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Annabelle non riusciva a dormire ed era irritata con se stessa. E con Thomas. E con Lord Wadelton, che continuava a lanciarle occhiate impazienti, e con Lady Lydia che si comportava come se dovesse consolarla.
Andando avanti e indietro per la sua stanza, tendeva l’orecchio ai rumori nei corridoi, sulle scale, che si andavano affievolendo, man mano soffocati da quelli esterni: lo scrosciare del mare contro la scogliera, il vento che sembrava scuotere le mura della magione e voler strappare via le chiome degli alberi, qualche belato e muggito solitario, e i versi degli uccelli notturni.
Tutta quella storia era un gran pasticcio. Forse aveva sbagliato ad allontanarsi dal suo rifugio sicuro, la sua casa di Clapham, le persone che la sostenevano e proteggevano, per precipitarsi in quel posto selvaggio dove la natura sembrava incoraggiare le persone a compiere azioni esasperate.
Un intrico di emozioni stava prendendo sempre più forza, tra le pareti di quella casa, quasi che la sua presenza le stesse istigando, e tuttavia lei non riusciva ad avvertire malvagità in esse. Le persone erano solo stanche e inasprite per una situazione che le spingeva al limite della loro sopportazione. L’animo di Lady Farleigh era carico di sofferenza, con un sottofondo di rancore: il primo per il figlio, il secondo per la nuora defunta che aveva provocato tutto questo. Susan si sentiva in gabbia. Parnell e sua moglie Mary vivevano un proprio inferno personale e Mr. Crane era in costante ansietà per qualcosa. Charles Seldon… lui era il più complicato da comprendere. Sgusciava come un pesce tra le emozioni, evitando il contatto ravvicinato, sia fisicamente che mentalmente.
Quel giorno, a Parnell House, aveva giocato con i bambini, accompagnato le signore anziane a brevi passeggiate, spinto altalene… si era comportato come il perfetto gentiluomo di società che sa in ogni momento cosa fare, ma sempre tenendo una distanza che non era possibile superare. Come suo fratello, anche lui aveva sollevato un muro attorno a sé, ma mentre quello di Thomas nascondeva un’anima tormentata, Annabelle non riusciva a individuare cosa si celasse dietro la bonomia di Charles.
Si fermò, nel suo andirivieni. Nel prepararla per la cena, Bitty aveva sussurrato che era ‘quella notte’. L’anniversario della morte della povera Lady Julia. Forse lui era troppo turbato per pensare a una ragazza che aveva incontrato e baciato in un corridoio buio. Per cercarla.
Che cosa stava facendo, in quel momento? Camminando avanti e indietro come lei, su nella torretta, senza trovare pace? Tormentato da un rimorso per qualcosa che non ricordava neppure di aver commesso?
D’impulso, afferrò il candeliere dalla mensola del camino e si diresse verso la porta. ‘Belle, Belle, cosa fai?’, sussurrò la voce di Mabel, nella sua mente. ‘Oh, sta’ zitta!’, ribatté tra sé. ‘Che cosa ne vuoi sapere tu, che avrai sempre dodici anni, di quello che si agita nell’animo di una donna che si protende verso quello di un uomo?’
Cercando di muoversi silenziosamente, si diresse verso la torretta. Sperava davvero di non incontrare nessuno, perché quella sera non ci sarebbero state giustificazioni valide per il suo comportamento. Una donna che si recava di notte nella stanza di un uomo poteva farlo per una sola ragione… almeno nell’opinione comune.
Delusa, scoprì che la stanza nella torre era vuota. Dov’era andato? Bitty aveva detto di averlo visto tornare e che Saunders gli aveva fatto portare un po' di cena nella sua ‘tana’. Dopodiché, le porte della magione erano state chiuse.
Approfittando del momento, esaminò di nuovo la stanza, che era nel consueto disordine. Forse Thomas era andato a cavalcare, come in molte notti della sua vita, da quella fatale dell’anno prima. Ricordando il giorno dell’assalto, andò accanto alla libreria di quercia. Quella doveva essere la sua via di fuga, quando i benintenzionati parenti e domestici tentavano di tenerlo al sicuro. Allungò una mano allo stipite della libreria e tastò, alla ricerca del meccanismo che le consentiva di aprirsi. Al terzo tentativo sentì uno scatto e la suppellettile, come per magia, si staccò dalla parete, venendo verso di lei. Il nascondiglio del prete, dove anche lei e Thomas si erano nascosti per sfuggire alla furia di John Llord e dei suoi seguaci.
Alla luce della candela, intravide la sagoma di una porticina sulla parete di destra del ripostiglio. L'aprì e sotto i suoi piedi si dispiegò una lunga sequenza di gradini che andavano verso il basso. Proprio come aveva immaginato.
I gradini erano logorati dal tempo. Li scese tenendo una mano puntata contro la parete per sorreggersi e reggendo con l'altra il candeliere, alto al di sopra della testa, per farsi luce. Avrebbe dovuto prendere una lanterna, pensò, mentre i gradini sembravano aumentare di numero sotto i suoi piedi invece di diminuire. La scala non era più lunga di quella che percorreva ogni sera per andare nella sua stanza e tuttavia le parve interminabile.
La fine la colse quasi di sorpresa, in un altro piccolo vano soffocante. Doveva essere qui che il prete attendeva l'avviso che la zona era sicura per poter uscire allo scoperto. Lo sportello che dava sull'esterno era talmente basso che sembrava progettato per dei nani. Annabelle dovette rinunciare alla sua candela, perché le occorrevano entrambe le mani per spingersi fuori. Provò un attimo di divertimento al pensiero delle contorsioni che doveva fare il Visconte Farleigh per uscire di lì. Non appena spuntò fuori con la testa, scoprì un ulteriore impedimento in una fitta rete di rampicanti.
Ma come le era venuto in mente di darsi all'inseguimento di quel lord scriteriato? In quel momento era più che disposta a credere alla sua pazzia. Sbuffando, emerse nella notte buia. L'unico rumore che udiva era quello del mare, che si scuoteva contro la scogliera. E adesso, cosa doveva fare?
Si guardò attorno, incerta, attendendo di cominciare a distinguere qualcosa.
Un verso d'uccello le fece quasi rizzare i capelli in testa. Fece un passo indietro, decisa a tornare nella sua stanza, ma quando tentò di riaprire lo sportello scoprì che non ci riusciva. Tastò attorno al bordo, alla ricerca di un meccanismo automatico, ma non riuscì a trovare nulla. Alla fine si arrese all'evidenza: o si attaccava al battente dell'ingresso, svegliando ‒ se non tutta la casa ‒ almeno i domestici, oppure aspettava il ritorno di Thomas. La seconda prospettiva le parve la migliore, sempre che lui non intendesse passare l'intera notte fuori. Preferiva non dover spiegare a Saunders cosa stesse facendo all'esterno della casa, mentre ogni persona dotata d'intelletto si trovava già da ore nel proprio letto.
Non era abituata a uscire di sera e soprattutto non in prossimità di una scogliera. Dopo un paio di minuti, cominciò a battere i denti dal freddo. Non poteva restare ferma, doveva muoversi. Ricordando che il giorno prima Susan aveva detto di aver dimenticato il suo scialle nel gazebo del giardino, decise di compiere un rapido giro della casa, per controllare se fosse ancora là. Non c'era proprio niente di gradevole nel camminare di notte. Ogni cosa sembrava ostile o minacciosa. In ogni punto in cui l'ombra era più fitta sembrava annidarsi una belva pronta ad aggredirla.
Lo scialle era dove Susan aveva detto di averlo lasciato. Se lo avvolse rapidamente attorno alle spalle e alla testa, trovandoci un lieve conforto. Adesso doveva tornare indietro. Avrebbe atteso presso l’imboccatura del nascondiglio del prete. Non aveva alcuna intenzione di addentrarsi tra gli alberi e le siepi che di giorno aveva trovato tanto graziose.
Si accorse che il suo cuore stava battendo più velocemente. Così, dopotutto, non erano solo gli spazi chiusi a farle paura. Inspirò profondamente, prima di fare dietro‒front, e fu allora che vide qualcosa muoversi. Era proprio davanti a lei, una forma umana ma indistinta, visibile solo perché più scura di qualunque altra cosa la circondasse.
Annabelle si fermò, sbarrando gli occhi. La forma si muoveva, oscillava, dondolava. Le parole che le vennero in mente furono: anima in pena.
Arretrò di un passo, mentre il volto gelato dal vento le si ricopriva di un velo di sudore. Di nuovo quel suono, il lamento notturno di un uccello.
L'essere dalla forma umana si volse di scatto verso di lei. Annabelle trattenne il respiro per un istante, poi lo riemise in un gemito sgomento. Ruotò rapidamente su se stessa e si mise a correre. Le sembrò di avere d'un tratto perso la capacità di vedere, ogni cosa attorno a lei era nera, indecifrabile. Non era neppure in grado di capire dove mettesse i piedi o si stesse avventurando. Udiva solo il rumore assordante del proprio respiro, che sembrava riempire l'universo. Non aveva mai provato un tale terrore, mai, neppure rinchiusa nello stanzino dell'orfanotrofio con la sola compagnia dei topi.
Qualcosa di caldo l'avvolse, arrestando la sua corsa. Si dimenò, emettendo dei gemiti di protesta, ma una grossa mano coperta da un guanto le turò la bocca. Il terrore si mutò in panico. Un odore di sudore, misto a profumo, le raggiunse le narici. Si rese conto che colui che la intrappolava non era una creatura soprannaturale, come le era parso dapprima, ma un essere umano, un uomo, sebbene molto robusto.
Si agitò violentemente, mentre lo sconosciuto le premeva contro per spingerla a terra. Un colpo alla caviglia la fece crollare di peso sul terreno. Gli occhi le si riempirono di lacrime di dolore. Quasi non si accorse che lui le stava montando sopra. La cosa più incredibile era che non parlava, non diceva niente. Annabelle riuscì a liberare un braccio e lo colpì sulla testa. L'uomo si ritrasse di scatto, ma non emise un fiato. Rilassò la stretta solo per un istante, prima di tornare alla carica.
‘Maledetto, maledetto!’, pensò Annabelle, tentando di riprendere il controllo. Chiuse gli occhi, come se ce ne fosse bisogno, e lottò contro il panico che la possedeva. Cercò di estraniarsi dalla mano che la frugava e dal peso del corpo mascolino contro il suo. Infine, tra le fiamme scintillanti della paura, riuscì a trovare il nucleo di sicurezza che le occorreva e la sua coscienza fluì in quella di lui.
C'era un vuoto, un vuoto freddo e gelido. E quindi, d'improvviso, una fiammata di furore incandescente che sembrava dover incendiare l'universo, che si agitava, vibrava, sferzava, per poi ritrarsi di colpo e lasciare di nuovo il posto al vuoto. E al lamento.
Non era la prima volta che Annabelle entrava nella mente di un folle e non era mai riuscita a far nulla per aiutarlo. Questo particolare folle, però, aveva in pugno la sua vita. ‘Fermati!’, gridò con un comando senza parole, usando ogni briciola di forza emotiva che possedesse. ‘Fermati subito o te ne farò pentire!’
La coscienza che l'avvolgeva vibrò, sgomenta. La ragazza avvertì la sua esitazione, la perplessità. Non c’era dubbio che l’avesse sentita, in qualche modo.
‘Lasciami andare!’, ordinò.
Le mani dell'uomo si aprirono di scatto. Con un mugolio, il primo suono che gli sentisse emettere, si ritrasse. Annabelle si rigirò in tempo per vederlo sollevarsi, le mani sull'escrescenza nera che era la sua testa. Era come se cercasse di strapparsi dalla mente quella voce estranea.
Adesso era il momento di chiedere aiuto, non c'era altro che potesse fare. Non aveva la capacità di controllare realmente qualcuno, tutto ciò che riusciva a fare era interferire nel normale corso dei suoi pensieri o emozioni.
Annaspò per alzarsi, mentre il suo aggressore si guardava attorno, continuando a reggersi la testa quasi temesse di perderla da un istante all'altro.
Annabelle lanciò un'occhiata dietro di sé. La casa sembrava terribilmente lontana, chi poteva sentirla a quella distanza? E questo le avrebbe attirato di nuovo addosso l'attenzione dell'uomo.
‘Oh Mabel, che cosa devo fare?’, pensò disperata.
E fu in quel momento che udì il rumore di passi pesanti. Stivali, un uomo che si avvicinava dalla direzione della scogliera.
Puntando le mani a terra, riuscì ad alzarsi in piedi.
«Aiuto!» urlò, più forte che poté. Nello stesso momento cominciò a correre.
Non si girò per controllare se l’uomo la stesse seguendo, voleva solo mettere la maggiore distanza tra sé e lui nel più breve tempo possibile.
«Aiuto!» ripeté. «Qualcuno mi aiuti!»
Alle sue spalle risuonò una specie di ringhio. Stavolta non resistette e lanciò un'occhiata all'indietro. L'uomo si muoveva rapidamente verso di lei, ombra più scura tra tutte le altre che la circondavano. Con un grido di terrore, Annabelle raccolse strettamente le gonne e continuò a correre.
«Chi c'è là?»
La voce di Thomas, per quanto resa fioca dalla distanza, la fece quasi svenire per il sollievo.
«Sono io, sono Annabelle!» gridò. «Aiutami!»
Intuì l'esitazione dello sconosciuto anche se non poteva vederlo.
«Thomas, ti prego, aiutami!» ripeté, disperata.
Uno sguardo dietro di sé le rivelò che l'inseguitore si era fermato e si guardava freneticamente attorno. Fino a un istante prima lei era stata preda quasi inerme della paura. Quell'incertezza da parte dell'aggressore spazzò ogni sentimento di timore e diede fuoco alle micce della sua collera.
«Corri, Thomas!» lo incalzò. «È l'uomo che ha aggredito la moglie di John Llord!»
Non sapeva se lui avesse sentito, ma il rumore di passi era più affrettato, il rumore di qualcuno che stava correndo. La figura in nero invece si stava ritraendo. Annabelle capì che intendeva rientrare nelle ombre alle sue spalle. Doveva impedirglielo. Doveva far sì che quella storia avesse fine e la famiglia di Lord Fairleigh potesse finalmente ricominciare a vivere in pace. Così, invece di fare la cosa più saggia e correre verso Thomas, si girò e iniziò a rincorrere il suo aggressore.
«Annabelle, dove sei?»
«Sbrigati, Thomas, o scapperà!»
Una fitta di dolore la trapassò alla vita. Cercò di placarla spingendovi contro la mano e continuò a correre. Anche l'uomo in nero stava correndo, ma lontano da lei, verso la relativa sicurezza del giardino, dove, tra siepi e alberi, poteva mimetizzarsi con facilità.
Annabelle era ancora parzialmente in contatto con la sua coscienza e ne percepiva la perplessità, l'incredulità si sarebbe detto, come se non credesse a quello che gli stava accadendo. Quell'uomo doveva ritenersi simile a Dio. Pensava forse di avere un diritto incontrastato sulle persone che sceglieva per i suoi malvagi divertimenti?
Un’ombra le arrivò al fianco e si accorse che Thomas l'aveva raggiunta. Invece di fermarsi, Annabelle allungò un braccio avanti a sé.
«Cerca di nascondersi nel giardino! Fermalo, presto!»
Thomas la sfiorò sulla spalla. «Tu stai bene?»
«Sì, sto bene, ma corri! Devi catturarlo.»
Lui la superò e a quel punto lei si fermò di colpo, ansante, straziata dal dolore alla milza. Erano tanti anni che non correva più, da quando aveva superato l'adolescenza, e anche prima spesso si tratteneva dal farlo per non mortificare Mabel, che era troppo debole per un'attività così energica.
Crollò in ginocchio, tirando il respiro con fatica, gli occhi annebbiati dallo sforzo ma si costrinse a continuare a guardare. Thomas stava entrando nel giardino.
Cercò di rialzarsi ma non ci riuscì. Le sembrava che il suo corpo avesse esaurito ogni riserva d'energia, non le restava più alcuna risorsa. Si passò una mano sulla faccia grondante sudore. Poi prese il respiro e gridò: «Aiuto! Saunders, Lord Wadelton! Venite ad aiutarci!»
La voce uscì dalla sua gola stridula e fiacca. Molto più efficace, dal giardino preda del buio, risuonò un colpo di pistola.
*
«Insomma, io vorrei davvero capire che cosa è successo! Possibile che nessuno sappia darmi una risposta?»
La voce indispettita di Lady Fairleigh risuonò inutilmente per il salotto. Nessuno le dava retta, a parte Saunders, che però non sapeva in quale modo manifestare il proprio interessamento. Aveva già procurato alla compagnia il necessario conforto del tè, forte e molto zuccherato, e ora ciondolava, diviso tra dovere e curiosità, in attesa che qualcuno lo fornisse di qualche ordine.
Con gli occhi chiusi, Annabelle era intenta a sorbire il suo tè, del tutto concentrata su quel semplice gesto. Stava tremando in maniera incontrollabile e né la coperta che l'avvolgeva, procurata dall'incomparabile Saunders, né il fuoco acceso nel camino bastavano a scaldarla.
«Ti senti meglio?» mormorò Thomas, preoccupato. Era quasi inginocchiato davanti a lei e la fissava, nel tentativo di interpretare la sua espressione.
Annabelle annuì, perché in quel momento non sarebbe riuscita a emettere alcun suono. Thomas allungò una mano e la carezzò sulla testa in disordine, sporca di terra e foglie.
L'intera compagnia assisté con sconcertato stupore a quel gesto.
«Miss Tressilian!» sbottò Lady Fairleigh, la quale, nella sua veste da camera, appariva molto meno imponente del solito. «Sto aspettando una spiegazione.»
«Ho paura che dovrai continuare ad aspettare, madre» replicò suo figlio, alzandosi in piedi. «Ora Annabelle è troppo scossa per parlare.»
La nobildonna sbarrò gli occhi, ammutolita dallo stupore. Era difficile dire se la causa del suo sgomento fosse il fatto che suo figlio finalmente le rivolgeva la parola, dopo quasi un anno, o l'inconcepibile familiarità con cui si rivolgeva a quell'estranea che aveva provocato tanto trambusto. Adesso lui era alle sue spalle e sembrava voler costituire uno sbarramento contro chissà quale pericolo.
Lord Wadelton, perplesso, guardava dall'uno all'altra con l'aria di chi si stia chiedendo qualcosa. Lady Lydia invece era solo afflitta.
«Oh mia cara, che cosa terribile!» esclamò prendendo la tazza di tè dalle mani di Annabelle prima che lei la facesse cadere per terra. «Ed è stata tutta colpa mia. Se non avessi insistito perché accettassi questo incarico…»
«Quale incarico?» sbottò Susan, dando voce all'interrogativo generale.
Lord Wadelton si schiarì la gola in segno d'avvertimento, ma sua sorella scosse la testa. «No, Adrian, credo che sia il momento di dire la verità. La povera Annabelle ha corso un rischio troppo grande.»
«Be’, se l'ha fatto la colpa è stata sua» replicò lui, asciutto. «Non sarebbe dovuta uscire di notte, da sola. È stata una follia.»
«Su questo non c'è dubbio.» Gli occhi scuri di Lady Fairleigh sembravano quelli di un uccello da preda, fissi sulla giovane ospite della sua casa. «Ci volete spiegare perché l'avete fatto?»
Annabelle sollevò il capo. Erano tutti attorno a lei, simili a inquisitori, meno Lady Lydia, che neppure in quell'occasione mancava di esibire la sua naturale gentilezza, e Thomas.
'Thomas', pensò, lanciandogli un'occhiata di sghimbescio. Cosa ne avrebbe pensato, della verità? «Volevo sapere dove fosse andato Lord Fairleigh.»
«Davvero? E in che modo questo vi riguardava?»
Lady Fairleigh si protese, in un atteggiamento minaccioso che fece sorridere Annabelle. Ci voleva altro per spaventare chi era appena uscito da un'esperienza come quella nel giardino.
«Ann, vi prego» mormorò Lady Lydia, indicando la presenza dei domestici.
Con un cenno imperioso, la signora della casa liquidò la servitù, che si allontanò palesemente a malincuore.
«Allora, volete decidervi a parlare?»
A sorpresa, a rispondere alla brusca domanda fu Lord Wadelton. «La riguardava perché io e Lydia l'avevamo incaricata di controllare Thomas.»
Un silenzio sorpreso cadde nel salotto.
«Controllare?» ripeté Lady Fairleigh. «Che intendete dire con questo?»
«Io… io…» Imbarazzata, Lady Lydia arrossì. «Io ero terribilmente preoccupata per la situazione. L'ultima lettera che voi mi avevate scritto mi aveva riempito d'angoscia. Ho avuto l'impressione che Thomas stesse perdendo la ragione.»
Tutti si girarono a guardare il padrone di casa che, dritto in piedi, fissava un punto oltre la finestra aperta, il volto del tutto inespressivo.
«Tempo addietro, a una serata di carità, una mia conoscente mi aveva parlato molto bene di una giovane che si occupava di attività… metapsichiche. La signora aveva dei problemi con la figlia, e questa aveva tratto grande giovamento dalla frequentazione dello studio di Miss Trenton. Così cominciai a frequentarla anch'io e quando…»
«Un momento!» Lady Fairleigh sollevò una mano in aria, arrestando la narrazione. «Che intendete con attività metapsichica?»
*
Annabelle sentì Thomas ritrarsi. Un istante prima era dietro di lei, le sue mani le sfioravano la schiena per tranquillizzarla, e adesso il breve spazio che li separava avrebbe potuto essere una voragine.
«Quel che intende dire, mamma» disse lui in tono aspro, «è che Miss Annabelle non è la nipote del pittore Harold Tressilian, ma una medium. E cioè» spiegò, abbassando con disprezzo lo sguardo su di lei, «un'imbrogliona che pratica lo spiritismo.»
Senza aggiungere altro, si girò e si allontanò. Annabelle lo osservò lasciare il salotto. Nonostante lui non avesse abbandonato la sua gelida compostezza, lei sapeva che era furibondo.
«È vero?» chiese sgomenta Lady Fairleigh, richiamando la sua attenzione. «È questo che fate? Imbrogliate la gente?»
«Madre!»
«No, mia signora» rispose Annabelle, quasi con indifferenza. Era stata definita imbrogliona tante di quelle volte che ormai non ci faceva più caso, a meno che a chiamarla così non fosse Thomas. «Io non imbroglio la gente e non evoco spiriti. Io… sono in grado di sentire.»
«Sentire cosa?» sbottò la donna, rivolgendosi rabbiosa a Lord Wadelton. «Adrian, vi avverto, vi ritengo responsabile dell'aver portato questa creatura…»
«Sento quello che la gente ha nell'animo» la interruppe Annabelle sovrastandone la voce. «Ascolto le emozioni, le debolezze, le paure. E talvolta sono in grado di aiutare, modificandole. Talvolta, ma non sempre. Ad esempio, non sono in grado di aiutare un folle o un criminale.»
«E voi ritenete che mio figlio ricada in una di queste due categorie?» sibilò Lady Fairleigh.
«No, signora» rispose senza esitazione. «Non c'è malvagità in Lord Fairleigh e di certo non è pazzo. È vittima di un forte turbamento, questo sì. Ha perso… il suo equilibrio. Qualcosa sta sbilanciando la sua personalità. Ma non sarebbe capace di commettere azioni violente in maniera gratuita.»
Lady Fairleigh mosse piano le labbra, come se fosse sul punto di controbattere. Invece si limitò ad arretrare sulla poltrona, con le mani ben piantate sui braccioli, e fissò intensamente quella stravagante ospite entrata nella sua casa in maniera fraudolenta. «Io questo l'ho sempre pensato» borbottò, di malumore.
Annabelle sorrise, comprendendo che l'anziana signora avrebbe preferito continuare a combattere.
«Allora non siete una medium?» chiese Susan, quasi delusa.
Lei scosse il capo. Doveva di continuo lottare contro quel fraintendimento. «Sento delle cose, percepisco le emozioni, ma non sono in grado di evocare nulla, né entità né anime di defunti. Non leggo neppure nel pensiero, se la cosa vi preoccupa.»
Questo non era del tutto vero, ma non le sembrava il momento adatto a dibattere l'argomento. In realtà, le emozioni che percepiva erano talvolta così nitide che tra lei e il soggetto fluiva una sorta di comunicazione che non aveva bisogno di parole e neppure di pensieri. E quanto a evocare… no, questo non riusciva a farlo.
«Davvero voi avete capito tutto questo di mio figlio, solo guardandolo?»
‘Guardandolo e qualcos'altro’, pensò, evitando di incontrare gli occhi di Lord Wadelton.
«Non so spiegarvi come accada, mia signora» disse invece. «So solo che accade.»
«È molto rassicurante. E interessante, anche.» L'umore di Lady Fairleigh era mutato di colpo. «Ma in che modo ci aiuta? Tutto il mondo pensa che il povero Thomas sia colpevole di delitti efferati…»
La interruppe di nuovo. «E qualcuno lo è. Questa sera sono stata aggredita da quell'uomo.»
«Oh mio Dio!»
In breve, e tentando di non colorire troppo il racconto, fornì un rapporto della sua disavventura.
«Che sfortuna che non l'abbiate visto in viso» sibilò Lord Wadelton, agitando i pugni come se volesse schiantarli sulla testa dell'invisibile assalitore. Di certo si stava di nuovo biasimando per non essere stato al posto giusto nel momento giusto. «E che Thomas se lo sia lasciato scappare.»
«Il giardino era molto buio» si sentì in dovere di specificare. «E l’uomo era armato.»
«Certo, deve essere andata così.» Il conte non sembrava convinto.
Probabilmente riteneva che al posto di Thomas avrebbe fatto un lavoro migliore, pensò lei con una punta d'irritazione. A meno che non pensasse che l'avesse lasciato andare di proposito…
La considerazione le provocò un moto di disagio. Perché mai avrebbe dovuto fare una cosa del genere? Guardò attorno a sé, alle facce preoccupate o sconcertate che si volgevano a lei. Solo in quel momento si rese conto che ne mancava una.
«Mr. Seldon deve avere il sonno molto pesante» osservò.
Lady Fairleigh agitò una mano in segno di noncuranza. «Passava la serata a Lyncombe Dale in casa di amici. Ma torniamo a quel che c'interessa. Come pensate di aiutare Thomas?»
Annabelle si protese per afferrare la sua tazza di tè, ormai tiepido. A essere sincera, avrebbe dovuto ammettere che non aveva modo di aiutare Thomas. Il suo lavoro l'aveva fatto, aveva esaminato il visconte e si era formata un convincimento su di lui che la portava a scagionarlo delle colpe che gli imputavano. Il resto non la riguardava, non era un investigatore di Scotland Yard. Ma lo sguardo ansioso di Lady Fairleigh, lo sguardo di una madre, le impedì di dare questa pratica risposta. E poi, non voleva abbandonare Thomas al suo destino. Non voleva abbandonarlo in nessun modo…
«Per quanto riguarda l'inquietudine di Lord Fairleigh» formulò, cauta, «qualcosa potrei fare, ma solo se lui fosse disposto a collaborare. E non mi sembra che sia il caso, per il momento.»
«Lasciate perdere la sua inquietudine, a quella penseremo dopo» tagliò corto la nobildonna. «Noi dobbiamo scagionarlo!»
Dalla sua improvvisa irruenza, Annabelle ricavò l'impressione che fino a quel momento Lady Fairleigh non fosse stata poi così certa dell'innocenza del figlio maggiore. Ora il sollievo la rendeva aggressiva.
«Sì, Annabelle, dobbiamo fare qualcosa.»
Il tono implorante di Susan la spinse a guardarla. Povera ragazza, l'onta che macchiava il fratello rischiava di riversarsi su di lei, distruggendo le sue prospettive future.
«Certo che faremo qualcosa» disse. «Mi è venuta un'idea. Ma voi tutti dovrete aiutarmi. E soprattutto, non dovrete fare obiezioni.»


