IL VISCONTE NERO
Capitolo 13 di 21

Scritto il 17/07/2026
da ROBERTA CIUFFI


⏱ ~18 min

Nel corso della loro breve conoscenza, Annabelle non aveva mai visto Lord Wadelton così alterato. L'atteggiamento flemmatico che affettava di solito era stato spazzato via da una collera priva d'artificio. Il conte era infuriato e lo era sul serio. Il che, bisognava dire, lo rendeva più attraente. Se non avesse avuto la mente già occupata, non sarebbe rimasta insensibile a quell'esibizione di maschia prepotenza.

«Io vorrei proprio sapere da voi cos'avete fatto finora, oltre gironzolare per la scogliera all'alba e scandalizzare la servitù!»

Perfino la voce era più su di parecchi toni. Perbacco, la propria mancanza d'iniziativa durante l'assalto doveva averlo davvero mortificato!

«Qualcuno si è forse lamentato con voi?»

«No, perché non avete fatto assolutamente niente. Avete forse scoperto qualcosa? Avete interrogato qualcuno?»

La sua collera scomposta le faceva venir voglia di ridere. Si trattenne, perché poteva non essere una buona idea umiliare un uomo – un conte – e un datore di lavoro, per quanto provvisorio fosse.

«Lord Wadelton, io non sono un poliziotto. Se volevate qualcuno che facesse delle indagini, dovevate ingaggiare un investigatore» disse.

Le labbra del conte si strinsero in una linea sottile. La colse un senso di pietà nei suoi confronti. Quell'uomo avrebbe potuto essere migliore di quel che era, e lo sapeva. D'impulso allungò una mano e gli sfiorò la manica della giacca.

«Non vi alterate così. Ho avuto modo di parlare con vostro cognato. Non credo che le vostre preoccupazioni siano fondate.»

*

Lord Wadelton abbassò lo sguardo sulle dita delicate che sfioravano appena il tessuto della giacca. Era comunque molto inappropriato. Lydia non avrebbe approvato. Quando risollevò gli occhi, il suo volto era tornato quasi normale. Annabelle gli sorrise e un languore diverso da qualunque cosa avesse mai provato gli scorse nelle vene. Somigliava alla lontana alla sensazione che provava da bambino, quando la sua nunny gli carezzava a lungo i capelli per farlo addormentare.

«Voi dovete comprendere la nostra ansietà» tentò di argomentare.

«Naturalmente la comprendo.»

Il mondo poteva perdersi nel sorriso di Annabelle Trenton. Il vento poteva battere impietoso, scompigliargli la capigliatura e gelargli il volto, e nulla di questo avrebbe avuto importanza. Forse non era una medium, o dotata di poteri sovrumani, ma di certo era un'incantatrice.

«Il Visconte Fairleigh è un uomo molto turbato» proseguì la ragazza, senza distogliere lo sguardo da lui. «Nel suo animo si agitano emozioni che neppure lui riesce a comprendere. Ma non c'è nulla che mi faccia pensare a un temperamento violento o malvagio.»

Il conte sollevò le sopracciglia e sul suo volto passò un'espressione d'imbarazzo. «Per la verità, Miss Trenton...» iniziò, per interrompersi poi con un colpo di tosse. Si guardò attorno, per sfuggire al potere di quegli occhi azzurri. Il giardino sul retro di Fairleigh Hall nella sua veste invernale gli apparve del tutto privo di attrattive. Il cielo era grigio, solcato dal volo dei gabbiani che compivano giravolte sopra la loro testa, emettendo strida luttuose.

«Sì, Vostra Signoria?»

«Vorrei che mi chiamaste Adrian.»

Lei si limitò a sorridere, senza dire né sì né no.

Lord Wadelton sospirò. «Mia sorella, Lydia… il suo timore…» S'interruppe di nuovo, alla ricerca delle parole. «Ecco, insomma, lei temeva che ci fosse qualcosa di più, nel comportamento di Thomas, che un comprensibile turbamento per la morte di Julia. Lei pensava che fosse… come invasato.»

Ora che l'aveva detto, si sentiva meglio. Emise un risolino, nel tentativo di sminuire la portata della sua affermazione. L'unica reazione da parte di Annabelle fu un lieve stiramento delle labbra.

«Le sembrerà ridicolo, immagino.»

«No, non proprio» rispose lei, seccamente. «Lady Lydia pensa che lo spirito della defunta Lady Fairleigh tormenti suo marito? Per quale motivo? Anche lei crede che lui l'abbia uccisa?»

Quella schiettezza, in contrasto con la propria reticenza, lo fece sussultare. Era anche colpito dal modo in cui lei riusciva ad arrivare al cuore di un'affermazione, rovesciandone il senso apparente. «Lydia non penserebbe mai qualcosa del genere» protestò. «Ma negli ultimi tempi… ecco, per alcuni anni in verità… i rapporti tra Julia e Thomas si erano deteriorati. Era evidente a chiunque che non solo non si amassero più, ma che avessero anche difficoltà a dividere la stessa stanza.»

La durezza attorno alle labbra di Annabelle si ammorbidì. Strana reazione, pensò il conte. «E dunque, Lady Lydia pensa che lo spettro di Lady Fairleigh lo ritenga responsabile del suo suicidio?»

Detto così, suonava proprio ridicolo. «Mi dispiace. Non avrei dovuto accennarvi.»

La giovane donna scosse la testa, appariva distratta. Adrian ebbe l'impressione che la sua presenza fosse superflua. Innervosito dall'emozione che lo pervadeva al solo guardarla, infilò le mani nelle tasche.

«Se non vi dispiace, io dovrei rientrare» disse. «Ho promesso a Willie di… di parlargli della battaglia di Hastings.»

Al cenno di assenso della ragazza, si ritirò.

*

Annabelle sedette su una panchina di pietra. Faceva davvero molto freddo, ma il vento che le tormentava i capelli e la gonna aveva odore di mare, e non di sporcizia, come quello londinese. Avrebbe potuto vivere il resto della sua vita in quel posto, pensò, sollevando lo sguardo all'imponente struttura di Fairleigh Hall e alla torretta che la dominava.

Ma Julia Seldon, Viscontessa Fairleigh, che l'aveva fatto, vi era stata infelice e aveva concluso la sua esistenza nel peggiore dei modi.

Annabelle si strinse nel cappotto a mantella, godendo della morbidezza della stoffa, cui non si era ancora abituata. La sua infanzia e l'adolescenza non erano tanto lontane da averle fatto dimenticare da dove proveniva e la miseria che aveva reso i suoi primi anni un inferno. Eppure una donna che al contrario aveva tutto aveva deciso di gettarsi da una scogliera. Era difficile per lei capirlo, soprattutto perché quella donna aveva anche Thomas.

Si alzò di scatto e prese a camminare per i piccoli sentieri. Non aveva mai avvertito alcuna sensazione ostile in quella casa, a parte la prima sera, nella galleria. Ma questo non era decisivo. Quelle antiche magioni, con il loro avvicendarsi di generazioni, si caricavano spesso di vibrazioni che pochi erano in grado di percepire. E quando ci riuscivano, si limitavano a definirla atmosfera.

Nessuno spirito possedeva l'animo di Lord Fairleigh. Gli spiriti, a parte quelli creati dai sensi di colpa delle persone, non esistevano. Era questo che lo tormentava?

«Finalmente vi trovo sola! Che fortuna per me!»

Annabelle sussultò. Una figura d'uomo era apparsa come d'improvviso di fronte a lei, bloccandole il cammino. Doveva essere stata ben distratta, per non notare Brian Rice nel pieno del suo splendore! Il giovanotto le rivolse un sorriso privo d'amabilità, più uno sfoggio di dentatura che altro. Probabilmente il giorno avanti lei non gli aveva prestato sufficiente attenzione e adesso era venuto a reclamare il suo premio.

«Buongiorno, Mr. Rice. Siete venuto a trovare Miss Seldon?» chiese, trattenendo indietro una ciocca di capelli di cui il vento insisteva per impossessarsi.

«In realtà, questa era la mia intenzione. Ma poi vi ho vista nel giardino, che camminavate tutta sola… E ho pensato che aveste bisogno di compagnia.» Per quanto si sforzasse, il giovanotto non riuscì ad allargare ulteriormente il suo sorriso. Così socchiuse gli occhi, fissandola tra le palpebre un po’ pesanti.

«Voi siete molto gentile. Ma in realtà, è raro che io soffra di solitudine.»

Lui non si lasciò smontare dal suo blando rifiuto. «In un certo modo vi comprendo» disse, ponendosi al suo fianco con tutta l'intenzione di scortarla nella passeggiata. «Non c'è migliore compagnia di se stessi, non è vero?»

Annabelle sorrise e non replicò. Brian Rice la fissava coi suoi occhi castani, che in fondo non erano poi così languidi come volevano sembrare. C'era un che di vigile nello scintillio del suo sguardo, che denotava una personalità pronta.

Oh, bene: visto che c’era, tanto valeva trarne vantaggio. «Che cosa tremenda è successa ieri» buttò là. «Poteva davvero tramutarsi in una tragedia, senza il vostro intervento.»

Il petto di Brian Rice si gonfiò sensibilmente, mentre prendeva fiato. «Non sono stato io a intervenire» si schermì, senza convinzione.

«Ma avete avvertito la milizia.»

«Era il minimo che potessi fare.»

Proseguirono in silenzio fino a un piccolo specchio d'acqua ricoperto di foglie. Era la tipica vasca per i pesci, a parte che non se ne vedeva l'ombra, neppure sul fondo.

Brian Rice si fermò a osservare l'acqua stagnante con espressione di colpo corrucciata. «I pesci non annegano, vero?»

La strana osservazione la portò a fissarlo con curiosità. Lui si strinse nelle spalle. «Chiedo perdono. Stavo pensando a Lady Julia.»

«Ma lei non è morta annegata… Almeno credo. È caduta dalla scogliera.»

«Già.» Il giovanotto scosse col piede delle pietre sul terreno. «Una cosa orribile. Lord Fairleigh non è riuscito a trattenerla.»

Annabelle si ritrasse come se qualcuno l'avesse colpita. «Intendete dire che lui era là, quando sua moglie si è gettata? Era presente?»

L'altro annuì. «Sì. Lui afferma di non ricordare ma è stato visto tornare dalla scogliera, più morto che vivo.» Di scatto si girò verso di lei e, com'era venuta, l'aria cupa scomparve senza lasciare traccia. «Ma basta parlare di brutture, per oggi. Vi tratterrete fino a Natale? Le feste qui sono tanto più pittoresche che in città.»

«Per la verità, non saprei» rispose, distratta. Natale era abbastanza lontano.

«In genere si teneva un ballo, alla magione. L'anno scorso, naturalmente, non se n'è fatto niente, ma quest'anno chissà?» Le si fece più vicino e Annabelle ebbe modo di notare che era alto, nonostante l'apparente fragilità del fisico. «Nel caso, mi piacerebbe molto ballare con voi. Credete che potreste riservarmi un ballo? Il valzer, forse? Se non sarete già troppo impegnata nei vostri obblighi mondani.»

Annabelle rise. Presentata come la pupilla di Lady Lydia e provenendo dalla capitale, Brian Rice doveva ritenere che lei appartenesse alla buona società. Gli unici contatti che avesse con quel mondo avvenivano nella sua sala di ricevimento a Clapham, dove alcuni di quegli eminenti personaggi pagavano profumatamente per ottenere il responso a qualche quesito, in genere d'origine sentimentale. Quanto al valzer, non ne aveva mai danzato uno: la famosa sensitiva Annabelle Trenton non partecipava ai balli o ai ricevimenti mondani. Né qualcuno l'aveva mai invitata. Probabilmente sarebbe stato troppo imbarazzante per ognuno di loro trovarsi di fronte in società quello specchio delle proprie debolezze. Ma non c'era bisogno che Mr. Rice lo sapesse.

«Non so dove sarò a Natale» replicò, inclinando il capo sulla spalla in maniera maliziosa. «Ma nel caso me lo chiedeste, direi di sì.»

Lui s'illuminò in viso. «Mi rendete felice.»

«Per così poco» lo beffò, per vedere come reagiva. Se ne pentì immediatamente, perché lui avanzò di un altro passo. Toccò a lei arretrare e se ne indispettì. Odiava trovarsi nella posizione più debole. «Ora è meglio che rientri o mi ammalerò» disse, aggirando l'ostacolo costituito dal corpo dell'uomo per riprendere il viottolo in senso inverso. «E voi dovete porgere i vostri omaggi a Miss Seldon.»

«Per quel che gliene importa» borbottò Brian, tornando a immusonirsi. «La signorina si sente troppo in alto per me. Ma non è detto che sia così per sempre.»

Era un pensiero che aveva attraversato anche la mente di Annabelle, ma sentirlo esporre ad alta voce dal diretto interessato le causò una sgradevole sensazione.

Con un brivido d'eccitazione, riconobbe il rumore che risuonava nell'ingresso. «Lord Fairleigh sta tirando di scherma?» chiese alla cameriera venuta ad aprire la porta.

«Sì, Miss Tressilian. Con il capitano Crane.» La giovane emise un risolino, cui cercò subito di riparare coprendosi la bocca.

Era evidente che il maestro di scherma riscuoteva le sue simpatie. Brian Rice aggrottò le sopracciglia con disapprovazione, ma prima che potesse fare commenti Annabelle si era già accostata alla porta della sala da ballo e ne stava girando la maniglia.

«Ma, Miss Tressilian, cosa fate?»

Senza ascoltarlo, spalancò la porta. La giornata grigia privava la scena del fascino di quella cui aveva assistito il giorno del suo arrivo e tuttavia ebbe l'impressione che una luce avvolgesse i due uomini, definendone i contorni. Erano entrambi alti e ben fatti, eleganti, e nello sforzo dello scontro esibivano un'energia virile che nessuna donna poteva fare a meno di ammirare.

«Miss Tressilian…» ripeté Brian, contrariato.

Di nuovo Annabelle non rispose, ma al suono di quella voce l'uomo dai capelli neri girò la testa di scatto.

Forse fu solo immaginazione, ma ad Annabelle parve di vedere i suoi occhi dilatarsi per la sorpresa, mentre incassava il colpo del maestro di scherma.

«Signore, voi non prestate attenzione!» esclamò questi, ritraendosi rapidamente.

Il visconte non sembrò udirlo, la sua attenzione era effettivamente rivolta altrove.

‘Tommy’, pensò Annabelle, desiderando di potergli tendere la mano e sentirsi stretta a lui, al sicuro riparo della sua presenza. Che sciocco desiderio. Quell'uomo non poteva garantire sicurezza neppure a se stesso.

«Per oggi basta così.» Sotto le alte volte della sala, la voce risuonò secca, quasi infastidita. «Riprendiamo domani, alla stessa ora.»

I due uomini si salutarono con quella che le parve una buffa cortesia, paragonata all'aggressività dimostrata poco prima. Il visconte si girò e si diresse alla porta in fondo, la stessa da cui era sparito la prima volta.

«Maleducato bastardo» sibilò Brian Rice, seguendolo con lo sguardo.

Un commento piuttosto brutale per qualcuno che era ospite in quella casa, pensò Annabelle.

Il maestro di scherma si asciugò il sudore dalla fronte, poi, accorgendosi che i due intrusi erano ancora sulla porta, ripose il fazzoletto e venne verso di loro.

«Voi avete distratto il mio allievo» commentò, rivolgendo ad Annabelle un sorriso sornione. «E non è la prima volta.» Quindi, chinando il capo in atteggiamento militaresco: «Capitano Edmund Crane, ai vostri ordini».

Era un uomo molto attraente e i suoi modi aumentavano un fascino di cui sicuramente era consapevole.

«Annabelle Tressilian» replicò lei. «Come certo saprete già. Sono spiacente di avervi disturbato. Lo spettacolo era irresistibile.»

«Sì, non è vero?» Il sorriso si allargò sulla faccia squadrata di Edmund Crane. «In genere le signore la pensano così.»

«Comportatevi da gentiluomo, Crane! Perfino se non lo siete» sbottò Brian Rice, indignato. «Miss Tressilian non è il genere di donna che frequentate voi.»

Prendendo atto della sua presenza per la prima volta, il maestro di scherma gli rivolse uno sguardo canzonatorio. «Neppure una di quelle che frequentate voi, Mr. Rice… a quanto si dice.»

«Come vi permettete?» Il volto del giovanotto avvampò, ma più d'ira che di vergogna. «Voi siete uno zoticone.»

«E voi un ipocrita. Uno scarsamente allenato, quanto a questo» concluse, avvolgendo il corpo magro dell'altro in uno sguardo derisorio.

Annabelle seguiva lo scontro verbale con attenzione. Aveva l'impressione che la rivalità tra i due oltrepassasse i limiti della circostanza.

«Venite, Miss Annabelle» esclamò Brian Rice, con un tono di comando che lei trovò urtante. «Ci stanno aspettando in salotto.» Afferratala per un gomito con malgarbo, la costrinse ad allontanarsi dalla soglia.

Annabelle avrebbe protestato, ma temeva di innescare una reazione violenta da parte del maestro di scherma. Anche lui, come Quentin Parnell, era rivestito da una patina di raffinatezza molto sottile, sotto la quale era facile intuire un carattere irruente e combattivo, poco avvezzo alle convenzioni mondane.

«Mr. Crane non riscuote le vostre simpatie, mi sembra» commentò, mentre si dirigevano verso il salotto. Si sentiva come una ladruncola dei bassifondi scortata in prigione da un poliziotto.

«Non esiste nessun Mr. Crane, potete credermi sulla parola. Quell'individuo è un solenne farabutto. Se Lord Fairleigh non gli avesse permesso di mettere piede a Fairleigh Hall, forse oggi la povera Lady Fairleigh sarebbe ancora viva…»

Annabelle dischiuse le labbra per la sorpresa, ma non ebbe tempo di chiedere nulla, prima che lui la introducesse quasi a forza nel salotto già occupato dalla Viscontessa Vedova e le sue figlie.

*

Thomas Fairleigh era infuriato con se stesso. Se avesse potuto strapparsi dal petto il cuore, che seguitava a battere a un ritmo stupidamente forsennato, l'avrebbe fatto. Detestava sentirsi in quel modo. Detestava ricordare le emozioni che un tempo l'avevano travolto per una donna che aveva creduto creata per lui e che, invece, non avrebbe potuto essergli più distante se anche fosse nata su un altro pianeta.

Neppure la porta della torre, chiusa con sicurezza alle sue spalle, bastava a calmarlo. Le emozioni che lo tormentavano non erano di quelle che uno schermo di quercia, per quanto robusto, fosse in grado di arrestare.

Gettò la spada sul divano e si accostò alla finestra. Quella mattina non era andato a nuotare per paura di incontrarla di nuovo. La desiderava, ma al pensiero di averla accanto il suo cuore tremava come un animale preso in trappola. Chi era Annabelle Tressilian? Gli era occorsa una serata a rimuginare su di lei, perché l'incongruenza che gli era sfuggita affiorasse finalmente alla sua coscienza.

In orfanotrofio le chiudevano nello stanzino del carbone… Lei e chi altri? Ma poi, era plausibile che una nipote di Harold Tressilian fosse stata in orfanotrofio?

E cos'era quel languore che lo coglieva quando lei lo toccava? Sembrava che possedesse la bacchetta magica in grado di placare i suoi tormenti, ma in che modo questo poteva succedere? E lei, n'era consapevole?

Seguitò a guardare fuori della finestra, finché non vide una figura a cavallo allontanarsi per il viale. Edmund Crane stava facendo ritorno a Lyncombe Dale. Per la prima volta, lo colse un senso di meraviglia al pensiero che un uomo simile vivesse in un villaggio di così scarso interesse. Avrebbe dovuto trasferirsi a Londra: con la sua abilità nelle armi avrebbe fatto fortuna. Non era probabile che lo facesse, però, non prima che la malattia della sorella si risolvesse… in un modo o nell’altro. E dopo si sarebbe fatto carico dei suoi nipoti. Un uomo d’onore, pensò battendo il pugno contro il montante della finestra. Perché diavolo era andato a sfidarlo, la sera precedente? Che cosa gli era venuto in mente?

C’erano state delle chiacchiere. Nel corso dei suoi brevi soggiorni a Farleigh Hall, Julia si annoiava. E quando si annoiava andava in cerca di ammiratori che alimentassero il suo smisurato ma fragile ego. L’avevano vista appartarsi con Edmund Crane in diverse occasioni, tuttavia Thomas non credeva che lui fosse il tipo da sputare nel piatto in cui mangiava. Era un uomo con il senso dell’onore. Anche se…

Un molesto pensiero lo spinse ad allontanarsi dalla finestra. Gli era venuto in mente che l’alibi che Crane gli aveva fornito in qualche modo scagionava anche lui da ogni sospetto. Maledizione, se solo fosse riuscito a ricordare…

*

Il tempo era peggiorato, rendendo impraticabile il passeggiare all'aperto. Le donne andavano su e giù per la lunga galleria, mentre gli uomini erano rimasti a fumare nella saletta destinata a quell'attività.

Annabelle non era stupita nel costatare che le signore di Farleigh Hall non facessero altro, per impiegare la loro giornata, che passeggiare fiaccamente e scambiare visite, quando il tempo lo consentiva. Tuttavia cominciava a rendersi conto che una simile vita l'avrebbe annoiata.

Non avevano un bambino, di cui occuparsi? Ma il giovane Seldon sembrava una sorta di fantasma. Raramente evocato, visto ancor più di rado, viveva un'esistenza parallela nelle stanze in cui dormiva, studiava, prendeva i pasti, sotto la supervisione del personale a lui destinato. E tra poco sarebbe stato spedito a una Public School, probabilmente la stessa frequentata dal padre alla sua età, del tutto lontano dagli occhi dei parenti. Quello era il destino naturale dei bambini di famiglia altolocata. Tuttavia Bitty le aveva detto che il piccolo Willie era infelice e piangeva spesso.

«Avete gradito la compagnia di Mr. Rice?» chiese Susan, in un tono risentito che il suo costante disdegno non giustificava. «Ho notato che siete arrivati assieme.»

Per qualche istante, immersa nella pena che provava per il povero esiliato, seppure nel lusso, non comprese cosa le stesse dicendo la sua compagna. Poi, di colpo, si mise a ridere. «Susan! Non penserete che sia interessata al vostro ammiratore, vero?»

L'altra sbuffò, ma parve tornare di buon umore. Doveva essere il tipo di ragazza che vuole tutti gli uomini ai propri piedi, anche solo per togliersi il gusto di rifiutarli.

«Per quel che me ne importerebbe…»

«Non vi piace per nulla?»

«È solo un ragazzino» ribatté Susan, annoiata. «Mi secca con i suoi continui complimenti e quell'aria da vittima sacrificale. Se fosse un vero uomo, non si comporterebbe così.»

Annabelle pensò che, poco prima, il giovanotto si era dimostrato tutt'altro che vittima sacrificale. Prepotente, piuttosto. Che Susan fosse interessata a qualcun altro? Decise di investigare con cautela.

«Certo. Se fosse un uomo come il capitano Crane, ad esempio, impugnerebbe una spada e vi conquisterebbe con la forza.»

«Il capitano Crane!» Se possibile, il suo tono fu ancora più sprezzante di prima. «Un militare in pensione, un avventuriero…» In questo almeno si trovava d'accordo con Brian Rice. «Non capisco cosa aspetti Fairleigh a liberarsene. Adrian, quello sì che è un uomo che potrebbe interessarmi. Ma lui mi vede ancora come una bambina…»

Corrucciata, si fermò di colpo. Aveva l'espressione di chi tema di aver detto troppo. Sollevò lo sguardo sul quadro appeso alla parete: il ritratto dei due ultimi signori di Farleigh Hall. Gli occhi scuri vagarono sulle due figure, prima di fermarsi su quella della donna.

C'era da stupirsi che la vernice non iniziasse a staccarsi, a furia di essere bersagliata da tanti sguardi roventi, pensò Annabelle. E rovente, lo sguardo che Susan rivolse al ritratto, lo era senza dubbio.

«Vorrei che Julia non fosse mai entrata in questa casa» sibilò, le guance accese dall'emozione.

Annabelle sollevò le sopracciglia. «Non amavate vostra cognata?»

«Amarla? Julia andava ammirata, venerata come una dea. Ma dell'amore lei non sapeva che farsene.»

Annabelle tirò un respiro prima di porre la domanda. «Neppure di quello di Lord Fairleigh?»

«Soprattutto del suo.» Dopodiché Susan restò in silenzio, a osservare con ostilità la donna sul quadro.

«Susan…» azzardò Annabelle.

«Sì?»

Non sapeva come introdurre l'argomento, perciò decise di prendere il toro per le corna. «Forse Edmund Crane… e Lady Fairleigh…»

L'altra si volse di scatto, il volto privo d'espressione. «Di quello che faceva Julia, io non ho mai voluto saperne niente.»

Una forma di negazione che equivaleva a un'affermazione? Forse.

FINE CAPITOLO
LA LETTURA CONTINUA SEGUENDO LA FRECCIA
SE IL LINK NON È ATTIVO IL CAPITOLO È IN ARRIVO