IL VISCONTE NERO
Capitolo 21 di 21

Scritto il 14/08/2026
da ROBERTA CIUFFI


⏱ ~10 min

Sei mesi dopo

 

«Belle…»

«Sì, zia Meg?»

Annabelle liberò con attenzione il pennino dall'eccesso d'inchiostro, prima di sollevare lo sguardo. Aveva imparato a scrivere tardi e lo faceva ancora con la diligenza e lo scrupolo della neofita. Come la casa in cui viveva e gli oggetti che la circondavano, l'istruzione era uno dei doni per cui non si stancava di ringraziare Dio. L'unica amarezza era che Mabel non fosse là a goderne con lei.

La donna che per anni le aveva fatto da madre era rimasta sulla porta, il che stava a indicare che si riteneva troppo indaffarata per perdere tempo. Nonostante l’intimità dei loro rapporti, davanti a chiunque altro loro erano Mrs. Wood, la governante, e Miss Trenton, la guaritrice. Era un piccolo sotterfugio che, secondo la donna più anziana, serviva a conferire maggiore autorevolezza ad Annabelle.

«Il lacchè di Lady Padmore ti comunica che la signora arriverà in ritardo per la seduta. Spera che questo non intralcerà la tua tabella.»

Le due donne sorrisero, senza fare commenti. La famosa tabella di Miss Trenton era stata istituita allo scopo di controllare le abitudini indisciplinate della clientela elegante, che trattava il suo studio come un teatro cui recarsi senza invito. E, soprattutto, senza alcun rispetto per l'orario.

«Puoi dire al lacchè che questo pomeriggio non ho altri appuntamenti. Lady Padmore può venire a suo piacimento.»

*

Mrs. Wood sollevò le sopracciglia. Sperava solo che non si venisse a sapere o la casa sarebbe caduta di nuovo nel caos, come agli inizi. Fissò Belle, la sua pupilla, l'unica figlia che avesse mai avuto. Lei le aveva raccontato in sommi capi cosa era successo nel Devonshire, facendola tremare per il pericolo che aveva corso. Forse era stato questo a renderla diversa… oh, non molto, ma quanto bastava perché una madre se ne accorgesse.

Qualcosa era mutato in Belle. Aveva perso parte del suo distacco e la sua cortesia accuratamente coltivata ora somigliava più all'autentica gentilezza, come se fosse in grado non solo di sentire ma anche di condividere i sentimenti e le debolezze umani. Talvolta i suoi occhi azzurri si scurivano come per un pensiero doloroso e gli angoli delle labbra si piegavano all'ingiù. Ma se lei le chiedeva cosa avesse, spianava la fronte e sorrideva, dicendo: «Niente. Un po' di emicrania».

Meg Wood era vedova da molti anni ma non aveva dimenticato. C'era solo un'emozione in grado di far cambiare così una ragazza di ventun anni e si chiamava amore. A volte le cose non andavano come il cuore desiderava, ma lei sperava almeno che l'oggetto di quell'amore non fosse stato un uomo indegno. Sospirò e uscì. Il campanello dell'ingresso aveva suonato di nuovo.

*

Annabelle non ci badò: il suo interesse era tornato a rivolgersi al foglio sullo scrittoio. Stava tentando di comporre una lettera per Susan e la difficoltà di dominare la penna era superata solo da quella di elaborare il testo. Naturalmente avrebbe chiesto notizie di Thomas, come di ogni altro membro della famiglia, ma in che modo poteva accennare a lui senza esporsi troppo e tuttavia sollecitando informazioni più particolareggiate? Era così esasperante quell'opera di camuffamento che doveva compiere per dissimulare il proprio interesse!

Erano passati sei mesi dal suo breve soggiorno nel Devonshire, ma non poteva certo dire che quei giorni le sembrassero un sogno. In realtà, si svegliava ancora ogni mattina con il desiderio di correre alla scogliera a guardare il mare e di vedere una testa bruna e due braccia robuste che solcavano le onde. Sospirò, tentando di ricacciare indietro l'immagine di un volto che continuava a tornarle alla mente con frequenza disturbante. Non avrebbe dovuto pensare a lui, ma non riusciva a evitarlo. In un modo o nell'altro era sempre presente.

Sospirò di nuovo, più forte, e in quel momento udì un colpo alla porta. Non sollevò lo sguardo, perché stava tracciando una parola complicata e non voleva rischiare di macchiare il foglio.

«Che c'è, zia Meg? Si è fatto vivo qualche altro seccatore?»

«Spero proprio di no… Miss Trenton.»

Al suono della voce maschile alzò la testa di scatto. La penna le scivolò di mano e rotolò sul foglio. Lui era là, fermo accanto alla porta chiusa, Lord Fairleigh… Thomas… ed era reale.

«Thomas… cioè, Lord Fairleigh» balbettò, perdendo per una volta la sua compostezza. Si alzò in piedi ma urtò contro la sedia, che fu sul punto di rovesciarsi sul pavimento. «Oh mio Dio…»

Si girò per afferrarla, ma una mano maschile l'anticipò. «Ecco qui» fece lui, piantando saldamente la sedia sulle quattro gambe. «È a posto.»

Annabelle resistette alla tentazione di arretrare e sottrarsi al calore di quel corpo che aveva sognato tanto a lungo. «Che sorpresa, Lord Fairleigh.» Si portò le mani alla gonna, cincischiandola come una collegiale al primo impegno mondano. «Non mi aspettavo davvero di incontrarvi, oggi.»

«Ricordo che non molto tempo fa ci chiamavamo per nome… Miss Trenton» la provocò lui, sorridendo.

«Tommy, allora» replicò, con sfida.

«Tommy, allora» approvò l’uomo, fissandola negli occhi. «Belle.»

Restarono qualche secondo così, in silenzio, intenti l'uno nell'altra. Thomas era cambiato. Non aveva più quell'aria spiritata che rammentava, appariva sereno e rilassato, e non così disperatamente magro. Le ossa degli zigomi non sporgevano più come se volessero forare la pelle.

«Allora, come stai?» le chiese. «Hai l'aria stanca.»

«No, al contrario, sto bene» si affrettò a negare. «Forse un po’ troppo lavoro…»

Lui annuì e si guardò intorno. «Hai una bella casa.» Esitò solo un istante, prima di chiedere: «Vivi sola?».

«Con alcuni domestici. E la zia Meg. Mrs. Wood. Ti ho parlato di lei.» La zia Meg. Non era strano che l'avesse lasciato passare senza annunciarlo? Che cosa le era passato per la mente?

«Già, mi ricordo. È la signora che mi ha fatto entrare. Ha fatto un po' di resistenza, prima di capire chi fossi.» La buona vedova che le dava da mangiare, quando era solo una piccola, miserabile abitante degli slums.

Di nuovo tra loro cadde il silenzio. C'erano così tante cose da dire, o forse erano tutte nei sogni di Annabelle…

«Come sta Lady Fairleigh? E Susan? E…»

Thomas la fermò con un cenno impaziente. «Tutti in maniera eccellente, grazie. Mia madre si è trasferita nella Dower House, così sono tornato padrone della mia casa, ma Susan è rimasta con me. Mary… ebbene, aspetta un altro bambino.»

«No! Davvero? Dovrebbe essere… il settimo, vero?»

Lui annuì. «Sì. Il figlio del perdono. Lei sembra contenta.» Ma non era per parlare degli altri che era venuto.

«E tu, come stai?»

«Benissimo, ora che ti vedo.»

«Davvero? E… e quella cosa?» sussurrò.

Lui fece una smorfia. «Non è stato facile, ma me la sono lasciata alle spalle.»

«E Palmer? Non l’hai licenziato, vero? O… o ucciso?» chiese Annabelle, con un risolino.

«No. Solo mandato in pensione con una buona rendita. Anche se la tentazione l’ho avuta.»

Lei si girò a mezzo, per nascondere il nervosismo. Avrebbe voluto chiedere di Charles ma non osava e lui non vi aveva fatto cenno. Forse era ancora troppo presto. Aveva superato la dipendenza dal laudano ma l’ustione della delusione doveva essere fortemente impressa nel suo animo.

Le cadde lo sguardo sullo scrittoio, sul foglio di carta da lettere spruzzato d'inchiostro. «Che disastro» sospirò. Poi, di getto: «Come mai sei a Londra? Credevo non ti piacesse».

«Sono in partenza per il Continente. Susan e Willie verranno con me. Prima, però, ho pensato di passare qualche giorno nella grande città.»

«Capisco.» In partenza. Chissà per quanto tempo. L'iniziale fremito alla bocca dello stomaco divenne una pressione dolorosa. Si sforzò di dire qualcosa di educato. «Sono contenta per voi.»

«Miss Trenton… Belle…»

Il suono morbido della sua voce la costrinse a distogliere lo sguardo dal foglio macchiato. Un sorriso aleggiava sulle sue labbra. Con una fitta di desiderio misto a rimpianto rammentò che quelle labbra l'avevano baciata.

«Sì, Tommy?»

«Non vorresti accompagnarci in questo viaggio?»

Sussultò bruscamente, sorpresa. «Io? Ma…»

Lui le afferrò le mani, le strinse tra le sue. Il sorriso non riusciva a celare l'ansia sul suo volto. «Mi sono comportato in maniera spregevole con te. Tu non hai alcuna colpa in quanto è accaduto, ti sei limitata a portarlo alla luce. E io ti ho lasciata andare. Dammi il tempo di dimostrarti che sono un uomo migliore di quel che sembro.»

Non voleva lasciarsi andare alla speranza che le sue parole le avevano dischiuso. «Tu non devi dimostrarmi niente. Io capisco la tua reazione. Credi che sia stata la prima volta? Le persone vengono da me per essere aiutate, ma, quando lo faccio, finiscono per odiarmi.»

«Io non ti…»

Lo interruppe, parlando rapidamente. «Non capisci. Le persone mi cercano perché curi i loro problemi, o magari per curiosità, ma non mi frequentano. Non mi vogliono vicino, Thomas, perché mi temono. Credono che possa leggere nel pensiero, scoprire i loro segreti. Per questo vivo da sola. Perché nessuno è veramente in grado di accettare quel che sono ed io non posso essere diversa da così.»

La interruppe. «Io non voglio che tu sia in nessun altro modo. E ti voglio vicina per quanto è possibile e per sempre.» I suoi occhi brillavano come diamanti neri alla luce della lampada poggiata sullo scrittoio. «Mi sono liberato dalla schiavitù del laudano, ma sei mesi non sono bastati per liberare il mio cuore da quel che provo per te. Leggi dentro di me, Belle. Fa' pure. Non ho alcun bisogno di nascondermi da te.»

«No, io non…»

«Te ne prego. Fallo.» Le strinse le mani per sollecitarla.

Annabelle esitò solo un breve istante. Poi, quasi conoscesse già la strada, le sue emozioni confluirono rapide in quelle di lui, se ne appropriarono come fossero un'unica cosa. C'era tenerezza in lui, e desiderio, e una luce più brillante, più intensa e sicura, che dava colore e vita a ogni altro sentimento. Era l'amore.

«Vieni con me, Belle» mormorò Thomas, sfiorandole una tempia con le labbra. «Vieni con me, amore mio.»

Annabelle si ritrasse mentalmente da lui. Fu come se qualcuno le avesse strappato il cuore. Peggio: come perdere una parte di se stessa. «Che cosa mi stai chiedendo, in realtà, Thomas? Che significa questo?»

«Non ami la mia casa sulla scogliera? Non senti la mancanza del mare?»

Lei cessò di respirare per un istante, gli occhi che vagavano inquieti sul volto dell'uomo. Come lo sapeva, lui, questo?

Thomas sorrise e due piccoli ventagli di rughe si schiusero ai lati dei suoi occhi. «Anch'io sono in grado di leggere dentro di te, pur senza possedere il tuo talento. Noi siamo fatti per stare insieme. Non lo senti nell'animo che è così?»

L'animo di Annabelle in realtà si stava dibattendo come un animale fatto prigioniero. Quella era un'assurdità. Non poteva essere vero. «La tua famiglia… la tua posizione…» farfugliò, cercando di ritrarsi dalla sua stretta. Ma lui non glielo permise.

«La mia famiglia ha fame di felicità e tu sei quella che può dargliela. Quanto alla posizione… niente può danneggiarmi, ormai. Temo che qualunque cosa faccia passerò alla storia come Black Tom, il visconte nero. Il visconte maledetto.»

«Ma non è giusto» protestò. «Tu…»

Lui scrollò le spalle. «Non ha importanza. Non si può cambiare la realtà, tu lo sai meglio di me. Allora, Annabelle Trenton, vuoi concedermi un po’ del tuo tempo? Giusto quel che basta per capire se ti piaccio e se sei disposta a dividere il resto della tua vita con un uomo dalla reputazione macchiata, dal carattere mutevole e le abitudini stravaganti?»

«Non sei molto bravo a leggere dentro di me» rispose con voce tremante. «Altrimenti avresti capito che non è solo la tua casa, la scogliera o il mare che amo… Io amo te.»

Thomas liberò le sue mani, ma solo per allargare le braccia e a lei parve che affondarvi fosse la cosa più naturale del mondo. Dove altro poteva andare? Era disposta a concedergli tutto il tempo della sua vita, e anche oltre.

Non le serviva un solo istante in più per rispondere alla sua domanda. Sollevò la testa e gli offrì le labbra da baciare.

Lui emise un sospiro. Aveva avuto la risposta che aspettava. Abbassò il capo e accettò il dono.

FINE STORIA
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