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Lunghe attese
Febbraio snocciolò i suoi giorni con rapidità e Caterina si trovò in quelle settimane a pregare per un biglietto, una notizia, un qualsiasi cenno da parte del suo Principe. l suo appetito intanto era scarso per la nostalgia, come scarse erano le informazioni che giungevano dal Piemonte. In compenso camminò, cavalcò, cucì, lesse tanto quanto non aveva mai fatto in vita sua. La fatica fisica era sempre stata il suo rifugio mentale e il suo sfogo: i suoi familiari la consideravano una sportiva, dedita com’era al movimento all’aria aperta. Tirò perfino fuori dalle casse impolverate i vecchi libri di musica di sua nonna Caterina e riprese a suonare il pianoforte con la compagnia costante di Giulietta, il suo pelo corto e morbido in cui affondava la mano, il calore del suo affetto e la sua presenza silenziosa eppure vivace, che alleviavano in parte le sue pene d’amore.
Da quando era partito dal Castello Alabardi giurandole che sarebbe tornato a riprenderla, nessuna notizia di Filippo era arrivata in Mugello e il freddo che permeava l'aria di inverno era meno intenso di quello che Caterina custodiva nel cuore. È troppo impegnato per scrivermi si ripeteva per farsi coraggio e continuare a credere che prima o poi lui sarebbe venuto. Se ci fosse qualcosa di brutto o importante me lo scriverebbe, si rassicurava per giustificare il suo silenzio.
Un pomeriggio appena iniziato sedeva al pianoforte cercando il modo di imparare, da autodidatta, a suonare un’intera canzone, un modo come un altro per ingannare la solitudine tra una passeggiata e una cavalcata.
D’improvviso Bettina la interruppe per annunciarle tutta trafelata: “Marchesina, c’è quella donna”.
“Quale donna?” chiese Caterina senza distrarsi dalla tastiera dello strumento.
“Quella donna, sapete quella che il Conte vostro fratello… insomma quella che…”.
“Ho capito. Bon, falla passare, forse ha qualche notizia importante da Firenze”.
“Credete che vostra madre approverebbe?”.
“Mia madre non è qui per grazia divina, quindi dovremo arrangiarci”.
“Vado a chiamarla”.
Il profumo alle rose, pesante e pacchiano, precedette la figura procace di Isidora Camorrini.
“Buon pomeriggio, Marchesina”.
“A voi, signora. Esiste un motivo preciso che vi ha portato qui?” chiese Caterina senza tante cerimonie.
“Dovrebbe?” chiese Isidora affondando su una poltroncina davanti al caminetto acceso senza attendere il permesso della Marchesina.
“In realtà non vedo ragioni per la vostra improvvisa visita. È successo qualcosa in città?” continuò Caterina rimanendo in piedi, con quel fare sdegnoso ma educato che aveva visto usare a sua madre.
“No, non più del trambusto in cui ci ha lasciati Leopoldo. No, in realtà vorrei avere da voi notizie di vostro fratello. Sono molto preoccupata e credo di fare una cosa cortese a informarmi sulla sua salute”.
“Mi dispiace Baronessa, ma non ho notizie da Torino né dal fronte. Come potete vedere sono sola in campagna. Non vedo nessuno da che ho lasciato la città”.
“Neanche il Principe di San Garlizio viene a farvi visita?”.
“Perché dovrebbe?” chiese retorica lei ostentando una sicurezza che non le era propria. “Il Principe è stato una gradevole compagnia in città, immagino che avrà ben altro da fare che non fare chilometri e chilometri per raggiungere casa mia”.
“Pensavo che ci fosse un’intesa tra di voi”.
Caterina non riuscì a mascherare l’espressione di triste disappunto che le si disegnò sul viso. Lasciarsi andare a qualche confidenza le avrebbe fatto bene. Aveva così bisogno di un’amica, poteva magari sperare che la Baronessa alleviasse qualche volta la sua solitudine, raccogliendo sulla propria spalla le sue lacrime di nostalgia. Non appena ebbe formulato questi pensieri così allettanti, la grossa testa di Giulietta, ammantata del pelo corto eppure morbidissimo, le si infilò sotto la mano, quasi a ricordarle che era lei l’amica di cui aveva bisogno, di non fidarsi di nessun altro. Sorrise all’enorme muso nero e rispose a Isidora, impaurita dalla mole del cane, con voce di nuovo ferma: “Avete avuto un’impressione sbagliata, come molti. Il Granduca mi aveva gentilmente proposto la compagnia del Principe e io l’ho accettata per omaggiarlo. Tutto qui. Riguardo a mio fratello, signora, ritengo che se avesse voluto farvi sapere qualcosa lo avrebbe fatto lui stesso”.
“Magari non ha potuto”.
“Signora, se avesse potuto dare notizie a me o ai miei genitori avrebbe potuto darle anche a voi, non credete?”.
“E se fosse morto?”.
“Santo cielo! In quel caso il mio Re avrebbe portato il feretro a spalla fino alla soglia del Castello di Monteverde!” rispose tranquilla Caterina mascherando una preoccupazione serpeggiante che si insinuava fastidiosa.
“Ne siete sicura?”.
Caterina si spazientì e cominciò a battere sul pavimento con un piedino calzato nella scarpa dalla suola di leggero cuoio imbottita di lana. “Ci sono altri motivi per cui siete venuta qui?” domandò.
“Vi porto i saluti del Duca Mitroslovcki che chiede il permesso di farvi visita”.
“Questa poi? Chiede un’autorizzazione attraverso di voi che non conosco nemmeno?”.
“Potete far finta di non conoscermi, ma sapete benissimo chi sono” rispose Isidora scattando in piedi offesa.
“Certo che lo so! Ed è proprio per questo che non mi spiego come vi siate permessa di varcare la soglia della mia casa!” rispose lei cercando di rimanere calma, rigida e inflessibile.
“Siete altezzosa come vostra madre ma non avete la sua classe, ragazza. Sebastiano tiene a me e ve ne dovrete fare una ragione!” rispose la brunetta sorridendo compiaciuta.
“Dite al Duca che è libero di farmi visita quando più riterrà opportuno. Non vedo motivi per cui non dovrebbe. Per quanto riguarda voi, non siete la benvenuta. È meglio che lasciate la mia casa”. Chissà perché quell’austriaco odioso voleva farle visita si chiese subito. Non le piaceva, un moto di diffidenza la spinse a cambiare opinione, ma prima che potesse dire che no, neanche il Duca sarebbe stato ben accetto, Isidora le rubò la parola.
Si impettì, schiena diritta e faccia scura e, incamminandosi verso la porta che l’avrebbe condotta fuori dalla stanza da musica, prima di lasciarla, profetizzò: “Non crediate di essere invulnerabile. Il vostro nome non vi proteggerà da tutto. Perdono le vostre offese in nome dell’affetto per Sebastiano, ma questo comportamento non vi sarà permesso ancora a lungo”.
“Portate via di qui la vostra arroganza e le vostre sciocche e vane minacce” rispose fiera Caterina per poi sgonfiarsi su una poltroncina precipitando in un subbuglio emotivo una volta che l’indesiderata ospite se ne fu andata. Accasciata sulla stoffa imbottita sperò che il Colonnello Mitroslovcki non chiedesse sul serio di lei e quella fosse solo una scusa inventata da Isidora per piombare al Castello.
L’episodio la turbò molto: per tutto il giorno ebbe una sorta di magone sullo stomaco, un’angoscia della quale non conosceva la provenienza. Si ripeteva in testa le parole di Isidora cercando di scacciarle in modo che non le dessero più fastidio. La sua indole passionale era capace di grandi slanci di gioia quanto di profonde frustrazioni. Caterina si lasciava ferire e condizionare con troppa facilità, e se fino ad allora erano state solo le liti con sua madre, che pure amava, a gettarla nello sconforto, quello con la Baronessa fu un alterco che la distrusse. Scoprì in quel frangente di avere un animo molto sensibile e facile ai turbamenti: non aveva armi per combattere la cattiveria del mondo, né schermi per potersi difendere e salvaguardare la propria serenità. Il mondo non era un posto per deboli di cuore e anime candide, doveva sbrigarsi a costruire una spessa corazza per la sua natura fragile.
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