IL VISCONTE NERO
Capitolo 14 di 21

Scritto il 22/07/2026
da ROBERTA CIUFFI


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E così, sembrava che il seguito di Lady Julia aumentasse. Non solo Thomas, suo legittimo marito, e Quentin Parnell, ancora disperatamente innamorato di lei. Ma anche Edmund Crane, forse, si era unito all'elenco dei suoi adoratori.

Camminando nervosamente per la sua stanza, Annabelle si chiese cosa avesse mai quella donna, per scatenare tanta passione. O non era di questo che si trattava? Sapeva che esistevano donne il cui fascino dipendeva dalla disponibilità sessuale. Come avrebbe reagito Lord Fairleigh, di fronte a un simile comportamento da parte di sua moglie? Si sarebbe infuriato, avrebbe perso il controllo?

Si fermò, esasperata. Come sempre quando si trovava di fronte a un problema apparentemente insolubile, immaginò di dibatterlo con Mabel: ma una Mabel saggia e matura, quale sarebbe senza dubbio divenuta se non fosse morta come un fiore ancora in boccio. E se fosse stata in grado di parlare.

«Lui non ne sarebbe capace» scandì. «Non è nella sua natura.»

‘Forse non è nella natura che tu desideri per lui’, obiettò la voce sconosciuta di Mabel, nella sua mente.

«Sciocchezze. Conosco il suo animo.»

‘Conosci il suo volto, vorrai dire. Lo trovi attraente, non è così?’

Sbuffando, si lasciò cadere sul bordo del letto. A quel punto non sapeva come andare avanti, perché non esisteva sbocco a una simile argomentazione. Certo che Lord Fairleigh aveva un volto attraente, per non parlare del resto. Ma lei non era tipo da fermarsi alle apparenze.

Sospirando, puntò i gomiti sulle ginocchia e poi piantò il mento sulle mani. Se sua sorella avesse conosciuto Thomas, se gli avesse stretto la mano, cosa avrebbe pensato di lui? Anche se non poteva sentire né parlare, lei era talmente percettiva, persino più di lei!

Il visconte era davvero innocente o si trattava solo di un suo desiderio? Ma non le era mai accaduto di sbagliarsi, prima, e allora perché adesso dubitava del proprio giudizio?

Inoltre, a essere sincera, era anche irritata con se stessa. La scena di disapprovazione di Lord Wadelton dapprima l’aveva divertita, ma con il passare delle ore le sue parole avevano iniziato a lavorare dentro di lei, provocando un senso sempre più forte di disagio.

Era vero che lei non era un investigatore ma doveva ammettere di aver fatto molto poco, fino a quel momento, per raggiungere lo scopo per cui era arrivata a Farleigh Hall. La personalità del visconte, il suo strano comportamento e… altri aspetti di lui l’avevano distratta. In più, quando era in casa non si trovava quasi mai da sola. C’era sempre Susan da accompagnare a una ridicola passeggiata per i corridoi, o la viscontessa con cui prendere il tè o gli ospiti da intrattenere. Sospirò. Quelle persone conducevano una vita molto noiosa. Se fosse stata al loro posto, con le loro possibilità, che cosa avrebbe fatto, lei? Forse sarebbe partita per un lungo viaggio, avrebbe cercato di conoscere il mondo, l’Europa, l’Oriente… Allargare i suoi orizzonti che adesso le apparivano molto ristretti.

Il rumore di un cavallo al galoppo attirò la sua attenzione. Si alzò di scatto e corse alla finestra. Scostò le tende. Intuì una figura in movimento, nella notte, ma nulla la indusse a ritenere che si trattasse di Thomas. A parte che a nessun altro sarebbe venuto in mente di uscire a quell'ora solo per fare una cavalcata. Be’, se non era folle, di certo tanto savio non era. Visto quel che era accaduto il giorno prima, avrebbe fatto meglio a restarsene a casa.

Si alzò di scatto dal letto. Un’occhiata all’orologio sulla mensola del camino la informò che erano le dieci di sera. Tardi, ma non poi troppo. Sembrava l’ora giusta per fare la conoscenza con quella casa senza l’ingombrante presenza degli altri abitanti, che erano probabilmente già tutti a letto. Forse dei domestici si attardavano ancora per gli ultimi compiti della giornata ma non potevano costituire un impedimento. Se l’avessero trovata a vagare per le stanze, lei poteva sempre trovare una giustificazione che loro non si sarebbero permessi di contestare. Che era sonnambula, per esempio, pensò con un sorriso, afferrando un piccolo candeliere da un tavolino d’angolo. Sarebbe stato sufficiente: Farleigh Hall non restava mai completamente al buio. Per dirigere i passi di un nottambulo o per timore di quel che potesse annidarsi nell’ombra?

Lei non era un tipo impressionabile. Vivere un’infanzia e un’adolescenza come le sue poteva rendere o molto fragili o molto forti e Annabelle aveva deciso fin da bambina quale fosse la sua scelta. Aveva visto portare via i cadaveri anneriti dei genitori senza versare una lacrima, limitandosi a stringere a sé il corpo tremante della sorella per rassicurarla. Perfino la disperazione per la morte di Mabel era stata muta, una struggente tempesta di emozioni contenute che l’aveva ulteriormente spinta per la direzione scelta. Era fuggita dall’orfanotrofio, dove non la tratteneva più nulla, e si era rifugiata dall’unica persona al mondo che fino allora l’avesse accolta con affetto materno. E che non l'aveva abbandonata, né lasciata andare, nutrendo il suo bisogno d'amore e la sua fiducia nel genere umano.

Tuttavia, per quanto fosse allenata a sollevare uno schermo davanti alla sua esasperata capacità di percezione, Annabelle dovette ammettere che camminare di notte per i corridoi di una vasta casa estranea, alla luce fioca di rare candele, era un’esperienza che riusciva a intimorirla. Ogni cosa sembrava diversa, dai quadri alle pareti ai soprammobili sui tavoli laterali, che a ogni suo movimento lanciavano lunghe ombre ondeggianti. Perfino l’odore sembrava diverso. L’unico rumore udibile era costituito dal fruscio delle sue gonne e lei si scoprì a tendere l’orecchio alla ricerca di voci umane, o anche del latrare dei cani nella rimessa o del solitario nitrito di un cavallo. Ma non c’era niente.

No, la casa dormiva. Le sue porte erano chiuse sui salotti e le sale dove durante il giorno si tenevano conversazioni e si svolgevano drammi, e dove i domestici accorrevano al primo tocco di campanello. Annabelle aprì la porta del salotto della mattina, che era immerso nel buio. La richiuse e proseguì lungo il corridoio. Che cosa stava facendo là? Che cosa sperava di scoprire?

Pensò di dirigersi verso la galleria dei ritratti ma qualcosa la fermò, un brivido gelido di timore lungo la schiena. Non era certa di voler vedere quei volti di persone defunte alla luce ondeggiante della candela. ‘Che cosa temi, che anche loro ti guardino?’, le chiese la voce beffarda di Mabel. Se ne liberò con un’alzata di spalle. Avrebbe fatto meglio a tornare nella sua camera. Aveva già perso troppo tempo in una ricerca inutile.

Si girò e poi, di scatto, sollevò il volto verso l’alto, come per rintracciare… un odore? Qualcosa aveva fatto scattare un ingranaggio nella sua mente ma non sapeva cosa. Un sottile refolo d’aria mosse la fiamma della candela. Si guardò rapidamente attorno. Probabilmente qualcuno, da qualche parte, aveva aperto una finestra. Rabbrividì e per combattere il senso di disagio affondò con forza i denti nel labbro inferiore. Era l’atmosfera della casa, pensò, nient’altro. Di certo non un fantasma.

Lei non credeva ai fantasmi, per il semplice motivo che non esistevano. Qualunque cosa ne dicessero quelle imbroglione che si spacciavano per medium, un’anima che si staccava dal corpo non aveva motivo di indugiare nel luogo delle sue sofferenze. Perfino la presenza di Mabel, che le sembrava di sentire accanto a sé – che si illudeva di sentire accanto a sé – e la sua voce che non aveva mai udito e che le rivolgeva sagge parole… non esistevano davvero. Erano solo frutto del suo desiderio di non averla perduta per sempre, un parto della sua fantasia.

Per qualche motivo, quelle realistiche rassicurazioni non le impedirono di accelerare il passo, mentre percorreva a ritroso il corridoio. La hall deserta le parve ancora più vasta di prima, il soffitto più alto e tenebroso. Passando davanti alla porta d’ingresso, allungò una mano, come per sollevare il battente, e poi la ritrasse di scatto. Che cosa stava facendo? Non aveva certo intenzione di uscire all’aperto. Diede le spalle alla porta e non poté evitare di lanciare un’occhiata dietro di sé, per controllare che non ci fosse nessuno. La sua testa pulsava, il sangue sembrava premere con forza contro la nuca, scatenando piccoli vortici nervosi in tutto il corpo. Nonostante se ne stesse allontanando, non poteva fare a meno di pensare a quella porta, al giardino all’esterno, lo spazio che lo separava dalla scogliera e dal mare, giù in basso, che si infrangeva con un rumore che adesso percepiva e che fino allora era rimasto in sottofondo, inascoltato.

Salendo le scale, i quasi inavvertibili scricchiolii del legno dei gradini la fecero sussultare. La sensazione che ci fosse effettivamente qualcosa… ma non poter definire cosa… le faceva rizzare i peli sulle braccia. Adesso non riusciva a capacitarsi del reale motivo che l’aveva spinta a lasciare la sua stanza. Era stato quel rumore di galoppo? Qualcuno che correva via… o che si avvicinava? Non ci aveva fatto caso. Prima di allora era rimasta seduta sul suo letto a pensare e poi qualcosa l’aveva fatta scattare in piedi, senza sapere come avesse preso la decisione di lasciare la stanza.

La sensazione di disagio si fece sempre più acuta. La casa vuota sembrava incombere su di lei, come se i soffitti si stessero abbassando, le pareti stringendo per intrappolarla. Doveva ritrovare la sua camera illuminata, il calore del camino acceso, la tranquillità della biancheria notturna già preparata sopra il letto. Sull’ultimo gradino, l’ansia di affrettarsi la fece inciampare nell’orlo della gonna. Mentre precipitava in avanti, allungò istintivamente le braccia per parare il colpo e il candeliere rotolò a terra, la candela si spense.

Qualcosa la afferrò alla vita e la sollevò in aria. Annabelle emise un grido e agitò furiosamente gambe e braccia, trovando… non lo spirito etereo di un fantasma vendicativo, ma qualcosa di molto solido e terreno.

Udì uno sbuffo e poi una voce conosciuta, piuttosto irritata: «Chi diavolo… Miss Tressilian, siete voi?»

«Lord Farleigh…?» Si fermò con il braccio sollevato, pronta ad assestare un altro colpo. Lentamente si ritrovò con i piedi a terra. «Io… non vi ho visto arrivare! Non vi ho neppure sentito…» esclamò, spaventata.

L’uomo ritirò le mani dalla sua vita. «E come avreste potuto? Non siete mica un gatto» replicò.

Certo, come poteva capire? Lei era stata così distratta, così avvolta dalla sensazione di essere… inseguita… o qualcosa del genere… da non aver avvertito la presenza di Lord Farleigh.

La luce distante di un candelabro formava una sorta di alone attorno alla sua figura. Era ancora vestito, ma non indossava giacca né panciotto, solo una camicia piuttosto ampia, fuori dai pantaloni.

«Io… grazie. Per avermi rimesso in piedi» disse, sistemandosi le gonne. Dubitava che lui potesse vedere il suo disordine, ma il nervosismo la spingeva a muoversi.

«Non c’è di che. Perché siete scesa di sotto? Avevate bisogno di qualcosa?»

Ecco una situazione che non aveva previsto. Poteva evitare l’inquisizione di un domestico, ma non quella del padrone di casa.

«Avevo… sentito un rumore» rispose ed era quasi la verità. «L’avete sentito anche voi?» contrattaccò. In fondo doveva esserci una ragione per cui lui andava girando per la casa addormentata vestito in modo approssimativo.

«Sì, certo, ho sentito il rumore di qualcuno che si aggirava al piano inferiore.»

Colta alla sprovvista, Annabelle rise.

«Siete un tipo curioso, vero?» disse lui, ma la sua voce conteneva più divertimento che sospetto. «Entrate nelle stanze di uomini soli, spiate dalle scogliere…» Fece una pausa, durante la quale lei ebbe tutto il tempo di arrossire furiosamente. «E non ascoltate mai quel che vi si dice» concluse, in tono sarcastico.

«Ho imparato presto che l’obbedienza è un vantaggio per chi dà ordini, piuttosto che per chi ne riceve» replicò lei, sperando che la luce del candelabro non avesse rivelato la sua reazione.

«Curiosa e impertinente.» Un’altra breve pausa. Lui si chinò a raccogliere il candelabro e la candela spenta e appoggiò entrambi su un tavolo laterale. «Venite, vi scorto alla vostra stanza.»

Annabelle pensò che sarebbe stata più al sicuro da sola… in un certo senso… ma non c’era modo di rifiutare e perciò si affiancò al visconte. Adesso la situazione era ancora più strana di prima, di quando aveva percorso quel corridoio da sola. Una ragazza e un uomo sommariamente vestito che camminavano di notte in un corridoio semibuio avrebbero dato adito a illazioni da parte di chiunque li avesse visti. Ma non era solo questo. C’era dell'altro. C’era la lieve frizione del braccio di lui contro la propria spalla, la sensazione di calore che ne emanava. No, non era proprio calore, piuttosto… brividi, piccole scosse di eccitazione che si propagavano per tutto il suo corpo. C’era l’aria, che sembrava formare una bolla attorno a loro due e mancare non appena lei si allontanava da lui. C’era…

«Sapete, anche io sono una persona curiosa» disse Thomas, fermandosi improvvisamente, tanto che lei dovette tornare indietro di un passo. «E pensando a quello che mi avete detto ieri, mi chiedo… come mai la nipote del famoso pittore Harold Tressilian, nonché protégée di mia cognata Lady Lydia, è stata in un orfanotrofio… e in uno in cui la rinchiudevano nel ripostiglio del carbone?»

Annabelle dischiuse le labbra e poi le serrò con forza. Si era aspettata una qualche frase di circostanza, che lui annunciasse di doversi congedare… ma non questo. Cosa doveva dire, adesso? Forse era arrivato il momento di rivelare la verità ma, nonostante la sua avversione per le menzogne, sapeva per istinto che non era quello giusto. Lui si sarebbe allontanato da lei, impedendole di… di fare il suo lavoro.

«Sir Harold e sua moglie Elizabeth non sono davvero i miei zii» rispose. «Loro mi hanno tolta dall’orfanotrofio e mi hanno adottata.»

«Oh… e perché non li chiamate padre e madre?»

Annabelle sollevò le spalle. «Avevano già un paio di nipoti di sangue che se ne sarebbero risentiti. Abbiamo preferito questa soluzione.»

*

Thomas annuì, esaminando con attenzione il volto della ragazza di fronte a sé. La spiegazione era verosimile. Perché, dunque, l’aggettivo che gli era venuto in mente non era stato vera? Forse perché la posizione di Annabelle Tressilian sembrava basarsi, se non proprio su una bugia, sull’approssimazione della verità.

Certo, lui capiva perché Lydia non vi avesse accennato. Sapere che lei era una trovatella l’avrebbe resa agli occhi di sua madre ancora meno accettabile di quanto non fosse già come nipote di un artista, categoria per cui lei non provava alcuna considerazione ma molti sospetti.

Thomas non si era fermato a caso sotto il candelabro. L’aveva fatto per poter guardare in quei grandi occhi azzurri, che alla fiamma emanavano un riflesso quasi argenteo. I capelli sciolti sulle spalle suggerivano che fosse uscita d’impulso, forse già sul punto di andare a letto. Era una piccola finestra sull’intimità di Annabelle Tressilian, che gli accese un nucleo di calore nel ventre. Abbassò lo sguardo alle sue labbra leggermente dischiuse, come sul punto di dire delle parole che poi, invece, erano rimaste là, inespresse, in attesa forse di un momento migliore.

Ma quale miglior momento poteva esserci per lui? Con la mano destra le prese il mento tra le dita e lo sollevò, mentre con la sinistra le cingeva la vita e l’attirava a sé. «Le ragazze curiose» sussurrò, «fanno scoperte straordinarie.» E si chinò a baciarla con lo slancio di un tempo, di quando era un giovane uomo dall’animo sgombro di amarezze, che si aspettava solo gioia ed entusiasmanti passioni dal suo futuro.

L’attirò a sé istintivamente, senza pensarci, perché era quello che imponeva il momento, e non c’era altro che un uomo e una donna come loro potessero fare in un corridoio buio di una grande casa, illuminato solo dalle candele che splendevano sopra le loro teste come stelle ardenti. Annabelle s’irrigidì un solo istante, poi il suo corpo si sciolse in una sorta di sospiro e si abbandonò a lui. Thomas avvertiva le ingenuità delle sue labbra ma anche il desiderio di corrispondere. E quando lei sollevò le mani e le portò dietro al collo di lui, le dita tra i capelli, il seno ansante premuto contro il suo petto, i fianchi che inavvertitamente mimavano un atto che doveva esserle sconosciuto, Thomas sentì anche la passione. La spinse contro la parete e lei non protestò, ma dalla gola le uscì un lieve sbuffo.

«Scusa» disse, sollevando appena le labbra dalle sue prima di riprendere a baciarla. Quella donna aveva un profumo di lavanda e tempo passato, di giovinezza e possibilità.

Thomas la strinse furiosamente a sé quasi desiderasse nutrirsi delle sue speranze, lui che non ne aveva più. Era anche maledettamente eccitante, perfino sotto l’armatura dell’abito da sera, la barriera difensiva della modesta crinolina, lo sbarramento di gale, fiocchi e nastri. Tutto studiato per impedire alla natura di fare il suo corso in modo troppo impulsivo. Tuttavia, senza lo scialle che di solito lo accompagnava, l’abito era anche scollato e Thomas sentiva che la pelle di Annabelle bruciava. Abbassò la testa, sfiorando con le labbra il décolleté esposto e scendendo fin dove si arrotondava, protetto da un bordo di merletto. La ragazza ansimò e arretrò come per fuggire, poi restò immobile, e Thomas rifece la strada a ritroso, assaporando la pelle liscia, la carne morbida che copriva le ossa delicate, su, su, fino al collo, al mento e di nuovo alla bocca dischiusa, che coprì con la propria.

Dentro di lui non c’era un indizio di cosa fare dopo e fu meglio così perché, nella confusione del desiderio, la sua mente riuscì a cogliere un rumore di passi che si avvicinavano nel corridoio. Rapidamente si staccò da Annabelle e, prendendole il volto tra le mani, le diede un ultimo piccolo bacio sulle labbra. «Buonanotte, ragazza curiosa» sussurrò poi e scivolò giù per le scale, rapido come un gatto.

*

Annabelle restò qualche secondo immobile, appoggiata contro la parete. Il tremito che sentiva era solo interno, lei non era in grado di muovere un dito. Che cos’era successo, si chiese confusa? Perché Thomas era fuggito via? Poi batté le palpebre e il suo corpo parve tornare alla vita. L’udito avvertì il rumore di passi pesanti e cadenzati, la vista colse l’alone prodotto dalla fiamma di una candela. Con quel portamento e a quell’ora poteva essere solo Saunders, che eseguiva un qualche giro di controllo.

Annabelle si portò le mani alle guance brucianti. Anche se non era stata colta in flagrante tra le braccia di un uomo, il suo aspetto non avrebbe tratto in inganno nessuno. Svelta, aprì la porta più vicina e scivolò nell’interno buio, sperando che un compito del maggiordomo non consistesse nel chiudere a chiave per la notte le stanze della magione. Si appiattì contro la porta, cercando di respirare piano e, quando il rumore di passi arrivò proprio davanti al suo nascondiglio, di non farlo affatto. D’improvviso fu colta dalla voglia di ridere. Credeva che i tempi in cui doveva rinchiudersi in posti bui fossero terminati e invece in quella grande casa le era già successo due volte.

I passi proseguirono e si allontanarono e, quando non furono più udibili, Annabelle uscì e andò in cerca della propria camera.

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