IL VISCONTE NERO
Capitolo 12 di 21

Scritto il 15/07/2026
da ROBERTA CIUFFI


⏱ ~5 min

«Whisky o brandy?» chiese Thomas, accanto alla consolle su cui erano appoggiati i decanter e i bicchieri.

«Per come mi sento, direi entrambi» replicò Edmund Crane, crollando a sedere su una poltrona. «Ma è ancora presto per me. Diciamo un dito di brandy.»

Thomas preparò il bicchiere per il maestro di scherma, poi il suo. Arrivato al livello dell’altro, esitò, il decanter che tremava nella sua mano.

Crane lo osservò con attenzione, trattenendo inconsciamente il respiro che poi lasciò andare, quando il visconte poggiò il decanter senza aggiungere altro liquore al suo bicchiere.

«Davvero, vi ringrazio per il vostro supporto» disse Thomas, sedendo sulla poltrona accanto al maestro di scherma. Si sentiva un po' a disagio, nello studio che era stato di suo padre e poi suo per molti anni, e in cui non entrava da mesi. Nonostante l’accurata pulizia, aveva un aspetto abbandonato, come una conchiglia vuota. Era anche ampio e luminoso, e molto più ordinato dello studio sulla torretta. Sembrava un posto in grado di offrire la giusta riservatezza a due gentiluomini desiderosi di sfuggire le chiacchiere e le emozioni che si stavano di sicuro scatenando nei salotti della Hall. Mentre la torretta, ormai, gli faceva l’effetto di una prigione. La sua prigione. «Ma davvero sono venuto da voi a chiedere… un boccale di birra?»

Crane esplose in una mezza risata. «Lo dite come se si trattasse di una brodaglia. Vi siete mai seduto al tavolo della mescita di un pub, nella vostra vita?»

Thomas scosse la testa. «Non ne ho avuto molto tempo. Mio padre è morto prima della mia maggiore età ed io ho dovuto occuparmi della famiglia e delle proprietà. E poi mi sono sposato e mia moglie non…» Si fermò, sollevando il bicchiere alle labbra.

Certo, di sicuro la Viscontessa Farleigh avrebbe mostrato tutto il suo disprezzo per un gentiluomo che si mescolasse al popolo per un’attività così volgare come bere un boccale di birra. Per la prima volta Crane si trovò ad apprezzare la propria vita, in confronto a quella del suo datore di lavoro. Almeno lui era libero di farne quel che voleva, una volta adempiuti i suoi obblighi famigliari, senza che questo pregiudicasse l’opinione degli altri su di sé.

«E comunque, sì, siete venuto a battere alla porta del cottage di mia sorella. Stavo per sedermi a cena con i ragazzi e voi ci avete interrotto. Ma non per chiedere un boccale di birra. Eravate fuori di voi ed esigevate soddisfazione da me.»

Il visconte sbarrò gli occhi, il bicchiere ancora a mezz’aria. «Davvero? In merito a cosa?»

L’altro si strinse nelle spalle. «Se non lo sapete voi. Davvero non ricordate nulla?»

Thomas scosse il capo, l’espressione confusa. Con un’insolita stretta al cuore, Crane pensò che non ci fosse niente di più distante dell’attuale Visconte Farleigh dall’uomo che lui aveva conosciuto due anni prima. Anche allora era stato riservato e come minato da una grande amarezza, ma seppellita così in profondità che solo un attento osservatore poteva accorgersene. Però era anche stato energico e deciso, un buon amministratore delle sue proprietà, un datore di lavoro corretto e una mente proiettata in avanti, verso futuri progetti di migliorie e ammodernamenti. Il suo carattere peggiorava solo quando la Viscontessa Farleigh era costretta a tornare in campagna dalle sue frequenti scappate a Londra. Allora diventava ombroso e brusco, ma di certo non un bevitore accanito o un recluso perseguitato da chissà quali demoni.

«Non eravate armato» proseguì. «Quando ho cercato di allontanarvi, mi avete sferrato un pugno in faccia. Ho dovuto rispondere e ci siamo… picchiati per un po'. I miei nipoti hanno assistito, possono testimoniare.»

«Mi dispiace se li ho spaventati» sussurrò il visconte.

L’altro liquidò le scuse con un gesto. «Ah, non pensateci. Si sono divertiti. Quando vi siete stancato di cercare di uccidermi a pugni, vi ho caricato sul vostro cavallo e vi ho riaccompagnato alla Hall. Sally Ann era andata via da non più di dieci minuti, quando siete arrivato. Così, vedete, non potete essere stato voi.»

Thomas si lasciò andare contro lo schienale della poltrona, emettendo un sospiro sollevato. Poi si portò di nuovo il bicchiere alla bocca.

«Non capisco come possiate aver dimenticato ogni cosa» disse Crane.

«Non lo capisco neppure io. Ma sta succedendo da parecchio tempo. E sempre più spesso.» Abbassò lo sguardo sul bicchiere. «Forse è l’alcol» disse con riluttanza.

«Forse» replicò l’altro, scettico. Lo esaminò con attenzione. «E scusate se ve lo dico, ma non avete un aspetto sano. State tremando. Riuscite a malapena a reggere quel bicchiere.»

Thomas lo posò di scatto su un tavolino da tè e poi strinse le mani davanti a sé. «Sono ancora in grado di usare una spada… e anche i pugni, a quanto sembra» disse con sfida.

«Sì.» Crane si alzò, poggiando il suo bicchiere accanto a quello del visconte. «Ma non ancora per molto, se continua così. Dovete scoprire cosa vi sta succedendo. E non ci riuscirete, rinchiuso in quella torretta. Adesso, con il vostro permesso, torno da mia sorella.»

«Come sta? Si sta riprendendo?»

Una fitta dolorosa passò sul volto del maestro di scherma. «Temo di no. In realtà, sto solo cercando di rendere i suoi ultimi giorni più confortevoli e rassicurarla sul futuro dei ragazzi.»

Thomas si alzò, tendendo una mano all’altro. «Siete un brav’uomo. Se posso essere d'aiuto…»

Crane si strinse nelle spalle e accettò la mano protesa. «Grazie. Più che altro, sono un bravo fratello. Ricordatevelo, quando si tratterà dei vostri.»

Se ne andò, portandosi un dito alla fronte, in una sorta di accenno di saluto militaresco.

Thomas si chiese cosa avesse voluto dire. Che c’entravano i suoi fratelli – anzi, suo fratello e le sue sorelle – con quello che gli stava succedendo?

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