AL PROFUMO DI CANNELLA
Capitolo 1 di 14

Scritto il 30/08/2026
da RACHELE VESTRI


⏱ ~11 min · 2130 parole

CLAUDIA

 

Spengo la macchina e, prima di sfilare la chiave, sospiro a lungo. Come se avessi trattenuto l’aria per tutto il tragitto.

Sento due emozioni contrastanti. Felicità, perché spero che questo trasloco sia l’inizio della mia nuova vita, e apprensione: Bosco Chiesanuova era il mio posto dell’infanzia, quando l’unica preoccupazione era non farsi venire il mal di pancia per le troppe cioccolate calde. Quando tutto profumava di cannella, di fumo della legna nel caminetto e del fresco odore pungente della neve.

E anche se ora sono diventata grande, questo è rimasto il mio luogo del cuore. Per cui, non posso fare a meno di chiedermi: e se non andrà come spero?

Dallo specchietto retrovisore guardo la valigia che spunta dal pannello del bagagliaio. Ho dovuto appoggiarglielo sopra, altrimenti non sarei riuscita a sistemarla.

«Tutta la mia vita in un contenitore di plastica», dico a bassa voce, mentre mi rimetto il cappello di lana.

Scendo e vengo subito accolta da fiocchi di neve che cadono copiosi. È fine novembre, ma sembra dicembre inoltrato. Quest’inverno si stan no verificando diverse “nevicate eccezionali”, come sono state definite sia dai TG che dai meteorologi.

D’istinto, o forse per abitudine di quando ero piccola, alzo la testa e rivolgo il viso al cielo in modo che i batuffoli ghiacciati si appoggino sul mio viso, prima di sciogliersi. Avverto un debole effluvio di fumo. Quanto mi era mancato il profumo della legna che brucia nel caminetto!

Un muggire agitato, seguito da voci maschili urlanti, mi desta improvvisamente. Mi volto verso destra e faccio appena in tempo a spostarmi davanti alla mia Panda per schivare una mucca chiazzata marrone e un vitello bianco e nero che, nonostante la stazza, corrono velocissimi facendo risuonare in modo isterico i loro campanacci.

«Fiore, Margherita», sta urlando un tizio non più tanto giovane.

Si blocca poco distante da me, appoggia le mani sulle ginocchia e curva la schiena, che si solleva e si abbassa al ritmo del grande affanno.

«Beppe», sento chiamare.

Pochi secondi dopo appare un altro uomo. Si ferma e mette una mano sulla spalla del primo.

«Va’ a prendere quei due diavoli, io ti raggiungo», ordina con il fia tone indicando la strada con il dito un po’ tremolante.

Io guardo la scena con un misto di incredulità e confusione.

Cosa sta succedendo?

Sto per avvicinarmi al signore, ancora trafelato, per offrirgli una mano, ma lui scatta come un corridore esperto verso l’altro uomo.

Anche se si sono allontanati, sento ancora i sonagli e i nomi degli animali che vengono urlati nella speranza che si fermino.

Strattono con forza la maniglia della valigia, già un po’ malridotta, inanellando una caterva di parolacce. Le stesse che ho pronunciato quando ho cercato di ficcarla a forza nel bagagliaio, prima di partire. La tiro fuori con un colpo secco, sperando sia una buona idea, ma la maledetta si stacca completamente. Il trolley rimane in bilico e poi cade per terra centrandomi in pieno il piede. Non contento, si spacca in modo irreparabile, ma almeno i miei vestiti non si sono sparsi per la strada.

«Brava, Claudia! Continua a comprare le cinesate!», ringhio con le lacrime che mi riempiono gli occhi per il dolore.

Afferro il bagaglio e a stento riesco a trascinarlo fino a casa.

Mi fermo a riprendere fiato, sento un rivolo di sudore scivolare lungo il collo. Il cuore pompa frenetico per il grande sforzo.

Prima di infilare la chiave, mi soffermo un secondo a guardare l’u scio. Sarò pronta ad affrontare questa nuova avventura? Sono arrivata qui con la speranza di trovare la mia strada, capire cosa fare della mia vita. Sospiro, mi faccio coraggio e giro la chiave nella toppa. A ogni mandata sento il tintinnio metallico del blocco che si ritrae.

Dopo tre giri completi, la porta di legno, segnata dal tempo e dalla poca manutenzione, si apre. Ho la sensazione di aver scoperchiato il vaso di Pandora, ma anziché percepire mali e sciagure, arriva una cascata di ricordi. Le risate dei nonni, le voci e nonna Gisella che cantava le canzoni di Gianni Morandi, il suo cantante preferito.

Non si perdeva mai un concerto quando veniva a Verona. Lo seguiva in ogni trasmissione, leggeva tutte le notizie che lo riguardavano. Credo che nonna, sotto sotto, ne fosse innamorata.

Il chiarore alle mie spalle proietta l’ombra dell’uscio sul pavimento datato. La mia sagoma si allunga e sorrido per la forma strana della mia testa, indosso ancora il cappello nero con un ponpon enorme.

L’odore di chiuso arriva pesante, tuttavia riesco a riconoscere un leggero sentore di cannella.

Accendo l’interruttore piazzato proprio all’ingresso. La lampadina emana un bagliore debole e giallastro. Chiudo la porta e, zoppicante, percorro il corridoio che mi conduce direttamente in sala. Apro la fine stra per far cambiare aria, e poi mi reco al piano di sopra, dove ci sono le camere da letto e il bagno.

Tutto è rimasto come allora. I mobili sono datati, ma tenuti bene. I centrini fatti all’uncinetto dalla nonna, ospitano delle abat-jour con il paralume con le frange. Anche la cameretta di papà è sempre la stessa. Il grande armadio marrone scuro, senza intagli, specchi o cose particolari. La scrivania, ormai vuota, è appoggiata alla parete di fianco alla finestra.

Ritorno al piano di sotto, il piede non fa più tanto male.

Vado in cucina e il mio cellulare squilla. La suoneria mi fa sussultare, nel silenzio assoluto che regna in questa abitazione strilla come la sirena accesa di un’ambulanza.

«Tesoro, sei arrivata?», domanda mia mamma.

«Sì, stavo giusto facendo il tour. Sembra che il tempo si sia fermato. Non è cambiato nulla, neanche lo strofinaccio attaccato alla maniglia del forno», dico mentre lo accarezzo.

«Tuo padre ha voluto così, lo sai».

«Lo so! Ma posso dire che fa un po’ impressione?».

La sento ridacchiare.

«Cla’, ma sei sicura di volerti rintanare lì, in un paesino, a poco meno di un mese dal Natale?», chiede mia madre.

Da quando ho deciso di trasferirmi, ogni giorno mi pone sempre la stessa domanda.

«Sì, sono sicura. E poi non sono lontana da Verona. Un’oretta scarsa e sono davanti alla tua porta. La città, per quanto possa sembrare paradossale, mi stava stretta. Nell’ultimo periodo niente è andato per il verso giusto, lo sai, neppure il lavoro».

«Mettiamoci anche che la storia con Leonardo è finita male».

«Ti ricordo che Leonardo mi ha fatto una proposta di convivenza una sera, a cena, e il mattino dopo l’ha ritirata dicendo che era ubriaco. Poi l’ha sostituita inaspettatamente con una pausa di riflessione che dura da, ormai, sette mesi, e tu la definisci finita male ? Ok! Io credo che si sia chiusa nel peggiore dei modi. Non ha avuto neanche il coraggio di ammettere che si è innamorato di un’altra», concludo irritata.

«Scusa, io…», prova a dire la mamma.

«Non ti preoccupare. Ora voglio solo andare avanti. Ho bisogno di ricominciare, spero di trovare un impiego», sospiro frustrata mentre con gli occhi continuo a perlustrare la cucina senza cercare niente di preciso.

«Amore, a me sembra una fuga più che l’esigenza di trovare qualcosa in particolare. Tu fai sempre così, quando qualcosa non va, scappi. Temo che questa volta non sia diverso», quasi mi rimprovera.

«Non sono scappata. È un momento NO. Ho bisogno di spazio, di silenzio e…»

«E una via di fuga», mi interrompe.

Sospiro rumorosamente e cambio discorso.

Chiacchiero ancora un po’ e poi arriva il momento di mettere a posto.

Come prima cosa provo ad accendere il fuoco. I miei nonni me l’hanno insegnato, contro la volontà di mio padre. Era terrorizzato all’idea che potessi farmi male.

Il problema è che l’ho solo visto fare. A Verona, dove ho abitato con i miei che hanno solo i termosifoni, non ho avuto occasione di esercitarmi.

Prendo della legna, il nonno la teneva nel garage, al riparo dall’umidità. Ne agguanto quattro pezzi e vado a caccia di un po’ di carta e di un accendino.

Batto a tappeto tutta la cucina e non trovo nulla che possa essere utile, allora mi viene un’idea.

Prendo un ramo e cerco di accenderlo direttamente sul piano cottura.

«Sono un genio!», esclamo ad alta voce mentre vedo la fiamma lam bire il pezzo di legno.

Con la fiaccola mi avvicino al camino e l’appoggio sulla pira che ho creato.

Basta poco e la magia si avvera, mi incanto a guardarla. Allungo le mani per scaldarmi e inizio a sentire fastidio agli occhi. La gola pizzica e comincio a tossire. Ho l’impressione che ci sia una leggera foschia. La sala pare invasa da un sottile velo bianco che aleggia sui mobili.

Respirare diventa complicato e il panico aumenta. Esco subito, in cerca di aria pulita, e il fumo mi insegue, tanto che lo vedo fuoriuscire dalla porta.

«Cosa succede?», sento chiedere in modo allarmato alle mie spalle.

Mi volto e vedo arrivare un uomo di corsa. È lo stesso che prima rincorreva gli animali.

«Sta bene?», mi domanda osservandomi in viso.

Annuisco e mi asciugo le lacrime provocate dalle esalazioni e dalla tosse.

«Chiamo i pompieri, lei si metta al sicuro in strada», mi indica un punto ancora più lontano.

«No, la casa non sta andando a fuoco… almeno spero… c’è solo tantissimo fumo», spiego a fatica, la gola pizzica fastidiosa.

Il tipo mi guarda, una ruga abbastanza profonda segna il sopracciglio. Si liscia la barba castana e, senza aggiungere altro, entra.

Lo sento tossire mentre apre una finestra.

«Ehi, tutto bene?», alzo la voce per farmi sentire.

Non ottengo risposta, ma sento dei rumori strani provenire dall’interno.

Sto per entrare, quando lo vedo apparire sulla soglia con gli occhi rossi e ancora qualche conato di tosse.

Mi guarda come se dovesse rimproverare una bambina. Le sue labbra carnose sembrano morbide come la panna montata. Il viso è leggermente lungo e, grazie alla barba ben curata, le rughe d’espressione non si notano tanto.

È fermo sulla porta con la sua stazza imponente, rispetto a me che sono uno scricciolo. Il suo giubbotto riporta ancora il segno bagnato della neve sciolta.

Ci fissiamo per qualche altro istante, e a me non dispiace perché è veramente un bel ragazzo.

Come benvenuto a Bosco Chiesanuova non è affatto male.

«La prossima volta, prima di accendere il fuoco, si ricordi di aprire la valvola, così il fumo uscirà direttamente dalla canna fumaria», il consiglio suona più come un rimprovero.

Oh, merda! Mio nonno me lo ripeteva sempre: come prima cosa, Claudia, bisogna girare la leva.

Bastava girare quella specie di maniglia che si trova proprio sulla cappa.

Cosa che, naturalmente, non ho fatto.

«È sicura di non voler andare in ospedale per un controllo?», domanda.

Faccio no con la testa.

Al momento vorrei solo farmi inghiottire dalla terra.

«Se ha bisogno, questo è il numero della guardia medica. Monterà il turno tra un’ora», mi porge il foglietto scritto a mano.

«Gra… ehm… grazie», dico balbettando per l’imbarazzo.

Mi saluta con un cenno della testa ma dopo pochi passi si blocca e si volta solo a metà.

«Ho riacceso il fuoco, con la legna che era vicino al caminetto, quello che ha provato a fare lei si è spento subito per mancanza di aria».

Tento di dire qualcosa, ma non mi dà il tempo neanche di ringraziarlo. Con due falcate sparisce dalla mia vista, lasciandomi basita.

Ma chi è questo?

Ritorno in casa e noto che il fumo è andato via.

Chiudo tutto, vado a recuperare altro legname e la butto nel focolare per rendere le fiamme più vivaci.. Si gela!

L’odore acre è rimasto e mi infastidisce. Ma ho la soluzione.

Rovisto nella credenza e trovo un pacco ancora sigillato, con tanto di cellophane, di stecche di cannella.

«Ne ero sicura!», esulto.

Metto a bollire dell’acqua in diverse pentoline e vi immergo dentro le spezie. Quando il liquido cambia colore, spengo tutto, ne posiziono due in sala e una nel corridoio al piano di sopra. L’altra la lascio in cucina.

Basta poco e il profumo inizia a coprire l’effluvio aspro.

Poi, inizio a sistemare i miei vestiti nella cameretta che una volta apparteneva a mio padre. Aziono la caldaia, e sentire che si accende senza esitazioni mi strappa un sorriso quasi commosso. Non ci avrei giurato, era spenta da diverso tempo. Per fortuna, papà non ha mai voluto sospendere le utenze. E Giovanni Erba, il custode che sorvegliava la casa, si è preso cura di tutto.

I termosifoni si scaldano e un leggero tepore conquista il mio corpo, facendomi rilassare le spalle ancora tese.

Dalla valigia tiro fuori vari contenitori con cene e pranzi già pronti.

«La mamma ci ha visto lungo!», sospiro confortata. Nonostante la sua reticenza sulla mia decisione.

Non avrei avuto la forza di andare a fare la spesa e soprattutto di cucinare.

Esiste Deliveroo qui?

 

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