CARTA BIANCA - UN LUNGO FATALE ULTIMO ADDIO
Capitolo 4 di 21

Scritto il 18/06/2026
da RAFFAELLA V. POGGI


Una visita particolare

 

«Che serata fantastica», esordì Cassandra, non appena Valéry fece il suo ingresso nella sala dove insegnava alle più grandi, la mattina dopo.

«Come ci siamo comportate?», chiese Louise.

«Siete state perfette, ma era facile: eravate in compagnia dei vostri genitori. Sarete in grado di comportarvi allo stesso modo anche quando sarete davvero in società?».

Le scrutò una a una, poi disse sorridendo: «Sì. Io non ho dubbi, però ora cominciamo la lezione perché non mi piace perder tempo e non è carino nei confronti di quelle fra voi che non hanno preso parte all’uscita. La prossima volta dovremo variare un po’ la compagnia».

«Ma… Miss Campbell!», fecero in coro.

«Qualcuna dovrà rinunciare per permettere a tutte di partecipare. Ovviamente non Louise e Amanda, visto che sono le loro madri a organizzare le serate».

«Potremmo andare tutte, martedì prossimo. Mamma ne sarà felicissima e ci metterà a disposizione due carrozze», prospettò Louise Emery-Boyd.

«Sarà Miss Langton a decidere. Adesso iniziamo la lezione».

 

Mrs Evans era venuta a prenderla in carrozza, quello stesso pomeriggio, per recarsi insieme a lei da sua madre.

Ormai erano circa sei mesi che Lady Faith era rinchiusa a Bedlam, dopo l’incendio che aveva quasi completamente distrutto la villa padronale nella tenuta dei marchesi di Guildford. Sir Arthur aveva accusato la moglie di aver appiccato le fiamme e l’aveva fatta rinchiudere in manicomio sotto falso nome.

La madre di Valéry non aveva più parlato, da quel giorno, confermando così ai medici la propria follia.

Valéry e la signora Evans andavano a trovarla regolarmente ogni quindici giorni, per portarle qualche abito pulito e qualcosa di veramente commestibile, ma Lady Faith Campbell, figlia di Julius Handinton-Crowley, marchese di Guildford, rifiutava il cibo e cercava di lasciarsi morire per consunzione.

Valéry tremava ogni volta che doveva andare a trovarla. Vedere la madre consumarsi poco a poco, giorno dopo giorno, era per lei un vero tormento. Il freddo, in inverno, era terribile perché non tutte le finestre avevano i vetri, a causa dei fetori nauseabondi. Le urla e gli schiamazzi delle donne ricoverate mettevano i brividi a chiunque. Molto spesso qualche paziente colta da uno strano impulso eludeva la sorveglianza delle infermiere e importunava i visitatori: a volte erano innocue e desiderose di un po’ d’attenzione, ma a Valéry era capitato di essere aggredita da un soggetto pericoloso.

Come se tutto ciò non bastasse, c’era anche il dottor Morrison, il medico che dirigeva la sezione femminile dell’ospedale, che la faceva attendere per un’eternità nel suo studio prima di accompagnarla a far visita alla madre. Fortuna che Mrs Evans era sempre con lei e non la lasciava un attimo. La governante si era accorta che quell’uomo guardava la ragazza con ludibrio e non perdeva occasione di avvicinarsi a lei e sfiorarla.

Anche quel giorno la carrozza di Sam, il vicino di Mrs Evans che faceva il cocchiere, si fermò davanti al Bethlem Royal Hospital e il buon uomo le aiutò a scendere.

Bussarono al grande portone in ferro del muraglione che circondava l’edificio e il guardiano le fece entrare. Attraversarono il giardino, batterono il batacchio dell’accesso principale e un altro guardiano aprì loro la porta. Percorrere quel tragitto era come recarsi al patibolo, pensò Valéry.

Quando entrarono nella cella della madre – perché di una cella si trattava, non certo di una stanza – la donna non si voltò, rimase a fissare il muro, ferma come una statua. Non diede segno di vita neppure quando la figlia la baciò sulla guancia e le depose una coperta sulle spalle.

«Come state, madre?», chiese Valéry con un sorriso dolente. «Non vi sarete ammalata, vero?».

Restarono tutte in silenzio per un po’, poi Valéry cominciò a raccontare dei progressi di Camille e della serata appena trascorsa. La madre non sembrava neppure udirla, così, alla fine, la baciò di nuovo e uscirono.

«Dovevate dirglielo», la redarguì la governante, una volta fuori dalla stanza e dopo che Valéry ebbe dato la solita generosa mancia all’infermiera.

«Il dottor Morrison mi ha vietato di riferirle della morte di papà», si giustificò la ragazza.

«Quell’uomo è un meschino e viscido omuncolo». Mrs Evans non aveva mezzi termini e diceva sempre quello che pensava, senza peli sulla lingua. «Mi dispiace dirvelo, ma sono convinta che a vostra madre gioverebbe sapere che suo marito è morto. Perdonatemi, però ne sono proprio convinta».

Valéry stava per replicare quando la sua attenzione fu attratta da un odore inconsueto, che riuscì a percepire anche tra i miasmi di quel luogo fetido, un odore che lei già conosceva… un vago sentore di ciliegia.

Si voltò di scatto e osservò con attenzione il lungo corridoio e le persone che vi erano presenti.

«Che cosa c’è, Miss Valéry? Che cosa succede?», chiese l’anziana donna.

«Niente, è solo che mi è sembrato… No, niente», concluse la ragazza, avviandosi all’uscita.

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