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Bussò alla porta, anche se non si aspettava una risposta. Il suo cuore batteva in maniera affrettata: non per la paura, come poc'anzi, ma per l'ansia di essere respinta.
L'invito a entrare la colse quasi di sorpresa. Spinse la porta. Thomas sedeva alla scrivania, impegnato a scorrere alcune carte. «Mi dispiace» disse Annabelle. «Non era mia intenzione ingannarti, ma dovevo farlo.»
L’uomo sollevò la testa. La esaminò lentamente, come se la vedesse per la prima volta. «Annabelle Trenton» disse poi, inarcando un sopracciglio.
Quel semplice movimento fu sufficiente a mozzarle il respiro in gola. Lui le apparve come un diamante attraversato dai raggi del sole. Tutto ciò che lo circondava era più nitido e brillante a causa sua. Bontà divina, si era innamorata come una stupida e di un uomo che non avrebbe potuto darle niente, perché non aveva niente da dare neppure a se stesso.
«Sì» riuscì ad articolare, dopo qualche secondo di smarrimento. «È così che mi conoscono, a Londra.»
Lui parve pensarci su, poi scosse la testa. «Non ho mai sentito questo nome. Non frequento molto Londra, è troppo lontana.»
Parlava con calma, in modo distaccato, ma il fatto che non accennasse ad alzarsi in piedi era un chiaro segno di disprezzo.
‘E va bene’, pensò Annabelle, ‘allora giochiamo alla pari’. C'era una sedia, accanto a lei, quasi invisibile per la massa di carte che vi erano state ammucchiate sopra. Le spazzò via con un gesto noncurante e si sedette.
«Ecco qua» disse poi, risoluta. «Adesso possiamo parlare.»
Gli occhi scuri scintillarono, per l'oltraggio forse, o per una punta di divertimento. Difficile da dire.
«Di cosa vuoi parlarmi?»
«Decidi tu. Non hai niente da chiedere?»
Thomas si chinò in avanti sulla scrivania. Le pupille brillanti sembravano tenerla sotto tiro. «Sì. Chi sei? Chi è, davvero, Annabelle Trenton?»
Lei sospirò. «Dopotutto, credo che preferirei che mi chiamassi Belle. Ma nessuno mi ha mai chiamato così, a parte Mrs. Wood… e Mabel.»
«Chi è Mabel?»
«Era la mia gemella. Naturalmente, lo è ancora» sorrise, «anche se è morta. Molto tempo fa. Aveva solo dodici anni.»
«Mi dispiace» mormorò lui, e sembrava sincero.
Si strinse nelle spalle. «Da dove provengo, non è una cosa rara. I bambini muoiono spesso prima di diventare adulti.» Esitò un istante, poi proseguì. «Mi hai chiesto chi è Annabelle Trenton… Ebbene, Annabelle Trenton è nata in una via di Londra in cui tu non hai mai messo piede, dove vivono i più poveri dei poveri, quelli senza speranza.»
«Capisco» bisbigliò Thomas ma il suo sguardo, mentre la esaminava, era incredulo.
Annabelle scosse il capo. No, non capiva, ma non aveva importanza. «I miei genitori ingannavano la delusione bevendo gin. Il gin costa meno del pane e sembra fornisca maggior conforto.» Aggrottò le sopracciglia. «Non so se è vero, non ne ho mai bevuto. Una mattina, io e Mabel eravamo andate a casa di Mrs. Wood, una vedova del vicinato miracolata da una piccola rendita. Ogni giorno ci offriva la colazione, che talvolta costituiva il nostro unico pasto. Quando tornammo a casa, scoprimmo che era bruciata dalle fondamenta. Con i nostri genitori dentro. Erano troppo istupiditi dal gin anche per tentare di mettersi in salvo. Trovarono i corpi carbonizzati sul letto con le bottiglie accanto.»
«Buon Dio!»
«Finimmo all'orfanotrofio» proseguì in fretta, desiderosa di terminare quella storia, che raccontava per la prima volta. «Io ne uscii. Mabel… no. Non era abbastanza forte per resistere. Morì di polmonite a dodici anni. Fuggii subito dopo. Mrs. Wood mi accolse con sé.»
«E dopo cominciasti a lavorare come…»
«Una sorta di guaritrice» lo interruppe, prima che se ne uscisse con qualcosa di offensivo per lei. «Fin da piccola riuscivo a percepire le emozioni di mia sorella. Lei non sentiva e non parlava. Perse l'udito e la parola in seguito a una terribile febbre, quando non aveva neppure un anno. Quello era l’unico tipo di comunicazione che avessimo tra noi. Mi ci volle un po’ per comprendere che non era una cosa comune e ancora di più per capire che ero in grado di percepire anche le emozioni della maggior parte delle altre persone, persone cui non ero unita da legami di sangue. E soprattutto, che riuscivo a influenzarle, in qualche modo che non comprendevo. Quando mia sorella morì, decisi che me ne sarei servita. Non avevo genitori, rendite o dote, nient'altro per guadagnarmi da vivere… a meno che non decidessi di usare il mio corpo. E non ne avevo l'intenzione.»
Lo fissò, sfidandolo a controbattere. Ma che cosa poteva obiettare, lui? Lo aveva lasciato senza parole. Annabelle si curvò leggermente, avvicinandosi alla scrivania che li divideva. Voleva disperatamente che capisse.
«Thomas, io non sono una fattucchiera e neppure una spiritista. Cerco di alleviare le sofferenze della gente e questo è tutto. Talvolta ci riesco, ma non sempre. I successi, tuttavia, valgono interamente lo sforzo. E questo è il motivo per cui Lady Lydia mi ha portata da te.»
Un lieve sorriso, il primo da quando lei era entrata, stirò le labbra di Lord Farleigh. «Perché tu mi guarissi?» chiese.
«Perché ti aiutassi. Non c'era alcun intento malevolo, in questo.»
L'uomo dondolò il capo, dubbioso. «Non intendeva accertarsi che non avessi davvero ucciso sua sorella?»
Annabelle fece per negare, ma si fermò. In realtà, non ne era sicura. «Non lo so» ammise.
«E se avessi scoperto qualcosa, per esempio che…»
«Io non sono un poliziotto. E comunque, non sei stato tu ad aggredire quelle donne» lo interruppe. «Non c'è niente di corrotto nel tuo animo. Se ci fosse, io me ne sarei accorta.»
Vide del sollievo sul suo volto e con un lampo di comprensione si rese conto che neppure lui ne era stato del tutto certo.
«Questo, quando l'hai capito?»
«Il giorno in cui John Llord è entrato nello studio. È stato allora che… che…» esitò nel dirlo, sicura che si sarebbe infuriato «che ti ho esaminato. Credo che tu te ne sia accorto, in qualche modo.»
Lui si limitò a scuotere la testa. Di quel giorno, conservava solo il ricordo della masnada di aggressori che aveva invaso la sua casa. Qualunque altra cosa era passata in second'ordine. «Potrei averlo fatto» la provocò. «Potrei aver ucciso mia moglie.»
«Io non lo credo.»
«E perché mai? Non occorre un animo corrotto, per uccidere una donna infedele.»
Annabelle si sentì impallidire, ma respinse decisa lo sgomento. «Io sono sicura che non sei stato tu» ribadì testardamente.
«Come puoi esserlo? Non lo sono neppure io.»
Thomas si alzò e andò alla finestra, dove restò a guardare fuori. Quando Annabelle lo seguì, incrociò le braccia sul torace, in un inconsapevole gesto di difesa. Dopo un anno di tormento lui non era più sicuro di voler conoscere la verità. Forse quella spaventevole tenebra che lo avvolgeva quando cercava di accostarvisi era, tutto sommato, preferibile.
Restarono entrambi in silenzio. Nello spiazzo antistante Fairleigh Hall, là dove di solito si fermavano le carrozze, Willie stava giocando con l'aquilone, sotto lo sguardo attento della nunny.
Annabelle allungò una mano e la poggiò sul suo braccio.
«Devi ricercare la verità per lui» disse, con dolcezza. «Non deve crescere con questa macchia sul suo nome.»
Thomas si voltò di scatto, scuro in volto. «E se la verità fosse che l'ho uccisa proprio io?»
«Tommy, come potresti non ricordarlo?» protestò. «E se pure la tua mente ci riuscisse, il tuo animo non potrebbe mai. Dentro di te ne sarebbe rimasta una traccia, come una sorta di… di infezione.»
La speranza nei suoi occhi le fece venir voglia di abbracciarlo. Dovette affondare i denti all'interno del labbro inferiore, per scacciar via quell'importuna tentazione.
«Tommy…» sorrise lui. «Non sono in molti a chiamarmi così.»
Lei arrossì leggermente. «Scusami.»
«No. Mi piace.» Sospirò. «Vorrei avere su me stesso la sicurezza che hai tu.»
«Raccontami cos'è accaduto. Tutto quello che ricordi.»
Thomas tornò a guardare in basso, perché si vergognava troppo per reggere il suo sguardo. «Ricordo un'infelicità durata molti anni.» Si fermò per schiarirsi le idee e poi proseguì. «Era iniziato tutto come una favola, ma non durò a lungo. Julia ed io non ci somigliavamo affatto, non avevamo nulla in comune. A Londra non sembrava aver importanza ma qui…» Si strinse nelle spalle. «Lei era infelice, delusa del matrimonio, delusa di me. Era nata per essere una stella di prima grandezza su un vasto palcoscenico cittadino, non una moglie e una madre in un ambiente selvaggio.»
Si fermò e quando ad Annabelle parve che il silenzio si protraesse troppo, gli strinse leggermente il braccio. «Quella notte» lo pungolò.
Lui parve non averla udita. «Avrebbe dovuto vivere a Londra. Là avrebbe ricevuto tutta l'adorazione che desiderava, ma qui, tra contadini e allevatori, nessuno aveva abbastanza tempo da dedicare a lei. Neppure io.»
«Thomas…»
«Ora ci arrivo.» Scosse la testa. «Da circa un anno l'umore di Julia era migliorato… Oh, non erano rose e fiori, ma perlomeno aveva smesso di tormentare tutti con la sua insofferenza. Io avevo avuto dei sospetti, lo ammetto, ma avevo deciso di non darci peso. Ma quella sera…»
«Sì?»
«Era come folle. Stavamo prendendo il tè, e poi lei bevve un bicchiere di brandy, forse per farsi coraggio. Disse che mi avrebbe lasciato, che era innamorata di un altro uomo e non poteva vivere un solo giorno di più sotto il mio tetto. L'odio che mi riversò addosso mi lasciò quasi senza parole. Era sfrenata, priva di vergogna. Sembrava godere nel ferirmi.»
Chinò la testa fino a poggiare la fronte contro il vetro. Chiuse gli occhi. Udiva il suono allegro della voce di suo figlio, che giocava dabbasso.
«Quando mi lasciò per andare nella sua stanza, ero troppo sgomento per seguirla. Mi sentivo come… istupidito. Iniziai anche io a bere. Non potevo credere che fosse arrivata a tal punto, proprio lei, che faceva della considerazione sociale un cardine dell'esistenza. Alla fine andai nella sua stanza, ma lei non c'era. Alcuni dei cassetti erano vuoti, era fuggita. Mi lasciai prendere dalla collera e mi sfogai contro qualche mobile.»
«Capisco.»
«Ero ormai ubriaco fradicio. Presi una pistola, ricordo la mia mano che la sollevava… Credo che uscii di casa per cercare Julia… ma non ne sono sicuro. Da questo punto in poi, non rammento più nulla. O meglio…» Si girò verso di lei. L'espressione sperduta sul suo volto spinse Annabelle a prendergli le mani e stringerle nelle sue. Le rughe sulla sua fronte si spianarono leggermente. «O meglio» ripeté lui, lentamente, «ho dei frammenti di ricordi nella mente, che non riesco a collegare. Però sono sufficienti a tormentarmi.»
«Che genere di frammenti?»
«Alberi che si scuotono nel vento, pioggia, piedi che slittano nel fango, grida…» Si strinse nelle spalle, con l'aria di scusarsi. «Niente di anormale, per Farleigh Hall. E alla fine, mi sembra di vedere il mio volto… sulla scogliera. Ma forse» proseguì, «passai davvero tutta la notte nel mio letto. È quello che disse Palmer, il giorno dopo, e non vedo perché dovrei dubitarne.»
‘Forse perché ti è fedele’, pensò lei. Tutti in quella casa erano fedeli a Lord Farleigh e avevano continuato a esserlo anche se esisteva la possibilità che fosse un criminale. E tuttavia, Brian Rice aveva detto che era stato visto tornare in casa, più morto che vivo… Da chi?
«Non hai alcun sospetto sull'identità dell'uomo con cui… Be’, del suo amante?»
Thomas scosse il capo, prima di ammettere, controvoglia: «Susan fece un'allusione… Ma non volli crederle».
«Su chi?»
«Edmund Crane. Ma non ritenevo possibile che Julia, aristocratica fino al midollo, si fosse impegolata con un maestro di scherma.»
‘Neppure con uno di bell’aspetto?’, pensò scettica Annabelle. D'altra parte, lei un sospetto l'aveva… Oh, più di uno per la verità, ma il problema era che non andavano nella stessa direzione. C'era qualcosa, nell'uomo che l'aveva assalita… Che peccato che le emozioni non fossero come un marchio, un'impronta che consentisse di identificare in maniera incontestabile a chi appartenessero!
Soprappensiero, si morse il labbro inferiore.
*
Una sottile lama di luce bucò la coltre di nubi e attraversò il vetro, riflettendosi sul viso di Annabelle. I suoi occhi azzurri si trasformarono in zaffiri di prima qualità. Così preoccupata, con una piccola ruga che le attraversava la fronte, era deliziosa. E la miglior cura per un animo tormentato, considerò il visconte.
Lo sguardo di Annabelle tornò a mettersi a fuoco su di lui. Nel riconoscere la sua espressione, lei sorrise. Però ritrasse le mani e si allontanò di un passo, manifestando con evidenza che non era il momento di lasciarsi andare a simili emozioni.
«Thomas, io ho intenzione di compiere un tentativo per risolvere questa faccenda» disse. «Ti avverto che non è troppo ortodosso e ho già dovuto sudare sette camice per farlo accettare a tua madre, per non parlare di Lady Lydia. Per cui, se ti è possibile, non ostacolarmi.»
Ostacolarla? Per la prima volta da un anno Thomas Fairleigh non si sentiva come un uomo oppresso da un macigno. In qualunque modo ci riuscisse, lei lo faceva sentire bene, al sicuro e in possesso di tutti i suoi sensi. Anche troppo, a onor del vero.
«Che cos’hai in mente?» chiese.
«Voglio riunire qui tutte le persone implicate in questa storia. Quelle che conosco, almeno. Ho la sensazione…» Sorrise, con ironia. «Ebbene, ti ho parlato delle mie sensazioni, non è vero? Ho la sensazione di conoscere l’uomo che mi ha aggredito.»
«E dunque, che cosa vuoi fare?»
Il volto di Annabelle si chiuse in un'espressione determinata. «Una seduta spiritica.»
*
«Una seduta spiritica!»
Benché avesse avuto più di ventiquattro ore per farlo, Lady Fairleigh non si era ancora riconciliata con il pensiero che qualcosa di così volgare e insensato potesse svolgersi sotto il tetto di casa sua. E non sarebbe stata una piccola faccenda domestica, per ingannare un pomeriggio piovoso, no.
«Vada per Mary e suo marito, in fondo sono della famiglia e terranno la bocca chiusa. Ma Brian Rice! E Edmund Crane!»
La loro vergogna sarebbe stata diffusa ai quattro venti. Neppure la prospettiva di liberare Thomas dalla sua onta, serviva a rasserenarla.
«Suvvia, mamma, non te la prendere così» tentò di consolarla suo figlio Charles. Sedeva scomposto accanto al camino, con l'aria di chi se ne sarebbe più volentieri rimasto a letto tutto il giorno. «A Londra lo spiritismo è di gran moda, io stesso ho partecipato a varie sedute.»
«Anche a quelle di Miss Trenton?» chiese, insospettita.
«Per la verità non credo che ne tenga.» Strinse le palpebre, ma l'aria sonnacchiosa era stata fugata da una di perplessità. «Me la indicarono, una volta, lei era in carrozza, la vidi solo di sfuggita. Non fa vita di società, di alcun tipo, credo. Ma gode di una certa fama, sai, e si fa pagare profumatamente.»
«Be’, per fortuna non toccherà a me di farlo» replicò la viscontessa sollevando il mento. E il pensiero della somma che l'ingaggio di quella creatura doveva essere costata a Lord Wadelton le fece quasi tornare il buon umore.
*
«Una seduta spiritica!»
L'esclamazione continuava a risuonare nel salotto, man mano che gli ospiti venivano informati sull'intrattenimento del pomeriggio. Mary era così esilarata che la madre dovette scuoterla un pochino, per evitare che rovinasse l'intera operazione. Suo marito sembrava invece contrariato. Era stato costretto ad abbandonare le sue faccende in tutta fretta e solo per essere coinvolto in una simile stupidaggine?
Rosso in viso per l'eccitazione, Brian Rice parlava a raffica con Charles. Nutriva un grande interesse per la metapsichica e l'esoterismo, che in quei luoghi bucolici era difficile soddisfare. Che gran fortuna, che Miss Tressilian ritenesse di possedere un simile dono! Benché, non si sarebbe detto, vero?
L'allegria del giovanotto svanì di colpo quando nel salotto fece il suo ingresso Edmund Crane. Entrò con passo militaresco, indossando quello che probabilmente era il suo miglior vestito, ma appariva imbarazzato. Non riusciva a capire a cosa dovesse quell'invito, il primo che riceveva in quasi due anni.
«Che ci fa qui, quel tanghero?» sibilò Brian Rice, accennando ad affrontare il maestro di scherma. «Adesso lo sistemo io…»
Charles fu rapido ad afferrarlo per il braccio. «Buono, non ti scaldare. È stato invitato.»
In breve, il salotto fu pieno di persone agitate e nervose. Se Annabelle non si sbrigava ad arrivare, pensò Charles, valutando con pessimismo la situazione, tutta la faccenda si sarebbe risolta in un fiasco. Già Quentin controllava il suo orologio da tasca e scalpitava per andarsene. Ma dove era andata a finire quella creatura misteriosa? Perché Miss Trenton non si decideva a fare la sua comparsa?
*
Annabelle udì i passi risuonare nella galleria, ma non distolse lo sguardo dal ritratto. Quel volto continuava a calamitare la sua attenzione, così come la sfuggente personalità della donna che lo aveva posseduto. Che tipo di donna era stata, in realtà, Julia Fairleigh? Ed era possibile che il suo spirito percorresse ancora quelle sale e quei corridoi, spingendo suo marito alla disperazione e una giovane sconosciuta a compiere gesti impulsivi che non erano nella sua natura?
«Sei ancora qui» disse Thomas. «Ti stanno aspettando tutti.»
Non si volse a guardarlo. Sentiva il suo disagio, il rifiuto, addirittura la repulsione turbinare nel suo animo. Ma sapeva che non erano rivolti contro di lei.
«La odi, Thomas?» chiese, nel tono più impersonale possibile.
Lui strinse le labbra per un istante. Non avrebbe sollevato lo sguardo su quel maledetto ritratto, neppure per lei. «No, non la odio» disse infine. «Ma neppure la amo. Vorrei solo che mi lasciasse in pace.»
Stavolta Annabelle si girò. «Anche tu, come Lady Lydia, credi che lei sia ancora qui? Pensi che non abbia trovato pace?»
«Io non lo penso, lo so.»
«In che modo?»
«È un’oppressione, un’angoscia che mi cattura ogni giorno e, sembra, sempre di più, sia che io continui a sprofondare nel passato sia che tenti di staccarmene. Non mi lascia andare.»
La galleria parve risuonare attorno a loro, come scossa dalle vibrazioni di un gong. Annabelle tese una mano e lui l'afferrò quasi non attendesse altro. Un piccolo sorriso le illuminò il volto. «Andiamo» disse. «È ora di cominciare.»
Si avviarono, tenendosi per mano.
*
Quando entrarono nella sala da pranzo, tutti si girarono verso di loro. Lady Fairleigh provò un tuffo al cuore. Per un istante, mentre erano fermi sulla soglia, aveva avuto la sensazione che non fossero due figure distinte ma una sola, come pezzi di quei giochi a incastro che trovano significato solo l'uno accanto all'altro. Assurdo. Suo figlio non aveva nulla in comune con un'evocatrice di spiriti… o quel che fosse in realtà.
*
«Bene, vedo che è tutto pronto» disse Annabelle, osservando la tavola rotonda sistemata al centro della sala. «Possiamo accomodarci.»
Gli ospiti obbedirono, sconcertati da quel tono da padrona di casa. Contrariamente a quanto si aspettavano, la giovane donna li fece disporre distanziati. Mary tentò di obiettare che questo violava le regole dello spiritismo, ma Annabelle la tacitò con un sorriso. Girò uno sguardo attorno alla tavola. Erano pronti. Brian Rice alla sua destra, il maestro di scherma alla sinistra, di fronte Quentin Parnell. Thomas si era ritrovato seduto lontano da lei. Annabelle sapeva che avrebbe preferito restarle vicino, per ogni evenienza. Charles sbadigliò, scusandosi e coprendosi la bocca. Dov'era stato la sera precedente? Davvero si trovava in casa di amici? Annabelle si rese conto che la possibile colpevolezza del fratello minore di Thomas le faceva dolere il cuore. Gli somigliava talmente tanto…
Le luci erano state abbassate fino a un fioco chiarore, che confondeva più che illuminare. Ma non aveva importanza. Per quel che doveva fare, non aveva bisogno di luce.
«Signori, possiamo cominciare.»
*


