiegò Caterina e sorrise con tenerezza pensando ai suoi genitori. Nonostante i litigi, quelli passati e quelli che la aspettavano, li amava moltissimo e le mancavano.

Mentre chiacchieravano la carrozza arrivò dietro alla residenza che Filippo aveva scelto con grandi difficoltà a Firenze. Per quanto belle, le case fiorentine erano infatti lontanissime dal suo gusto: a Napoli viveva in uno sfarzoso palazzo affrescato dai più grandi maestri di pittura napoletani e il castello ancestrale ai piedi del Vesuvio al centro della tenuta a San Garlizio era uno degli esempi di architettura moresca più fulgido del sud Italia. L’antica casa torre che aveva affittato a Firenze apparteneva a dei Marchesi austriaci, saliva su, più in alto dei tetti adiacenti, in pietra grigia con le trifore doriche, finestre a tre colonne con i capitelli semplici privi di decorazioni. L’esterno non recava nessun fregio, nessun affresco. Solo pietre grigie scolpite in varie forme e dimensioni l’intreccio delle quali creava disegni geometrici decorativi. L’entrata principale e qualche salotto erano stati adornati allo scopo di ricevere e solo la sua stanza, tra le camere da letto, era stata allestita con arazzi e tappeti che mantenessero il caldo del caminetto e gli rendessero più familiare l’ambiente.

“Quindi stanotte dormirò qui?” chiese Caterina intimorita scendendo dalla carrozza e dirigendosi all’entrata sul retro della palazzina non lontana da Palazzo Pitti.

“Non ti accompagnerò in campagna fino almeno a domani”.

Filippo le prese una mano sotto lo sguardo assente di Ciro, che fingeva di guardare altrove, e cercò di trascinarla dentro, ma lei pareva immobile, pietrificata sul selciato. Cosa mai stava facendo? Sentiva la voce della sua coscienza con prepotenza, eppure lei voleva zittirla. “Non sono una tale svergognata, Filippo. Io… io… Non posso”.

“Ne vogliamo parlare dentro? Non faremo niente che tu non vorrai. Sono un galantuomo, Nine’” fece lui spazientito con il suo marcato accento napoletano.

“Ti prego, portami a casa, non indurmi in questa tentazione… mi odierei. Non capisci?”.

“No,” fece lui ridacchiando “non capisco. Ti odieresti per cosa? Per aver trascorso del tempo con me? Per avermi dimostrato con il corpo che mi ami? Jamm’ Nine’, non faremo niente di male. Potremmo essere già fidanzati se non fosse per questa maledetta guerra e per la lontananza dei tuoi genitori” le rispose così sicuro, senza neanche un velo di dubbio.

“Appunto, non lo siamo… non ufficialmente”.

“Non darò il mio nome a nessuna donna che non sia tu” dichiarò lui fermo, certo che Caterina avrebbe ceduto.

La sentì muovere il primo passo verso l’entrata, attaccata alla sua mano con entrambe le proprie, e finalmente la vide entrare seguendolo nella grande casa che pareva quasi abbandonata per quanto era spartana.

“Quando siamo venuti in visita con i Conti siamo passati da un’altra entrata” disse lei diffidente.

“Allora passammo da quella principale però non voglio che qualcuno ti veda entrare da sola in casa mia. Ho fatto arredare a mio gusto solo poche stanze e questi corridoi sono rimasti con l’arredamento originale. È solo una sistemazione temporanea”.

“In che senso temporanea?”.

“Casa mia è a Napoli, anzi a San Garlizio. Questa casa è solo in affitto. Vieni, ti faccio vedere”.

Avanzò con sicurezza tra i vasti corridoi e le stanze grandi e arredate con frugalità. Il precoce tramonto invernale invadeva con la sua luce fioca le stanze che rimbombavano dei loro passi rendendo quella traversata desolante.

“Questa dimora mi mette tristezza” disse Caterina.

“Mette molta tristezza anche a me. È solo per un po’, poi spero di tornare a casa”.

“Quando intendi lasciare la corte del Granduca?” chiese lei con il cuore già dolorante nella stretta della nostalgia.

“Il Granduca non è più a Firenze, Ninetta. Io devo seguirlo o Villamarina avrà un gioco troppo facile. Dovremo stare separati almeno per un po’, piccere’. Almeno fino a che la posizione del Granducato non sarà chiara e solida”.

“Capisco… Ma cosa significa un po’?”.

Camminavano lenti adesso, avevano salito una scalinata ripida che portava agli appartamenti privati dei padroni di casa, tra i quali quello di Filippo, e lì davanti si fermarono. La porta alta e stretta laccata di nero faceva risaltare la maniglia di ottone dalla forma di una zampa di animale. Quella spessa barriera la divideva dalla perdizione. Caterina trepidò con il cuore mentre le orecchie ascoltavano attente quello che Filippo le diceva.

“Non lo so. Potrebbe essere qualche settimana o qualche mese. Intanto abbiamo questo tempo. Concedimi solo un paio di giorni da passare insieme poi ti porterò a casa e andrò a Siena dal Granduca” disse lui sfoderando un sorrisetto maliardo e sensuale che fece cadere le ultime, deboli difese di Caterina. “Jamm’Nine’, anche tu vuoi stare con me”. Poi le cinse la vita, e si chinò sul suo volto. La baciò premendosi contro la sua nuca in modo che la sua bocca di fragola aderisse più possibile con la propria, che lei non avesse modo di tirarsi indietro, stretta nella morsa delle sue braccia. “Me faje ’mpazzi, Nine’. Penz’ sulamente a te[11]” le sussurrò sulle labbra aperte stringendola tanto da levarle il fiato. Tutti quei paramenti ingombranti mascheravano il fisico flessuoso di Caterina che invece lui sentiva nella stretta delle sue braccia.

“Non ti capisco, Filippo”.

“Certo che mi capisci. Non abbiamo bisogno di parole noi”. La baciò di nuovo senza più delicatezza scendendo con una mano a tastare le natiche coperte da strati e strati di vestiti e spingendo il suo inguine verso la propria virilità già in attesa del piacere.

“Vieni qua Nine’ e lassame fa’. Non l’hai capito che t’amo?”.

Perché era così debole? si chiese Caterina. Avrebbe dovuto respingerlo con forza e gridare, ma la lingua di Filippo era così seducente. Con un calcio all’indietro lo sentì spalancare la porta della sua stanza e si lasciò trascinare dentro mentre cercava di fare appello a tutte le sue forze emotive per resistere a quell’assalto. Eppure quando la sua bocca le scese sul collo, si accese tra le gambe un fuoco liquido familiare, solo più bollente di quelli che aveva imparato ad associare alle sue carezze e si arrese all’inevitabile.

Sarebbe stata sua. Lui la sentì ancora recalcitrante intanto che varcavano insieme la soglia e la sollevò, stringendosela addosso per portarla fino al bordo del grande letto a baldacchino dalle cortine blu e dorate. Aveva vinto, ne fu sicuro non appena la rimise a terra: anziché staccarsi dalle sue labbra Caterina lo abbracciò e ridette vigore al bacio stringendosi al suo torace enorme con le braccia sottili che pure non erano di una donna bassa. Si sfilò la giacca senza staccarsi, la spinse per farla distendere sopra il letto e si coricò su di lei. Le mani ansiose accarezzarono la stoffa del suo corpetto fino a che non ne trovarono l’apertura. I maledetti gancetti sembravano non volerne sapere di aprirsi e lui allora tirò senza pietà, fermandosi soltanto quando la stoffa di panno di lana verde cedette, lacerata.

Indifferente al danno continuò a baciarla e Caterina gli rispose con la frenesia della giovinezza e l’impazienza del desiderio che stava esplodendo incontrollabile, esultante per la vittoria contro il senso di colpa e la vergogna. Lui si alzò dal corpo morbido della ragazza inginocchiandosi sul letto di fronte a lei per sganciarsi i polsini della camicia. Il corsetto di Caterina era un impedimento alla sua voglia di adorarla, ma la ragazza lo allentò con un semplice gesto della mano, sciogliendo i nastri che lo tenevano aderente e Filippo poté sfilarlo e osservare i due seni perfetti che svettavano sul petto.

Non avrebbe voluto spaventarla, ma non riusciva più ad attendere il piacere che il corpo di Ninetta gli prometteva. Adesso distesa sul letto, nuda dalla vita in su, lo guardava aspettando ansiosa il suo prossimo gesto. Torreggiava su di lei in ginocchio sul materasso, osservando i capezzoli induriti dall’aria e dall’eccitazione, il petto che si alzava e abbassava al ritmo del respiro affannato, il volto arrossato e gli occhi grigi ancora più trasparenti. Con reverente delicatezza strinse un seno tirando i muscoli nello sforzo di non stringere troppo la carne cedevole nella morsa della mano impaziente. Si chinò sui boccioli scuri e ne prese in bocca uno per farla impazzire.

Caterina sentì la lingua ruvida del suo Principe sfregarle la punta del capezzolo eretto e non riuscì a trattenere un gridolino di meraviglia. La sua mano andò a spingere la nuca di Filippo per premerselo ancora di più contro e lui, ubbidiente, la leccò alternando i seni, per idolatrarli entrambi, opere di finissima scultura, con la stessa passione.

Caterina lo guardò incombere su di lei e, forse guidata dall’istinto o da una dea della passione che si era impossessata del suo corpo, si issò a sedere costringendo Filippo a staccarsi dalle sue carni e gli aprì la camicia armeggiando frenetica coi bottoni. Una volta che ebbe denudato il torace e l’addome vi passò sopra le mani, lentissima e delicata lo accarezzò e sembrò che il tempo si fermasse. Il suo Principe era un ciclope in carne e ossa, aveva muscoli grossi e sodi, guizzanti e scolpiti, pelle liscia e ambrata, respirava affannato e Caterina percepì dai polpastrelli il suo cuore pompare indiavolato dentro la cassa toracica. Con l’indice tracciò il contorno di un capezzolo scuro depositandovi sopra un tenero bacio e sentì Filippo digrignare i denti per la sofferenza dell’attesa. Poi seguì l’avvallamento tra i muscoli del petto scivolando lenta ma inesorabile a palpare la griglia piena sull’addome, coperta da una rada peluria nera che si infittiva verso l’inguine chiuso ancora nei pantaloni.

Caterina vide gli occhi scuri di Filippo, le due pozze di mare notturno, riapparire dalle palpebre che erano rimaste chiuse durante la sua lenta esplorazione e poi lo sentì cominciare l’ardua lotta contro la sottogonna.

“Filippo!” gli sussurrò lei un momento prima che la stoffa cedesse sotto la sua forza eccitata che strappò gli indumenti senza pietà.

Levarle le piccole culottes di lino fu quasi un sogno. Senza sciogliere i piccoli fiocchi che le legavano lente sulla vita sottile, ne afferrò i bordi e li strisciò verso i piedi percorrendo con le nocche ogni tratto delle lunghe cosce snelle e affusolate della sua Ninetta, quella parte di lei che gli piaceva così tanto, rimuginando se levarle le calze o prenderla con quell’unico indumento ancora indossato a impreziosire le gambe. Arrivato in fondo a quel sensuale viaggio, gettò il piccolo indumento fuori dal bordo del letto e risalì con la bocca per fermarsi in mezzo alle cosce e aprirle con l’ordine imperioso della sua lingua. “E mo putesse pure murì, Nine’[12]” le sussurrò guardandola eccitato prima di cominciare ad adorarla. “Saj’e mare, Nine’[13]” le disse con la voce roca di passione respirando il profumo della pelle eccitata di Caterina.

“Filippo non… non oserai…” gli disse lei tirandosi sui gomiti e osservando dall’alto la scena indecente della sua testa bruna che scendeva in mezzo alle sue cosce divaricate ad assaggiare il suo sesso. Non appena le labbra di lui si unirono alla sua pelle bollente, Caterina prese a mugolare stringendo manciate di lenzuola di lino pesante sopraffatta da un piacere inaspettato e troppo intenso.

Dopo interminabili minuti di lussuria durante i quali sottomise alla sua peccaminosa volontà il corpo di Caterina che rispondeva al suo tocco più che alle imposizioni del cervello, la testa di Filippo risalì dall’inguine verso l’addome lasciandovi sopra una scia di baci arroventati e portandosi dietro il suo grosso fisico scolpito. Poi la baciò di nuovo sulla bocca e si sistemò tra le lunghe gambe in modo da tenerla ferma sotto di lui.

“Ti amo, Ninetta” disse e le chiuse la bocca con un altro bacio. Lei gli cinse il collo, abbandonata alla sua volontà, inebriata dall’essenza di zenzero e spezie che sembrava in quel momento ancora più acuta.

Caterina non sapeva cosa aspettarsi, mai nessuno era entrato nei dettagli della carnalità con lei. Conosceva solo l’aspetto tecnico del concepimento di un figlio ovvero quello che Dorotea, la vecchia domestica del Castello Alabardi, le aveva spiegato qualche anno prima aggiungendo che tutto ciò che era connesso al rapporto uomo donna lo avrebbe scoperto dopo il matrimonio e fino ad allora doveva mantenere casto e inviolato il suo corpo. Invece eccola lì, pensò, a reclamare le attenzioni di un uomo che non era suo marito e permettergli libertà vietate eppure irrinunciabili. Quel caldo umido tra le gambe che aveva imparato ad associare alle carezze di Filippo, adesso sembrava diventato un fiume bollente che sgorgava senza posa dai recessi più nascosti della sua femminilità e nel momento in cui sentì il suo membro che si incuneava nella sua fessura, capì cosa doveva succedere e per istinto si preparò al dolore.

“Non ti faccio niente, Nine’, è solo un attimo” le sussurrò lui baciandole il collo mentre invadeva il suo corpo forzandone la più segreta serratura e occupando il posto che gli spettava di diritto.

“Mia piccola lupa” sorrise lui senza sottrarsi allo sfogo di Caterina che per il bruciore immediato e intenso lo morse sul muscolo pieno della spalla “è passato, sì?”.

Lei annuì aggrappandosi alle sue spalle, credendo che fosse già tutto finito e invece lo sentì muoversi gagliardo e vibrante, smisurato dentro di lei a riempirla in ogni spazio. Di nuovo avvertì crescere la bramosia di avere di più e cominciò a inarcarsi assecondando le sue spinte che da delicate e timorose si fecero impetuose ed esigenti. Era un ardore nuovo e meraviglioso, così potente che non c’era modo per esimersi dal dominio di quelle sensazioni stupefacenti.

Filippo, intrecciando le mani enormi alle sue sopra la sua testa, aveva teso i muscoli delle braccia e del torace, fasci muscolari tonici e gonfi davano impeto alle sue spinte mentre bisbigliava parole d’amore di una dolcezza struggente in contrasto con la forza selvaggia che sprizzava il suo fisico.

In suo completo potere, Caterina si sentì vulnerabile sotto le spinte sempre più profonde del corpo possente che le incombeva sopra pesante tra le cosce divaricate. Travolta dal nuovo e impensabile piacere che lui le stava donando, si lasciò andare all’esplosione che deflagrò all’altezza del suo sesso e con un grido strozzato lo avvertì del culmine del suo godimento. Poi sentì lui, un istante dopo, con un ringhio animalesco uscire dalle sue profondità e lo vide spargere il seme sul suo ventre e accasciarsi su di lei, appiattendola al materasso con il suo peso che pure non le sembrò così gravoso. Le vene pulsavano all’unisono mescolando il sangue nobile e piemontese di Ninetta a quello partenopeo e regale di Filippo.

“Adesso non ti potrà reclamare più nessuno. Sarai la mia Principessa”.

“Lo sarò” gli rispose lei felice accarezzandogli con le punte dei polpastrelli i muscoli scolpiti della schiena. Carnosi e massicci.

Filippo in silenzio si alzò, si richiuse i pantaloni e si infilò una pesante vestaglia rossa lasciandola aperta sul torace scuro. Imboccò la porta e Caterina incuriosita lo vide sparire. La stanza intorno a lei era grande e ariosa, non pareva decorata con pesantezza ma con eleganza. Le tende del baldacchino lasciavano intravedere un paio di grandi paravento decorati in stile cinese. Il caminetto che occupava metà della parete davanti a lei sprigionava un calore invitante e invadeva la camera con la sua luce rossastra e tremula. Infreddolita, si ripulì veloce con un asciugamano appeso al porta bacinella di ferro battuto, si infilò sotto le coperte e sentì che il cotone pesante delle lenzuola non era gelido, ma scaldato dall’amplesso appena consumato. Si accoccolò rilassata, sicura e fiduciosa che Filippo sarebbe tornato lì da lei in pochi attimi.

La maniglia si abbassò e il suo Principe entrò nella stanza, una magnifica, enorme pantera nera, con i lunghi capelli scuri che scendevano sulle spalle coperte dalla vestaglia sgargiante. Il torace nudo e così grande da perdercisi dentro.

“Hai creduto che ti abbandonassi?”.

“Per un attimo…” rispose lei intimidita.

“Non ti lascerò mai” le promise con troppa sicurezza.

“Neanche adesso che hai avuto ciò che cercavi?”.

“Soprattutto adesso che ti ho assaggiato. Prima di riportarti a casa voglio scoprire ogni più segreto recesso del tuo corpo e voglio che la tua anima sia stretta a me con tanta forza da non poter neanche sognare senza pensare a me”.

“E la tua anima sarà stretta a me con la stessa forza?”.

“Lo è già, Nine’” le rispose sedendosi sul letto vicino a lei, coperta solo dalla coltre.

Caterina allora si tirò a sedere lasciando che il lenzuolo le scivolasse sulla pancia, denudando i seni, e lo baciò con tutta la dolcezza che Filippo le aveva insegnato. Lui la abbracciò e di nuovo si stese su di lei inebriandosi del profumo di cannella della sua pelle.

“Te voglio ancor’[14]”.

“Prendimi” gli bisbigliò lei cercando di cingerlo tutto.

Filippo allora le rotolò vicino, deciso a infilarsi con lei sotto le coperte. Ma la sua Ninetta, che dietro le spoglie della Marchesina superba nascondeva l’indole di una sirena lasciva, fu più lesta e cominciò ad armeggiare con la patta dei pantaloni.

“Posso?” gli chiese.

“Devi!” le rispose Filippo in preda ormai a una dolorosa eccitazione.

Caterina aprì i pantaloni e liberò il membro che poco prima l’aveva depredata della sua purezza. Rispecchiava in tutto il suo padrone: era grande e liscio, carnoso e spesso, emanava un’aura di vitale superbia, svettava sul corpo massiccio del suo portatore e ne fu incantata. Guidata dall’istinto, non si limitò a stringergli intorno la sua mano morbida, ma si liberò delle coperte e in un movimento veloce e agile si mise a cavalcioni di Filippo.

“Insegnami, non so come fare” gli chiese lei in un sussurro seducente.

Filippo le coprì le cosce con le mani enormi e ruvide riempiendosele della pelle liscia e setosa, risalì fino alle anche, con una carezza languida, poi le chiuse sulla vita di Ninetta, proprio nel punto del suo corpo che produceva la sensuale curva del bacino e la spostò posizionandola di peso sul suo membro eretto. Le sue mani erano grandi e scure sul corpo sottile della ragazza e il contrasto lo fece sentire potente, invincibile. Centimetro dopo centimetro, in una discesa lenta ed erotica, invase Caterina colmandola della sua vorace virilità.

“Adesso muoviti così” le disse con la voce roca per lo sforzo di trattenersi. Avrebbe voluto spingersi ancora di più dentro di lei, ma si limitò a imporle il movimento che avrebbe portato entrambi al massimo piacere. Caterina imparò presto a oscillare i fianchi contro di lui, ma Filippo non aveva previsto che la vista dei seni compatti che sobbalzavano a ogni movimento, lo sguardo lussurioso con cui gli incatenava i sensi e quella bocca increspata in un’espressione di godimento sensuale lo avrebbero portato sull’orlo del piacere in un battito delle lunghe ciglia di Ninetta. Allora si tirò a sedere, e se la strinse al petto abbracciandola e immobilizzandola in modo che l’orgasmo scemasse per godere ancora della sua naturale sensualità.

“Aspetta, ferma” le ordinò.

“Ho sbagliato qualcosa?”.

“No piccere’. Sei troppo bella e perdo la ragione”.

Quando Filippo sentì di aver ripreso il controllo sulle sue facoltà, con leggeri colpi di reni cominciò a muoversi dentro di lei, cingendole ancora la vita, stretta, in modo da tenerla davanti a sé, bocca a bocca. Sentiva i suoi capezzoli strusciarsi sul petto e, non appena percepì le pareti di Ninetta stringersi attorno al suo membro, gorgogliò di soddisfazione mentre lei tratteneva un grido di piacere estatico. Nel momento in cui la sentì rilassarsi, con un gesto fulmineo invertì le loro posizioni e in un attimo le fu sopra, stretto dal cerchio delle cosce sode e lunghe. Ancora qualche spinta profonda e avvertì l’orgasmo montare di nuovo, ora più potente. Questa volta lo lasciò libero di ruggire spargendo il suo seme di nuovo fuori dal corpo della ragazza.

“Ti amo” gli bisbigliò lei sorridendo appagata.

“Ti amo anche io, mia impudente, Principessa”.

“Sono stata molto indecente?”.

“Oh sì, lo sei… sei magnificamente indecente. E ti insegnerò a esserlo ancora di più”.

Poi Filippo rotolò sulle lenzuola scomposte e si stese accanto a lei tirando addosso a entrambi le coltri leggere e calde. Si addormentarono spossati dall’amore e felici di quegli attimi sfrenati rubati alla rispettabilità dei loro nomi.

Quando si svegliarono un carrello porta vivande era stato lasciato ai piedi del letto che li accoglieva. Era notte fonda e il fuoco era ormai ridotto a una distesa di braci incandescenti.

Filippo si alzò sentendo Ninetta protestare, privata della maggiore fonte di calore, riattizzò il fuoco e aprì i vassoi per riempire lo stomaco delle prelibatezze che Ciro aveva fatto preparare per lui e la sua ospite.

“Hai fame, Nine’?” le chiese per svegliarla, camminando per la stanza nudo, sfoggiando con indifferenza quella mole da centurione romano.

Caterina, ancora assonnata, lo osservò: non aveva mai guardato le natiche di un uomo e quelle di Filippo parevano fatte di bronzo. Sferiche e lisce. “Sei molto bello, mio Principe”.

“Tu sei bella Nine’, quasi mi fai male da quanto sei bella”.

“Quella perla nera è davvero un cimelio da pirata, non certo da Principe… come mai la porti?”.

“L’ho comprata a San Pietroburgo da un mercante mongolo. Mi disse che sarebbe stato il mio porta fortuna se non me lo fossi levato per il resto della vita. L’ho indossato e… adesso non riesco più a vedermi senza”.

“Cosa facevi a San Pietroburgo?”.

“Ho fatto da scorta allo Zar in rientro dalla visita agli impianti industriali del mio Regno. Ti ho detto che sono molto importanti e all’avanguardia”.

“Hai conosciuto lo Zar?”.

“Ho avuto modo di conoscerlo, sì”.

“Raccontami! Quanto hai viaggiato?” chiese con aria sognante, come una bimba che reclami una favola alla bambinaia.

“Mi è capitato spesso di fare lunghi viaggi. Ho le navi, Ninetta, e ho necessità di contrarre buoni accordi per i prodotti del nostro comparto industriale. E ne approfitto per vendere anche qualche cavallo delle mie scuderie”. Non lo disse, cosa insolita, con l’intento di vantarsi ma per farle meglio capire chi era la persona che aveva davanti.

“Vorrei vederli i tuoi cavalli. Vorrei montarli tutti… non dare via Zahira, ti prego”.

“Come vuoi. Zahira sarà tua se ci tieni” rispose Filippo accondiscendente.

“Io ho passato i miei diciassette anni a prendere polvere a Monteverde. Ho così tanto da scoprire” rispose Caterina con la paura di essere inferiore a lui.

“Lo scopriremo insieme, piccere’. Se vorrai gireremo il mondo. Potrai imparare quello che vorrai”.

“Mi sembra un sogno. Portami via con te!".

“Non ancora. Aspetteremo che io abbia concluso i miei doveri nei confronti del mio Re. Poi ti sposerò, dovessi rapirti da casa di tuo padre”.

“Ti seguirò ovunque!”.

“Ti legherò a me” le disse lui seduto di nuovo vicino a lei, mezzo coperta dalle coltri calde che si stringeva alle ginocchia con le braccia scoperte e i lunghi capelli sciolti sulle spalle candide. Si avvicinò, le circondò il volto con le mani e con i pollici passò sulle labbra rosse, ammaccate dai baci, polpose e voluttuose. Fragole invitanti. Prese un labbro tra le sue, lo succhiò delicatamente e dette di nuovo il via alla magia.

Rimasero chiusi nella stanza da letto della casa torre fiorentina per una notte, un intero giorno e un’altra notte. Al termine di quelle ore, Filippo aveva portato a compimento con diligenza l’obiettivo che si era prefissato: conoscere ogni centimetro del corpo di Ninetta e far sì che lei fosse sua oltre ogni dubbio o senso di colpa. Di contro lui non si sarebbe mai alzato dal bozzolo caldo delle coperte ormai arruffate sul letto. Ninetta si era rivelata in tutta la propria sensualità, al di là di ogni aspettativa, lo aveva sorpreso con carezze curiose e baci impertinenti che avrebbero fatto arrossire una vergine al solo pensiero. Eppure lei era stata a proprio agio, con gesti inesperti e desiderosi aveva mosso il suo corpo assecondando l’impeto della passione, come se lasciarsi cullare e dominare dal piacere dell’amplesso fosse la più importante delle sue doti. Lei era nata per fare l’amore, e per farlo con lui.

Prima dell’alba Filippo la svegliò con una scia di baci che partì dalla curva del collo, tracciò il suo sentiero sulla spalla, scese al centro della schiena, proseguì dove il bacino si apre per accogliere la carne soffice e soda delle natiche e seguì la strada lunga e diritta di una gamba per risalire poi sull’altra. “Devi svegliarti piccere’, è l’ora di andare”.

“Mi porti al Castello Alabardi?”.

Filippo annuì.

“Va bene” rispose lei già desolata all’idea di separarsi.

“Ho fatto preparare un bagno caldo, aiuterà a lenire il bruciore e l’indolenzimento dei muscoli. Non appena sarai pronta, partiremo”.

Caterina si alzò, infilò la vestaglia di Filippo che la avvolgeva almeno due volte e sparì dietro il paravento dove una cameriera giovane e silenziosa la aspettava per aiutarla a rimettersi in ordine.

Filippo a sua volta si affidò al fedele Ciro che volle indagare un po’ sul cuore del Principe.

“Va tutt’bbene?” chiese cercando di ammantare la sua curiosità con una finta indifferenza.

“Sì Ciruzz’, è lei che mi fa stare bene”.

“Vi siet’propri’ ennammurat’, Eccellenza”.

“Sì. Non mi guardare così, è stata un’imprudenza far passare questi due giorni, ma non la rivedrò per chissà quanto”.

“Credete che staremo molto a Siena?”.

“Dipende da Leopoldo. Se si convincerà ad affidarsi all’Austria possiamo tornare subito a casa e allora ho idea di sposarmi presto. Ma Villamarina ci sta lavorando ai fianchi. Vedremo…”.

“Ci organizzeremo per fare in modo che Vossia possa scappare ogni tanto e far visita alla Marchesina”.

“Sarebbe una fortuna insperata, Ciro. Te ne sarei molto grato”.

Una volta lavati e vestiti, i due nobili salirono sulla carrozza che li aveva portati lì due giorni prima. Caterina sentiva il cuore pesante e strettissimo. Lo amava, lo amava così tanto, con così tanta forza e irruenza che l’idea di separarsi da lui la distruggeva.

“Nine’” le disse lui mentre la carrozza si muoveva agile per le vie deserte di Firenze rischiarate dalla tenue luce dell’alba invernale “farò il possibile per venire da te non appena potrò, ma non so quando sarà”.

“Lo capisco, ma fa male lo stesso” rispose lei. Incapace di guardarlo negli occhi fissava le case che attraversavano veloci il vetro del finestrino lasciato libero dalla tendina scostata.

“Dobbiamo avere pazienza solo un po’ di tempo, Nine’”.

Caterina annuì e allungò una mano, piccola e liscia per perderla dentro quelle enormi di Filippo. Quelle mani che avevano fatto magie sul suo corpo e le avevano regalato i più caldi brividi che avesse mai sperato di provare. Ogni callosità, ogni ruvidezza aveva contribuito a rendere più intensi gli sfregamenti, a fare della sua pelle la tavolozza su cui avevano dipinto emozioni e sensazioni indimenticabili.

Arrivarono al Castello Alabardi che era già mattina inoltrata e li accolse una colata di sole sparsa sui prati che grazie a quel calore si scrollavano il ghiaccio della notte. Faceva freddo e l’aria tersa era pungente. Filippo lanciò una veloce occhiata a quello che lo circondava: l’edificio, con un maschio centrale e le quattro torrette agli angoli, pareva solido e ben tenuto. Il parco che lo circondava era un tripudio di aiuole verdi. Cipressi e pini svettavano a circondare la costruzione e si intravedeva, buttando lo sguardo sul retro, un grande giardino circondato di siepi di bosso, ornato di vialetti e statue.

“È un bel posto per venire a trovarti”.

“Non illudermi… Se riuscirai a venire avvertimi prima, così che io possa preparare tutto per accoglierti come meriti”.

“Non mi serve nessuna accoglienza, mi basti tu”.

“Appunto!” gli rispose lei maliziosa, sorridendo intanto che si avviavano verso la scalinata che avrebbe portato Caterina in casa.

Una cameriera venne incontro ai due giovani e disse: “Marchesina, ma che sorpresa! Non vi aspettavamo!”.

Dietro Bettina un enorme alano nero correva a grandi falcate, la mandibola aperta sulle zanne spaventose, pareva un piccolo cavallo. Si fermò davanti a Caterina saltellando felice e depositando grosse gocce di bava sulla breccia del vialetto.

“Lei è Bettina. Sarebbe la mia cameriera, ma si atteggia a feldmaresciallo” fece Caterina scocciata. “Invece questo piccolo tesoro è la mia Giulietta” continuò la ragazza inchinandosi a salutare il cane con carezze e baci sulla grossa testa.

Filippo sorrise, bello come una divinità. Con ogni probabilità Marte, il dio romano della guerra era simile a lui, pensò Caterina, con gli stessi lunghi capelli scuri, quell’aspetto minaccioso e seducente, quella mole enorme e spaventosa che diventava ai suoi occhi il rifugio peccaminoso più allettante.

“Piccolo tesoro? È una bestia magnifica, ma piccola non direi! E dov’è il suo Romeo?”.

“È rimasto a Monteverde con mio padre. Trasportarli entrambi in carrozza è difficile”.

“Lo credo bene” disse lui carezzando la grossa testa di Giulietta che si lasciò coccolare. Femmina anche lei, scodinzolò al tocco magico delle mani di Filippo.

Caterina fissò il suo sguardo di cristallo negli occhi di ossidiana di lui e disse: “Non dimenticarmi”.

“Non potrei neanche se volessi”.

“Ti aspetterò per tutta la vita” aggiunse lei con il tono melodrammatico dei suoi diciassette anni innamorati.

“Non dovrai faticare così tanto. Spero basterà qualche settimana”.

“Tu mi aspetterai qualche settimana?”.

“Potrei aspettarti fino alla fine dei tempi, ma ti giuro che verrò a prenderti molto prima”.

“Vai adesso” gli ingiunse lei racimolando tutto il suo coraggio e scacciando una lacrima solitaria che non voleva saperne di sparire.

Lui la strinse a sé e la baciò un’ultima volta. Poi salì sulla carrozza e partì alla volta di Siena.

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